IL GIORNO DELLE COLF

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Sto guardando i funerali di Johnny Hallyday in televisione e non so perché.

Mi rendo conto, ma già lo sapevo bene, che non conosco nemmeno una canzone di Hallyday. Nemmeno una. Né un titolo, né un motivo da fischiettare. È più che dire che non mi è mai piaciuto: non ho mai avvertito la minima curiosità nei suoi confronti, mai il desiderio di ascoltarlo giusto per farmi un’idea. E tutto ciò, nonostante io abbia da sempre un debole per il trash.

Scopro oggi che era l’idolo dei biker francesi (immaginate gli Hell’s Angels, ma che alle risse preferiscono il sidro e il Camembert). Scopro anche che Sylvie Vartan è stata sua moglie perché un giornalista lo sottolinea, vedendola entrare nella chiesa della Madeleine in centro a Parigi.

L’unica cosa che so di Johnny Hallyday, nelle immortali parole di una mia collega di Medici senza frontiere una sera a Mosul, è che si trattava del “rock delle donne delle pulizie” (absit iniuria verbis.)

Non ha avuto i funerali ufficiali di Stato, mi dicono dalla TV, solo perché la famiglia li ha rifiutati, assecondando i suoi desideri pseudo-rock, da ribelle con il lifting. Immaginatelo sepolto al Panthéon, fra Voltaire, Rousseau, Hugo e Zola. Invece no. Ma ha avuto comunque l’omaggio dello Stato, ha avuto presidenti ed ex presidenti che fanno discorsi, tutti gli attori e le attrici francesi che contino qualcosa, e gli Champs-Elysées e la Place de la Concorde bloccati per un corteo di polizia impressionante, roba che manco JFK.

“Cari compatrioti…”, inizia Emmanuel Macron, commosso e solenne, infilando nel discorso funebre una citazione di Victor Hugo. E pensare che Hallyday non era nemmeno un vero francese! Era mezzo belga!

C’è qualcosa di vagamente surreale nel vedere Monsieur Le Président accanto ai predecessori Sarkozy e Hollande, tutti e tre con l’aria rattristata, mentre settecento motociclisti ultracinquantenni con il giubbotto di pelle sfilano fra due ali di folla che intona le sue canzoni (incidentalmente, hanno tutti la faccia da donna delle pulizie, anche i maschi).

La prefettura, che come sanno i manifestanti italiani si tiene sempre bassa su queste cifre, stima che un milione di persone abbiano partecipato all’evento. Gli organizzatori non danno i numeri. Ecumenicamente, stavolta sono tutti d’accordo.

No, dico: immaginate il centro di Roma bloccato per i funerali di Vasco Rossi, Mattarella sul sagrato di San Pietro con l’occhio lucido che ricorda il clamore di Vita Spericolata a Sanremo mentre qualche metro più in là Berlusconi, Renzi e Grillo si stringono nelle larghe intese della canzone popolare.

Bowie e Prince, l’anno scorso, si sono dovuti accontentare di un sobrio tweet da parte dei loro rispettivi capi di Stato e di governo.

Sono troppo cinico? Mannò, in fondo sono qui a guardare i funerali in televisione, anche se continuo a non sapere perché: c’è un sole splendido là fuori, Montmartre mi sorride.

A dire il vero, non credo sia Hallyday a interessarmi in questo momento (a dire ancora più il vero, lo sapevo fin dall’inizio). È il vedere tante persone raccolte intorno a un momento unico che non mi lascia mai indifferente. Mi spinge, in qualche modo, a stare lì anch’io, magari da lontano (soprattutto quando fa freddo), senza peraltro partecipare per forza a quel che sentono e che pensano.

E non parlo di un concerto musicale, o di uno stadio pieno di tifosi. Quelle dei fan a un concerto o dei tifosi allo stadio sono tribù. La tribù è qualcosa di bello, perché unisce delle persone intorno a una passione o a un’identità comune, ma è anche qualcosa di chiuso: o fai parte della tribù o ne sei escluso. Destinato a non capire e non essere capito.

Attorno a momenti di passaggio come questo, invece, momenti che abbracciano una fetta più ampia e indistinta di popolazione, unita solo da quest’espressione da donna delle pulizie, io vedo il fenomeno (nel senso di manifestazione osservabile) del nostro essere, come diceva Montesquieu, animali sociali. Ecco cosa mi attrae. Ecco cosa mi rende quasi drogato di questi momenti.

Forse ho bisogno di questi momenti per vedere la società umana oltre la sua riduzione a entità atomizzata oltre ogni speranza, oltre la solitudine spirituale a cui l’esasperazione dell’individualismo degli ultimi trent’anni ci ha un po’ condannati.

In realtà, quindi, sono ancora più pappamolla dei fan di Johnny Hallyday.

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PANE, AMORE E SATANISMO

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Lo so che vi chiedete tutti, da sempre, com’è un concerto di Marilyn Manson.

No, non serve a niente negare, non fingetevi indignati. No, non giratevi dall’altra parte; non fate risolini sarcastici. Siamo fra noi, non ci vede nessuno: avanti, ammettetelo. Vi sentirete meglio. Fidatevi. Fatto? Bravi. Vi sentite meglio? Ve l’avevo detto.

Certo è difficile parlare di Marilyn Manson. Perché appena uno si azzarda a biascicarne il nome, si ritrova in mezzo al fuoco incrociato di due fazioni che sembrano le contrade della Chioccola e della Tartuca al Palio di Siena. Provate ad aggirarvi per la Chiocciola con i colori della Tartuca e capirete (ma non vivrete per raccontarlo). In confronto, Roma-Lazio è un gemellaggio.

La prima delle fazioni, nel caso di Manson, è quella che “Oddio, il diavolo, l’anti-Cristo, chi salverà i nostri poveri figli!” (una reazione, bisogna dire, che fa molto metà anni Novanta).

La seconda è quella che “Ma sono solo buffonate, è puro marketing, è tutto finto!” (una reazione più in linea con i primi anni Duemila).

Entrambe le reazioni, naturalmente, sono fuori strada.

Sono fuori strada perché non colgono il senso del discorso. Il rock è spettacolo e creazione di personaggi fin da quando Elvis si riempì i capelli di gel e Johnny Cash si mise a vestirsi solo di nero. Buddy Holly decise che cantare con gli occhiali lo avrebbe distinto dagli altri, Little Richard suonava il pianoforte in piedi e con il viso truccato. I Beatles si lasciarono crescere i capelli sulla fronte, il manager dei Rolling Stones ebbe la geniale idea di coniare la famosa frase “lascereste vostra figlia sposare un Rolling Stone?”; Peter Gabriel e i Genesis andavano in scena vestiti e truccati come fiori, Bowie era diventato un alieno dal sesso indefinito, i punk s’infilavano spille da balia dappertutto e i Cure si riempivano le labbra di rossetto sbavato.

Tutto ciò è spettacolo. Lo è, indipendentemente dal fatto che alcuni musicisti siano stati più “se stessi” anche attraverso il loro personaggio pubblico (questione importante per la nozione un po’ “old school di rock come musica pura, ribelle, sovversiva; ma irrilevante dal punto di vista artistico). E questo spettacolo non è un’appendice, una mera confezione: è parte integrante del rock (e del pop).

Serve anche a vendere? Ci mancherebbe. Nessun musicista aspira a fare il postino per mantenersi mentre scrive canzoni. Lode ai duri e ai puri, ma alcuni fra i più grandi musicisti rock di sempre, artisti di valore assoluto, si sono messi a fare musica sognando di girare in Rolls Royce, fare il bagno nello champagne e sfasciare camere d’albergo, lasciando in fondo a ogni tournée una denuncia per danni di quindici fantastiliardi.

Non importa se Johnny Cash, leggendo la Settimana Enigmistica la domenica mattina in casa sua, non si vestisse di nero. Non per questo diventa meno interessante il Johnny Cash che suonava a San Quintino o Folsom Prison.

Anche Paul McCartney racconta, da adorabile primadonna qual è, di essere stato lui il primo a (s)pettinarsi i capelli in quel modo; gli altri tre lo copiarono perché capirono che quella zazzera faceva proprio figo. Non pensavano mica che il taglio di capelli avrebbe migliorato la qualità delle loro armonie eh: pensavano alle ragazze e al successo. Questo rende la zazzera dei Beatles meno rivoluzionaria? No, perché in fin dei conti, riuscì nell’essere una provocazione forse anche più di quanto si aspettassero (il web pullula d’interviste ai Beatles in cui giornalisti dall’aria inorridita o sarcastica chiedono loro “quando pensate di andare a tagliarvi i capelli? sperate di essere ancora di moda l’anno prossimo?”).

