QUANDO LE STELLE SI FANNO POLVERE

 

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Il dito indice puntato verso la telecamera, dritto verso di te. Quel braccio lieve, intorno alle spalle di Mick Ronson. Lo sguardo, malizioso e irresistibile: milioni sono trafitti, sedotti. Un nuovo Dio del rock è nato – e si annuncia da solo. Tutto quanto è successo prima, da quando mamma Peggy e papà Haywood hanno regalato un sassofono al bambino David – gli anni della Swingin’ London, passati a bivaccare nelle strade alla moda di Soho, i giochi psichedelici, il mimo e gli incontri – tutto quanto non è stato altro che preparazione: un lungo percorso d’introduzione a questo momento. L’Uomo delle Stelle ci aspetta lassù fra gli astri, vorrebbe conoscerci ma ha paura di sconvolgerci. Ci restano cinque anni per seguirlo (solo cinque), lui è un alligatore, è un invasore dello spazio, per noi sarà una puttana rock and roll.

È il 6 luglio 1972. La canzone è Starman: David Bowie nel programma più seguito della tv inglese, Top of the Pops. Si apre un nuovo Evo nella cultura popolare. Io sono ancora nel grembo di mia madre, ignaro di tutto. E la mia vita sta cambiando prima ancora di cominciare.

Salto in avanti: a quindici anni dopo. Che sono più o meno la mia età a quel punto.

“Minchia! Lo sapevo!” esulto, gli occhi fissi sul libro con tutti i testi e le traduzioni di David Bowie, alla pagina di Ziggy Stardust. Mi sono appena attirato diverse occhiatacce nella sala silenziosa della libreria Ticinum di Pavia.

Certe cose sono quasi obbligate a succedere.

È come se uno le sentisse prima ancora che siano vere.

Tu chiamale, se vuoi, ossessioni.

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Non tutta la musica rock è arte. Ma a volte lo è. Che cosa fa l’arte a noi comuni mortali? L’arte ci apre porte che non sapevamo nemmeno esistessero. E che ora improvvisamente possiamo varcare – sullo slancio di un colore, di una forma o di una nota. Ci porta più in alto per farci vedere il mondo da un’altra prospettiva. Ci fa crescere nella testa e nel cuore. Ci rende felici. Ci svela segreti su noi stessi. L’arte ci migliora.

È questo che viene a mancare, quando un artista scompare. E se vi sembra poco, vuol dire che non siete mai stati presi per mano e portati in volo dal Sublime.

È vero che per ogni artista che scompare ce ne sarà un altro che entra in scena – originale, dotato e innovatore (e in genere più giovane). Ma è anche vero che oggettivamente alcuni artisti sono unici nel loro genere e nella loro epoca. E che soggettivamente ci attacchiamo a un artista in maniera particolare perché il suo talento ci ha saputo parlare come pochi altri hanno fatto.

La sua corrente ci è arrivata più vicino all’osso.

Io sono rimasto folgorato da “David Bowie-come-idea” ben prima di esserlo da “David Bowie-come-artista”. La prima fiamma si accese qualche anno prima del famoso “Minchia!” nella libreria Ticinum: fu in quel periodo della vita in cui finalmente cominci a scoprire che il rock non è nato quando tu hai iniziato a notarlo; che la musica del passato non è solo quella mappazza noiosa che i tuoi ti costringono a sorbire sui tornanti dell’Autosole in Appennino; che non tutte le belle canzoni diventano tormentoni da ascoltare ai bagni “Miramare” di Pineto degli Abruzzi; che non tutte parlano di “hey baby, usciamo insieme stasera” (anche se alcune delle più belle parlano proprio di quello).

In quel periodo, leggiucchiando qua e là su riviste musicali adolescenziali, guardando religiosamente Deejay Television, ascoltando la radio a nastro, fra un’apparizione dei Duran Duran a Sanremo e un video di Michael Jackson (che allora dava sul nocciola e non provocava ancora gli incubi ai genitori), faceva di tanto in tanto la sua comparsa nel bagnoschiuma zuccherato degli anni Ottanta il nome di Bowie, quest’Uomo che cadde sulla Terra.

