CHARLIE E GLI ALTRI

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“Abbiamo tagliato la testa ai re, noi!”

Quando la discussione si anima, nelle brasserie di Parigi, prima o poi qualcuno tira fuori questa frase, potete starne certi. E non è una minaccia: è una maniera semplice ed efficace di ricordarti di che pasta sono fatti, come popolo. “On a coupé la tête aux rois!

Ci sono nazioni talmente segnate da un episodio della propria storia da farne una via di mezzo fra una tacca sul proprio fucile e una carta d’identità. Quando stavo in Inghilterra, per esempio, rimasi colpito dalla regolarità con cui, nelle discussioni da pub, un autoctono in stato alterato tirava fuori la Seconda Guerra Mondiale e il fatto che, soli in Europa, ispirati e diretti dal lider máximo Churchill, gl’inglesi avessero rifiutato di capitolare di fronte al Reich e avessero continuato a dare battaglia mentre i loro vicini continentali si arrendevano uno dopo l’altro (almeno fino all’entrata in gioco degli adulti, Roosevelt e Stalin). Oggi la storia inglese va cambiando, sono i britannici a tradire l’Europa e Churchill sta diventando un’eredità imbarazzante, ma insomma.

Torniamo in Francia: qui lo spirito iconoclasta e insoumis (definizioni del dizionario Larousse: “ribelle, indipendente, indocile, indisciplinato, disobbediente, refrattario”) circola come il sangue della nazione, ancora più rapido e pervasivo dei monopattini elettrici. E se i francesi non hanno paura del re, figuriamoci di Dio.

Che poi se togli all’uomo l’insegnamento di Prometeo, il diritto-dovere di ribellarsi a Dio (indipendentemente dal fatto di crederci o meno), non gli resta più molto di quel che lo rende umano, grande e, in fin dei conti, più potente di Dio – di qualunque Dio.

Non fu cogliere la mela proibita il primo atto di ribellione a Dio, e anche quello che ci ha resi umani? Che la Bibbia racconti la storia esattamente com’è andata o che sia un flusso di coscienza collettivo che organizza il bisogno umano di trovare risposte, è interessante che il cammino dell’uomo, o meglio dell’uomo adulto, fuori dal giardino d’infanzia dell’Eden, abbia inizio da quella ribellione.

Quando nel gennaio 2015 dicemmo “je suis Charlie” (nel senso di Charlie Hebdo, il giornale che come nessun altro incarna quello spirito insoumis), dopo la prima ondata di choc e di solidarietà, sulle radiofrequenze dei social media si sentirono arrivare qualche “se” e qualche “ma”, principalmente da Oltralpe. Cioè dalla mia Italia. Che possiamo riassumere così: fermo restando la condanna assoluta alla violenza e al terrorismo, io non sono Charlie, perché Charlie ha offeso in maniera pesante e blasfema la fede di milioni di persone. Io non sono Charlie, perché Charlie ha provocato. Io non sono Charlie, perché Charlie non ha avuto rispetto. Forse, dicevano questi, prendendo le distanze, “voi che avete scelto di essere Charlie, l’avete scelto superficialmente, senza tenere conto di questi aspetti”.

Ma invece no. I milioni di “io sono Charlie” sapevano bene che essere Charlie voleva dire essere coloro che avevano offeso in maniera pesante e blasfema una fede; che avevano provocato; che non avevano avuto rispetto. Quei milioni di Charlie rivendicavano, anzi, e continuano a rivendicare, il diritto (sacrosanto, quello sì) a essere blasfemi, a provocare, a mancare di rispetto. In tutta consapevolezza. Che in Francia non è mai stato in discussione, almeno non a memoria d’uomo vivente.

Per chi come il sottoscritto è nato e cresciuto in una Repubblica cattolica e apostolica fondata sul lavoro e sul battesimo, di primo acchito può essere spiazzante: in Italia la bestemmia è stata depenalizzata nel 1999, in Francia, il reato di blasfemia fu eliminato nel 1789, attraverso la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

L’ha detto perfino il presidente, Monsieur Macron, il vertice delle istituzioni: in Francia esiste il diritto alla blasfemia. Chi ancora oggi decide di essere Charlie, quindi, non lo fa in nome di un ecumenico (guarda un po’, un altro termine preso a caso) invito alla tolleranza e al volersi bene universale, ma di un valore-principio-diritto che è militante ed esprime una visione forte dell’Uomo e del suo posto nel mondo. Visione che si può condividere o meno, ma in cui non c’è nulla d’inconsapevole o superficiale.

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ADDIO AI MONTI

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Anzi, alla collina. O collinetta, come la chiamano leziosamente gli amici (e coloro che aspirano a esserlo): la butte. Sto parlando di Montmartre naturalmente. Quella piccola gobba di terra che regala il più straordinario paesaggio urbano del mondo (e ci dispiace per gli altri, come cantavano Celentano e la Mori). Che oggi è Parigi ma in un tempo neanche tanto lontano era campagna sperduta oltre le colonne d’Ercole (una sorta di banlieue rurale, insomma). Che a un certo punto è diventata una specie di favela tirata su alla rinfusa con materiali di scarto dai poveri e i malfattori espulsi dal centro città sventrato da Haussmann, quello dei boulevard (e del boulevard). E che infine è stata annessa alla capitale, perché la capitale mica è scema e si è resa conto che non poteva lasciarsi scappare il gioiello della corona.

Insomma l’avrete capito ormai: a Montmartre, nei secoli, sono successe un sacco di cose, quasi tutte belle. È successo perfino che un bel giorno ci capitassimo io e la Babsie: meno di un salto di pulce per l’umanità, ma un balzo da gigante nella nostra storia familiare. Fu l’inizio delle baguette sotto le ascelle, dei bluff di fronte al bancone dei caprini per far finta di capirci qualcosa, dei vari “pfui”, “ah ben, ah bon” (pronunciati: “ah bah, ah boh”). Abbiamo finito per restarci nove anni, volati nel proverbiale baleno, fra un bicchiere di chablis e una pinta di Affligem. Montmartre non si è accorta di noi, ma noi abbiamo dipinto sulla tela della nostra mente ogni angolo delle sue strade, abbiamo preso nota di ogni nome e di ogni particolare.

Ci siamo affezionati a questa butte. Io, per dire, mi ci sono affezionato come forse non mi era mai successo: con nessun quartiere, nessuna strada (cosa non difficile a dire il vero, perché pur avendo ormai accumulato una ventina abbondante d’indirizzi nel mezzo del cammin di una vita alla deriva, non è che abbia inanellato questa gran serie d’indirizzi irresistibili.) Quindi abbiate pazienza mentre mi balocco con una serie di patetici luoghi comuni sul quartiere più romantico e bohémien del mondo e sulle strade che l’ennesimo giro del vento mi ha appena portato a lasciare.