Che poi il posto nella storia della musica i Beatles se lo siano conquistato più con le canzoni che con le zazzere è innegabile; ma quale, fra le due cose, abbia più contribuito alla rivoluzione culturale (giovanile) di cui la band è stata co-artefice, resta da vedersi. E comunque non è utile porsi la domanda: torneremmo all’abbaglio della contrapposizione fra “musica = valore artistico” e “immagine = marketing”. Che è un abbaglio perché il rock non è solo canzoni, ma anche immagine, personaggi, simbologia, ritualità. Spettacolo, appunto.

Quel che fa il signor Brian Warner, quando si trasforma in Marilyn Manson, è questo. Che ne abbia beneficiato in popolarità, è un’evidenza; che l’abbia pagato in credibilità è altrettanto palese.

Comunque, bando a questo rapido preambolo: il concerto, dicevamo!

Una rapida occhiata intorno a me, fin dal primo passo all’interno dell’orribile, freddo, sporco palazzetto di Bercy (un Forum di Assago parigino, per i milanesi), mostra una confortante eterogeneità socio-demografica. Forse è la prima volta da quando vidi i Duran Duran nell’87 che ho l’impressione di vedere più donne che uomini. Anzi, più ragazze che ragazzi dovrei dire,  perché i giovani sembrano più numerosi di noi dodicenni di mezza età (if you know what I mean). Ogni tanto spunta qualcuno vestito di pelle e truccato a dovere, ma sono pochi. Il che, pensandoci, è normale. Quando vai a vedere un film western, mica ti aspetti che il pubblico sia fatto di pistoleri.

Prima di Manson, ci tocca il consueto “gruppo di spalla”. Che in questo caso non è un gruppo ma un tizio con un Mac, che si mette sul palco e comincia a selezionare canzoni da iTunes. Sì, tutto qui. Avrei potuto farlo io e francamente ci sarebbe andata meglio a tutti, perché ‘sto tizio sceglie solo pezzi ambient-elettronici manco buoni per ballare, tanto sono lenti. Diverse volte la gente si mette a fischiare: non una o due persone, ma tanti, tantissimi: fischi che piovono manco fossimo a San Siro, quando Centofanti sbagliava un cross. Un’ostilità del genere non si vedeva probabilmente dall’81, quando Prince fece da spalla ai Rolling Stones, vestito in questo modo:

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Capite che per il pubblico dal vivo degli Stones nell’81, composto da rocker bianchi fra i trenta e i quaranta, amanti della birra Bud e delle auto di grossa cilindrata, l’unica reazione logica di fronte a un nero in autoreggenti e perizoma tigrato che faceva musica funk era di cacciarlo dal palco a bottigliate, e così fecero.

Ecco, il nostro tizio con il Mac sul palco non prende le bottigliate ma viene sommerso da bordate di fischi, per altro ben meritati. Se fossi il Dittatore Mondiale (Altruista e Benevolo), nell’interesse dell’umanità proibirei di andare in scena con un computer. Di qualsiasi marca.

Ma quel che rovina sempre un po’ le cose, ai concerti, sono i telefonini. E qui in Francia, devo aggiungere, le chiacchiere. Perché la gente va ai concerti per guardare lo spettacolo attraverso un telefonino e chiacchierare? E’ molto più comodo farlo a casa propria! Quelli che poi trasmettono in diretta su Facebook, ma v’immaginate? Sono andato a un concerto, e perché? Per farlo vedere agli altri.

Se fossi il Dittatore Mondiale (Altruista e Benevolo), nell’interesse dell’umanità, proclamerei una legge che obbliga ad andare ai concerti da soli e senza telefonini. Così, niente chiacchiere, niente foto, niente video. Tra l’altro, sarebbe molto più propizio a un pieno godimento dello show.

La sacralità blasfema dello spettacolo è alquanto sabotata dallo sfortunato incidente che ha visto il nostro buon Brian/Marilyn rompersi una caviglia di recente, proprio durante un concerto: se immaginate un metallaro satanico-gotico di mezza età che si barcamena fra stampella e sedia a rotelle, capirete cosa intendo.

Da consumato uomo di spettacolo, comunque, lui se la gioca furbamente, perché si sa che fra una caviglia rotta e l’essere malato di mente / indemoniato, il passo è breve. Quindi, avendo bisogno di qualcuno che lo aiuti negli spostamenti da un trespolo all’altro sul palco, tanto vale rinunciare a nascondere l’aiutante, anzi: vestiamolo da medico! E facciamo la scenetta dello psicolabile sorvegliato a vista in un manicomio! Al prezzo di qualche goffo rallentamento, quindi, la faccia è salva. E comunque, fra questo pubblico satanista-gotico-mangiatore di pipistrelli, la compassione sembra prevalere sulla voglia di sangue.

Del resto, era chiaro fin da prima del concerto. Ne avevo perfino avuta una dimostrazione.

La scena: saranno le sei e mezzo-sette, sto seguendo la coda lungo il percorso transennato verso l’ingresso del palazzetto. A una ventina di metri da noi, un signore sta sbraitando contro gli agenti di sicurezza perché vorrebbe attraversare la piazza per rientrare verso casa, ma le transenne lo obbligano a un giro lungo che gli farà perdere preziosi minuti.

“È uno scandalo, sono un cittadino onesto che paga le tasse, è una vergogna, un sopruso, io denuncio tutti!”

Quelli della sicurezza sono inflessibili. Pioviggina e fa freddo. La figlia del malcapitato, che a occhio e croce avrà otto anni, osserva sconsolata senza osare lamentarsi. Probabilmente questo sarà uno dei pochi ricordi di quell’età che le rimarranno, tristemente, per tutta la vita, traumatizzandola. Il padre continua; e urla così forte che noi, dalla coda, non possiamo fare a meno di girarci tutti a vedere cosa succede.

“Ma non si rende conto che sta tenendo sua figlia in ostaggio della sua scenata, col freddo e la pioggia? Ma non ha cuore per la bambina?” fa il ragazzo davanti a me nella coda. Indossa uno spolverino di pelle nero, un collare borchiato e il rossetto pure lui nero.

Stiamo cominciando a pensare che il tizio voglia passare la serata a litigare con la sicurezza, quando, a un certo punto, insperatamente, lo vediamo girare i tacchi. Se ne va. Ma non appena ha preso qualche metro di distanza dalla ragazza addetta ai controlli, vigliaccamente le grida “ta gueule!” (vagamente traducibile dal francese come “vaffanculo”).

“Buuuuuh!!!”, gli fanno in coro tre o quattro ragazzi intorno a me nella fila, manco fosse un altro terzino dell’Inter, facciamo Gresko o Cirillo, che sbaglia un altro cross a San Siro (succedeva spesso).

“Oh”, dice uno dei tre ragazzi, “come si permette di insultare così una persona che sta facendo solo il suo lavoro!”

Ma sono a un concerto di Marilyn Manson o Cristina d’Avena? Non ci sono più i satanisti di una volta.

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CONVERSIONE RELIGIOSA

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Mi ricordo nitidamente, come fosse ieri, quel pomeriggio soleggiato del 2005 (o era una mattina nuvolosa del 2004?) nell’ufficio di Segrate. Il collega Damiano era tutto emozionato perché la sera (o era l’indomani?) sarebbe andato a vedere i Rolling Stones in concerto a Milano. Ricordo che lo guardai con quell’accondiscendenza che di solito si riserva all’anziano vicino di casa i cui neuroni sono sempre più missing in action. Sorridendo gli chiesi: “I Rolling Stones? Ma non sono un po’ vecchi?”

Ebbene, sono passati dodici (o tredici) anni da quel giorno, da quando Damiano andò a vedere i Rolling Stones. I quali nel frattempo non sono più “un po’ vecchi”: hanno chiaramente raggiunto lo stadio delle mummie, degli animali imbalsamati, dei fossili che vanno datati col metodo del carbonio 14. Nel prossimo film della serie di Jurassic Park, tre Keith Richards creati in laboratorio verranno liberati insieme a otto velociraptor e cinque diplodochi in un’isola remota del Pacifico, ma uno dei Keith Richards riuscirà, dopo aver sbranato gli altri dinosauri, a nascondersi in una petroliera di passaggio e sbarcare a Los Angeles, dove semina il panico. Ecco, questo è quel che sono diventati i Rolling Stones.

E io, oggi, nell’anno del Signore 2017, sono eccitato come non mi capitava dalle elementari: perché finalmente li andrò a vedere! per la prima volta in vita mia!

“Ma non sono un po’ vecchi?”, vi chiederete.

Vorrei rispondervi ma non ho tempo per domande così sciocche. Sono concentratissimo a fare in modo di godere al meglio di questa rara esperienza.

Per cominciare, da un mese a questa parte non ascolto altro che Rolling Stones. Ogni volta che mi avvicino allo stereo, la Babs sospira rassegnata e si lascia scappare un “oh no… ancora loro?”

Ascolto in continuazione perfino Blue and Lonesome, la loro raccolta di cover di vecchi classici del blues, una delle operazioni musical-commerciali più paracule concepite dai tempi di USA for Africa.