La mia Terra, in quegli anni, era l’ultima manciata di zolle (perennemente umide) fra Po e Ticino, distesa piatta e infinita di acqua di fiumi e risaie che specchia il cielo: grigino in autunno (la stagione delle cimici) e lattiginoso d’estate (quella delle zanzare). Terra di nebbie e di squisito risotto e di occhiate che ti squadravano sommariamente durante il rito dello struscio nel corso in centro, passando in fretta oltre se avevi il risvolto dei jeans dell’altezza sbagliata o se il tuo piumino costava meno di trecentomila lire.

In quella massa granitica di conformismo, io, conformista a mia volta, covavo una germogliante voglia di “altro” attraverso la musica. Non che fossi particolarmente originale: è solo che i Duran e i Bronski Beat avevano smesso di fare roba decente e io cercavo qualunque cosa non fosse Vasco, Madonna o gli Iron Maiden (niente contro di loro, ma erano le scuole dominanti di pensiero e quindi le avevo scartate a prescindere). E già mi sentivo sedotto da Bowie, questo personaggio che faceva capolino di tanto in tanto e che sembrava al tempo stesso più adulto, più affascinante e molto, molto più inquietante.

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Ma a quell’epoca usavo carta, penna e calcolatrice. Intendo dire che non esisteva internet: non è che uno andasse su Google o su YouTube e cercasse la qualunque sull’argomento del giorno. Nemmeno avere un computer in casa era una cosa normale (e infatti non ce l’avevo). Di amici che ascoltavano Bowie, cui dare una TDK vergine da 90 minuti perché mi registrassero i suoi album (sistema che funzionò a meraviglia con Prince, i Pink Floyd e i Genesis, per dire), non ne avevo. E le mie entrate consistevano in una mancia settimanale che mi costringeva a scelte draconiane sui miei consumi. Insomma ero interessato a capirci qualcosa di più, ma non avevo l’audacia né il budget necessari per andare al “Club 33” di Pavia e comprare alla cieca un album pubblicato dieci-quindici anni prima da qualcuno che conoscevo vagamente solo di nome – un nome fichissimo, va detto.

In buona sostanza, l’unico modo di saperne di più, su questo David Bowie, era pazientare davanti a Italia Uno e sperare. Italia Uno, dico, perché allora non solo non esisteva MTV, ma perfino Video Music era ancora a un paio d’anni dal raggiungermi. Era l’era dei sei canali più Telemontecarlo.

E io fiducioso pazientavo. È come se sapessi che doveva piacermi. Sapevo, dentro di me, che non appena l’avessi conosciuto meglio, sarebbe stato amore. Non so dire precisamente perché. Non sembrava assomigliare a niente di familiare (in realtà, tutto ciò che ascoltavo assomigliava a lui, ma questo non lo potevo ancora immaginare).

Presto sarebbero arrivati gli anni del liceo e i miei compagni mi avrebbero preso per il culo a morte perché a me piacevano tutti “i cantanti froci”: Jackson e Prince e pure Bowie (e anche la combriccola new romantic degli anni precedenti non scherzava; ma Le Bon & company erano il sogno delle ragazzine di tutto il mondo e quindi si dava per scontato che nonostante il trucco da battona e le acconciature, fossero dei grandi schiantatope).

Chissà che i miei compagni di classe non ci avessero un po’ azzeccato, anche se non come pensavano loro: quel che loro chiamavano frocità, alla maniera tagliata con l’accetta degli adolescenti, era eccentricità, originalità, provocazione. E probabilmente c’era una corda in me che rispondeva entusiasta a quelle note.

Quindi, come dicevo, pazientavo davanti a Italia Uno.

C’era solo un problema. Erano gli anni Ottanta e in quel periodo Bowie faceva schifo.

