LA FABBRICHETTA SULLA RIVE GAUCHE

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L’altra sera mi sono ritrovato a ridere fra me e me. Il che, per inciso, è un problema. Perché stavo cercando di prendere sonno: era tardi, ero a letto, ero stanco. Non volevo ridere, volevo dormire.

Ma era più forte di me. Stavo scorrendo le opzioni dell’app di suoni zen che ho scaricato sul telefono per addormentarmi più facilmente. Dopo i prevedibili “pioggia nel pineto”, “campane tibetane”, “onde che s’infrangono sulla battigia in Polinesia” (ma non era più economico registrarle a Lignano Sabbiadoro?), “fuoco scoppiettante”, “grilli e cicale”, mi aspettavo cose sempre più zen e rilassanti, tipo: “monaco in meditazione”, “cotone che cresce”, “gatto narcotizzato col valium che dorme su cuscino posato sopra materasso” e così via.

Invece sono arrivati (giuro): rumori del traffico, macchine sull’autostrada e – tenetevi forte – aspirapolvere. Chi non è mai andato dal vicino del piano di sopra per dire “Scusi, non riesco a prendere sonno, può passare un po’ di aspirapolvere?”

Ripresomi dallo choc, mi sono detto: questi ultimi devono essere i suoni zen per far addormentare il milanese imbruttito.

Siccome però, da quando sto a Parigi, il milanese imbruttito non lo frequento più molto (e quasi mi manca… quasi), e siccome poi di questi tempi bisogna pur difendere l’onore della Patria in guerra diplomatica con la Francia, anziché accanirmi contro i milanesi, mi dico: parliamo dei parigini imbruttiti.

Fenomeno paradossale, direte voi. Che i milanesi s’imbruttiscano, si può capire: un panorama urbano che nessuno rischia di confondere con Praga o Venezia, nebbia e gelo d’inverno, afa e zanzare d’estate, il Mercedes che ti ringhia perché in quanto pedone gli stai sui maroni a prescindere… a ben vedere, la misantropia a Milano è una via di mezzo fra tecnica di sopravvivenza e corrente di pensiero.

Milano non ti offendere, ti voglio bene! Però è vero e lo sai.

Ma nella Ville Lumière? Nella città dell’amore? Sotto la torre Eiffel e le campane di Notre Dame, lungo la Senna e sui gradini di Montmartre, come si fa a imbruttirsi? Perfino il Gobbo di Notre Dame, cesso letterario per antonomasia, è un eroe romantico.

E invece. Pure il parigino s’imbruttisce. Eccome. In confronto, il milanese imbruttito è un Teletubby.

Tanto per cominciare dai classici: i camerieri. Farsi maltrattare dal cameriere a Parigi è un’esperienza turistica. A Londra i turisti aspettano il cambio della guardia a Buckingham Palace. A Parigi, si piazzano davanti a una brasserie e aspettano l’insulto al cliente.

Le specialità riconosciute dalla federazione francese dei camerieri sono: Passaggio ignorante (nel senso di ignorare il cliente mentre gli passi davanti – la base, direi), Sbattimento della saliera sul tavolo, Commento ironico durante l’annotazione dell’ordine, Sbuffo mentre si servono i piatti e, per i più virtuosi, Lo sfanculamento diretto. Quest’ultimo è raro, l’ho visto coi miei occhi una sola volta: il cameriere aveva appena servito due calici di rosso. Incazzato non si sa perché, li ha ripresi e ha invitato i clienti a togliersi dai piedi. È successo in un bar che si chiama “Rendez-vous des amis”. Ritrovo degli amici. Chissà se fossero stati i nemici.

Il pensiero spontaneo di noi immigrati è: ce l’ha con me perché sono straniero. Ma no. Lo fa con tutti. È fatto così. Amici francesi confermano: il cameriere parigino non ha pregiudizi, gode nel torturare senza distinzione di razza, credo religioso e orientamento sessuale. È selezionato geneticamente per essere aggressivo, come il pitbull.

Il cameriere, insomma, lo conosciamo. Da lui ci aspettiamo il peggio. Quello a cui non siamo preparati è il resto.

Prendiamo i mezzi pubblici. Lì, il parigino imbruttito lo riconosci subito.

Prendere una metropolitana a Parigi richiede allenamento, prontezza di riflessi e la disponibilità a gettare il proprio bebè sotto il treno, piuttosto che perdere il momento buono per salire o scendere dal vagone.

Primo ostacolo: l’entrata. Questa inizia con le scale che scendono nel ventre oscuro della città. In superficie, le bellissime inferriate art nouveau che fanno la gioia di Instagram. Ma appena inizia la discesa agli inferi, l’atmosfera cambia.

“Pardon!”, ti grida nell’orecchio un’ottuagenaria con le stampelle perché tu non stai scendendo abbastanza veloce. Ti sfreccia accanto saltando sui gradini e spintonandoti con destrezza, finge lo scontro casuale però intanto ti ha levato una scarpa e dato una botta al fegato.

Poi ci sono i tornelli di convalida del biglietto.

Ora, ogni turista e anche una buona parte di persone normali possono avere un istante di debolezza ai tornelli: prendi il biglietto già convalidato, cerchi l’abbonamento nella tasca sbagliata, hai un momento d’esitazione sulla direzione da prendere.

In quei momenti, infallibilmente, una parigina di mezza età, bellissima, shabby chic, capelli lunghi legati in una morbida coda, smalto scarlatto, occhi da Ivan Drago, sbuffa forte appena dietro di te. Ti sta così attaccata che senti l’alito sul collo. Ma la sentiresti anche a dieci metri di distanza, perché sbuffa forte, con intenzione: vuole essere sicura che tu la senta bene, perché lo sbuffo è come dire “coglione”. C’è più gusto nel dare del coglione a qualcuno, se quello ti sente.

E mentre non sai più dove avevi messo il biglietto e ti affanni fra una tasca e l’altra e tutta la vita ti passa davanti, lei si sposta sul tornello accanto, sibilando, sbuffando e sbattendo i tacchi per assicurarsi che anche il bigliettaio addormentato si svegli e assista alla tua umiliazione.

Una volta sulla banchina, ti asciughi le perle di sudore dalla fronte mentre aspetti il treno. Non c’è da rilassarsi: il parigino imbruttito ti sta studiando e con gli occhi ti fa capire che ovunque ti piazzi, gli starai fra i piedi. Cerchi un angolo solitario, per farti dimenticare. Inutile.

Arriva il treno. È pieno. Gente schiacciata contro le porte del vagone. Come previsto, ti accorgi di stare sul passaggio di qualcuno che vuole salire. Anche se stavi lì per primo, in qualche modo, la colpa è tua. Lo capisci da come ti guarda.

Quando le porte si aprono, com’è come non è, ti ritrovi a bloccare anche quelli che scendono: un anziano signore di colore ti squadra come un imbecille dalla soglia del vagone, mentre dietro di te si è creato un capannello di gente che sbuffa.

Finalmente ce l’hai fatta, non sai come. Sei salito a bordo. Il treno arriva a République. Entra in stazione, rallenta. Nel vagone, nessuno si muove e tu pensi: “Non scende nessuno.” Il treno rallenta ancora un po’, rallenta sempre più. Ancora nessun movimento all’interno. Si continua a leggere un libro, giocare col telefono, chattare con la bisnonna YouTuber in una località della Borgogna.

Il treno si ferma. Si aprono le porte: è come se il conducente avesse sparato il colpo del via nei cento metri piani, finale olimpica. In un istante, i libri si chiudono, i telefoni spariscono nelle tasche, le nonne balzano in piedi laggiù in fondo, in un angolino lontano dalle porte.