E poi mi sono (ri)visto il documentario Crossfire Hurricane, che racconta la storia della band dagli esordi fino all’inizio della fase-museo degli anni Ottanta. Mi sono limitato a quello perché faceva poco tempo che avevo rivisto il film-concerto Shine a Light di Scorsese e pure Gimme Shelter, altro documentario, questa volta dedicato al disastroso mega-concerto gratuito che gli Stones tennero ad Altamont in California nel 1969 (doveva essere “la Woodstock dell’Ovest”, finì con un fan ucciso dagli Hell’s Angels, disgraziatamente assunti per gestire la sicurezza e pagati con casse di birra; ma dico, se li dovete pagare con la birra, quanto meno non pagateli anticipatamente!)

In breve, la mia adrenalina pre-concerto cresce smodatamente, finché, nei giorni immediatamente precedenti alla gran serata, mi ritrovo a pormi domande tipo “come ho potuto pensare per tutti questi anni che esistessero altre canzoni degne di essere ascoltate oltre a Jumpin Jack Flash?” e roba del genere; insomma, con il senno di poi, sto accusando una lieve perdita di lucidità.

Arrivate infine le due di un mite e soleggiato pomeriggio sul finire dello scorso ottobre, mentre mi accuccio accanto alle transenne di fronte all’arena insieme a qualche decina di fan incalliti, la mia eccitazione raggiunge i livelli da “Paolo Rossi dopo il terzo gol al Brasile nel 1982” o anche “Giulio Cesare che sta pensando a una frase da lasciare ai posteri mentre scuote i sandali per togliere la ghiaia del Rubicone.”

Ma insieme a questa eccitazione si affacciano i dubbi.

Se erano un po’ vecchi quando io, praticamente bambino, lavoravo alla Microsoft a Segrate, in che condizioni saranno oggi? Negli anni trascorsi da quella chiacchierata con Damiano, io ho giusto fatto in tempo a trasferirmi a Parigi una prima volta, tornare a Milano, riprendere l’università per studiare giornalismo, fare il giornalista per diversi anni, ri-trasferirmi a Parigi, partire per Haiti, tornare a Parigi e restarci per tre anni con i Dottorini senza confini, ripartire e ritornare di nuovo… insomma: per sintetizzare i miei dubbi, citerò l’amica O., la quale, saputo che mi troverò quasi sotto al palco, teme che da quella distanza io possa vedere la maschera mortuaria di Keith Richards troppo da vicino e restarne traumatizzato.

Trascorse sei ore tranquillamente assiepato all’esterno dell’arena (sono volate, fra l’altro, equipaggiato com’ero con gli ultimi tre numeri di Rock & Folk), seguo la coda che si anima d’improvviso all’apertura dei cancelli, comportandomi come un bravo cittadino fino a quando ho superato tutti i controlli, momento nel quale mi trasformo in un Usain Bolt con la cattiveria del wrestler The Undertaker; e, sprintando e sgomitando come in una finale olimpica, prendo posto vicino al palco come speravo. Non proprio sotto il palco, eh, perché quella sezione è riservata ai fortunati possessori dei biglietti della categoria “Pappone”, venduti a circa due milioni di euro l’uno, perché il rock è proletario e popolare, si sa. Ma mi ritrovo insomma abbastanza avanti da rendere fondati i timori dell’amica O. circa l’impressione che mi faranno le rughe e la bava agli angoli della bocca di Keith.

Il pubblico intorno a me, a occhio, va dai diciassette ai settantacinque anni. A quest’ultima fascia di età appartiene probabilmente un signore scozzese di cui ho dimenticato il nome, nonostante si sia presentato stringendomi la mano come un gentleman mentre minacciava di darmi una testata (un “bacio alla maniera di Glasgow”, si dice un Scozia) perché gli ho pestato la punta dello stivale.

Ma bando ai convenevoli, inizia la musica.

La band di supporto si chiama Cage the Elephant e sarà nota ai più incalliti musicofili fra voi; fa quel genere di rock alternativo e indipendente tipo giovani fichissimi di belle speranze troppo cool per essere commerciali ma anche troppo accattivanti per non avere un modico successo, almeno presso quella fetta di umanità un po’ patetica e in via d’estinzione che ancora fa cose ridicole come comprare riviste musicali. E ci danno dentro, i Cage the Elephant, ci danno dentro di brutto: corrono saltano rotolano e spaccano con volume altissimo; e in altre circostanze, forse, avrebbero tenuto un concerto strepitoso e conquistato il mondo.

Ma stasera no, poverini; stasera, con tutto quel darsi da fare, fanno quasi tenerezza, perché non possono che sottolineare la loro piccolezza, la loro impotente nullità di fronte al Moloch, al Leviatano, alla Morte Nera che we, the people, siamo venuti qui a vedere.

Assistere all’esibizione dei Cage the Elephant prima degli Stones è come venire a un incontro di boxe a Las Vegas e osservare un bambino mingherlino di otto anni che mette un paio di guantoni troppo grandi e mima goffamente diretti, ganci e montanti, mentre Mike Tyson quietamente si concentra nell’ombra.

Mi sto lasciando trasportare?

Ma no! Non dimentichiamo un particolare fondamentale.

Se mi permettete una divagazione ve lo spiego (e so che me la permettete, perché l’articolo l’ho già scritto e pubblicato).

Prendiamo tre nomi: Elvis Presley. Beatles. Rolling Stones.

È come dire, per un appassionato di scienza: Galileo, Newton e Copernico.

O per un filosofo, Socrate, Platone e Aristotele.

Magari non saranno i nomi più in voga al momento, ma sono la storia! È l’inizio di quello che siamo! È qualcosa che va oltre la musica.

C’è dell’altro.

La storia del rock l’hanno fatta anche Chuck Berry e Little Richard, Jimi Hendrix e gli Who. Ma il problema di Chuck Berry e degli Who è che mia nonna non li ha mai sentiti nominare. Se uno spacciatore di trash nazional-popolare tipo Amadeus o il compianto Gianfranco Funari citasse quei nomi nella sua emissione, metà dell’audience non saprebbe di chi stiamo parlando e dell’altra metà, in molti non saprebbero fare il titolo di una canzone. Dai, citate il titolo di un pezzo di Chuck Berry senza usare Google. Meglio (o peggio) ancora, canticchiatelo. Ecco. E lo sapevate che è morto quest’anno?

Se la massaia di Cinisello ha un’idea, per quanto vaga, di chi siano Elvis Presley, i Beatles e i Rolling Stones, è perché quei nomi stanno nel gotha della musica rock di tutti i tempi, ma anche in quello della cultura popolare di massa. L’unica persona che ho conosciuto in vita mia che non avesse mai sentito nominare i Beatles è un anziano dipendente di uno zuccherificio di Mosul, Iraq (e non me lo sto nemmeno inventando, è proprio vero!)

Chuck Berry e gli Who, invece, stanno nel gotha della musica rock di tutti i tempi, ma non in quello della cultura popolare di massa. Nel mondo della scienza, loro sono i Keplero, i coniugi Curie, gli Enrico Fermi. In quello della filosofia sono gli Spinoza, gli Hume e i Kierkegaard.

Ah, c’è ancora una cosa!

Dimenticavo quasi di rivelarvi che Mick Jagger è dio.

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Fermi, con quella fatwa! Non intendo quel Dio; intendo un dio pagano, un dio del rock. Ma un dio, nientemeno.

Di questo sono certo. Quel che non so spiegare è perché lo sia. Forse una spiegazione razionale e articolabile in una frase compiuta non esiste.

In generale, non so dire cosa faccia di certe rockstar delle divinità. Ma quando capita, lo sai.

Non è questione di talento. Keith Richards, per esempio, ne ha altrettanto: ma non è un dio.

Nei Beatles, McCartney certamente non è un dio, mentre Lennon forse sì. Cosa li differenzia? Paul McCartney era secondo me il miglior musicista puro della band; Lennon era probabilmente più grande come artista in senso generale: visione, irrequietezza creativa, bisogno di rischiare. È per questo che Lennon era un dio? Chissà.

La personalità deve averci qualcosa a che fare. McCartney mi è più simpatico. Lennon aveva più carisma. Forse la simpatia non fa un dio, mentre il carisma sì: il dio del rock deve essere un po’ alieno e distante, non un bonaccione con cui scambiare battute davanti a un caminetto (chi ha letto/sentito/visto le interviste di McCartney, sa di cosa parlo).

Mick Jagger è quasi sempre sorridente; ma è il sorriso della canaglia, non del bonaccione. Se quello di McCartney è un sorriso che una ragazza vorrebbe presentare ai genitori, quello di Jagger è il genere di sorriso che farebbe correre i genitori a comprare una cintura di castità.

Non è neanche questione di gusti: agli Stones preferisco Prince, o Bowie, ma né l’uno né l’altro sono un dio. Anche se Bowie, per qualche anno, avrebbe potuto aspirare a esserlo. Quel che l’ha allontanato dalla divinità più di ogni altra cosa, probabilmente, sono certe discutibili scelte di abbigliamento negli anni Ottanta.