Beh, non proprio schifo. Lo schifo è un’altra cosa. Ma mano a mano che i suoi video passavano su Deejay Television (da Blue Jean a Day In, Day Out), scoprivo il Bowie un po’ fiacco, commerciale e in crisi d’idee di quella decade ossigenata. È un po’ come sentirti dire che tua nonna da giovane era una cuoca da urlo, mentre ti serve una pasta al burro quasi scotta dicendo “eh, ormai non ho più la forza di fare quei manicaretti”. Qualcosa non tornava. D’accordo: sono canzoni carine (soprattutto Loving the Alien), sono certamente meglio dei Kissing the Pink e di Limahl, ma sarebbe questa la leggenda del rock di cui tutti parlano in termini così reverenziali? Possibile che mia nonna cucinasse davvero così bene?

Ci deve essere altro. Come ogni buon statistico le cui osservazioni empiriche non confermano le tesi di cui è intimamente convinto, mi dissi che il campione doveva essere sbagliato e che dovevo cercare meglio. Morale: se la realtà non mi torna, è la realtà a sbagliarsi. Ridete. Ma quella volta era vero.

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Tutto questo ci porta, finalmente, al me quindicenne in esplorazione alla libreria Ticinum, poco tempo dopo. Quando, spulciando lo scaffale dei libri sulla musica, fra un “I 1000 album della discoteca ideale” (ma chi ce li ha i soldi per comprare mille dischi?, mi dicevo, io che vivevo della mia mancia) e un “Le 1000 canzoni da ascoltare prima di morire” (passeranno tutte a Deejay Television? Sennò sono fottuto!), trovai un volume con i testi di Bowie. Il Graal! M’immersi subito nelle pagine, risalendo all’indietro nel tempo, fino a quelle preistoriche canzoni di cui avevo sentito parlare come di testi sacri. Il primo che cercai, naturalmente, fu quello di Ziggy Stardust, che ancora non avevo capito se era una canzone, un album, una persona vera o una creatura immaginaria (era tutte queste cose e molto altro).

“Minchia!”, gridai.

“Shhhh!” sibilarono da qualche parte.

“Minchia!”, gridai ancora per spregio.

Non avevo ancora sentito una nota di quel vecchio disco, ma queste storie di glamour pan-sessuale tragi-galattico m’imprigionarono istantaneamente.

Purtroppo, andando avanti a leggere il resto ci capivo sempre meno: riferimenti a Nietzsche, Orwell e Brecht, al nazismo e alla cabala ebraica, Himmler e Churchill citati per nome assieme a Greta Garbo e Andy Warhol.

Eh??? Ho solo quindici anni, David! Non ho ancora studiato Nietzsche né ho letto Orwell. Mi mancano ancora giusto vent’anni a quando, modestamente, reciterò Brecht. Comunque ebbi la sensazione che fosse roba davvero speciale: non c’entrava niente con Wake Me Up Before You Go-Go! Mi sentivo incoraggiato.

Parentesi: allora ero troppo giovane e ingenuo per sapere che non è l’erudizione a fare il valore di un testo, ma l’anatomia umana: ovvero il fatto di cantare quelle parole con il cuore e anche un po’ con i testicoli; e che quindi parlare di Nietzsche non è per forza di cose più dignitoso che dire “Sei come la mia moto, sei proprio come lei / Andiamo a farci un giro, fossi in te io ci starei”. Per quanto ci riguarda, comunque, la cosa non fa differenza perché negli anni 70, che parlasse della gnocca o del Male di Vivere, Bowie cantava con cuore e palle e fegato e tutto quando aveva in corpo. Ma chiudiamo la parentesi e torniamo al me quindicenne in libreria.

Scoperti quei testi, decisi che dovevo mettermi di buzzo buono alla scoperta della musica.

Ma avevo paura: dopo la fascinazione del personaggio, dopo il colpo a effetto dei testi di Ziggy, dovevo passare al piatto forte – e la musica, di certo, non poteva fare altro che deludermi. Com’era possibile che reggesse le mie aspettative totalmente fuori controllo?

In effetti, la musica non corrispose per niente al livello delle mie aspettative: le annichilì, le polverizzò, le scaraventò nell’iperspazio. Perché era incommensurabilmente migliore.