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Sì, perché come certamente sanno gli abitanti di certi zone di Roma e di qualche altra città che è diventata un set cinematografico, ci sono quartieri così segnati dalle rughe della propria storia e abitati dai propri spiriti da resistere al peso schiacciante della processione di libri, film, opere teatrali e canzoni che vengono loro gettati sul groppone. Montmartre è così. Perfino Nicole Kidman in Moulin Rouge e Amélie Poulain con il suo favoloso mondo non sono riuscite a smontarla (scrivo al femminile perché Montmartre è donna, ovviamente – se fosse umana sarebbe Catherine Frot, attrice “cultissime” dei francesi: che infatti, fra un ciak e l’altro, fra un atto e l’altro, bazzica il ristorante del suo compagno in rue d’Orsel; un vero orco, lui, perfino nel fisico, barba e capelli bianchi e lunghi, tipo un Babbo Natale venuto su misantropo dopo un’adolescenza trascorsa a picchiare ed essere picchiato in riformatorio; io e la Babs l’abbiamo visto cacciare potenziali clienti anche se il ristorante era vuoto, solo perché quella sera non aveva “sbatti”, e umiliare una coppia di olandesi perché dopo cena hanno tentato di ordinare un cappuccino – se lo meritavano, direte voi, e non avete torto; quando è allegro, invece, ti porta la bottiglia di vino, la apre e poi si serve un bicchiere e si siede al tavolo con te; al che c’è da preoccuparsi, non tanto perché sta bevendo il tuo Borgogna – passi – ma perché è lui che cucina e quindi finché sta lì a bere con te, nessuno ti prepara la cena).

Dicevamo che gli anni e i cineasti hanno avvolto Montmartre in una coltre fitta di banalità, come sto facendo io con questi pensieri del resto, ma non l’hanno smontata. Anzi, io sono un vecchio sentimentale con un debole per la faciloneria e quindi adoro sia Moulin Rouge di Baz Luhrmann (aggiungere “di…” + nome del regista dopo il titolo, come è noto, rende un film automaticamente più artistico) che Il favoloso mondo di Amélie (niente “di” + regista in questo caso, perché con Amélie non c’è speranza di rendere il film più artistico; ma lo adoro lo stesso). Però ecco, a volerla dire tutta, il Moulin Rouge oggi è soprattutto un posto dove, pandemie permettendo, russi e i cinesi vanno a bere champagne mostruosamente caro; e il bar in cui lavorava Amélie nel film è la Santiago di Compostela dei turisti che vogliono farsi un selfie mentre trangugiano un caffè bruciato e annacquato di fronte alla famosa cassa. Montmartre rovinata dai turisti?

Dio, che cosa snob che ho scritto.

“Se non ti vanno bene i turisti, vai in banlieue a bruciare le macchine”, dite voi. Avete ragione. No, mi tengo Montmartre, anzi confesso senza vergogna che anch’io l’ho vista (per anni!) attraverso le lenti rosate del cinema, della musica e della letteratura (e poi i film girati sulla banlieue tendono a essere opere noiosissime di spocchioso cinema francese d’autore).

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Oggi non ti capita più d’incrociare per strada Van Gogh e Renoir, ma Montmartre ha sempre i suoi personaggi. Che fanno il possibile per mantere vivo lo spirito bohémien del quartiere.

Uno l’abbiamo perso da poco, e mi spiace. Michou non lo conoscevamo mica di persona (quasi nessuno lo conosceva di persona), ma il suo cabaret en travesti è uno di quei fenomeni che contribuiscono a tenere vivo il mito della butte e a differenza del Moulin Rouge, continua ad attirare parigini in carne e ossa, e non solo replicanti sbarcati dai pullman. Una sera, grazie agli utili servizi di amici bene introdotti, siamo perfino riusciti a infilarci e godere dello spettacolo scongiurando l’obbligo di cenare nel locale – potendone quindi uscire con tutti e due i reni alla fine.

Michou non berrà più l’aperitivo alla Mascotte la domenica a mezzogiorno, circondato dalla sua corte di accompagnatori, ammiratori ed eunuchi, in azzurro carta da zucchero dalla testa (occhiali sfumati) ai piedi (scarpe di vernice) proprio come nelle foto. Al bancone però il barman Karim intrattiene ancora la vecchia guardia del quartiere: uomini e donne di Montmartre, versione originale e inalterata di quel misto di eleganza consunta (indossano bei vestiti, comprati nel 1963) e di onesta sciatteria (generazione “uno shampoo a settimana, ogni due d’inverno”), meraviglioso popolo dalla cattiva igiene orale e dal naso perennemente arrossato che la domenica trascorre un paio d’ore a bere e cantare vecchie canzoni francesi e poi torna a casa barcollando alle tre di pomeriggio, facendo un sonno unico fino a lunedì sera. Anche se io e la Babsie ci siamo passati raramente, alla domenica della Mascotte, Karim ha sempre riempito anche a noi il bicchiere di straforo, facendo l’occhiolino, dicendo “offre la casa, prendetelo voi altrimenti me lo bevo io”.

La vecchia delle sigarette invece è una vita che non la vedo, anche se la Babsie mi assicura che è ancora in vita. Alta il proverbiale metro e un cazzo, con i due altrettanto proverbiali fondi di bottiglia sugli occhi, la s’incontra la sera nei bar di rue des Trois Frères e rue de Chappe, con la cassetta di sigarette appesa al collo come in un film di Fellini, mentre s’intrufola fra un tavolino e l’altro, piantando il naso in faccia alla gente perché nemmeno con quegli occhiali riesce a vedere a più di dieci centimetri (di questi tempi dev’essere un’untrice da medaglia olimpica). Siccome è anche un po’ sorda, se non vuoi comprare le Gauloises blu ti tocca gridare forte “no!”, passando per una specie di mostro.

Poi c’è il cowboy-poliziotto, praticamente metà dei Village People in un uomo solo. Lo chiamo così perché veste alternativamente come, per l’appunto, un cowboy e un poliziotto. Frequenta soprattutto la rue d’Orsel e la rue des Trois Frères, lo trovi spesso immobile agli incroci con l’aria perplessa, come se la sua vita fosse tutta un’unica, grande decisione su quale direzione prendere (e quale vita non lo è!); parla soprattutto con se stesso, a volte con amici immaginari (con cui raramente litiga: beato lui, io con i miei ci litigo sempre), e accetta volentieri il bicchiere o il piatto che puntualmente gli offrono i ristoranti della via.