“Pardon!” “Pardon!” “Pardon!”

Il parigino imbruttito lo riconosci da come ulula “pardon”. Come se pronunciasse una formula magica: detto quello, vale tutto. Ogni suo gesto violento è scusato. A quel punto, sul vagone della metro, lo vedi abbassare il baricentro, mettere la spalla in avanti e partire verso l’uscita come un rugbista neozelandese. Ogni cosa sul suo cammino sarà spianata. Naturalmente, sul suo cammino ci sei tu.

Ancora un “pardon!” e arriva una fitta alle costole seguita dalla sensazione di calore all’orecchio (a casa scoprirai che hai riportato una leggera abrasione e ti ha portato via il piercing). Raccogli gli occhiali da terra, pagando caro l’aver abbassato la guardia: un altro “pardon!” ti stende allungato al suolo. L’ottuagenaria con le stampelle ti passa sopra e fa appena in tempo a lanciarti un’altra occhiata fra fastidio e pietà prima di allontanarsi sulla banchina. Le porte si richiudono, il vagone riparte.

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Finalmente arrivi al supermercato. Dove le cose peggiorano.

Finché navighi per le corsie, sei in salvo. È come quando sali sullo scalino giocando a “rialzo”, nessuno ti farà del male. Ma quando arrivi alla cassa è come se corressi la staffetta per la medaglia d’oro.

Se la cassa numero dodici si libera e tu non scatti come un ghepardo a digiuno, dietro di te una parigina bellissima con lo smalto scarlatto e i tacchi da venti centimetri ti sbuffa così forte sul collo che prendi un colpo d’aria. Dietro di lei, un cinquantenne in giacca e cravatta che ha comprato dieci rotoli di carta igienica ti dice: “Monsieur, va o non va?”, come se tu avessi fatto la spesa per finta, per fare tutta la fila alla cassa e alla fine dire: “No, scherzavo, non prendo niente.”

Due minuti dopo, stai freneticamente buttando nei sacchetti i vasetti di yogurt, le birre e il sapone, mentre la cassiera ti guarda come se stessi occupando abusivamente lo spazio pubblico. Vede benissimo che entrambe le braccia che la natura ti ha dato in dotazione sono impegnate completamente a insacchettare, ma ti ripete ossessivamente: “Fanno quarantacinque euro e dodici centesimi”, come se a forza d’insistere, ti facesse spuntare un terzo braccio dallo sterno con cui prendere la carta di credito e pagare. Quando già il livello di stress è alto e il vasetto di olive ti cade di mano, la parigina bellissima di mezza età con gli occhi di Ivan Drago sbuffa di nuovo: continua a tallonarti, sta aspettando che ti levi dalle scatole per pagare.

Cedendo alla pressione, interrompi l’insacchettamento, prendi la carta di credito, paghi: speri così di ottenere clemenza, ma quando la carta ci mette un po’ a essere letta e sbagli un paio di volte il pin per il nervosismo, perdi ogni speranza. Finisci più in fretta che puoi, impacciato, col sudore che ti appanna la vista. Esci di corsa e solo in quel momento ti accorgi di aver lasciato il salmone e il vino alla cassa, insieme all’abbonamento della metro, la tessera sanitaria e la foto dei tuoi figli alla cresima. Disposto a sacrificare il tutto pur di non rischiare di nuovo la pelle nel supermercato, prosegui rassegnato.

Rassegnato… ma non sconfitto. Non puoi mollare. Ti aspetta la boulengerie. Ah, le boulangerie parigine! L’odore di pane, i tortini alla cipolla, il croissant, le baguette…

Sei in coda (c’è sempre la coda, nelle boulangerie). Hai ripassato mentalmente la parte per un quarto d’ora, ma quando arrivi finalmente al banco, scatta il vuoto di memoria. Disperato, farfugli: “Argh.. buonasera, avete… urgh… il pane ai c-cereali?”

“No.”

È il worst case scenario. Non hanno la tua prima scelta.

Il tono del “no” è secco, lo sguardo della panettiera è duro. Esiti mezzo secondo, aspetti che lei aggiunga “mi spiace”, o un qualunque altro suono che indichi intenzioni pacifiche. Ma è come avere di fronte un iceberg. Appurato che lei non aggiungerà altro, passi freneticamente in rassegna tutti i tipi di pane esistenti ma non te ne viene in mente nessuno. Cetrioli… no, non va bene… chiave inglese… no, non si mangia… stai per dire “mi dia quello che vuole” quando…

… dietro di te, una parigina di mezza età coi tacchi e i jeans aderenti e il rossetto scarlatto sbuffa così forte che ti spettina.

Qualcuno paga le parigine belle di mezza età per intimidire la gente in coda.

Avvilito, esci dalla boulangerie con la tua torta di albicocche (che ti fa schifo fin da quando eri bambino) e decidi di prendere la bicicletta per fare un giro.

Montato in sella ti senti già meglio. Impugni il manubrio baldanzosamente, dai la prima pedalata, arrivi sul boulevard, inforchi la corsia per le biciclette. Passano dieci secondi.

“Driiiiin!” Driiiiin!” “Driiiiin!”

Cominciano i campanelli. Dietro di te. La corsia per le bici è stretta, ma non c’è da rischiare: il “driiiin” della bicicletta è come il “pardon” del pedone. Un manifesto programmatico di genocidio.

Ti fai più a destra che puoi, correndo il rischio (accettabile, date le circostanze) di urtare lo scalino del marciapiede e cadere faccia avanti.

Un convoglio di biciclette ti sfreccia accanto. Lo spostamento d’aria è così forte che rischia di sfilarti il giubbotto. Passano nell’ordine: anziana con stampelle legate nel portapacchi, che tira il gruppo. Ragioniere su bici da corsa, cravatta al vento. Studentessa su Graziella monomarcia, che fa mulinare le gambe come le pulegge di una locomotiva. Stai per riprendere il centro della corsia quando ti sfiora, quasi ti travolge, e infine ti sorpassa, una parigina di mezza età, bellissima, capelli raccolti in coda al vento, jeans stretch, tacchi. Ti dà una scampanellata che sembra la festa di San Martino.

Quando sei certo che siano passati tutti, ma proprio tutti, riprendi timidamente il centro della corsia, giusto in tempo per trovarti di fronte un giovane con gli occhi incollati al telefono che attraversa la pista ciclabile senza accorgersene. Suoni, lo eviti per un pelo (al modico prezzo di prendere un palo della luce con il gomito, contusione guaribile in tre settimane), lui ti guarda come se avessi disturbato Einstein sul punto di scrivere la formula della relatività.

Torni a casa. Casa. Salvo. Ti butti sul divano. Accendi il televisore, scorri i canali. Danno “Il favoloso mondo di Amélie.” Ti succhi il pollice rannicchiato in posizione fetale. Guardi. Piano piano, ti distendi. Amélie fa la spesa, Amélie passeggia a Montmartre. Va tutto bene. Quasi quasi, ti dici, domani ci riprovo. Oggi ho avuto sfortuna.

Arriva la  scena dei sassi sul Canal Saint Martin.

La metropolitana è un ricordo lontano.

Che città romantica è Parigi…

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QUELLA COSA LI’

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“Perché ascoltare i Queen se posso ascoltare Bach?”, ha chiesto tempo fa un’amica.

E ha ragione, dal suo punto di vista. Perché se stai cercando quello che può darti Bach, non lo troverai nei Queen. Ma ha anche torto. Perché vale anche il contrario. Quello che ti danno i Queen (o Vinicio Capossela, o i Sex Pistols) non lo troverai in Bach.