Avete presente una cosa troppo bella per essere vera? Fate il viaggio della vostra vita, per cui mettete da parte i soldi da anni, ed è molto meglio di come pensaste. Uscite con una tipa incredibile, non riuscite ancora a credere che lei possa aver accettato di farsi una serata con voi, e lei vi dice “Sei il mio Dio, sono tua quando vuoi”. Incontrate Maradona in un parco, c’è un pallone abbandonato e lui vi propone di fare due passaggi. Insomma una cosa che non osavate nemmeno sperare. Ecco: questa è stata la scoperta della musica che stava dietro il personaggio, dietro i testi oltremondani.

Non vi faccio tutta la storia di come, anno dopo anno, acquisto dopo prezioso acquisto, mi regalai (mi regalò) le più grandi emozioni che l’Arte abbia da offrire. Per i trent’anni seguenti ho accumulato tesori su tesori dell’Uomo che cadde sulla Terra, mano a mano che la mia Terra si spostava verso il nord (la sua Londra!) e poi oltreoceano, nel caldo tropicale, e poi di nuovo sulle zolle umide e poi nella Milano in cui non c’era proprio più rimasto niente da bere e poi sulla Senna e poi di nuovo a Milano e poi di nuovo a Parigi. Fino a ritrovarmi con un centinaio dei suoi lavori ufficiali e almeno il doppio di registrazioni pirata.

Posso solo invidiare, per certi aspetti, chi deve ancora scoprire Bowie. Perché addentrarsi per la prima volta nella sua storia musicale vuol dire assaporare uno dopo l’altro una serie di capolavori di una bellezza siderale.

Voglio dire: immaginate, solo per restare al primo, superficiale incontro, quello con le cose più famose, cosa vuol dire dover ancora ascoltare per la prima volta Life On Mars?, “Heroes”, Space Oddity, Ashes To Ashes, Young Americans, Ziggy Stardust, Changes, Diamond Dogs, Moonage Daydream, Sound and Vision, The Man Who Sold the World, Starman, Five Years, Golden Years, The Jean Genie, Station To Station… e poi buttarsi nell’esplorazione di tutto il resto.

Io per esempio ricordo quando ascoltai Station To Station la prima volta (la scena del concerto nel film su Christiana F.) e pure la seconda (nella sala d’ascolto del Centro Pompidou di Parigi, in cui mi infilai di straforo durante la gita del liceo). Ricordo anche quando finalmente comprai l’agognato cd: fu per farmi un regalo dopo l’esame di Economia Aziendale, lo scovai in una bancarella della Fiera di Senigallia – che allora si trovava dove oggi c’è il Mercato Metropolitano di Milano. Ricordo anche quella volta in cui l’ascoltavo viaggiando da solo nella mia Fiat Uno sulla A1 fra Milano e Lodi e dovetti mettere la freccia e rallentare perché nel pezzo che fa “Once there were mountains on mountains / And once there were sunbirds to soar with / And once I could never be down” mi vennero la pelle d’oca e i lucciconi agli occhi e non vedevo più la strada ed è così che succedono gli incidenti.

Piangevo e pensavo a quelle parole e a cosa volessero dire per l’uomo che le scrisse mentre era in piena autodistruzione da cocaina, chiuso in un vortice nero che nessuna quantità di fama e successo sembrava in grado di salvare.

Ma che aveva sufficiente autoironia da cantare, pochi versi dopo: “Non sono gli effetti collaterali della cocaina… mi sa che è amore.

Un effetto completamente diverso, per dire, rispetto a quando lo vidi interpretare Cracked Actor dal vivo nella tournée dell’83, su Video Music (che nel frattempo era comparsa e diventata la mia messa quotidiana): Bowie ossigenato, un Amleto kitsch con gli occhiali da sole e il teschio in mano… oddio, il mio inglese doveva ancora fare molta strada, ma… possibile che avessi capito bene? Stava cantando “Suck, baby, suck”? E quest’altra frase… non vuol dire “fammi un…”??? E io che pensavo che solo Prince e i neri avessero il diritto di cantare esplicitamente di sesso. Razzista senza rendermene conto! Anche da questo mi ha guarito Bowie.