Il ragazzo della place Dullin non so come faccia a essere sempre così pulito, perché il suo sacco a pelo sta là nell’angolo della piazza, a lato dell’ingresso del teatro dell’Atélier. Ha sempre l’aria a posto… magari un po’ monocorde, a dire il vero. Che sia estate o inverno non c’è verso di vederlo senza camicia di flanella bicolore giallonera, pantaloni larghi e neri e cappellino da baseball. Credo che il suo mestiere sia pattugliare la piazza e i dintorni, perché anziché stare in un angolo con l’aria ebete come ogni senzatetto alcolizzato che si rispetti, o trascinarsi per strada chiedendo l’elemosina come le zingarelle intorno alla metropolitana ad Abbesses, lui perlustra a passi decisi la piazza e le strade tutt’intorno e non sembra quasi avere tempo per notare i passanti, troppo preso dai suoi pensieri. Nella fretta gli capita di sfiorare e perfino urtare i tavolini sulla piazza, ma non ne ha tutta la colpa perché i tavolini sono sempre più numerosi e densamente distribuiti; e comunque se per caso nell’urto fa muovere le posate, ho visto che le rimette a posto.

In poche parole, mi mancherà Montmartre, ecco. Mi mancheranno le colate laviche di turisti che avanzano compatte in mezzo alla strada e ignorano il mio furioso scampanellare in bicicletta, mi mancheranno le facce da galera che truffano i suddetti turisti con il gioco delle tre carte, mi mancherà il fruttivendolo sulla rue des Abbesses che mette quattro melograni a dodici euro e ti sorride mentre ti fotte, mi mancheranno le brasserie cattive nella qualità e nel servizio ma sempre piene perché va così, mi mancherà l’immancabile gruppo di adolescenti che verso le due di notte, sempre fra domenica e lunedì, mi sveglia e mi costringe ad affacciarmi per capire se si stanno divertendo o ammazzando (nel primo caso vorrei tirargli addosso le pietre vulcaniche che ho raccolto in Islanda, nel secondo vorrei gridare “fate in fretta”), mi mancheranno gli edifici che non ristrutturano dai tempi in cui ci abitava Modigliani (e ogni sei mesi si allaga un appartamento). Mi mancherà quella chiesa bianca a forma di tettarella che si vede da lontano, e da cui si vede lontano. I primi tempi a Parigi, nove anni fa, salivamo a sederci su quegli scalini alle dieci di sera, quando non c’era più nessuno, per guardare i tetti degli Aristogatti.

La nostra vita a Montmartre, quella della Babsie e mia, è iniziata sul serio un po’ di tempo dopo, una sera in cui abbiamo trovato un bigliettino in ascensore. Diceva: “Cari vicini, vi proponiamo un aperitivo nel cortile interno venerdì sera, fra condomini, per conoscerci.” Siamo andati. Sono seguiti anni di apertivi in cortile, feste in maschera, serate finite all’alba a disputarsi il controllo della playlist, vasche da bagno piene di ghiaccio e bottiglie di champagne, concerti rock, turni di babysitting dei nostri gatti, discorsi appassionati e ubriachi, appartamenti prestati alla bisogna, fino a quella mattina in cui, tornati al nostro vecchio appartamento al quinto piano per fare le ultime pulizie dopo il trasloco, sentiamo bussare alla porta, apriamo e: “Ho sentito che eravate qui, vi ho portato il caffè.” Quei vicini non mi possono mancare perché ci vedremo ancora: ci saranno altre feste, altre bottiglie. Un giorno, si spera, altri concerti. Sì, perché non l’ho detto, ma la Babsie e io ci siamo trasferiti a una ventina di minuti (a piedi) da Montmartre. Dite che non è niente? Eh ma il quartiere è il quartiere.

Don’t cry for me, rue d’Orsel.

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HOMO EOLICUS

“… a allora la Lilli mi fa: guido io, dai! Io mi siedo lì bel tranquillo di fianco… e lei mi fa Milano – Campiglio in due ore e mezza nette! Ho fatto tutto il viaggio con le mani aggrappate al sedile!”

Risate morbide, eleganti. Sguardi d’intesa. Non c’è bisogno di altri dettagli nel racconto perché fra chi ascolta non ce n’è uno che non abbia fatto mille volte Milano – Madonna di Campiglio con il proprio SUV. Quella strada la conoscono a memoria – ogni chilometro, ogni autogrill, casello-casello.

Però il nostro eroe non si trova a Campiglio, in questo momento, e neanche in montagna. Si trova quanto più lontano ci si possa trovare dalle cime delle Dolomiti. No, non in una risaia cambogiana. Quasi: siamo sulla spiaggia di Panarea. L’unica spiaggia di sabbia dorata dell’isola (e di tutte le Eolie): the place to be, se proprio ti tocca lasciare via Fiori Chiari.

Il nostro eroe, che chiameremo “il Bibo”, tiene banco sul bagnasciuga. Conosce a memoria ogni pesce del mare di Panarea, dove torna ogni estate da vent’anni , e lo lascia intendere con discrezione dando le spalle alla distesa blu e cedendo con grazia il piacere di guardarla alla sua audience, mentre lui racconta, ricorda, affabula. L’acqua osa appena incresparsi dietro di lui, gli accarezza i piedi senza disturbare.

Avrà sessantacinque anni, un’abbronzatura color marocchino (il caffè, non il cittadino del Marocco – questo è un blog antirazzista), porta un costume da ventenne all’ultima moda, con poche variazioni di colore ma sgargianti (effetto sobrio e fantasioso al tempo stesso), come ogni mattina è arrivato in spiaggia presto e si è fatto sistemare ombrellone e lettini “in pole position” (senza bisogno di chiederlo; e comunque lui non userebbe mai un’espressione zotica come “pole position”). Senza sforzo è riuscito ad attrarre un capanello di vacanzieri che gli si sono fatti intorno per ascoltare, prima uno-due, poi cinque o sei, alla chetichella, fermandosi quasi casualmente e restando per un’ora, assorti come discepoli intorno al Maestro.

Il Bibo dispensa bonariamente la sua miscela quotidiana di consigli, storielle divertenti e ritagli della Panarea che non c’è più. Gli altri ammirano la sua modestia (la modestia di tutti coloro che sono sicuri del proprio status), la sua autoironia dosata con la perizia di un alchimista sociale (il Bibo non è di quelli che si vantano di andare forte in macchina: il Bibo sa che si è molto più simpatici a ridere della propria paura di andare forte in macchina, e fra l’altro è pure sincero – un po’).