Perché la musica classica e la musica pop/rock non sono comparabili. “Che scoperta!”, direte voi, non vorrai mica fare paragoni fra Mozart e Donatella Rettore!

Ma no, intendo proprio dire che non sono comparabili. Cioè che ad andare proprio fino in fondo al discorso, non so se sia meglio Mozart o Donatella Rettore. Sarebbe come chiedermi se è meglio una mela o una moto.

Chiedimelo quando ho fame e ti risponderò in un modo. Chiedimelo quando ho fretta e forse la penserò diversamente.

Lasciando perdere le definizioni della musica classica (tanto avete già capito dove sto andando a parare), che cos’è allora la musica rock? Una mela o una moto? Non lo so. A proposito di definizioni: non facciamo i pedanti, qui si parla di rock nel senso più generico possibile, di musica “dei giovani” se volete: tolti la classica, il jazz e i cori degli alpini… tutto il resto. Ma tutto. Da De Andrè a Rihanna, dai Black Sabbath all’elettronica spinta di Ibiza. Insomma qualcosa che non è definito da uno stile o da un’estetica, ma da… da un non-so-che. Vediamo. Proviamo ad arrivarci.

Cominciamo da cosa non è il rock. O almeno, non necessariamente.

“La musica rock non è arte!” ha detto di recente un amico mentre mi scarrozzava in auto, polemizzando scherzosamente. O scherzando polemicamente. Insomma per provocarmi, ma sorridendo.

Io gli ho dato subito ragione, perché la sua affermazione mi è parsa del tutto evidente. La musica rock può anche diventare arte, eventualmente. Ma non nasce per essere arte. Anzi, quando un musicista rock parte con l’idea di fare arte, di solito finisce male. O malissimo. Insomma raramente i risultati sono buoni.

Se invece parti con l’idea di fare musica rock, e poi succede che hai fatto anche arte, allora è meraviglioso. Allora hai scritto A Day in the Life.

Vabbè, dice lui, non è arte, ma allora che cos’è?

Secondo me la definizione più vicina al vero che si possa dare è che la musica rock è un mezzo di comunicazione che esiste perché persone lontane nello spazio e nel tempo riescano a parlarsi.

Secondo me la musica rock è nata quando quasi settant’anni fa una generazione di giovani più o meno insoddisfatta/insofferente/incazzata/infoiata si è resa conto che aveva qualcosa di grosso da dire. Ma c’erano due problemi.

Il primo è che non sapeva esattamente cosa voleva dire.

Il secondo è che non aveva idea di come dirlo.

L’intuizione geniale, ma veramente geniale, di gente come Chuck Berry e Little Richard e gli altri è stata di capire che la seconda domanda era più importante della prima. Tutto il contrario di quello che ci insegnano di solito.

E così hanno cominciato a preoccuparsi di come dire, prima che pensare a cosa dire. E hanno deciso di esprimersi prendendo in mano strumenti musicali e cominciando a suonarli diversamente da prima: più veloce, più sporco.

E non avendo ancora deciso cosa volevano dire davvero, tanto per rompere il ghiaccio hanno cominciato a parlare di cose a caso, tipo amori giovanili, voglia di andare a ballare, genitori rompipalle, risse, frizzi e lazzi, “hey baby sei troppo forte” e così via.

E le note hanno viaggiato nell’etere e da qualche parte in America e nel mondo, milioni di giovani hanno ascoltato e hanno puntato il dito verso la radio e hanno gridato:

“ECCO! ECCO! SI’! QUELLA COSA LI’! PROPRIO QUELLA LI’! QUELLA COSA SONO IO!”

Quei milioni di giovani hanno capito in quell’istante che anche loro, senza essersene mai resi conto, avevano la stessa cosa da dire. E che anche loro fino a quel momento non avevano mai bene capito cosa volevano dire e come potevano dirlo.

Quasi settant’anni d’esperienza con il rock ci hanno reso più saggi e ci sono serviti a capire che non c’era bisogno di esprimere chiaramente quello che vogliamo dire. Resta più importante come lo diciamo.

Possiamo continuare a usare parole tipo “sole, cuore e amore”, possiamo continuare a scrivere canzoni sull’andare a ballare e bere una birra – sappiamo che stiamo parlando di quella cosa lì. Quella che settant’anni fa ci ha fatto puntare il dito verso la radio e gridare. La stessa cosa ti ronza dentro mentre pensi a vivere.

Jeff Tweedy, uno di questi signori che un giorno ha preso la chitarra in mano (anche se in tempi più recenti di Elvis e Chuck Berry), recentemente ha dato la migliore definizione possibile di musica rock:

“E’ il sentimento che dall’altra parte dello stereo ci sia qualcuno che prova le stesse cose che stai provando tu.”

Ecco, quella cosa lì. Quello secondo me è il rock and roll. Non importa se usi una vecchia chitarra acustica o un beat elettronico sul Mac. Se canti o rappi, se suona come metallo pesante o una molle come una ballata.

Noi ci siamo capiti.

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TERRORE A FINE PASTO

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Parigi: arriva il momento di chiedere il conto.

“Posso offrirvi un digestivo?”

“Certo!” rispondo salivando come un boxer anziano, in riconoscenza della gratuità dell’offerta e in anticipazione del sapore antico di qualche cognac ben invecchiato, o di un rum delle Antille, rotondo e aromatico.

“Abbiamo un limoncello fatto in casa con limoni biologici importati dal sud dell’Italia…”

Noooo! Il limoncello no, cribbio!

Ma dico, non siamo neanche in un ristorante italiano. Ma perché importare il limoncello a Parigi?

Ve lo dico io perché: perché il limoncello è diventato i Ricchi e Poveri della cucina.

Alt, fermi! Io non ce l’ho con il limoncello in quanto tale. Come i Ricchi e Poveri, ha diritto di esistere e di avere un suo mercato. De gustibus non disputandum est, come dicono, arrampicandosi sugli specchi, gli amanti della rucola nella pizza. Insomma il limoncello mi sta anche bene finché assolve al suo compito modesto ma dignitoso di liquore a buon mercato che ti offrono nelle pizzerie economiche per farti (letteralmente) dimenticare che la pizza sapeva di caccola. Che male c’è se il limoncello è il liquore preferito di quelli a cui non piacciono i liquori?

Il problema è che il limoncello è diventato, piaccia o no, l’immagine dell’Italia culinaria.

E lo so che il limoncello può essere anche una cosa fatta perbenino, con i limoni di Sorrento, l’amore di mamma e via discorrendo. Ma nel mondo, o almeno a Parigi, il limoncello è la sbobba dolciastra, limonosa e appiccicosa che, bevuta in quantità sufficiente, serve soprattutto a renderti la serata migliore nei ricordi, anche se l’ha resa peggiore nella realtà.

Insomma il limoncello è una cosa cheap, facile e popolare e i ristoranti di Parigi ci saltano sopra come una muta di lupi della steppa su un leprotto zoppo. Te lo spacciano per la grande specialità italiana, lo fanno pagare come diamante liquido e te lo piazzano lì senza neanche lubrificarti prima.

E quel che doveva essere il cicchetto semplice e poco impegnativo, diventa all’improvviso quel che di meglio l’Italia ha da offrire. Come i Ricchi e Poveri: inconcepibile che da Trento a Ragusa si beva altro (o si ascolti altro che “Sarà perché ti amo”).