Altre volte invece mi prende l’invidia contraria, verso quelli più vecchi di me: avrei voluto nascere prima per poter essere anche io davanti alla tv il 6 luglio ’72 e vedere l’irruzione di Ziggy nella cultura pop, o meglio ancora per essere al locale Friars Aylesbury, nel gennaio precedente, per assistere dal vivo alla nascita degli Spiders From Mars. E essere abbastanza grande da tenere l’orecchio incollato alla radio quando John Peel sulla BBC Radio 1 trasmise l’album Low per intero nel ‘77. Abbastanza vecchio da poter vedere una data del mostruoso tour di Diamond Dogs e comprare Young Americans il giorno della sua uscita per essere spiazzato dal plastic soul in diretta.

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Nessuna traslazione temporale della mia esistenza è in realtà necessaria. In qualunque momento il Caso ci scaraventi a consumare spazio e aria inutilmente su questo pianeta, la fortuna è che si può cominciare ad ascoltare Bowie da dove si vuole e andare avanti a scoprirne volti nuovi finché, se tutto va bene, ci si perde completamente.

Mi spiace solo di averlo visto solo poche volte dal vivo (e che in una di queste poche volte, un tizio che mangiava il panino mi distrasse per un nanosecondo da Moonage Daydream). Mi spiace di non essere riuscito a farlo vedere a mia moglie. Quando ci provammo, nel 2004, ci disse male. Andavamo apposta a Vienna per quello, Bowie dal vivo nel parco del palazzo di Schoenbrunn, la reggia della principessa Sissi. Non so se rendo l’idea. Come vedere Maradona palleggiare fra i cristalli di Versailles.

Eravamo già in aereo, in attesa del decollo, quando nel giornale che ti danno a bordo leggemmo dell’attacco di cuore che aveva avuto la sera prima e che l’aveva costretto ad annullare il resto della tournée.

“NOOOOOOO!” ci dicemmo. E poi: “Vabbè, è saltato il concerto ma ci facciamo un weekend a Vienna, mica lo butti via. Ci saranno altre occasioni di vedere Bowie, caschi il mondo saremo alla prossima.”

Non ci fu mai una prossima, naturalmente.

Quella tournée, interrotta all’improvviso, sarebbe stata l’ultima.

Non si capiva più cosa gli fosse successo. Negli anni successivi (parecchi) mi convinsi sempre più che la musica di Bowie fosse finita. Mi ero già preparato lo scenario ideale per assorbire gradualmente la botta: nel 2003 l’ultimo album, nel 2004 la fine delle tournée, nel 2006 le ultime apparizioni, poi (mi dicevo) vent’anni di silenzio, finché a un certo punto capisci che non tornerà più. Ma quel momento sarebbe arrivato intorno al 2025. Io avrei avuto 53 anni e per quell’età speravo di essere abbastanza maturo da saper gestire la situazione. Difficile, per chi mi conosce, ma non impossibile.

E invece Bowie, mannaggia a lui, dopo quasi un decennio di silenzio, che fa? Manda a farsi fottere il mio programma di adattamento progressivo alla sua mancanza e tira fuori non uno, ma due album. Ha pensato solo a se stesso: cinico ed egoista, come quando licenziò gli Spiders From Mars dal vivo sul palcoscenico, senza preavviso (tranne che per il fido Mick, stando alla leggenda) e per di più fissando il tutto per i posteri nelle riprese del concerto.

E se non ci si metteva lui, ci si era messo comunque il Victoria & Albert Museum di Londra, dedicandogli nel 2013 una mostra – un cantante pop al V&A? Sacrilegio! Blasfemia!

L’ho vista tre volte quella mostra. Il percorso terminava in una sala enorme, dove diversi video erano proiettati in contemporanea su tre immense pareti – un miracolo dell’acustica faceva in modo che a seconda di dove ti piazzassi nella sala, ti sarebbe arrivato solo l’audio di quello stavi guardando. Erano immagini di epoche diverse e lontanissime fra loro, dalla Rock’n’Roll Suicide del concerto d’addio a Ziggy (1973) al Live Aid (1985) fino a “Heroes” nel concerto per New York dopo l’11 settembre 2001.