E in effetti, nello spirito, se non geograficamente, Panarea non è affatto lontana da Madonna di Campiglio – anzi, per quelli come il Bibo, Panarea e Campiglio sono come il giardino e il salotto: due ambienti familiari fra cui fare la spola per trovare il genere di confort che meglio si adatta ai diversi momenti della giornata (o dell’anno). Del resto già negli anni Novanta, in Caro Diario, Nanni Moretti prendeva in giro la patina chic (non radical-: solo chic) di Panarea, parco giochi agostano del professionista milanese in cerca di un ragionevole compromesso fra la natura selvaggia e la boutique griffata (a Panarea sono entrambe rigogliose).

Panarea è un paradosso: non ci sono strade carrabili e sono vietate le macchine, eppure (o forse proprio per questo) fra tutte le isole Eolie è certamente quella dove più alto è il rischio di essere investiti. Perché l’assenza di mezzi di trasporto degni di tale nome lascia via libera alle golf cart elettriche che sfrecciano senza tregua sull’unica strada dell’isola dalla mattina alla sera. Chi guida questi trabiccoli letali sono i tassisti o gli albergatori dell’isola, gente che conosce ogni curva del percorso come il naso che vede ogni giorno nello specchio e si sente in dovere di mostrarlo, pilotando come Barrichello che cerca di fare il record della pista di Monza: cioè male e veloce. Il motore elettrico non fa rumore e quindi non hai neanche il preavviso del loro avvicinarsi: tu, povero ingenuo allettato dall’idea di vivere l’isola a piedi, fai appena in tempo a buttarti alla disperata fra i fichi d’india sul bordo della strada prima che il macchinino, più infernale di Christine, ti sfiori; alla guida un anziano indigeno con la sigaretta semispenta in bocca, nei posti dei passeggeri didietro il Bibo e la Lilli che ti sorridono con clemenza.

In trent’anni, questa fauna produttiva e benestante non ha fatto che crescere: ogni estate, centinaia di Bibo, proprio come gli gnu nel parco del Serengeti in Tanzania, affrontano la migrazione da Milano centro a Panarea spiaggia; ogni inverno, come le cicogne norvegesi, gli stessi esemplari compiono la migrazione da Milano centro allo skilift di Madonna di Campiglio. Una volta arrivati si raggruppano come i pinguini sulla banchisa nei documentari di David Attenborough e si raccontano i rispettivi viaggi. D’estate si parla delle ultime/prossime vacanze invernali, d’inverno si parla delle ultime/prossime vacanze estive. Una vita in equilibrio fra il rifugio nel seno materno del passato e l’audacia di andare incontro al futuro, confortati dalla certezza che entrambi sono ugualmente foderati di bambagia.

La sera, il Bibo e la Lilli passeggiano tranquilli per l’unica strada di Panarea, senza fare troppo caso alle vetrine delle boutique chic, perché le conoscono come se le avessero allestite loro. È solo all’ultimo momento, quando sanno di essere di fronte alla boutique che fa al caso loro, che si abbattono al suo interno con un movimento rapido e improvviso, come gabbiani a pesca di sardine. Dieci minuti dopo sono di nuovo a passeggio, freschi di pareo a duecentocinquanta euro e pronti per l’aperitivo.

L’aperitivo, il Bibo e la Lilli lo faranno nel solito baretto. Che attenzione, non è mica il locale più ostentatamente chic del paese. Perché dovete sapere questo: che il Bibo non è il proverbiale milanese imbruttito – quello che infesta come una zanzara tigre le vie della movida nell’amato capoluogo. No, il Bibo ne è la versione raffinata e irresistibilmente affascinante, nella sua goffa eleganza: e infatti sarebbe capace di conquistare anche i membri più irriducibili di un collettivo trotzkista.

Il Bibo non lo troverai mai fra i cafoni del Billionaire o i modaioli della Riviera. Il Bibo non ha bisogno di aumentare l’autostima esibendosi su Instagram. Il Bibo non alza la voce, non fa battute sui “terùn”, non dice “taaac”. Il Bibo è felicemente sposato da quarant’anni con la stessa donna e non gl’interessa l’upgrade con una modella pescata con Porschino in Montenapo durante la settimana della moda. Il Bibo non snobba il prossimo suo. Il Bibo è genuino nella sua superiorità. Se il milanese imbruttito è il manager rampante o l’imprenditore con la fabbrichètta, il Bibo è uno degli ultimi esponenti l’aristocrazia terriera. Le sue serate a Panarea finiscono con il caffè e il conto alle undici: la sua più grossa trasgressione è il cannolo come dolce.

Ecco perché, dicevamo, la sera il Bibo non lo trovi sulla terrazza dell’hotel Lisca Bianca, che è un lounge bar a metà fra Manhattan e le mille e una notte, un locale modaiolo buono giusto per i turisti allocchi – cuscini, luci di candela, mojito annacquato a sedici euro e versioni soft-jazz dei classici pop degli anni Ottanta. No, il Bibo va al baretto sul molo, perché il Bibo è una persona di raffinatezza autentica, non costruita, e sa che nei paesini di mare il posto migliore per andare a bere qualcosa è sempre quello di fronte al porticciolo.

D’accordo, lascia stare che al bar del porticciolo hanno una carta dei gin con venticinque scelte tutte a venti euro e a mo’ di stuzzichini ti portano vol au vent in dieci varianti, crostini da pucciare nella salsa del giorno (ogni giorno una salsa diversa, ovviamente), assaggini di parmigiana di melanzane, involtini di alici marinate e così via: un apericena che manco alle colonne di San Lorenzo. Resta il fatto che sei seduto al bar sul molo, con vista sul traghetto che abbassa il portellone, gli scooter parcheggiati, i ragazzi del posto che afferrano la gomena e la passano intorno alla bitta – vuoi mettere l’autenticità del posto, rispetto alla terrazza lounge che tanto vale andare a Santorini?

Più tardi, verso le nove e mezza, il Bibo fa il suo ingresso al ristorante: saluta affabile il cameriere, s’informa sulla salute della famiglia, su quanto è cambiata la figlia rispetto a un anno fa, accetta con modestia accondiscendente quando il cameriere dice “le ho tenuto da parte il solito tavolo”. Se stai in silenzio, puoi sentirlo dire alla Lilli: “Cosa dici, prendo di nuovo il pacchero allo spada? O ci buttiamo su qualcosa di originale? Ti ricordi quando siamo andati al rifugio su a Campiglio a Santo Stefano che buono che era il capriolo?”

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IL GIORNALE SOTTO L’ASCELLA

Quando uno andava a comprare il Q Magazine, venticinque anni fa, era quasi più bello che andare a comprare un disco.