I primi responsabili di tutto ciò, naturalmente siamo noi italiani. Siamo noi che furbescamente abbiamo cominciato a propinare i nostri prodotti di serie B al povero francese inconsapevole. Come con i Ricchi e Poveri o Raffaella Carrà. E poi questi sottoprodotti ci si appiccicano addosso come una gomma da masticare su cui sei rimasto seduto sopra inconsapevolmente un paio d’ore (mi è successo; e no, il cubetto di ghiaccio non funziona).

E non contenti della piaga del limoncello da esportazione, abbiamo rincarato la dose: con il temibile spritz!

Attenzione, anche lo spritz di per sé ha un senso e una dignità. In quel di Portogruaro e dintorni, ne ho bevuti di ottimi a 1,80 euro o 2 euro l’uno. Abbondanti, carichi, con le patatine e le olive. Una sera ho fatto l’errore da matricola di ordinarne uno in una pizzeria italiana di Parigi: annacquato, pagato 12 euro.

Me lo sono meritato, perché come fai a cadere in una trappola del genere?

Se il limoncello sono i Ricchi e Poveri, lo spritz è il Toto Cutugno: la sua naturale evoluzione.

La cosa triste è che in questo caso, a differenza dei Ricchi e Poveri, i parigini hanno anche un po’ ragione. Nessuno di voi ha messo “Sarà perché ti amo” nella playlist di Spotify, naturalmente. Ma nelle cene fra compagni di classe nelle pizzerie di Milano il limoncello scorre a fiumi. E lo spritz è tornato alla moda da almeno dieci anni ormai. Insomma, alimentiamo il mostro.

Mi direte: beh, non è che nel settore cocktail e liquori l’Italia abbia dato al mondo chissà cosa. L’Amaro del Capo, la sambuca e il Cynar non li candideremo mai al premio Nobel. Anche se per inciso, l’Amaro del Capo per me il Nobel lo meriterebbe. Ma insomma, capisco. Le grappe sono un’altra cosa. Ce ne sono di raffinate, di preziose. Ma quando dici “grappa”, all’estero la gente reagisce come se avessi proposto: “facciamoci un bicchierino di benzina.” Purtroppo la grappa si è fatta quella reputazione: come un aguardiente adulterato sul mercato nero di Medellin, come un distillato di patate fatto in garage da una vecchia in Siberia.

Ma insomma, il limoncello e lo spritz come bandiera italiana non ce li meritavamo. E’ un po’ come se il nostro paese fosse rappresentato nel mondo da… che so… due come Salvini e Di Maio, per esempio.

Per fortuna, ci saranno sempre gli spaghetti.

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SARA’ PERCHE’ LI ODIO

MUSICA: RICCHI & POVERI, ESCE LA RACCOLTA DEI SUCCESSI

“La confusione ! la confusione !”, grida David sotto il bungalow.

“No, ti prego…” imploro, inutilmente.

“La confusione! Sarà perché ti amo! La confusione! Sarà perché ti amo!” insiste David.

David non mi sta facendo una dichiarazione d’amore. E per fortuna:  perché David (che si prouncia alla francese, come il calciatore Trezeguet) è un resposabile della logistica alto un metro e novanta, con un pizzetto rigoglioso e, incastonata fra ciuffi neri, selvaggi e ricciuti, un’ampia pelata con propensione alle perle di sudore. Insomma, non è proprio il mio tipo.

“… sarà perché ti amoooo!” insiste.

David, l’avrete capito, è un fan dei Ricchi e Poveri. O meglio: non dei Ricchi e Poveri in quanto band: di quello, non gli frega niente. Lui ama quel che rappresentano. Almeno ai suoi occhi.

Sono passati sette anni da quella scena: da quando David mi parlava (o meglio: cantava) così sotto un mango, nel cortile di un ospedale ad Haiti. Da allora, ho incontrato tanti altri David nella mia vita. Troppi.

Perché David è uno di quei francesi, e sono in tanti (vi assicuro: sono proprio tanti) innamorati dell’immagine di un’Italia buffa e un po’ sfigata, tipo lo zio rincoglionito che fa ridere tutti a tavola, un’Italia ridanciana ma un po’ fanfarona, pizza e mandolino. Insomma, l’Italia che ai loro occhi i Ricchi e Poveri rappresentano (se non proprio anagraficamente, culturalmente insomma). Un’Italia bellissima, fotogenica e affabulante, praticamente un eterno film con Mastroianni e la Loren (e a chi non piacciono Mastroianni e la Loren?), in cui il passare dei giorni è scandito solo dall’avvicendarsi dei sughi nel piatto di pasta (lunedì amatriciana, martedì carbonara, mercoledì puttanesca, giovedì arrabbiata ecc.) e in cui lo scorrere degli anni è segnato solo dall’evoluzione dei modelli (tutti sfigati) della FIAT; ma che per tutto il resto, costi quel che costi, bisogna mantenere sempre identica a se stessa: un paese po’ arraffone, conformista, sempliciotto, incapace di elevarsi intellettualmente e socialmente. Tutt’al più, capace di approdare all’Italiano vero di Toto Cutugno, come apice del nostro pensiero artistico e culturale più innovativo e all’avanguardia.

Io non posso negare che l’Italia sia anche un po’ quello e va bene così: è quel che ci fa vendere il Paese ai turisti. Paese di poeti, santi e navigatori (anche se alcune delle più raffinate automobili e moto sportive del mondo si fabbricano proprio… vabbè, lasciamo perdere). Ma che i francesi, quando chiedi cosa conoscono della musica italiana, rispondano sempre Ricchi e Poveri, Toto Cutugno, mi fa venire il morbillo, anche se l’ho fatto da bambino.

Che poi non ho niente contro i Ricchi e Poveri, davvero. Che male fanno? Hanno diritto pure loro di fare la loro musica; non è mica peggio di tanta altra roba che si sente, in Italia e altrove. Anzi. Quel che mi fa disperare è il modo in cui i Ricchi e Poveri sono diventati, volenti o nolenti, quella cosa lì. Quell’immagine di un Paese, di una cultura. Di tutto.

Dico, cinque anni fa mi trovai in viaggio a Bishkek, la tetra capitale del Kirghizistan, e vidi un cartellone che annunciava un concerto dei Ricchi e Poveri: ecco, con tutto il rispetto per i nomadi che allevano cavalli nella steppa, i Ricchi e Poveri vanno bene per le ex repubbliche sovietiche perché in effetti il pubblico ha quei 40-50 anni di ritardo nell’educazione alla musica pop (non è colpa sua, ma di Stalin e Breznev). In Kirghizistan, i Ricchi e Poveri hanno una funzione sociale: serevono da ponte verso i Pooh. Poi passeremo a Antonello Venditti e quindi a Sergio Caputo. Cari kirghisi, se continuate così fra una decina d’anni vi mando un link a un video dei Clash!

Ho cercato mille e mille volte di far cambiare idea a David e gli altri come lui: ho pianto, strappandomi i capelli e trattenendo il fiato fino a diventare blu in faccia, perché prestassero attenzione a un video che nel frattempo avevo frettolosamente trovato su YouTube, un video di qualche band italiana punk, decadente e autodistruttiva, per mostrare che c’è qualche artista italiano che non suona il mandolino sotto l’ulivo dalla mattina alla sera mentre il paese va a puttane.

Ma è stato peggio.

Primo, perché i francesi conservano gusti musicali infantili per tutta la vita, anche nella musica pop e rock, e quindi amano solo roba ultra melodica con i ritornelli facili (tipo le canzoni del Club Med o Johnny Hallyday). Perciò, i miei tentativi hanno l’effetto opposto: li fanno desiderare ancora di più di tornare ai Ricchi e Poveri, al Baffo e alla Brunetta.