In questa sala, per la prima volta, mi resi conto che non avrei avuto Bowie ancora per molto. Ognuna delle tre volte, non me ne riuscii a staccare fin quando l’ultimo custode mi buttò fuori a calci.

Quel Dio, quell’alieno che in kimono giapponese cantava Ziggy Stardust, quell’essere glaciale in bianco e nero, pallido come un cadavere ma straripante di carisma che cantava Station To Station, quella sorta di viaggiatore vecchio stampo, con la coppola e il dolcevita, che bazzicava Berlino Ovest sperimentando con l’avant-garde e l’elettronica, quel quarantenne abbronzato e un po’ laccato che sfigheggiava con Let’s Dance, quell’uomo di mezza età che giocava con industrial e jungle negli anni Novanta… quel Dio del rock and roll che nel ’72 si annunciò da sé in realtà era un mortale.

Prima di entrare in quella sala non lo sapevo.

Perché ero convinto, e non sto scherzando, che David Bowie non sarebbe morto mai. Che potesse eclissarsi nel silenzio, d’accordo. Fuori da tutto, mai più in uno studio a incidere, mai più su un palco. Ma vivo, da qualche parte a New York, a godersi i suoi soldi.

È in quella sala del Victoria & Albert Museum che capii, per la prima volta, che David Bowie non era eterno.

Fu solo in quella sala che mi resi conto che sarebbe venuto il giorno in cui avrei smesso di aspettare un nuovo album.

Nel 2014 è uscita una raccolta dei grandi successi di Bowie (credo la trecentesima); in questa raccolta, il piccolo grande trucco di marketing (semi-) artistico è che i pezzi sono in ordine cronologico inverso: dalla canzone più recente si procede a ritroso, fino alla più vecchia.

Si comincia dalla contemporaneità, dagli ultimi successi dell’anziano Signore del Rock, il grande artista pienamente realizzato e dedito ormai a godersi la sua ubiqua influenza sulla popular music e a pubblicare di tanto in tanto un album quando ne ha voglia, senza nemmeno farsi vedere per lo straccio di un intervista. E si prosegue verso un Bowie progressivamente più giovane, più in divenire, più in cerca di se stesso e sempre meno famoso, fino a ritrovarlo spaesato e alle prime armi, diciassettenne, quando ancora si chiamava Davie Jones e con i King Bees, una delle band con cui cercò inutilmente il successo intorno a metà anni Sessanta, pubblicò Liza Jane, suo primo singolo ufficiale.

È arrivando a Liza Jane che ho avvertito, per la seconda volta dopo la mostra di Londra, la sensazione netta della finitezza e della morte.

E il video più recente, quello di Lazarus, è semplicemente pazzesco. Quest’uomo sapeva che stava morendo di cancro e che quella canzone, quelle immagini sarebbero state le ultime. Andate a guardarvelo su YouTube se volete, cercate il testo su internet. Guardate le prime immagini del video, Bowie-Lazzaro che si alza dal letto di morte dicendo “Guardate quassù, sono in paradiso… ho cicatrici che non si possono vedere”. Guardate l’uomo anziano uscire dall’armadio nel vestito blu elettrico, aderente e femminile, che indossava nel 1976, quasi costretto da spasmi fisici a fare la parodia di se stesso in una serie di mosse di danza stilizzate, guardatelo seduto alla scrivania (intorno al minuto 3 del video), con penna e carta, incerto su come mettere nero su bianco le mille cose che vorrebbe dire finché può, e poi iniziare a scrivere freneticamente, uscire dal foglio, dallo scrittoio, preso da raptus, come una persona… una persona che ha tante cose da comunicare ma sa che non gli resta tempo. Guardatelo rientrare, muovendosi all’indietro, in quell’armadio da cui è uscito, e sparire per sempre. Questo video non è fiction: l’uomo che vi appare stava morendo davvero e lo sapeva. Se non vi si rizzano i peli sulle braccia, andate a farvi un elettrocardiogramma subito.