Lasciatemi fare il vecchio trombone nostalgico (cosa che del resto ormai sono diventati per definizione tutti gli amanti della musica rock – ah, l’ironia della vita!) e dire che entrare in edicola e uscirne con quel giornaletto fra le mani era uno dei rituali più belli del mio intermezzo londinese da ventenne finito nel Paese delle Meraviglie. Sfogliare la rivista voleva dire svelare (letteralmente: perché la pagina che gira è un velo che si solleva) una band, un disco, un nome che avresti amato magari per il resto della tua vita (o forse per una sola notte, ma intensamente). Fatemi suonare ancora più vecchio e più noioso dicendo che un “clic” non può sostituire quel gesto. OK Boomer!

Ma il fatto è che Q Magazine te lo portavi dietro come un feticcio, perché sfogliarlo in metropolitana voleva dire appartenere a una tribù (non è questa in fondo l’essenza del rock?), perché la carta che usavano era diversa da quella di Mojo e del New Musical Express, perché quelle didascalie ironiche servivano a ricordarci che anche la liturgia più sacra si svolge in seno a una specie animale sperduta e imperfetta, che siamo polvere di stelle ma soprattutto polvere, e che sono solo canzonette e non c’è niente di male in tutto ciò.

La mia didascalia preferita fu quella che accompagnava la foto di Fergie (quella dei Black Eyed Peas) che si era fatta la pipì addosso durante un concerto (eroicamente, aggiungo – the show must go on).

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(“Che strano posto per tenere un’ascella”, diceva la didascalia di Q Magazine)

Che poi non c’è solo il discorso vagamente nanni-morettiano della tribù: perché va bene tutto, ma le riviste musicali a Londra costavano care già all’epoca e anche negli anni successivi, a Milano come a Parigi, le poche copie importate le pagavi (e le paghi) quanto uno studio del Canaletto. Quindi va bene andare in giro con la rivista ganza sottobraccio, ma a patto che dentro ci sia qualcosa di bello da leggere. Perché è questo “qualcosa” che rende la rivista ganza, che crea la tribù.

Divenni drogato di Q Magazine quando mi forniva la mia dose settimanale di Britpop, quando Jarvis Cocker e Damon Albarn erano giovani discoli e non vecchi statisti della musica rock. Ma lo rimasi nei venticinque anni successivi perché Q è sempre rimasta la rivista capace di parlarmi della musica “giusta”, di raccontarmi storie interessanti, di maneggiare come un giocoliere qualità e populismo; perché chi ci scriveva aveva bene presente che se il pop smette di essere pop…olare, allora non è niente, perché la ragion d’essere del pop non è mettere insieme belle note, ma comunicare. Nelle interviste ai musicisti potevano chiedere tante cose, ma a nessun giornalista di Q sarebbe venuto in mente di chiedere una minchiata tipo “spiegami come avete lavorato al mixaggio del nuovo album”.

Su Q Magazine potevi stare sicuro di trovare musica di un livello che andava dal buono al sublime, ma che non saresti stato l’unico pirla ad ascoltare.

Purtroppo oggi Q Magazine chiude.

Era inevitable: non si comprano più i dischi, figuriamoci le riviste che parlano di dischi. Q era un prodotto semplicemente fuori dal tempo, sopravvissuto a stento finora solo per il rapporto che ha instaurato negli anni con coloro che ci sono cresciuti, e che oggi hanno sempre meno tempo di sfogliarlo. Come poteva sopravvivere più a lungo?

Forse, come il vinile, avrebbe potuto conoscere un revival quale oggetto d’arredamento, ma a che scopo? E’ già abbastanza triste che sia successo al vinile.

O magari avrebbe potuto cambiare pelle, consacrandosi al pubblico dei babbioni collezionisti, quelli che hanno smesso da tempo di comprare pannolini per i figli e cominciano a comprarli per se stessi, gli unici che leggono ancora riviste musicali. Così hanno fatto le rivali Mojo e Uncut, che coraggiosamente dedicano una copertina dopo l’altra a giovani artisti sconosciuti come Bob Dylan, Neil Young, i Rolling Stones e altri ominidi ritrovati fra i ghiacchi siberiani. Ma che tristezza sarebbe stato, per la rivista musicale che ha sfoderato la copertina più bella, importante e iconica di tutti i tempi, quella della Santissima Trinità matriarcale di Björk, PJ Harvey e Tori Amos. “Hits. Lips. Tits. Power.

O chissà, forse Q avrebbe potuto abdicare definitivamente alla musica e al rock, ripiegare su costume e società come il Rolling Stone, o sulla “politica per i negati” come Les Inrockuptibles – ma per gli amanti della musica non sarebbe cambiato niente, il giornale in quanto rivista musicale sarebbe morto.

Meglio una morte vera, quindi, e dignitosa.

Addio, Q Magazine. Avremo sempre quella copertina.

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SI’… VIAGGIARE…

Prima ho notato il gruppetto di stranieri (non molti a dire il vero, forse una dozzina) che risaliva la rue de Steinkerque: sguardi incerti, impegnati a tenere dietro alla guida, diretti al Sacro Cuore.

Un paio di giorni dopo è stata la volta dei bulgari che fanno il gioco delle tre carte sulla stessa rue de Steinkerque: quelli con la complice biondona che fa finta di giocare e batte le mani quando vince cento euro, mentre il palo sorveglia la situazione venti metri più sotto, all’incrocio, con l’auricolare all’orecchio.

Oggi infine ho visto sfilare lentamente il mesto trenino di Montmartre, quello tutto bianco con la finta locomotiva in testa, e stavolta i turisti erano tanti, tanti da riempirlo, tutti sopra la settantina (sia detto senza razzismo), tutti in bermuda bianchi (sia detto con razzismo).

Segnali funesti che la pace a Montmartre è ormai aggrappata a un filo tenue, fragile quanto quello che tiene insieme i negoziati di una riforma dell’età pensionabile.

Certo non dovrei essere io a fare questi discorsi; io che pure sono straniero, anzi peggio: immigrato! Come oso snobbare i miei simili, i miei fratelli? Solo perché si muovono in gruppi di cinquanta e nutrono la bestia della Airbnb economy, quella che polverizza le flebili speranze dei comuni mortali come me di trovare un dignitoso bilocale in affitto, beh, solo per questo non vuol dire che io abbia il diritto di criticare.

Va bene, prendiamo un altro caso.

Il weekend scorso io e la Babsie siamo stati a Oporto, o Porto, o-staccato-Porto… quella città del Portogallo che non è Lisbona insomma, quella che quando dici “sono stato a Lisbona” c’è sempre l’amico cosmopolita che accavalla le gambe, alza le sopracciglia come quando si fa un’affermazione pesante fingendo di farla con nonchalance e dice “ah… carina, certo… un po’ sputtanata dai turisti, però; dovresti andare a Porto, prima che sia completamente sputtanata anche lei; tra l’altro ti darò l’indirizzo di un posticino segreto per mangiare il baccalà, lo conoscono solo gli abitanti…” Ecco, quella città lì.