Se dovessi citare un altro dio, direi Robert Plant. Quando lo penso giovane, con la sua voce sovrumana, a petto nudo, i capelli lunghissimi, a frustare l’aria con il filo del microfono su quelle canzoni dal suono atomico, mi dico che forse Robert Plant era un dio.

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Ma quando lo vedo oggi (mi è capitato, in concerto, un paio d’anni fa), non mi fa più quell’impressione. Forse ha smesso di essere un dio quando si è lasciato crescere la barba. Al contrario del Dio di fattura giudaico-cristiana, infatti, non è immaginabile un dio del rock con la barba. La barba nella cultura occidentale moderna fa hipster, nonno o comunista: tutti e tre incompatibili con la divinità.

È questione di età? Esiste oggi un dio del rock giovane? Non credo. Ma non è questione di età in senso stretto; è piuttosto una questione di epoca. Oggi non può più nascere un dio del rock perché sono il rock e il mondo a essere cambiati.

All’epoca in cui nascevano gli dei del rock come Elvis, Jagger e Lennon, il rock era ancora quella cosa rivoluzionaria che faceva sognare i giovani e spaventava i genitori. Era quella cosa che trasformava la cultura popolare e provocava gli scontri generazionali più forti che la società occidentale avesse conosciuto (al di fuori dei romanzi di Jane Austen). Era quella cosa che ridava fiato e gioia dopo la seconda guerra mondiale e i suoi cento milioni di morti. Era quella cosa che ti faceva appendere un poster in camera e mimare la chitarra elettrica, non per vincere un videogioco online ma per dare un senso alla vita. Era quell’epoca in cui si poteva dire, senza ridere, che il rock fa la rivoluzione. Allora, le madri inveivano contro i capelli lunghi e spettinati di John, Paul, George e Ringo come oggi forse inveiscono contro le provocazioni di Miley Cyrus.

La differenza è che i Beatles sembravano fare qualcosa di puro.

Vabbè. Quali che siano le condizioni o le definizioni, poco importa: quando una rockstar è un dio, lo sai e basta.

E poiché Elvis è morto, i Beatles non esistono più e Robert Plant si è fatto crescere la barba, i Rolling Stones sono l’unica possibilità per un comune mortale al giorno d’oggi di avvicinarsi alla Trascendenza. A un mondo a metà fra la storia e la fiaba. Un mondo a cui noi, che non eravamo ancora nati, oggi non crederemmo, se non ci fossero chilometri di nastro e di video a documentarlo.

Insomma: starò diventando un povero vecchio sentimentale, ma l’idea di trovarmi fisicamente nello stesso edificio in cui si trovano Mick Jagger e Keith Richards mi dà i brividi, ecco.

Poi inizia il concerto.

Inizia con delle percussioni, quelle che conoscete tutti benissimo: l’inizio di Sympathy For the Devil. Mick entra in scena.

Whoo-ooh!

Keith, Charlie e Ronnie.

Da lì in poi non vi racconto più niente, è un delirio. Lo scozzese dietro di me sarà prelevato e portato via dalla sicurezza durante Jumpin Jack Flash (io non c’entro, giuro). Tutti gli altri urlano e ballano fino all’ultimo.

Tanti anni fa, quando a Segrate posi la famosa domanda a Damiano (“ma non sono un po’ troppi vecchi?”), lui rispose: “Saranno anche vecchi, ma quando la chitarra di Keith attacca gli accordi di Honky Tonk Women…”

Damiano, ovunque tu sia, oggi finalmente ho capito cosa volevi dire.

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IL RISVEGLIO DI MEPU

Cosa penserebbe Jimi Hendrix di tutto questo? E Kurt Cobain?

Aggirandomi fra le bancarelle, sono circondato da campane tibetane, sonagli che suonano in sanscrito, cd audio con il cinguettio degli uccelli indonesiani all’alba, libri sulla variante vegana della cucina crudista, rossetti della slow cosméthique, buste di caffè eco-solidale e barattoli di semi di lino commestibili. E non posso fare a meno di chiedermi se le anime nere e maledette del rock, come Jim Morrison e Amy Winehouse, approverebbero la fiera del bio.

“Che bello, che manna, che nettare degli dei!”, grida la Babs, o almeno lo gridano i suoi occhi silenziosamente.

Io sto scivolando verso uno stato di moderato panico.

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(Chi non ha mai usato cosmetici a base di bava di lumaca? Notate l’indicazione nel bollino sulla sinistra: “bava raccolta a mano” – si accettano donazioni di cucchiaini)

Non ho mai visto delle barbe così strane e così tanti turbanti. Tutti hanno l’aria illuminata tranne me. Cerco una bancarella dove potermi affaccendare qualche minuto, spero di incappare in un prodotto che possa avere uno straccio di possibilità di essere un giorno utile nelle mie mani.

Invano.

Tutto quel che vedo sembra essere concepito con lo scopo di essere, una volta in mio possesso, troppo fragile, complicato o inutile. Grani di canapa indiana da cui però è stato tolto il principio attivo della cannabis. Ombrelli di carta proveniente da progetti anti-deforestazione. Miele fatto da api che godono di vari benefit, tipo cellulare aziendale e assicurazione medica. Un manuale di yoga che t’insegna a tenere per sei ore la posizione del picchio dopo esserti spalmato tutto il corpo di curcuma.

Attenzione! Ecco uno stand di musica! Finalmente! Cosa sarà la musica bio? Janis Joplin che fuma uno spinello di hashish organico? Sticky Fingers dei Rolling Stones con i jeans di copertina fatti di cotone organico da lavoratori maggiorenni e ben pagati? No. La massa di cd che si stende di fronte a me è immensa. Ma le uniche musiche ammesse sono quelle delle arpe celtiche e dei temibili flauti di Pan, oltre al canto delle balene gravide nel Mar dei Sargassi e agli stornelli dell’antico folklore babilonese.

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(l’indispensabile sbobba proteica “Il Risveglio del Buddha”: the breakfast of champions!)

La Babs sta facendo la lista mentale di tutti gli elettrodomestici salutisti che possiamo comprare con la certezza assoluta che non li useremo mai. La priorità viene data a quelli costosi e ingombranti.

“L’estrattore, l’estrattore!”, dice.

“Ma quante volte abbiamo usato quello che abbiamo a casa?”

“Ma quello è un frullatore, cretino, questo è l’estrattore!”

Scambia uno sguardo esasperato con la nostra amica. Mi sento come il cane da passeggio che ha appena fatto la cacca per terra in gioielleria.

A un certo punto ci ritroviamo a discutere dell’opportunità di comprare uno spremiagrumi che se usato bene, non uccide le arance ma le manda direttamente nel Nirvana, mentre alla nostra sinistra un signore panciuto ci sta spiegando che se non ci strofiniamo tutti i giorni la faccia con le radici spappolate di questa pianta carnivora, siamo proprio ignoranti e destinati ad avere rughe profonde, calli ai piedi, sette anni di sfortuna e l’assicurazione auto che scade in permanenza.

Mi guardo intorno, attonito. Perfino nel reparto assorbenti e pannolini del supermercato sarebbe più facile che trovi qualcosa per me.

Nella mia testa sento una voce canticchiare “if you like piña colada and getting caught in the rain, if you’re not into yoga, if you have half a brain”… e sto per capitolare e tuffarmi di testa nelle toilette secche, coi trucioli di segatura al posto delle condotte di scarico.

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(Nelle toilette secche, l’acqua che esce dal rubinetto del lavandino è pipì riciclata proveniente dai gabinetti)

Ma la mia è solo la debolezza di un attimo.

Perché il potere ipnotico della fiera del bio vince, sempre. Basta aspettare il segnale. E il segnale arriva anche per me: si chiama Ben.

Ben è la luce. Ben è la bancarella che sbanca.

Lo vedo e non posso più smettere di guardarlo. È praticamente un sosia sputato del Mago Otelma, ha solo qualche chilo in meno e un filo di barba in più. Forse anche lui fonderà un partito; lo voterei di certo, perché con quello sguardo e quel turbante mi ha ammaliato. Solo stargli vicino mi provoca un desiderio fortissimo di fare un bagno nell’olio di argan e mangiare un chilo di pastone iperproteico della marca “Il risveglio del Buddha”. Osservo gli anelli che espone in vendita: sono fatti di metalli importati dalla terza luna di Saturno e ciascuno ha una sua storia, possiede un’energia diversa e soprattutto tutti sono utilissimi per grattare via la striscia argentata dei gratta e vinci.

Ben, fai di me quello che vuoi! Vendimi un bongo fatto con pelle di renna vegana biodegradabile non inquinante! Un televisore schermo piatto a quaranta pollici in cui le immagini le devi fare tu con le ombre cinesi mentre gli altri guardano! Un diffusore d’incenso che non consuma elettricità perché l’incenso, eco-responsabilmente, salta giù da solo!