Nei giorni scorsi ho evitato accuratamente di leggere i “coccodrilli” (quegli articoli, ipocriti come suggerisce il nome, che piangono un personaggio celebre all’indomani della sua morte, riassumendone la vita). Oltre a trovarli di una banalità disarmante, sapevo che ci avrei scovato troppe cazzate, a cominciare da quelle imprecisioni che mi fanno bollire il sangue nelle vene.

Alla comparsa della parola “camaleonte”, poi, sarei esploso come l’Etna dei momenti buoni. E sicuramente sarebbe comparsa, quella parola: il giornalista-dinosauro di turno, messo lì a commentare Bowie tra un articolo su Masterchef e un pezzo sull’aspettando Sanremo, non avrebbe certo perso l’occasione di esibire tutta la sua pigrizia e la sua ignoranza cacciando fuori la storia del camaleonte.

Però due o tre ne ho letti, di questi coccodrilli, scegliendoli bene da fonti selezionate.

Una di queste è Pitchfork. Cos’è Pitchfork? È un magazine online di musica rock scritto da gente coltissima che se la tira un casino… e per questo, in genere, leggere Pitchfork mi fa venire il prurito dappertutto; ogni volta che leggo una recensione di Pitchfork mi viene istantaneamente voglia di sbagliare un congiuntivo e riascoltare la prima cassetta di Jovanotti: “Gimme five… all right!”. Però, con tutta la loro spocchia, quelli di Pitchfork sono intelligenti e sapevo che in mezzo al diluvio di parole inutili su Bowie, loro avrebbero trovato qualcosa d’interessante da dire. E infatti. Ci ho trovato una similitudine che, nella sua estrema semplicità, dice esattamente cosa sia ascoltare il signor David Bowie.

Dice Pitchfork che in genere la musica pop e rock è costruita per funzionare come le montagne russe: un botto effimero di divertimento e adrenalina, l’illusione di potersi spingere fino in cielo e precipitare nel vuoto, ma in realtà è un percorso prefissato, sempre lo stesso, e termina là dov’è iniziato.

La musica di Bowie invece è come la stazione centrale di una grande metropoli: partono treni verso tutte le direzioni, ogni linea va lontano e per vedere dove arriva devi lasciare il tuo mondo e affrontare un viaggio. Che non sai dove finirà, ma di sicuro altrove.

Ai borghesi conservatori e impettiti l’emozione di massa fa schifo perché è cattiva educazione, mancanza di nerbo, roba da plebei. Alla sinistra moderna l’emozione di massa fa schifo perché fa venire in mente il popolino, la gente semplice, ovvero quel che la sinistra moderna odia più di ogni cosa. Tutta la nostra concezione dell’essere umano è basata sull’antitesi cuore-cervello: ci hanno insegnato che l’emozione è in contrapposizione all’intelligenza. Razionalità, distacco, cinismo: ecco i tratti della persona intelligente. L’emozione? Il sentimento? Roba da shampista del centro commerciale. Dicono.

C’è una canzone degli Undertones (un gruppo punk nord-irlandese), che si chiama Teenage Kicks: è la canzone preferita di John Peel, compianto DJ della BBC che citavo poco fa – quello che suonò Low per intero alla radio quarant’anni fa. Ora dovete sapere che Peel è un uomo di una cultura musicale pazzesca: se una cosa è stata suonata, lui l’ha sentita. E i suoi gusti non si discutono, perché Peel ha fatto scoprire al mondo la metà delle band che vale la pena di ascoltare.

Se Teenage Kicks è la canzone preferita di John Peel, fra i milioni di nomi fra cui avrebbe potuto scegliere (tra i Beatles e Dylan, Bowie e i Joy Division, i Clash e i Pink Floyd, gli Stones e Jeff Buckley, gli Smiths e i Led Zeppelin, i Nirvana e i Public Enemy), è perché questo pezzo degli Undertones inizia con la frase più importante nella storia del rock.

Eh già. La più importante nella storia del rock.

Pronti? Eccola:

A teenage dream is so hard to beat”.

Non c’è niente di più fico di un sogno adolescenziale.

Come dite? Vi pare poco? Dite che non cita neanche Nietzsche o il decostruzionismo? Dite “e allora i testi poetici di tizio, l’impegno politico-sociale di caio…”?