(l’amico naturalmente sa benissimo che anche Porto/Oporto è completamente sputtanata, e da tempo; ragion per cui la sua perla segreta è altrettanto esclusiva dei bagni “Onda Blu” di Riccione a Ferragosto; ma siccome lui c’è stato e tu no, sa anche che può godersi impunemente questo momento di superiorità culturale nei tuoi confronti.)

Dicevo: siamo stati a Porto/Oporto che di questi tempi, fra voli annullati e strascichi di pandemia, è tornata proprio come la vorrebbe, nei suoi sogni, l’amico cosmopolita: priva di turisti, silenziosa, portoghese. Strade calme, piazzette tranquille, lungofiume piacevolmente sonnacchioso, niente code per entrare in un museo. E le cantine del porto (quello da bere) infondono il senso di pace che manco una chiesetta di campagna al calar del sole.

Perché lo dico? Per fare a mia volta il blogger cosmopolita (anche se non incrocio mai le gambe perché poi mi va fuori asse il bacino e mi fa male la schiena)? Non solo.

Lo dico per sollevare una serie di oziosi interrogativi morali.

Si ha il diritto di dire “che bello, non ci sono turisti” quando si viaggia? E tu cosa sei allora?

L’unico modo di salvare il mondo è mettere fine al turismo dei grandi numeri?

Ma viaggiare non apre la mente? Non rende più tolleranti? E questi non sono valori da incoraggiare?

E se poi si limitassero i numeri dei viaggiatori, chi avrebbe il diritto di viaggiare? Chi ha i soldi? Rendiamo il viaggio una cosa da ricchi (l’ennesima)?

Ammettiamo anche di voler prendere come positiva la fine dei charter e delle file di pullman, gioiamo pure della scomparsa delle navi da crociera con trentacinque ponti e ottantamila passeggeri che fanno manovra nel santuario delle caretta caretta, ma gli altri?

Gli “esploratori” troverebbero comunque il modo di viaggiare (intendo non gli esploratori come Magellano e Colombo, ma quelli che si arrabattano per trovare da dormire in un villaggio del Laos o saltare su un bus locale in Ecuador), ma che ne sarà dei weekend a Praga, del capodanno in Egitto e del coast to coast negli Stati Uniti? Quei viaggi da terra di mezzo che non sono né viaggi organizzati, né viaggi di lusso, né sacco a pelo selvaggio?

Se i segnali funesti del trenino di Montmartre e dei banchetti del gioco illegale sulla rue de Steinkerque sono da prendere per buoni, non c’è da preoccuparsi: quel genere di viaggio sopravviverà. O forse è proprio per questo che c’è da preoccuparsi: il mondo è spacciato. Ma non subito, non ancora.

La morale è che forse questo è il momento più bello per viaggiare. Anche se più lo facciamo, più in fretta finisce.

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E uscimmo a riveder la Stella.

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O meglio ancora la Leffe, la Grimbergen ambrata, l’Affligem rossa e tutte quelle birre che vanno qui a Parigi. Da consumare sul boulevard, nella rue, sulla place, nell’avenue, sulla square (rigorosamente pronunciato “scuár”), va bene tutto, perfino il quindicesimo arrondissement (oddio, magari quello no, dai): purché si beva questa benedetta birra in una bella terrasse.

Che a Parigi non è la terrazza. Beh, secondo i casi può anche esserlo. Ma di solito a Parigi se dite terrasse volete dire “i tavolini all’aperto”: quelli di bar e ristoranti ovviamente, cioè quelli che noi per qualche ragione chiamiamo con una parola francese (“il dehors”) che, ironia della sorte, i francesi invece non usano allo stesso modo; nel Regno Unito del resto dicono “dining al fresco” per dire “cenare all’aperto”, ma se la metti così a un italiano quello chiama il suo avvocato… insomma sul vocabolario del mangiare e bere all’aperto c’è un intrigo internazionale mica da ridere.

Ma torniamo a noi, e alla nostra birra.

Quel che c’è da imparare oggi è che per i parigini la terrasse è molto importante. Molto.

Capirai, direte, a tutti piace bere una birra o mangiare spaghetti ai frutti di mare all’aperto una bella sera d’estate (tranne che ai pazzi cui non piacciono la birra e gli spaghetti ai frutti di mare), ma per i parigini è diverso. La terrasse è una priorità – un pilastro dell’equilibrio psicologico individuale e collettivo, un fine e un mezzo al tempo stesso; è il qui e ora del popolo, viene appena dopo i figli e prima della casa e del lavoro; qualche volta anche prima dei figli. La terrasse è una questione di vita o di morte.

Le città italiane sono piene di piazzette e di angoli di centri storici sul cui pavé godere l’impagabile, effimero piacere di un bicchiere sotto il cielo, guardando la vita che scorre e i piccioni che sorvolano minacciosi. Ma un cocktail di buon senso, prudenza con il traffico e paura della fuga senza pagare il conto agisce come un santo protettore dei ristoratori, aiutandoli a capire quando e dove sia opportuno piazzare tavolini fuori; il senso del mangiare all’aperto sta nel fatto che il contesto sia gradevole, ecco.

A Parigi invece tavolini e sedie sono piazzati ovunque sia fisicamente possibile, come bandiere piantate a indicare una conquista territoriale. Spuntano lungo grandi arterie urbane farcite di ossido di carbonio, su marciapiedi così stretti che i passanti ti fanno la scarpetta nel piatto con le falde della giacca, fra un’uscita della metropolitana e un cassonetto dell’immondizia da cui i ratti ti fanno ciao mentre rosicchiano quel che resta del cranio di Heidi.

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D’estate la lotta per un tavolino en terrasse a Parigi è peggio della lotta per il parcheggio in zona Isola a Milano un sabato sera alle dieci e mezza. L’interno dei bar e dei ristoranti rimane vuoto e desolante come il piano di rilancio dell’economia italiana, mentre fuori la gente litiga, fa la coda o si sbatte reciprocamente la nuca contro lo scalino del marciapiede per il privilegio di consumare la propria tartare di salmone in mezzo al traffico, con il barbone che fa pipì col peto incorporato e il camion della monnezza che fermenta lentamente al semaforo, avvolgendoti in una nuvola tossica che ti trasforma la tartare in salmone al vapore.