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(il meraviglioso Ben, dal vivo e in foto: si assomiglia)

Sono conquistato: ancora pochi minuti e mi ritrovo a trangugiare marmellata bio di arance alla curcuma, spalmarmi le mani di unguenti al profumo di rosa e sto per comprare a soli 40 euro una crema di radici che dovrebbe curare l’artrosi, ma la Babs mi trattiene con la motivazione pretestuosa che non ho mai avuto problemi d’artrosi in vita mia.

Per consolarmi, mi metto ad assaggiare sistematicamente tutti i vini e i formaggi negli stand alimentari, pure allo stand italiano con l’olio pugliese e i pecorini sardi.

Troppo presto arriva il momento di tornare a casa. Lancio un ultimo, languido sguardo a un sapone agli aromi naturali di ginestra muschiata che idrata la pelle, cura le verruche, fa crescere i capelli e le unghie più forti, migliora la tenuta dei pneumatici sotto la pioggia e allunga la durata delle puntate più belle delle tue serie tv preferite… e addio, fino al prossimo anno.

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DEI TORI E DEI SUINI

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Non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta: finalmente! Siamo arrivati anche noi a Magaluf! L’Eldorado! La Terra Promessa! Lo Shangri-là! Un autentico Paese dei Balocchi in cui ci aspetta una falange allegra e compatta d’inglesi ubriachi, grassi e moderatamente pericolosi; i più brillanti dei quali sono arrivati alla licenza media con tante lacrime e sangue (dei professori).

È bellissimo!!! Insomma… ehm, con alcune precisazioni. Mi spiego.

Per chi non fosse al corrente, Magaluf è un ridente villaggio dell’isola di Maiorca, nelle Baleari. Fino a qualche decennio fa, mi dicono, era anche un posto molto tranquillo, graziato da uno scenario naturale eccezionale anche per gli standard già molto alti delle isole del Mediterraneo.

Un bel giorno, narra la leggenda, il padrone di un’agenzia di viaggi di Birmingham si rese conto che gli elementi meno raffinati della curva dell’Aston Villa avevano esaurito tutti gli spazi disponibili della penisola iberica in cui andare in estate a demolire le proprie ossa e cellule cerebrali, nonché una discreta quantità di beni mobili e immobili.

Come fare?

Ogni angolo libero della costa peninsulare era già sfruttato al massimo; Ibiza era occupata dalla numerosa famiglia di Sandy Marton e a Formentera si erano accampati due milioni di milanesi, hinterland compreso, che facevano lo sciopero dell’aperitivo per protestare contro il caro-ombrelloni.

A quel punto, l’intraprendente uomo d’affari si mise alla ricerca di spazi vergini e inesplorati; e capitò in quel piccolo paradiso abbandonato che era Magaluf.

Fast-forward ai giorni nostri e…

https://www.youtube.com/watch?v=2cQX_Jb044A

Ogni estate a Maiorca atterrano in media cinque voli al giorno dalla Gran Bretagna; voli, da da sé, che guadagnano più con i drink venduti a bordo che con il valore dei biglietti; e riversano la crème de la crème in questo paesino che è grande come Camogli e nel giro di tre mesi vede un consumo d’alcol e droghe equivalente a quello di un paese di dieci milioni di abitanti che sono tutti Keith Richards (clonato dieci milioni di volte).

In questo caso però i nostri malcapitati, una volta in preda al delirio e alle visioni indotti dagli eccessi, non scriveranno un fantastico riff di chitarra tipo Brown Sugar o Honky Tonk Women; ma faranno una delle seguenti cose:

  1. denudarsi e correre per strada
  2. denudarsi e vomitare per strada
  3. denudarsi e vomitare correndo per strada

finendo, di solito privi di coscienza, in posizione fetale sul marciapiede per un periodo di 24-36 ore.

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Naturalmente non si può non andare a vedere un posto così! Perché è vero che passare una vacanza a Magaluf è come un po’ violare da soli i propri diritti umani, ma passarci una serata è un’esperienza al tempo stesso esilarante e istruttiva, uno studio sociologico, psicologico e anche un po’ psichiatrico. Se poi vuole il caso che ti trovi a pochi chilometri da lì, come non approfittarne?

Almeno così la penso io; la Babsie è un po’ meno convinta, ma alla fine cede alla mia persuasione, fatta di argomenti razionali, pianto isterico e strappamento dei capelli. E così finisce che convinciamo i nostri amici maiorchini ad accompagnarci nella tana dei probito.

Iniziamo a camminare per la strada principale di Magaluf.

La prima impressione è che ci siano solo pub (dove andare a bere fino a non ricordarsi come fai di nome), discoteche (dove andare a ballare quando sei così ubriaco da vincere la tua naturale riluttanza British), negozi di tatuaggi (dove andare a farsi scrivere “VIVA LA…” in fronte dopo che hai continuato a bere in discoteca) e fast food (dove andare a sfogare la fame chimica durante un intermezzo fra le tappe precedenti).

Evitando con destrezza gli energumeni ubriachi, le pozze di vomito e l’occasionale bottiglia volante, arriviamo fino in fondo alla strada e ci rendiamo conto che in effetti è tutta così.

A essere veramente onesti, non sono solo inglesi i possessori dei colli taurini e delle cosce suine che affollano lo struscio notturno; c’è anche qualche est-europeo come sempre in tragico ritardo su tutto e perfino qualche ventenne della provincia italiana che aspira, dopo tanti tentativi falliti, a perdere la verginità.

Ma insomma, questi ultimi sono solo turisti: gli inglesi invece sono a casa propria, questo è un piccolo fazzoletto di Essex asportato e trapiantato.

Ci facciamo lo struscio avanti e indietro, in cerca di un locale dove fermarci a bere qualcosa; uno di noi ha la malaugurata idea di dire: “Scegliamo un posto che non sembri troppo una grossa inchiappettata per turisti ubriachi”, il che elimina praticamente tutti i bar in città.

Ci sarebbe anche da dire che essendo inizio ottobre, Magaluf è più tranquilla di come l’avremmo trovata qualche settimana prima, in alta stagione; c’è abbastanza gente da affollare tutti i locali, ma per strada si riesce a camminare facilmente: a differenza, ci dicono gli amici di Maiorca, di luglio e agosto, quando la via è un muro umano odorante di sudore e cattivo alcol. Non manchiamo comunque d’incappare nel classico esemplare di “morto apparente”, un tizio accasciato per terra e buttato in avanti, come se volesse scrutare attentamente i microbi al suolo; solo che ha gli occhi chiusi ed è completamente incosciente.

Finalmente decidiamo che, fregatura o meno, bisogna sedersi a bere qualcosa. Ci sediamo a un tavolino per strada, così da poter bene osservare quel che succede intorno.

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Arriva una ragazza-hooligan di cento chili che sembra volerci spaccare la faccia; invece è la cameriera e ci chiede cosa vogliamo ordinare; di fronte all’entrata, un’altra ragazza seminuda si getta sui passanti come fossero tutti suoi vecchi amici; la osserviamo letteralmente caricarsi sulla schiena un uomo che è il doppio di lei e portarlo di peso (giuro) all’interno del locale.

Ordiniamo birre, qualcuno opta per una coca o un succo. Tutto arriva, e come ci aspettavamo è abbondantemente sgasato e annacquato. Meglio così! È questa l’autentica Magaluf experience! Non vieni mica qui per bere del vino buono o una birra artigianale!

La ragazza seminuda all’ingresso intanto carica un altro uomo sulla schiena e porta dentro anche lui. La cameriera passa a chiedere se vogliamo un altro giro ma le facce al tavolo intorno a me mi lanciano sguardi infuocati: ordina un’altra birra e ti carichiamo direttamente sulle spalle della tipa. Rinuncio.

È l’ora di abbandonare questo paese delle meraviglie e tornare alla grigia esistenza quotidiana. Riprendiamo la strada della macchina.

Passando davanti a un locale nella zona più triste e solitaria della città, quella semideserta in questa bassa stagione, una ragazza con perfetto accento cockney ci propone di entrare in una discoteca dove a occhio e croce l’ultimo cliente l’hanno visto nel 2012. Rifiutiamo gentilmente.

“Ah, mi sa proprio che non siete inglesi, allora!”, dice mentre ci allontaniamo.

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IL DIAVOLO E IL CARAVAGGIO

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L’altra sera, finalmente, ho colmato una grave lacuna nella mia vita e ho passato due ore meravigliose insieme a Nick Cave (e ad altre seimila persone). Ma fermi un attimo! Torniamo indietro di poco più di una ventina d’anni.