Secondo, perché chiaramente loro mi prendono in giro: più io mi straccio le vesti, più si divertono.

E quel che è peggio, poi, è che ho scoperto di avere dei nemici in casa: eh sì, cari miei, avete capito di chi sto parlando! Alcuni fra voi si riconosceranno in queste mie accuse velate… è colpa vostra! Sto parlando di quei connazionali che a un certo punto della searata prendono possesso della playlist della festa e mettono Raffaella Carrà . Italiani snaturati!

Ma dico, abbiate il coraggio di essere coerenti, almeno: tirate fuori un mandolino e mettetevi a suonarlo in canottiera.

Che poi, chi poteva farlo un remix della canzone della Carrà, se non un DJ francese, dunque uno convinto che Raffaella Carrà sia la massima espressione della musica italiana? E chi poteva infilarla in un film se non Sorrentino? Perché per carità, i suoi film son bellissimi (lo penso davvero), ma fondamentalmente dipingono la stessa italia di Mastroianni & Loren, ma a colori.

Dice: eh, Francesco, sei uno snob.

Macché! Snob, io? Ma se adoro in maniera piena e incondizionata “Emozioni”, “Albachiara” e mi piace perfino “Questo piccolo grande amore”! Ci sono forse canzoni italiane più nazional-popolari? Io che amo gli ultimi album dei Beatles, quelli osannati dalla critica, ma che quando si parla delle loro canzoni, alla fin fine preferisco sempre le prime, quelle più semplici, tipo “Please Please Me” e “I Want To Hold Your Hand”! Io che non ho mai specialmente ascoltato i dischi dei Queen, ma appena è uscito Bohemian Rhapsody sono corso a vederlo felice di unirmi a una massa gioiosa (e per una settimana in metropolitana non ho fatto che cantare “Galileo, Galileoooo!!!” Mi han perfino gettato degli spiccioli.)

No, no, per me la popolarità è un pregio, non è un difetto nell’arte. Una volta mi son fatto prendere a male parole dal mio amico Fitzlinke, perché quando scrivevamo ancora le recensioni per una rivista musicale ormai defunta, e ci chiesero di votare i nostri dischi dell’anno, io gli dissi che io avrei votato solo dischi che avevano avuto un certo successo, perché un capolavoro sconosciuto non ha segnato l’anno quanto un bel disco che ha fatto il botto. E mi feci dare del populista.

Insomma non è snobismo, è orgoglio nazionale: i Ricchi e Poveri lasciamoli ai kirghisi!

E ora, naturalmente, mi aspetto di cadere vittima del fuoco amico di quei connazionali che mi sommergeranno di link ai Ricchi e Poveri e a Raffaella Carrà…

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ALL YOU NEED IS PAUL

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È un po’ di tempo che non scrivevo qui: non è che solo perché uno ha un blog, ha sempre qualcosa da dire. Poi mi sono venute in mente due cose. La prima: quando mai il fatto di non avere niente da dire mi ha impedito di scrivere sul blog? La seconda: Paul McCartney!

Ecco, parliamo di Paul McCartney, l’altra metà del cielo. Quella viva e vegeta (forse) che si gode la pensione d’oro delle royalties… Ma quale pensione d’oro! Paul McCartney si fa un mazzo tanto. Invece di sorseggiare sherry guardando malinconicamente il promontorio del Kintyre dall’alba al tramonto, come pure avrebbe diritto di fare, Macca sforna dischi e fa tour mondiali. Un po’ come quei presidenti di banca che a novant’anni fanno ancora le fusioni e le acquisizioni. Solo che McCartney porta i suoi anni molto meglio, è più fico delle sue mogli e non provoca crac finanziari!

Fatto sta che è arrivato finalmente anche il mio turno! Il mio momento insieme a Paul! Io e lui! Cioè io, lui e altre settantamila persone per essere precisi. Stipati nell’arena della Défense, a Parigi, un mercoledì sera di fine novembre.

Cosa volete che vi dica: per me, che pure non sono il fan numero uno dei Beatles, è stato un po’ come se fossi andato in udienza privata dal Papa. Paragone non del tutto scorretto, perché McCartney, si capisce, è in odore di santità. Dico: si è mai vista una rockstar più candida, più sana, più buontempona, più gentile e melodica di lui? Scommetto che insisteva per portare le groupie a cena almeno un paio di volte prima di farsele. Almeno questa è la sua persona pubblica: perché a leggere le storie sui retroscena, pare che “Paul il Buontempone” fosse una specie di carrierista spietato avido di soldi e di gloria, disperatamente aggrappato al bisogno di sedurre sempre e piacere a tutti, pronto a vendere sua madre per avere il primo posto in classifica. Ma che importanza hanno questi peccati veniali, quando sale sul palco e attacca il concerto con “A Hard Day’s Night”?

E poi devo ammettere: all’idea di vedere un pezzo di Beatles in carne e ossa sulla scena, mi parte uno scompenso ormonale che non mi fa capire più niente. Pensare che quelle sono le stesse cellule che cinquant’anni fa componevano “Penny Lane”, “Yesterday” e “Hey Jude”, e che ora stanno lì, a pochi (beh… pochi…) metri da me, cantando (anche) per me (a un modico prezzo), insomma tutto questo è un sogno. Pensare che quelle mani hanno stretto le mani di John Lennon, John Lennon!

Paul e John, John e Paul, Lennon-McCartney sono quei personaggi talmente immensi che se non ce li avessi di fronte in carne e ossa, dubiterei che siano esistiti davvero. E infatti, di John Lennon non sono tanto sicuro. E poi, dopo aver visto i Rolling Stones lo scorso anno, ho completato il mio album delle figurine dei paleo-rocker!

E così, fra una “All My Loving” e una “Helter Skelter”, fra una “Something” e una “Eleanor Rigby”, intervallate da qualche simpatico pezzo del suo periodo con gli Wings (presente? dai, tipo “Live and Let Die”, “Band on the Run”… presente?) e da qualche oscuro brano del suo repertorio solista di cui non frega una mazza a nessuno, sono trascorse quasi tre ore. A 76 anni suonati, è una durata invidiabile! Senza neanche Viagra!

I pezzi della sua carriera solista, quelli che manco sua figlia cerca su Spotify, sono tornati comodi per distrarmi un po’ e darmi il tempo di guardami intorno per fare la mia solita microindagine sociologica sulla gente che va ai concerti in Francia. Che poi non saprei se siano le stesse categorie di quelli che vanno ai concerti nel resto del mondo: probabilmente sì. C’è l’adolescente che manda ogni canzone in streaming all’amica del cuore, il vecchio ex metallaro brizzolato con giubbotto di pelle e stivali a cui puzzano le ascelle, il ragioniere di mezza età che finisce per essere quello che spintona più di tutti, la mamma-rock ecoresponsabile a chilometri zero, il ventenne ubriaco che ti annaffia di sudore… e io, che sono un po’ un misto di tutti questi generi.

Il fatto è che di reni me ne sono già venduti dodici, per vedere i concerti (lo so: non avrei dovuto uccidere quelle sei persone). E quindi stavolta non me la sono sentita di grondare altro sangue nelle tasche del ricchissimo Paul, e ho preso i biglietti economici: quelli della tribuna lontanissima. Praticamente, se guardavo davanti vedevo Paul McCartney; se mi giravo indietro, vedevo ancora lo zerbino sulla soglia di casa.