D’inverno i ristoranti parigini spendono il budget di uno Stato centroamericano per riscaldare la terrasse (e l’atmosfera) con eserciti di “funghi” elettrici – e anche in un pomeriggio gelido e umido di gennaio, o in una serata di febbraio che ti sembra di stare con Napoleone nelle campagne russe, i parigini si siedono fuori, le teste sbollentate dai funghi elettrici come patate da pelare, fingendo di non sentire le folate di vento siberiano infilarsi misteriosamente sotto i vestiti, mentre il tè si raffredda più in fretta di quanto ci voglia per l’infusione.

La questione è così importante e delicata da essere entrata nella campagna elettorale per le amministrative di Parigi (vi ricorderete l’insistenza dell’umile, simpatico Macron per tenere il primo turno quando la pandemia era già lanciata col vento in poppa in tutta Europa), con i candidati divisi sull’opportunità di continuare a consumare miliardi di litri di petrolio per scaldare le terrasse in inverno – una pratica altrettanto ecologica del massacrare panda affogandoli nel sangue di balena arpionata di frodo per poi trasportarli in aereo all’altro capo del mondo e bruciarli infine in un gigantesco rogo alimentato da tutti gli alberi dell’Amazzonia. Fra i vari candidati, solo quello dei Verdi (ci mancherebbe) ha osato parlare di vietare il riscaldamento delle terrasse in inverno. Per gli altri non se ne parla nemmeno (“sono l’anima di Parigi”, ha detto una candidata) oppure se ne potrà parlare, sì, ma un domani, o forse in un altro decennio, con molta calma (“in concertazione con le parti interessate”, ha detto un’altra); tipo la semplificazione fiscale in Italia, insomma.

Fin qui, niente che non avrei potuto scrivere già nove anni fa, durante la prima settimana vissuta all’ombra del Sacro Cuore.

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ritocchi finali… quasi pronta per l’apertura

Ma il passaggio dell’adorabile COVID-19 ha fatto fare un grande balzo in avanti al rito pagano collettivo della terrasse. Un paio di settimane prima delle elezioni amministrative (guai a chi pensa male) Anne Hidalgo, sindaca poi guarda caso confermata a Parigi, non ha pensato, no, di chiedere ai parigini di portare la maschera, oppure che so, di rinunciare al saluto col bacio (che è tornato prepotentemente in voga, manco fosse il risvoltino nei jeans). No, complici da un lato la necessità di facilitare il distanziamento fisico e dall’altro il ragionevole sospetto che il contagio sia più facile nei luoghi chiusi, la sindaca di Parigi ha avuto un’idea molto più avanti: moltiplichiamo le terrasse! Parigini, bevete felici i vostri spritz a 12 euro sotto la volta celeste! E magari ricordatevi di chi vi ha dato il permesso di farlo, quando sarà il momento di mettere la croce sul nome nell’urna elettorale, con quella bella penna piena di virus!

Come fossero esseri animati, le terrasse hanno prontamente obbedito: si sono allargate, sono spuntate dove non erano, sono scese dai marciapiedi per straboccare sulla strada. Letteralmente: bar e ristoranti hanno cominciato a recintare pezzi di carreggiata con qualcosa che assomiglia a gigantesche cassette della frutta, occupando il terreno così conquistato con sedie e tavolini.

Naturalmente la scusa del COVID si è rivelata presto per quello che era: sedie e tavolini in queste nuove terrasse sono altrettanto attaccati di quanto lo sono sempre stati a Parigi, perché nella città dove la media del prezzo delle case ha largamente superato i diecimila euro al metro quadro – la media, non la fascia alta – lo spazio va sfruttato come si deve (chi ha preso un caffè a un tavolino parigino sa quanto sia difficile non bere per sbaglio il caffè del tavolo accanto).

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stanno parcheggiando o bevono l’aperitivo?

E così, chiusi dentro staccionate come una mandria di vacche nel vecchio West, i parigini gozzovigliano ancora di più.

Gli effetti sull’arredo urbano sono per molti aspetti positivi: queste nuove terrasse occupano lo spazio in cui prima si parcheggiavano le auto e rendono quindi (ancora) meno conveniente spostarsi in macchina, contribuendo perciò a far diminuire il traffico, i tubi di scappamento e sostituendo un inquinamento acustico sgradevole (motori) con uno più umano (risate e schiamazzi). La socialista Hidalgo sa fare i suoi conti: a Parigi, meno di un terzo della popolazione possiede un’auto e andare in giro in macchina in città è un gesto così reazionario che chi lo fa probabilmente non l’avrebbe comunque votata, una socialista; la terrasse invece è trasversale, piace a destra e sinistra, grandi e piccini, uomini e donne, LGBTQ+, black e white lives, atei e religiosi.

Più terrasse per tutti! Un milione di posti in terrasse!

Queste foto le ho scattate quando ancora le nuove terrasse erano in allestimento, e quindi molte di queste le vedete vuote. Adesso sono partiti gli accoltellamenti anche qui: vecchiette e bambini si spingono sotto gli autobus lanciati in corsa per eliminare i concorrenti all’ultimo posto libero.

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l’ultimo arrivato sta accanto al cassonetto?

E adesso, in questo venerdì, alle ore beer o’clock, è anche per me l’ora di dare la caccia a una terrasse. Personalmente sono combattuto: sarò onesto, non avrei scrupoli a usare le nuove terrasse recintate; ma l’idea di stare seduto proprio sulla carreggiata, rischiando di succhiare un tubo di scappamento invece della cannuccia ecologica del gin & tonic (quella che si biodegrada mentre ancora stai bevendo, trasformandosi in una poltiglia disgustosa e aggiungendo un retrogusto di cartone agli ultimi sorsi), non mi ha ancora del tutto convinto. Tutto sommato cerco ancora di trovare posto sul marciapiede, accanto ai miei cassonetti e al mio barbone che fa pipì.

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Day – lascia stare…

“Emergenza, emergenza!” grida la Babsie dalla zona-cucina (cioè a un metro da me, che sono nella zona-soggiorno).

“Che succede?”

Mi precipito (cioè giro intorno al bancone del piano-cucina) per vedere se c’è da portare soccorsi, ripasso mentalmente le principali manovre di salvataggio, mi pento ancora una volta di non averle mai memorizzate, con tutti i corsi che mi han fatto fare i dottorini senza confini. Ma la Babs ha l’aria di star bene. E’ solo molto agitata e grida cose che non hanno senso.

“E’ tutta piena di detersivo, dobbiamo sciacquarla!”

“Calma, spiegati, cosa è pieno di detersivo?”

“Lei!” dice la Babs, indicando una lumaca.

Una lumaca?