C’è un pezzo di Nick Cave del 1994 che s’intitola Red Right Hand. E fin qui niente di strano. Ma se cito quella canzone, un motivo c’è. Ed è questo: che Red Right Hand mi è sempre sembrata un esempio da manuale della proverbiale capacità del buon vecchio Nick di giocare al Diavolo. Vi spiegherò tra un attimo cosa intendo, ma se non conoscete il pezzo, vale la pena di andare ad ascoltarlo (e guardarne il video):

https://www.youtube.com/watch?v=RrxePKps87k

Per essere un artista i cui testi citano molto più spesso Dio e gli angeli che il demonio (anche se lo fanno in maniera poco convenzionale, coltivando sempre l’arte del dubbio e una visione dualistica delle cose), parrebbe strano pensare che Cave possa emanare tutto quest’odore di zolfo. Ma in fondo di strano non c’è nulla, perché non era Lucifero stesso un angelo caduto? E lasciamo pure stare le parole e i testi; guardatelo, Nick: sono la sua voce, che arriva dal sottosuolo; il suo sguardo, nero e profondo come un pozzo senza fine; e la sua figura, snella e dinoccolata, che evocano il Demonio.

Che Nick Cave abbia sempre gigioneggiato (“ci abbia un po’ fatto dentro”, come si diceva nei pomeriggi nebbiosi delle campagne pavesi ai miei tempi) con quest’idea di impersonare un satanasso è innegabile; essendo poi lui un artista immenso e un genio nella costruzione dei personaggi, la cosa gli è riuscita anche molto bene.

Però, però…

… ebbene, c’è sempre stato qualcosa che per me è rimasto poco chiaro, in questo suo interpretare un alter ego diabolico. Qualcosa che ha a che fare con la contrapposizione fra l’interpretare e l’essere. Anche qui mi spiego con un esempio, che è più facile.

C’è un pezzo dei Cure che s’intitola Pornography. È un vecchio pezzo dell’82, di un’epoca in cui la band toccava un vertice assoluto sul piano artistico mentre i suoi membri, in quanto individui, toccavano il punto più basso delle proprie vite sul piano personale (forse le due cose sono collegate, come ci piace romanticamente pensare di tanti artisti).

Ecco, Robert Smith dei Cure non ha mai giocato a interpretare il diavolo; tra l’altro, nonostante tutti i soldi che spendeva e tutt’ora spende in trucco, non ne avrebbe proprio l’aspetto. Un diavolo cicciottello, non si è mai visto! Poco importa; anche perché in realtà, con Pornography, i Cure fanno di meglio che interpretare il personaggio diabolico: ti schiudono le bocche dell’inferno, ti spingono a infilarci la testa e ti tengono lì per il tempo sufficiente a dare una bella occhiata, lunga e dolorosa, a quel che sta là dentro.

Una rivista – non ricordo quale – definì l’album Pornography (stesso titolo della canzone) come “the ultimate fuck-off record”: ovvero, quel disco che concepisci con la determinazione ferrea di spedire un “fanculo definitivo” al mondo. Un’operazione suicida, commercialmente parlando: un disco tetro, angosciante, pieno di sofferenza e di canzoni senza un motivo orecchiabile o un ritornello che resti in testa. Presente quando Guccini cantava “non comprate i miei dischi e sputatemi addosso”? Ecco, quella cosa lì.

Ora vi metto un bel link per ascoltare Pornography (solo la canzone, tranquilli, non tutto il disco). Fateci caso: le voci confuse che introducono il pezzo sono quelle dei dannati, che parlano lingue demoniache, incomprensibili a noi vivi; la musica prende avvio lentamente, è cupa e senza vie d’uscita. La batteria picchia e sprona ad avanzare come Caronte con il remo. Siamo già all’inferno, prima che Robert Smith abbia pronunciato una sillaba: la voce entra in scena dopo più tre minuti. Non è, insomma, un’interpretazione del Diavolo; caso mai, è un prenderci per mano e portarci al suo cospetto:

https://www.youtube.com/watch?v=kCKIS7TVQKs

Insomma: se Nick Cave “fa” il diavolo, Pornography “è” l’inferno. È un miracolo se nessuno dei Cure si sia suicidato in quegli anni. Probabilmente li hanno salvati la birra e il calcio, di cui erano tutti appassionati.

Ecco le cose che pensavo. E badate, non è un giudizio: parlo da persona che adora Nick Cave, che ha tutti i suoi dischi, letto le sue biografie… ecc ecc. E poi Nick Cave era messo peggio dei Cure: era un eroinomane bello e buono. Qui insomma non si parla della persona, né si fa la mitologia (odiosa) del “artista tanto più grande quanto più è infelice e sbandato”. Voglio dire, Shakespeare era un signore benestante e rispettabile, abile imprenditore, veniva dalla campagna e si godeva la sua agiatezza. Eppure ha scritto Macbeth, che è la Pornography del teatro d’inizio XVII Secolo.

E non parliamo nemmeno di “verità nell’arte”, un altro concetto che non dice nulla e che probabilmente non ha senso.

Caso mai, si parla di efficacia. Io quando guardo un attore in scena non penso che sia veramente Romeo (o Giulietta); non mi sfugge che calato il sipario, andrà a farsi una pizza col resto della compagnia, pensando alla rata del mutuo o a cosa ha fatto la Fiorentina col Bologna (il famoso derby dell’Appennino). L’importante è che finché lui sta in scena, io gli creda.

Ecco, io pur amando Nick Cave, mi sentivo un po’ come quegli amanti che sanno di essere traditi ma fanno finta di niente, perché in fondo il tuo partner libertino/a ti regala comunque momenti di eccezionale felicità (o quanto meno prestazioni sessuali indimenticabili).

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Due anni fa, come sanno i bene informati, Nick Cave ha perso un figlio, morto in un incidente assurdo. L’anno scorso è apparso il suo disco Skeleton Tree. Che non è propriamente nato da quella tragedia (gran parte del materiale era già stato scritto) ma sembra risentirne fortemente, nella realizzazione e nell’interpretazione. È un disco fra i più oscuri e intimisti che Cave abbia mai pubblicato, ed è meraviglioso. Il genere di lavoro che t’immagini vada suonato a tarda notte nel retro di una piccola taverna, di fronte a pochi spettatori assorti, le facce appena schiarite da una luce gialla e fioca; lì, in quella sorta di quadro caravaggesco, Nick potrà inscenare il suo proverbiale “gioco del Diavolo.”

Invece il mio biglietto diceva: “Nick Cave – Le Zénith”.

Orrore! Lo Zénith è una roba tipo palazzetto dello sport. Sarei andato a trovare il vecchio Nick insieme ad altre seimila persone circa. Come se il tuo famoso amante di cui sopra ti desse appuntamento, sì, ma a una cena di vecchi compagni di classe, dove prende posto al capo opposto della tavolata; così vicino, così lontano.

Poi c’è che è la prima volta che vado a vedere Nick Cave, e questa è colpa mia. Ho un ritardo criminale. Non sono giustificabile. Lasciamo pure perdere gli anni Ottanta, in cui oggettivamente non l’avrei apprezzato per ragioni anagrafiche. Ma perché non sono andato a vederlo negli anni Novanta, dopo quel lavoro magnifico che fu Let Love In? o dopo le sue Murder Ballads? Mistero. Sono un pazzo.

Meglio tardi che mai, d’accordo. Ma ora me lo becco nel palazzetto dello sport, e insomma qualche dubbio ce l’ho. Quel che non ho, è la scelta. Così sia.

Preso posto molto presto di fronte ai cancelli (perché voglio poterlo riconoscere, quel mio vecchio amante là sul palco), atteso pazientemente mentre il sole pomeridiano scende sempre più giù, arriva finalmente al momento in cui le luci di sala si spengono…

… e ogni dubbio scompare. Come ha mai potuto esistere, tale dubbio?

Non sono i testi, né i vestiti o le mosse; non è nemmeno la coscienza della sofferenza di cui è intriso quel disco dello scorso anno, che esegue quasi integralmente dal vivo.

È semplicemente lui: Nick, sessantenne, stempiatissimo, sudato. Prende il microfono, apre la bocca e convoca un sabba con tutte le streghe. È arte, è genio, è interpretazione, è quello che deve essere.

Non bisogna confinarlo al retro male illuminato di una taverna, perché la sua aura riempie il palazzetto e va oltre. La sua anima resta punk e nera e vibra, facendo vibrare tutti insieme a lei.

La musica più recente e più sotterranea vive perfettamente a fianco dei vecchi pezzi più stralunati, da From Her to Eternity a Tupelo. A proposito di Tupelo: chi, se non il Diavolo, poteva realizzare questo “film noir in musica” in cui una storica alluvione degli anni Trenta, il lato più tragico del mito di Elvis Presley e l’Apocalisse di Giovanni si abbracciano in un’armonia perversa? Sentirlo cantare quei versi… ecco, artista, ti ho creduto: sei Romeo, sei Macbeth. Sei Belzebù.

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C’E’ UN TEMPO PER TUTTO

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L’altro giorno, o forse qualche mese fa, per ben la seconda volta nel giro di pochi anni, il mio amico Ale ha buttato lì un commento come se niente fosse, non rendendosi conto di sganciare una bomba all’idrogeno e aprire un pozzo buio e senza fondo di ricordi e paranoie, di quelli in cui un povero sprovveduto come me viene subito risucchiato senza rimedio con conseguenti scompiglio, tormento e subbuglio interiore. Volete sapere qual era il commento disinvolto di Ale? Ve lo dico.