In tribuna, in genere, ci vanno quelli tranquilli; se parliamo del concerto di un 76enne, poi, lassù nei posti a sedere ti aspetti di vedere cateteri, deambulatori e dentiere appoggiate sui braccioli. Ebbene, sono rimasto sorpreso: alle alture della fila 52 c’era una biodiversità che sembrava il Sulawesi. La prova di buon senso, come sempre, l’hanno vinta i giovani: come le due ragazzine in basso a destra che hanno letteralmente cantato e ballato (da sedute) ogni pezzo dei Beatles e degli Wings (quelli di McCartney da solista no, non ce l’hanno fatta neanche loro). E pazienza se ogni tanto tiravano fuori il telefono per sparare qualche raffica di foto o filmare una decina di secondi di “Let It Be” per whatsapparla più tardi al fidanzato. Almeno quello è un uso sensato (discutibile, ma sensato) del telefono a un concerto.

Il tizio di fianco a me, a occhio e croce mio compagno di viaggio nella placida prateria della mezza età, a un certo punto stava su LinkedIn. LinkedIn! Fatemelo ripetere: LinkedIn! No, dico: vai a un concerto rock e ti metti a leggere gli articoli di LinkedIn! Si è mai vista una cosa del genere? In nome di Chuck Berry, che diamine sta succedendo a questo mondo?

Per non parlare dell’altro, sulla sessantina, con la faccia da amministratore delegato scandinavo che ha costruito la sauna in casa, porta i calzettoni natalizi e va in giro con un’auto familiare lunga sette metri e mezzo, che ha filmato un sacco di canzoni usando sistematicamente il flash. Il flash! A’ vichingo, ma che nun te rendi conto che stai a cento metri di distanza dar palco, te possin’ ammazza’!

Niente, lui si ostinava a flashare a distanza ravvicinata la nuca di quelli davanti, manco cercasse i pidocchi. A’ vichingo, ma mànnalo ar festival de Bberlino, ‘sto video de mmerda!

Ma che importa. Eravamo io e Paul. Paul e io.

E Paul, lui, era perfetto. Da lontano, manco si vedevano le rughe e ogni tanto potevi fare finta che gli altri fossero John, George e Ringo. La voce faceva un po’ fatica, ma non è che parliamo di Pavarotti. Quel che conta è che tu ci sia, Paul, con le tue canzoni e il tuo sorriso buontempone.

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PRESEPE VIVENTE

NM

Sarà che la mezza età ti rende particolarmente sensibile alla gerontofobia dilagante, sarà che se non sei nativo digitale al giorno d’oggi ti chiedono il permesso di espiantarti un organo, fatto sta che ho deciso di andare a vedere il concerto di Nick Mason.

Come sarebbe “Chi è Nick Mason?”, ma io vi dis-Facebook-amico subito, ignoranti! Nick Mason è il batterista dei fu-Pink Floyd, la mitica band del Lato Oscuro della Luna e poi del lato duro del Muro, quella di “we don’t need no education”, del porcello in volo su Londra, quella che vendette fantastilioni di dischi e fece la storia, ma a un certo punto divenne l’emblema dei brontosauri del rock, del vecchiume, della roba fuori moda di cui fare ripulisti – e con questo siamo solo al 1977.

Oggi Nick Mason, collezionista d’auto sportive, è un simpatico settantaquattrenne. La sua storia è un po’ quella di Ringo Starr (spero di non dovervi dire chi è Ringo Starr): entrambi batteristi, entrambi sono entrati indiscutibilmente nel pantheon del rock, ma entrambi ci sono entrati più grazie alla genialità dei loro compagni di band che alla propria tecnica sopraffina, però proprio per colpa di questi musicisti geniali a cui si sono accompagnati entrambi hanno finito per essere sottovalutati, entrambi hanno rappresentato l’elemento buontempone e scanzonato della band, mentre (entrambi) vedevano i due maschi alfa del gruppo sviluppare un odio reciproco profondo e rancoroso (il maschio alfa più irrequieto, più carismatico, creativo, più impegnato, cioè John Lennon e Roger Waters da una parte, contro il maschio alfa più talentuoso musicalmente, più bravo tecnicamente, più maestro delle note e degli accordi, cioè Paul McCartney e David Gilmour dall’altra), entrambi hanno visto il terzo incomodo di quel duello morire di cancro, forse per aver assorbito tutta la bile versata dai leader (George Harrison, Richard Wright).

Avete mai visto due storie più parallele?

Ma lasciamo navigare Ringo Starr nelle sue acque placide da milionario e torniamo a Nick Mason.

Nick Mason a un certo punto deve essersi detto che lucidare ogni mattina il cofano della sua Ferrari Daytona doveva essere un po’ noioso, e così si è messo in testa di fare una turné. E Nick Mason essendo persona intelligente, deve essersi anche detto: “Se mi metto a suonare quel che ho fatto al di fuori dei Pink Floyd, manco mio cugino mi viene a vedere”.

Ergo, bisogna fare una turné portando in giro canzoni dei Pink Floyd. C’è solo un problema: uno di quei due maschi alfa di cui sopra, peraltro il più fumino di carattere, Roger Waters, sta andando in turné pure lui, e ha messo in scaletta i pezzi forti dei Pink Floyd, quella serie di album (The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals, The Wall) che stanno agli anni Settanta come i contrafforti stanno alla cattedrale. E a buon diritto, perché nel complesso, di quei dischi Roger Waters è padre e padrone: li ha concepiti, voluti, per la stragrande maggioranza li ha scritti e cantati. È roba sua, insomma. Mason non poteva né fare un doppione di valore decisamente inferiore (perché un batterista contro un frontman-compositore è come il Sassuolo contro l’Int… no fermi: è come il Maggiolino Volkswagen contro la McLaren). E probabilmente, rancoroso e pieno di bile non digerita com’è ancora oggi, Waters l’avrebbe pure portato in tribunale.

Allora Mason ha fatto una furbata e ha deciso di andare in turné con tutte quelle canzoni che i Pink Floyd fecero prima di raggiungere successo intergalattico. Che fa pure figo-alternativo e tra l’altro, guarda caso, tira la volata al maxi-cofanetto grande quanto un divano che la loro casa discografica ha pubblicato l’anno scorso, dedicato proprio a quella primavera nell’esistenza dei Pink Floyd e pieno di cd, dvd, fotografie, cartoline, manifesti, riproduzioni, pezzi di pelle secca e verruche.

Vabbè ma questo concerto com’è stato? Ve lo racconto: entrate con me all’Olympia di Parigi.

La prima cosa da dire, è che l’Olympia è una sala mitica (sul serio), su questo non c’è dubbio. La seconda, è che stasera tutti i posti sono a sedere. Ora, i posti a sedere a un concerto rock sono un po’ come i posti in piedi alla messa: quando arrivi tardi e non trovi altro, passi; altrimenti, meglio evitare, ecco. Il fatto che tutti i posti all’Olympia siano a sedere, ci dà già parecchi indizi: gli organizzatori si sono (giustamente) preoccupati per la circolazione nelle gambe e le vene varicose del pubblico.

Già, ecco, il pubblico: mai visto un concerto con così pochi smartphone. Probabilmente perché la maggior parte della gente in sala non li possiede e/o non li sa usare. Più che pogare, qui ti fanno alzare dalla poltroncina perché ogni due minuti qualcuno deve andare in bagno, che la vescica non tiene più come un tempo. Insomma, sembra il pubblico di Woodstock 1969… al giorno d’oggi.

Anche io, eh! Non crediate che mi senta al di sopra. Ho preso solo una mezza birra per non rischiare.

Lo stesso Nick Mason, a dire il vero, deve essere consapevole del bisogno di ringiovanire un po’ l’atmosfera. E infatti nella sua band ha chiamato ragazzini come Gary Kemp, il chitarrista degli Spandau Ballet.