Ma quella frase degli Undertones è meglio, fidatevi. Meglio di Dylan. Meglio di John e Paul. Di Mick e Keith. Perché distilla in una sola riga l’essenza del rock.

L’essenza del rock, sintetizzata da Teenage Kicks, è la seguente: il sogno impossibile di restare per sempre giovani e vivere tutto più intensamente.

E quindi tutto quanto è stato il rock, dal primo ancheggiamento di Elvis fino al pezzo più futuristico che un giovane ha creato usando solo il suo Mac e sta per caricare su YouTube da uno scantinato di Brooklyn proprio mentre voi leggete queste parole, tutto ciò si riassume in quella frase. Anche Desolation Row di Dylan, anche il pezzo più politico dei Clash, anche la canzone più socialmente impegnata, anche le canzoni d’amore, anche le canzoni hip hop che incitano a dare fuoco a tutte le auto di Los Angeles. Tutto sta lì dentro.

Ecco, ora che sapete che l’essenza del rock è il sogno impossibile di restare per sempre giovani e vivere tutto più intensamente, ditemi come si fa a conciliarla col fatto che le emozioni collettive sono sconvenienti per le persone intelligenti. Non si può. Quindi io me ne frego dell’intelligenza. E come altri milioni di persone, questa settimana ho scelto l’emozione: sono stupido e triste. E pazienza se mia moglie, lunedì 11 gennaio, ha dovuto chiamarmi due volte al lavoro, nella mattinata, per assicurarsi che stessi bene. Io, coi miei 43 anni e il mutuo.

Dice il saggio: “Ma non si può piangere per la morte di una rockstar miliardaria!”

E come no? E per cosa bisogna piangere allora? La morte di una rockstar è un evento tragico. Fidatevi. Ve lo dice uno che ha tenuto la mano dei bambini ustionati di Haiti, che ha camminato fra i malati di colera in Congo, fra i neonati denutriti in Mali, fra gli adolescenti pugnalati con i cocci di bottiglia in Nigeria. Uno che ha pianto dei colleghi morti sotto le bombe mentre dedicavano la vita a salvare gli altri.

Ma state tranquilli; quella di oggi, della settimana appena surreale che ho passato, non è la tristezza che abbisogna di commiserazione o di pacche sulla spalla con lo sguardo che dice “coraggio”. È la tristezza che celebra la fortuna di aver goduto per tanto tempo di questa Bellezza. È morto Bowie, viva Bowie. Non pacche sulla spalla, ma Ziggy Stardust a tutto volume. Se una lacrima deve scendere, non è per quel che è stato ed è perduto – sto ascoltando Diamond Dogs in questo momento, segno indiscutibile che la musica di Bowie non svanisce solo perché lui è svanito. È caso mai una lacrima di rabbia per la musica che ancora non era stata e non sarà.

Prima o poi mi abituerò al fatto che non ci sarà più un nuovo album di David Bowie da aspettare, da ascoltare, da capire. Ma non subito.

Tant’è: questo è il mio rapporto con il rock e questo è rimasto anche negli anni in cui mi è perfino capitato di essere pagato per scriverne. Così è rimasto anche ora che ogni tanto mi scricchiolano le ossa. I miei articoli ci hanno indubbiamente rimesso per questo; ma la mia vita ne ha enormemente guadagnato.

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2 risposte a QUANDO LE STELLE SI FANNO POLVERE

  1. Isabella ha detto:

    … sottoscrivo condivido piango le stesse parole.
    Ed è vero che Lazarus è qualcosa di incredibile e mai visto, per il suo significato e per il coraggio e per la poesia e per tutto.
    A me è anche entrata Blackstar nel cervello e dal minuto 4… something happened on the day he died, tutto ciò che dice rende impossibile accettare che sia successo.

    • alidimepu ha detto:

      Hai ragione, anche Blackstar è da brividi, soprattutto il verso che hai citato. Ma è tutto l’album a essere pieno di riferimenti alla fine… più lo ascolto e più lo trovo pazzesco.

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