Si parlava di una band degli anni Novanta e Ale ha detto: “Quelli li vidi dal vivo… nel periodo giusto.”

Ah, lo so, non ditemi niente!

Certamente capiterà spesso anche a voi d’interrogarvi sulla questione profondamente esistenziale del periodo giusto in cui amare una band. Perché badate bene: viviamo in un mondo libero; nulla c’impedisce di amare una band o un musicista in qualunque momento. Ma sappiamo bene c’è una sola epoca, una sola!, in cui è perfetto farlo.

Quale sia, questa epoca, dipende: dalla band stessa, dalla storia e in piccola parte anche da noi stessi.

È la convergenza di queste diverse trame a creare la tempesta perfetta.

A me la questione, lo avrete intuito, sta a cuore; non in maniera maniacale, ma insomma ci penso più o meno una mezza dozzina di volte alla settimana.

Qual è ‘sto periodo giusto? Lasciando perdere la nostra prospettiva personale e stando sul generale, è quel momento in cui l’artista o la band…

  • … sta arrivando all’apice del proprio potenziale artistico, ma non l’ha ancora toccato; perché quando tocchi il massimo, in quell’istante stesso inizia la discesa. E noi non vogliamo mica innamorarci di gente in discesa giusto? Pensate scoprire i Duran Duran nel 1989. O i Rolling Stones nel 1975. O Prince nel 1992.
  • … sta avviandosi a raggiungere l’apice della propria fama, ma manca ancora qualcosa. Insomma bisogna coltivare la sensazione di essere fra i primi arrivati. Perché se scopri una band insieme alla massa, è come se ti presentassi quando i fuochi d’artificio sono già iniziati e l’unico punto dove riesci a prendere posto è quello con la visuale coperta da un albero, di fianco alla cacca di cane e al bambino che piange. Il bonus, in questo caso, sta nel poter raccontare (con snobismo dissimulato) di “quando vidi Nick Cave coi Birthday Party nell’82”, sapendo benissimo che nessuno vide Nick Cave coi Birthday Party nell’82.
  • … è rilevante rispetto all’epoca e al contesto in cui esiste; ovvero, è figlio del proprio tempo, ti fa sentire partecipe di qualcosa di vivo e in movimento. Perché non c’è nulla di male ad ascoltare be bop o rock & roll al giorno d’oggi. Però se la musica pop è espressione di una cultura generazionale, fate attenzione a non ritrovarvi a litigare con il babbo sulla lunghezza dei capelli. Con voi che gli rimproverate di portarli troppo lunghi.

Okay, facciamo un esempio.

Beatles

(presente?)

Presente i Beatles? I quattro ragazzi di Liverpool. Sì, loro.

Cominciamo dalla ‘scoperta’.

Il periodo migliore per scoprire i Beatles è forse fra il ’59 e il ’61, quello dei concerti al mitico (l’aggettivo è d’obbligo) Cavern di Liverpool o magari addirittura ad Amburgo, che fa ancora più figo. Con Pete Best alla batteria. Con Stu Sutcliffe. Prima ancora della pubblicazione di Love Me Do. Perché? Ma per la sindrome dell’early bird, ovvio.

Chi ha scoperto i Beatles al Cavern o ad Amburgo non mancherà sicuramente di raccontarlo fino allo sfinimento a ogni occasione possibile, diventando immancabilmente l’eroe della serata, quello dagli aneddoti irresistibili, quello che “dai Toni, raccontaci ancora di quando George Harrison all’uscita dal Cavern ti chiese una sigaretta!”

Ma fin lì si tratta di scoprire i Beatles. Se uno li avesse scoperti al Cavern ma poi se li fosse dimenticati e non si fosse comprato Revolver, beh, sarebbe come ritrovarsi seduti in prima fila prima che i fuochi d’artificio comincino… per poi andarsene e perderseli perché nessuno ti ha avvisato che stavano per iniziare. E sentire la gente che fa “oooohhhhh…” dal gabinetto della brasserie in cui sei entrato a bere un’acqua e menta. Che sfigato.

Quindi ‘scoprire’ è una bella cosa. È bello scoprire qualcosa prima di tutti. Ma non è fondamentale. Quel che è fondamentale è esserci al momento giusto.

Questo, per i Beatles, dovrebbe corrispondere ai pochi anni che vanno dall’esplosione planetaria (diciamo dalla conquista dell’America nel ’64?) fino alla fase imperiale di Sgt. Pepper’s (’67). Ovviamente fino alla fine i Beatles sono rimasti i migliori ma se uno non era già a bordo per Revolver e Sgt. Pepper’s… beh, mi spiace… accomodati laggiù… sì, laggiù, fra la cacca di cane e il bambino che piange. Non vedi bene? Peccato.

Andiamo avanti.

E diciamo che in fondo questo dilemma, con i Beatles, non me lo sono mai posto. No, non mi sono mai rammaricato di non avere conosciuto i Beatles quando dominavano il mondo, più di quanto non mi spiaccia, pur essendo un amante degli animali, di non essere stato testimone dell’epoca in cui dominavano i tirannosauri. Che sono un po’ i Beatles del mondo animale: i number one.

Né mi strappo i capelli per non avere visto Hendrix in un pub di Londra, o i Sex Pistols in barca sul Tamigi. O perfino Bowie – sì, il mio fuckin’ Bowie – quella volta che suonò al Friars Aylesbury Club nel settembre 1971 (prima volta con gli Spiders From Mars, che ancora non si chiamavano così).

Perché non mi struggo lacrimosamente per non avere partecipato ai loro momenti giusti? Ma ovvio, perché non esistevo ancora. Che ci posso fare? Non ha senso il rimorso per qualcosa che succedeva prima che fossimo nati. Sarebbe come se mi rammaricassi di non aver marciato a favore dei diritti civili negli anni Sessanta, o di non aver denunciato la persecuzione di Antonio Gramsci.

Avrete capito che qui bisogna passare dal discorso oggettivo all’aspetto personale.

Facciamo un salto a qualche anno dopo.

Per farla breve, gli anni Ottanta li ho vissuti proprio come si deve: da Duraniano, fatto e finito, con tanto di gel nei capelli, poster in camera e perfino un concerto – francamente per andare a vedere i Duran Duran dal vivo bisognava proprio voler loro tanto bene. E io gliene volevo.

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(questo è esattamente il poster che avevo in camera. Passavo le ore a decidere quale fra i loro tagli di capelli avrei adottato la prossima volta)

E poi avevo Michael Jackson (non ridete: quello di Thriller e Bad spaccava il mondo) e Bruce Springsteen e Prince. Dai, ce li avevo tutti. Perfino Madonna. Ma andiamo oltre, perché il bello sta per arrivare.

I primi anni Novanta corrispondono ai miei 18-25: quella è l’epoca fondamentale per esserci, musicalmente parlando. È lì che si provocano i traumi, che si aprono ferite mai più sanabili. Che si fa o si disfa una vita.

Ero appena maggiorenne quando esplose il grunge. Ero appena ventenne quando esplose il Britpop.

E mentre tutto esplodeva io c’ero?

Le due situazioni sono ben diverse.

La rilevanza del grunge è fuor di dubbio: fra le bolle di sapone effimere e colorate degli anni Ottanta e l’età d’oro di Internet a fine anni Novanta, quando ancora il web era il futuro radioso e non un luogo d’adescamento per pedofili e un mezzo per vendere la vostra anima a un inserzionista pubblicitario, l’inizio degli anni Novanta fu quel periodo d’inevitabile reflusso in cui si mandava un po’ tutto affanculo.

Purtroppo, per quanto riguarda il grunge, ho paura che la mia posizione sia piuttosto debole.

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(lo guardai passare senza salire a bordo)

Tutti sapevamo che il grunge stava succedendo, d’accordo; i video dei Nirvana e dei Pearl Jam passavano in continuazione su MTV nel ‘91; chi non sapeva a memoria la melodia di Smells Like Teen Spirit? E chi non sapeva fare il “yeah-yeee-yeaah” di Lithium? E qualche anno dopo il video di Black Hole Sun (pace all’anima sua), quante volte ci ha impressionato?

Sì, va bene. Ma io… io! Io in realtà rimasi a guardare. A guardare in piedi, di fronte al televisore della cucina, attratto dagli occhi spiritati di Eddie Vedder che canta “Jeremy spoke in class today”. “Sdoppiai” su una cassetta un album degli Screaming Trees. Ma non andai oltre. Non ricordo di aver comprato nemmeno uno di quei dischi – non fino a molti anni dopo, quando con i miei stipendi borghesi passai direttamente all’edizione deluxe con lati B, pezzi inediti, le mutande usate del bassista e un pidocchio originale imbalsamato risalente alla scuola elementare frequentata dal figlio del vicino di casa del batterista.