“Era nelle fragole. Le abbiamo mangiate tutte senza vederla, stavo lavando l’insalatiera e lei è spuntata… ma quando me ne sono accorta, l’avevo già coperta di detersivo…”

Hai capito, ‘ste fragole. Le gariguette, costano 20 euro al kilo, perché sono francesi – hai voluto il chilometro zero, la produzione locale? Non vuoi le fragole importate dalle fabbriche del Bangladesh, cucite dai bambini di cinque anni? Eh, le devi pagare! E poi ci trovi pure la lumaca! Sarà buon segno, per la qualità del prodotto?

La lumaca è stata tratta in salvo sullo scolapiatti. Farà sì e no due centimetri di lunghezza. Parte un’operazione di risciacquo approssimativa ma efficace: le gettiamo addosso bicchierate d’acqua che è come se mi facessero la doccia con le cascate del Niagara. L’importante è agire tempestivamente, ci diciamo: le lumache non dovrebbero avere ossa e articolazioni, quindi anche se il risciacquo è un po’ violento, la nostra trovatella non rischia lussazioni e fratture.

“E ora?”

Già, e ora?

“Beh, dobbiamo liberarla.”

“Certo, liberarla.”

“Bene.”

“Bene.”

Liberarla… e dove? Viviamo al quinto piano di un palazzo circondati da una giungla d’asfalto. Che fai, la lasci alla fermata dell’autobus e le dici la Gare du Nord è la quarta fermata?

“Ci penseremo domani. Intanto togliamola dallo scolapiatti. Non mi sembra una soluzione pratica nel lungo periodo.”

L’unico posto che mi viene in mente, per farle passare la notte, è il vaso della pianta – l’unica pianta che abbiamo, sopravvissuta contro ogni pronostico a otto anni delle nostre improvvide cure. La pianta highlander è la cosa più vicina alla natura che si trovi in casa nostra.

“Ma non se ne starà buona lì dentro, uscirà!” mi mette in guardia la Babsie.

“E capirai, se esce che può fare, toccare i miei vinili?”

“Mmhhh, ok. Ma quella si riproduce per partenogenesi, domattina ce ne troviamo cento!”

“Eh… non credo funzioni così – quanto meno non così in fretta… e poi sembra una baby-lumaca, a quale età le lumache diventano sessualmente attive?”

Consideriamo brevemente i pro e i contro. Deciso che non ci sono alternative più interessanti, la posiamo delicatamente al centro del vaso della pianta e andiamo a fare la nostra serata su Zoom con gli amici. Qualche ora più tardi, a letto e praticamente sul punto di spegnere la luce, grido: “La lumaca! Non abbiamo più controllato se sta bene!”

Sconvolti dalla nostra negligenza, corriamo in soggiorno (la corsa dura circa un secondo e mezzo) e guardiamo nel vaso: sparita!

Prendo la torcia del telefonino per cercare meglio e… amici, ecco una dritta per voi: se mai cercaste una lumaca fuggiasca, sappiate che la sua scia bavosa brilla nella luce della torcia del telefonino!

Fatta questa sensazionale scoperta, seguiamo la traccia di bava che dal centro del vaso, dove l’avevamo messa, punta dritta al bordo e… lo scavalca! la Babsie aveva ragione, la nostra lumaca ha uno spirito indomito. Per fortuna non è andata lontano (…) e si è fermata sul lato esterno del vaso: la troviamo attaccata lì che sonnecchia.

“Bisogna rimetterla nel vaso. Se la perdiamo per l’appartamento, chi la ritrova?”

“Già, dico. Un giorno, camminando, sentiremo un ‘crack’ sotto il piede e sarà troppo tardi.”

Sì, ma come farla stare buona nel vaso? Questa lumaca è peggio di Houdini.

“Insalata!”, grida la Babsie. “Abbiamo dell’insalata. Diamole una foglia.”

Così facciamo. Prendo una bella foglia di lattuga (prendo quella un po’ più esterna ed appassita, mi dico che le lumache devono essere di bocca buona) e per assicurarmi che il messaggio sia recepito, questa volta poso la lumaca direttamente sulla foglia d’insalata.

Andiamo a nanna tranquilli, perché insomma, la lumaca sarà anche una specie di globetrotter, ma chi rinuncia a una foglia d’insalata che fa venti volte la sua taglia? E’ come se mi lasciaste di fronte a una pizza delle dimensioni di un parcheggio. Se passate fra una settimana, mi trovate ancora lì che chiedo come scaldare il resto. Prima di spegnere la luce, ci diciamo che l’indomani la porteremo nel cortile del palazzo: non sarà un giardino ma ci sono quattro piante, certamente le farà meglio che stare nel nostro vaso.

L’indomani arriva e…

… vittoria! lei/lui (le lumache sono ermafrodite, vero?) è ancora lì: la/lo troviamo sulla sua foglia, easy like Sunday morning. Sulla foglia ci sono due buchi dal diametro impressionante: in una notte, la lumaca ha fatto fuori più insalata del suo peso corporeo.

Dovremmo portarla giù in cortile, abbandonarla fra le piante, ma per il momento soprassediamo. Ci siamo già affezionati al nostro nuovo animale domestico. E’ silenzioso, tranquillo, discreto. Sbava un po’, ma si vede solo quando accendi la torcia del telefonino.

Puoi stare con noi per il weekend, Escort-girl*!

* Capito? escargot, escort-girl.

Versione 2

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Day 27 (Pasqua)

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Nuovi segnali di disperazione e di resilienza.
Ieri sono andato al minimarket qui vicino a comprare la pasta brisé per fare la torta pasqualina a Pasquetta (era prima che ci accorgessimo con disappunto che i carciofi francesi non vanno bene per la torta pasqualina).
Nel darmi il resto, la cassiera ha toccato la mia mano. Non sfiorato, lambito, rasentato: proprio toccato.
Era il primo contatto fisico con un essere umano che non ho sposato da quattro settimane. E’ stato bellissimo: ho provato un’emozione intensa, giuro che mi son sentito risorgere, altro che Gesù. Ho sentito una scossa elettrica che mi attraversava (forse era il virus che passava in me). Sono tornato a casa cantando e ballando come Bjork nel video di “It’s Oh So Quet”.
Poi a malincuore mi sono lavato bene le mani, a lungo ed vigorosamente come si deve. Ma quella cassiera non la dimenticherò mai.

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Day 5784

Descrivi la tua vita con un’immagine.

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Day – ho perso il conto

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Cambio di stagione più virtuale della mia esistenza: fatto.

Che poi è semplice: qui l’armadio è un solo ed è pure piccolo, quindi il cambio consiste nel fatto che ho messo via la sciarpa, due cappelli di lana e i guanti per la bici.

Forse però sono andato troppo in fretta. Non è detto che il confino duri fino a maggio.

Potrebbe durare fino a quando la sciarpa sarà di nuovo utile.

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