Cominciano a suonare: splendido, bravissimi. Come sempre (sarà l’età anche questo), ci sono momenti che mi commuovono: come potrebbe non essere altrimenti, quando suonano Arnold Layne?

Ogni tanto Nick Mason si alza dallo sgabello, dietro la sua batteria, per dire due parole, raccontare un aneddoto del ’68, ringraziare. Fa qualche battuta, da buontempone. A turno, i membri della band prendono la parola, raccontano aneddoti anche loro, tipo “ricordo ancora quando conobbi Nick Mason…” – un buon segno, se ricordano: vuol dire che ancora non hanno l’Alzheimer.

Sembra una serata amarcord, un vecchio ritrovo di compagni di scuola in onore dell’amico che va in pensione (dopo diciotto anni di carriera da senatore).

Direte: inevitabile, vista l’età.

Non sono sicuro. Basta fare il paragone con Roger Waters, ex compagno di band di Nick Mason, che ho visto in concerto (pure lui) a giugno scorso.

Waters, che ha un anno in più di Nick Mason, è un artista vitale, attivissimo, pieno d’energia, perfino troppa! Sempre incazzato… calmati, Roger! Alla tua età, pensa al cuore, alla pressione! Waters ha tante cose da dire. Come il pesce-ratto di Fantozzi, quel che fa Roger Waters oggi può piacere o non piacere, ma è roba nuova, viva (l’ultimo suo disco è uscito l’anno scorso). Il concerto di Roger Waters non è un inno alla nostalgia, anche i pezzi dei Pink Floyd che hanno più di quarant’anni sono scelti perché s’inseriscano in un contesto attuale, interpretati in maniera da filare in un discorso da 2018 – per quanto non particolarmente originale, tipo “Trump è un coglione” eccetera.

Nick Mason, ti dico: ho adorato il tuo concerto, la band suonava benissimo e quelle canzoni mi hanno dato i brividi, ma è stato un po’ come andare al museo.

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E con questo, cosa voglio dire?

Niente: siamo in un mondo libero, vivaddio, c’è spazio per tutti.

Infatti fra qualche mese vado a vedere Paul McCartney.

Paul, mi raccomando, almeno fino a fine novembre stai attento agli scalini, che le ossa alla tua età sono fragili.

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BENVENUTI A MONTMARTRE

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“Bravò, bravò!” (voce femminile, accento sulla ‘O’ alla francese, ma forte cadenza slava). Applausi.

… e io che schiudo appena appena gli occhi, provo (senza riuscirci) a formulare un pensiero coerente, mi giro dall’altra parte e cerco di riprendere sonno.

“Bravò, bravò!” (stessa voce). Altri applausi.

… stavolta non apro gli occhi, anzi, in segno di protesta strizzo le palpebre per impedire anche alla più microscopica particella di luce di passare; ribalto il cuscino (anche l’altro lato è zuppo di sudore…). Sbuffo, penso “dai… lasciatemi dormire… è domenica…” Intanto s’è svegliato anche il gatto, che miagola dietro la porta.

“Bravò, bravò!”, insiste la donna. Ancora più applausi. Qualche “Ohhh!” della folla.

Basta, per l’amor d’Iddio! Fatemi dormire! E poi, chi volete che sia così imbecille da credere che si vinca così spesso al gioco dei tre bussolotti? L’hanno capito anche i sassi che è tutta una truffa!

Niente: sono del tutto sveglio ormai. Mi hanno così infastidito che le mie orecchie percepiscono solo le loro voci. Il timbro vocale di quella donna, quella che fa “bravò, bravò!” mi penetra diretto nel cervello. Ho l’impressione che per il resto della mia vita non sentirò altro che: “bravò, bravò!”

Ah, Montmartre! Quartiere dei poeti, degli artisti, di quel malaffare folkloristico, colorito ma generalmente innocuo, che fa la fortuna dei romanzieri e regala brividi innocenti ai medio-borghesi che volevano essere i pirati dei Caraibi. Francamente, per farmi schiodare da Montmartre dovrebbero fare qualcosa di veramente radicale, tipo appiattire la collina o spostare il Sacro Cuore in Provenza. O addirittura farmi trovare un appartamento leggermente più grande a un prezzo abbordabile.

Quel “malaffare folkloristico”: già. Spacciatori di piccolo calibro, quelli che ti buttano lì con aria casuale un “hai bisogno di niente?” ma senza insistere; zingarelle che chiedono spiccioli oppure a volte cercano di prenderseli senza chiedere, probabilmente per non disturbare (e pensare che nelle arie di Giuseppe Verdi e nei romanzi di Victor Hugo erano tanto simpatiche, le zingarelle!); gruppuscoli di giovanotti dall’aria scapestrata che rompono qualche bottiglia il sabato notte, ma senza far (troppo) male a nessuno; fruttivendoli che ti rapinano gentilmente, senza usare le armi, anzi con simpatia, perfino dandoti lo scontrino. E tu, dopo aver pagato 10 euro per quattro melograni che non sono manco bio, dici pure “grazie e arrivederci”.

E poi ci sono quelli del gioco dei tre bussolotti. Avete presente? Tre bussolotti, tre coppette, tre tazze o tre bicchierini (non trasparenti), più una pallina… un banchetto per strada… mani abili, veloci… i bussolotti girano, si scambiano posto, rigirano… e indovina dov’è la pallina alla fine? Non s’indovina mai.

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(state alla larga! ripeto: state alla larga!)

La finestra di camera mia affaccia sui tetti in ardesia di Parigi: una vista bellissima. Più in basso, il viavai della strada, il pavè, i negozi, le brasserie – e quell’incrocio con la rue de Steinkerque: miliardi di turisti, un fiume umano che sale verso il Sacro Cuore… ma soprattutto i banchetti del temibile gioco dei tre bussolotti. Questi banchetti, ovviamente, lavorano a ritmi straordinari nel weekend, quando il flusso dei visitatori a Montmartre diventa uno tsunami. E il gioco inizia presto: salire al Sacro Cuore costa fatica, ci sono sette milioni di scalini da fare, la gente arriva già di prima mattina per evitare il sole a picco.

In un lunedì di febbraio, alle dieci di sera, Place du Tertre (quella dei pittori) è deserta, magica. C’è quasi una specie di nebbiolina, il pavè è lucido. Il Sacro Cuore è tutto per te. D’accordo, ti si formano i ghiaccioli fra le chiappe, ma sugli scalini non c’è nessuno. Nel weekend, invece, soprattutto d’estate… E io imploro gli dei: per favore, almeno al mattino presto (siamo tutti d’accordo che prima delle undici è presto, giusto?) lasciatemi stare.

Invece no. Perché il fine settimana, mattina, pomeriggio e sera, la collina di Montmartre ha la stessa densità di popolazione di una piscina a Shanghai in agosto. E per il racket del gioco d’azzardo di strada, è una manna. Probabilmente si sentono come uno squalo bianco che si getta in mezzo a un banco di sardine: basta aprire la bocca.

Qualche volta mi sono fermato a osservarli. Conosci il tuo nemico, dicono.

Il banchetto: una scatola di cartone. Tre coppette di metallo. Una pallina di gommapiuma bianca (o forse tre, o nessuna – questo è il trucco). Un tizio col visino pulito di un trafficante di prostitute balcanico che muove agilmente le mani dal dorso peloso. Intorno, un cast di figuranti – chi fa finta di giocare, chi di guardare, chi di dare consigli. Tutti complici naturalmente. Guardateli bene: hanno tutti la stessa faccia. Se portassero i maglioni rossi della Banda Bassotti non potrebbe essere più evidente.