Mi sembrava carino il grunge, tutto quel rumore melodico, quel piano/forte, pulito/sporco, quel look da “oh scusa non ce l’hai mille lire per il biglietto dell’autobus per favore?” Come tutti, facevo head-banging di fronte alla mia birra appena nel pub si diffondeva la voce di Kurt Cobain. Basta? Certo che no.

Confesso che me lo lasciai scorrere addosso il grunge, con pigrizia. Lo guardavo ma non andai verso di lui. E questo, capite, è un fardello che mi porterò dietro per tutta la vita. Compagni di liceo e di università, dove eravate quando avevo bisogno del vostro aiuto?

oasis

(you’d better be there)

Per il Britpop il discorso è diverso e ancora più delicato.

Da ascoltatore di dischi, da lettore di giornaletti musicali e senza pretesa di dire niente di sensato, affermerò che il Britpop arrivò a giocare un ruolo sul piano culturale più generale, ben al di là dei generi musicali, in una maniera che ha alcuni precedenti (ancora più) illustri nella storia della musica pop britannica. Come nella Swingin’ London e nell’epoca di Anarchy in the U.K., fra il ’92 e il ’97 in Gran Bretagna la musica fece più che accompagnare una rivoluzione: contribuì a darle colore e personalità.

Semplificando, mi viene da dire così: che Suede e Blur prima, Oasis e Pulp poi, con la manforte di una caterva di altre band più o meno interessanti, furono tanto artefici del successo travolgente del New Labour quanto Blair stesso e il suo spin doctor Alastair Campbell (detto The Twat). E che quella musica, quella cultura, hanno ridefinito l’immagine della nazione – almeno della sua parte più mediaticamente sexy, visibile ed esportabile.

Quindi, il Britpop si presta più che mai al discorso del “momento giusto”, perché se ascolti il Britpop mentre si afferma, sei al tempo stesso partecipe di un fenomeno cultural-popolare bla bla bla…

E poi il tutto si presta anche al discorso soggettivo nel mio caso, perché negli anni del Britpop avevo quell’età musicalmente perfetta in cui non ti devi ancora vergognare se nelle canzoni cerchi il senso della tua vita. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti? E io, ho fatto quagliare la maionese?

Secondo la vulgata, i Blur hanno inventato il Britpop nel 1992 con Popscene e l’hanno ucciso nel 1997 con il loro album Blur (ma OK Computer dei Radiohead è un altro forte indiziato della strage). Nel ’93, il movimento era decisamente cool e ancora relativamente alternativo (Modern Life… il primo degli Suede), nel ’94 la sua popolarità esplose con Parklife dei Blur e il debutto degli Oasis e il secondo degli Suede. Il ’95 fu l’anno della massificazione del fenomeno, artisticamente ancora vitale (il secondo degli Oasis, Different Class dei Pulp, primo dei Supergrass, Elastica), ma già gravato dai concerti oceanici mentre i tabloid si appropriavano della narrazione di quel mondo. Nel ’96 era diventato una macchina da soldi ma a livello artistico non aveva più idee e nel ’97, mentre Blair entrava a Downing Street, i Blur erano passati ad altro e le Spice Girls si erano appropriate della simbologia del genere, a cominciare dalla Union Jack.

Conquistata infine la dimensione di fenomeno culturale e le pagine dei giornali della domenica, il Britpop come fenomeno musicale era morto e sepolto.

Lasciamo perdere la politica: pro o contro Blair, non è il punto. Il punto è che essere nel Regno Unito in quegli anni e non accorgersi del Britpop e del suo legame con quel senso di rinascita della Gran Bretagna (autentico? ingannevole? poco importa) e di come i politici preferivano incontrare i cantanti piuttosto che i giornalisti (anzi, l’ideale era incontrare cantanti di fronte ai giornalisti) sarebbe come essere a una cena di Natale e chiedersi che cazzo hanno tutti da aprire pacchetti.

Per uno che viveva a Londra in quegli anni, per quanto distratto e svagato come me, era quindi impossibile perdersi. Questa fu la mia fortuna.

Anzi, prima ancora, ci fu Morena che mi consigliò Modern Life Is Rubbish dei Blur. Non esisteva internet per dargli un assaggio prima di decidere, quindi lo comprai a scatola chiusa (’93). Fin dal primo ascolto divenne una delle cose più belle che avessi mai visto o sentito in vita mia.

E ci furono Phil e Ribo, che mi portarono a vedere gli Oasis al Rolling Stone di Milano freschi di primo album, quando Wonderwall era una parola sconosciuta. A ventitré anni di distanza, Phil e Ribo, grazie!

Mamma mia che cos’è scoprire la musica che ami, quando hai vent’anni e quando questa musica sembra che debba cambiare il mondo! È un’esperienza mistica, un’epifania, una cosa che auguro a tutti.

pulp

(Very Uncommon People)

Guidare con la mia Fiat Uno intorno all’Hammersmith roundabout con Common People dei Pulp al massimo del volume mentre sembrava che tutta Londra facesse la stessa cosa, rappresenta l’apice del “io c’ero”.

Domanda.

Abbiamo bisogno dell’auto-validazione del rito di massa per sapere di esistere?

Basta, lasciamola senza risposta, che qui altrimenti si complicano le cose.

Nell’autunno ’94, prendere la District Line per andare all’università (22 fermate, da East Putney a Mile End), quando i sedili luridi e bisunti di quella stessa District Line erano ritratti nell’artwork di Modern Life Is Rubbish e (cosa fondamentale!) quest’ultimo era ancora fresco nelle vetrine dei negozi di dischi, beh, era il massimo. Se ripenso a quel coglione che mi fece l’esame d’inglese per la selezione delle borse Erasmus e mi disse che secondo lui avevo un accento americano! L’avrei colpito con una nice cup of tea sul mento ma era troppo anziano.

MLIR2

(ah, quei sedili…)

I Blur, i Pulp (quel disco, soprattutto), gli Oasis, i primi Radiohead (Britpop-affini, o comunque guitar pop) e qualche altro nome, c’erano. Ci sono. Ce li ho.

Gli Suede li ho avuti, ma a un certo punto è come se avessi battuto le palpebre e perso un pezzo. Ancora una volta registravo in cassetta, ascolticchiavo. Sono certo che li seguissi perché ricordo Morena, durante la lezione di Economia delle Aziende Industriali e Commerciali, che s’incazzava perché la sera prima su MTV avevano passato il video Animal Nitrate e la veejay aveva accennato (ironicamente, secondo Morena) al fatto che fosse una “gay song”. Non toccatele Brett Anderson. Anzi non toccatelo manco a me. Brett, fico!

Comunque, perché mi persi gli Suede per strada? Dopo due album stratosferici uscì Coming Up e non era il momento di abbandonarli, perché c’era la stupenda Trash. Quella che dice “siamo spazzatura, io e te”, ma ovviamente l’intenzione è quella di dire esattamente il contrario, perché quando ti definisci spazzatura in un mondo un po’ malato in realtà tu sei la crème de la crème. Eh, Brett? Vecchio volpone snob! Ma perché non ho fatto come con i Pulp? Perché non ho fatto venti giri dell’Hammersmith roundabout gridando “We’re traaaaaash, you and me”? perché mi sono perso ai tempi di Coming Up? Anni dopo trovai Head Music in un negozio di dischi in Messico e lo comprai e ovviamente mi fece schifo (perché fa schifo) e quindi non mi spinse a tornare agli Suede e per colpa di Head Music non ho scoperto Trash e Coming Up se non di recente, avendo rivisto Brett Anderson più che quarantenne alla Cigale di Montmartre.

suede

(ancora bello)

A inquinare le mie orecchie c’era sempre il fatto che io, fondamentalmente, non capivo una mazza di musica. Senza i preziosi consigli dei miei amici, lasciato a me stesso, prendevo subito la strada sbagliata. Lontano dai commenti di Ribo e Morena sui banchi degli studi, durante i mesi dello scambio Erasmus, sulla mia scrivania, mentre ripassavo Econometria, c’era un cd con José Carreras che cantava arie da West Side Story e dai Pagliacci di Leoncavallo. Presente “riiiiidiiiii pagliaaaacciooooo”? bellissima eh, ma cribbio avrei potuto lasciarmela per i settant’anni e non cambiava niente. E un paio d’anni dopo, mentre facevo il pendolare fra Hammersmith e Wimbledon, nella mia autoradio girava soprattutto London Heart 106.2 FM. Ovvero la crema del soul-pop più sciropposo e commerciale. Quelle canzoni che mia nonna, fosse stata al posto del passeggero, avrebbe detto “niente male questa, piace anche a me!”

Ne sono sicuro, nonna. Il dramma è che sulla stazione accanto stanno dando i Supergrass e io non me ne accorgo. E questo, nonna, è un trauma che a quarant’anni suonati mi porterà ad aprire un blog per scrivere minchiate inutili ma lunghissime indirizzate al mondo intero.

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