Ovviamente, qualche metro più in là c’è il palo, anzi i pali. Auricolare sempre all’orecchio come l’agente 007, sguardo nervoso che scorre su e giù per la strada. Appena appare un’auto con la faccia della Polizia, parte la telefonata. Il banchetto sparisce nel tempo che ci vuole per dire “anvédi!”

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(cosa? “pali”, noi? mannò, stiamo qui per caso…)

Il ruolo fondamentale, fra i complici, ce l’hanno le donne. Attraggono, rassicurano, intrigano. Ti fanno perfino dimenticare che tutti gli altri, gli uomini, hanno l’aspetto di chi è appena evaso da Alcatraz massacrando le guardie e poi tagliando la gola a qualche cucciolo di labrador per divertimento. Le donne invece sorridono e fanno il tifo: quando un complice finge di giocare e “vince” (bisogna che qualcuno ogni tanto finga di vincere, per far credere al turista-pollo che la vittoria sia possibile), le donne complici gridano “Bravò! Bravò!”, ma forte, eh! E mi svegliano.

Dicevo, qualche volta mi sono fermato a guardarli. Una volta, in cinque minuti, li ho visti prendere 50 euro a un ragazzo con la faccia da studente (avreste dovuto vedere come l’ha ribaltato la sua ragazza, quando è tornato mogio mogio verso di lei) e 150 euro a un turista barbuto di mezza età (avreste dovuto vedere come l’ha strigliato sua moglie, quando è tornato mogio mogio da lei).

Ci cascano tutti.

Funziona più o meno così: c’è un banchetto, un tizio che manovra i bussolotti, della gente che gioca e altra che guarda e fa il tifo. Fino a qui è una messinscena, ogni singola persona fa parte del gruppo – sono complici. Di tanto in tanto, qualcuno sembra indovinare, le donne gridano “bravò” per attrarre l’attenzione e incoraggiare.

I turisti passano, rallentano, guardano; qualcuno resta mentalmente impigliato alla scena, fatica a staccarsi, decide di fermarsi ma magari sta in disparte: vuole osservare senza farsi risucchiare.

Versione 2

(“Che dici, scommetto? Dai, è facile! L’ho vista, la pallina!”)

A un certo punto, dai e dai, un turista più pollo degli altri si avvicina al capannello dei giocatori (i complici). Quando questo succede, il banco fa un paio di mani facili: il pollo non è ancora pronto a giocare, bisogna fargli credere che il gioco sia alla sua portata. Guarda, osserva, studia… il pollo comincia a pensare “Ma… eppure… mmhhh… non è così difficile… mi sembra di intuire sempre dove va la pallina… ce la posso fare!”

Avvertimento: se mentre stai lì a guardare indovini sempre dove va la pallina, forse è perché vogliono farti indovinare. Questo dovrebbe essere il primo indizio che qualcosa puzza. Se fosse così facile indovinare dov’è la pallina, i banchetti dei tre bussolotti sarebbero tutti falliti.

Ma andiamo avanti.

A un certo punto, quando il pollo ha un piede nella trappola, inizia la partita decisiva. Il banco muove le tre coppette; fra le tre, ce n’è immancabimente una sotto cui certamente non si trova la pallina. Fra le altre due puoi avere un dubbio, ma quella lì proprio no: lì sotto di sicuro non c’è niente.

Finalmente le coppette si fermano, il boss chiede “chi vuole indovinare?” Prontamente, un tizio (che pare il suo fratello gemello) si lancia e scommette proprio sul bussolotto sfigato, quello sotto cui sei sicuro che non ci sia nulla. E infatti: il tizio ha perso, che stupido!

“Oh, nooooo” dicono gli altri finti osservatori, tutti complici. Le donne fanno la faccia come Meg Ryan quando si scuce l’orlo.

A quel punto, se il gioco fosse vero, qualunque banco degno di tale nome ricomincerebbe da capo: perché lasciar tentare a qualcun altro d’indovinare, quando sono rimasti in gioco solo due bussolotti? Le probabilità non sono più le stesse. Invece no, il banco continua il giro con i due soli bussolotti rimasti. Questo è il secondo indizio, chiaro e lampante, che… Montmartre, we have a problem!

Ma il turista-pollo non ragiona, perché ha l’acquolina in bocca: se riuscivo a indovinare con tre bussolotti, pensa, figuriamoci con due!

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(e intanto il palo è sempre là con la sua auricolare…)

Il banco fa girare ancora un po’ i due bussolotti residui… e guarda un po’, adesso le sue mani non sembrano più così veloci… anzi, a un certo punto si “impicciano” quasi, maldestramente… ma sì, dai, abbiamo visto tutti per un attimo sollevarsi quella coppetta, sotto la quale non c’era niente… e ora le mani si fermano… oddio, pensa il turista, ma è sicuro, è sicuro! SO DOVE SI TROVA LA PALLINA!

“Dov’è la pallina? Mister, mister, dov’è la pallina?”

Il “mister” in questione naturalmente è il turista. Il quale sta salivando come un lupo nel pollaio. Solo che lui è il pollo. È vicino al banchetto, restano solo quei due bussolotti, e uno dei due si è pure mezzo alzato durante il giro, hanno visto tutti che la pallina non è lì…

Non ci posso credere¸pensa il pollo, è così facile indovinare!

Infatti non dovrebbe crederci.

“Dai, dai!” incitano i complici.

“Dai, dai!” dice una bionda, mettendogli la mano sul braccio – sprigionando quell’effetto “calore umano” che ti fa sentire un passo più pronto all’azione.

Caro pollo, non ti stai chiedendo perché nessun altro scommette? Se è così evidente dove si trova la pallina, perché tutti stanno incoraggiando proprio te a giocare, invece di provarci loro? Che, gli fanno schifo 50 euro?

Il pollo comincia ad allungare il braccio. Qualcosa nel suo fondo-cranio si attiva, un istinto primordiale da cacciatore-raccoglitore che comincia a dire Aspetta, aspetta… è troppo facile…, ma il pensiero non si è ancora ben formato, resta vago, incerto.

La mano si allunga, verso il bussolotto-esca…

“Mister, mister, i soldi…” osserva il banco.

Ah già! Quel dettaglio… i soldi! Ci eravamo quasi dimenticati…

Attento, attento… dice la vocina interiore; ma ancora non ha abbastanza forza per sovrastare il tifo circostante.

“Sì, dai, dai, è lì! Forza! Vai che ce la fai!” gridano i complici.

Il pollo cade in trappola. Tira fuori il portafoglio, prende 50 euro – la puntata minima. Solleva il bussolotto. La pallina non c’è.

“Ohhhhh…” fa il pubblico.

Ah, Montmartre!

Il banco ricomincia la sua routine, incurante della tristezza del povero pollo. Lui (perché di solito è un uomo) si allontana dal banchetto, mogio mogio, verso una moglie o una fidanzata dall’aria esasperata che gli grida insulti nelle orecchie fino alla fermata della metro. La mattinata è rovinata. Forse, pure la giornata.

Non ci pensare, compagno pollo. Ci siamo cascati tutti – se non a questo gioco (grazie al cielo) a qualcos’altro. Io per esempio ho pagato tariffe da rapina per farmi lustrare le scarpe in Messico. Siamo stati tutti, nella vita, polli e turisti. È il destino umano, ed è meglio essere polli che faine. Ci perderai qualche soldo, ma ti porti dentro meno monnezza. Però, santi numi, non puoi andare a fare il pollo in un altro cazzo di strada???

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