A FIORENZO

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Per la cronaca, questa è la seconda parte di un post che è diventato una mini conversazione con l’amico Fiorenzo. La prima parte del post la trovate qui: IL GUSTO DELLA SPESA VINTAGE

E il commento di Fiorenzo, si trova qui.

Caro Fiorenzo,

è ovvio che quando parliamo di generi musicali in base ai decenni (anni ‘70, ‘80, ‘90 e così via), stiamo creando suddivisioni stilistiche e temporali artificiali; e l’idea stessa che un artista un bel mattino si alzi (nel caso di Keith Richards: si alza la sera) e si metta a creare musica completamente “nuova” è una forzatura. Si tratta di semplificazioni e vanno prese come tali: altrimenti adotteremmo un approccio ragionieristico-contabile destinato a dissanguare ogni discorso intorno al Tempo e all’Uomo. Del resto, il concetto stesso di tempo è una convenzione arbitraria e se arrotondare gli “evi” musicali al decennio ti pare troppo, cosa dovremmo dire delle ere preistoriche, che si arrotondano al milione di anni! Lo stegosaurus, per esempio, è vissuto nel Giurassico Superiore, cioè fra 161 e 145 milioni di anni fa. Mica si sono estinti tutti gli stegosauri alla mezzanotte del 144,999,999 avanti Cristo (o forse sì). Ma abbiamo bisogno di queste semplificazioni, anche per creare la nostra personale storia romantica del mondo (i Favolosi anni ’60, i Roaring Twenties, “l’eroina degli anni ’70″…). E se alla musica rock togliamo il romanticismo, cosa resta?

Quello del creare musica poi, è un concetto quanto meno relativo, arbitrario. Anzi, direi che forse quel che conta, in realtà, è l’intenzione. Cos’ha in testa un artista quando è di fronte a se stesso (può eventualmente usare uno specchio, se lo aiuta)? Ha intenzione di creare musica o di copiare musica? Sul piano ideale, s’intende. Che poi in pratica il confine è labile… quanto al risultato del suo sforzo, lascio ad altri giudicare: troppo difficile. A me basta sapere quali siano le intenzioni, grosso modo, che l’hanno spinto.

E in queste intenzioni, qualcosa è cambiato negli anni, non c’è dubbio. Più o meno “nuovi” che fossero, i generi musicali che hanno dominato la scena dai primi vagiti del blues di Robert Johnson (1911-1938) alla New Wave (a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 – ah, ecco un genere che ci obbliga a rompere l’ordine preciso dei decenni!), abbiamo visto nascere e più o meno crescere suoni e ritmi spesso originali e “freschi” (meglio “freschi” di “nuovi”?).

A fine anni ’80, per la prima volta, si è prodotto un fenomeno strano. Band come gli Stone Roses (che peraltro adoro) hanno cominciato a fare musica cercando di ricreare suoni e stilemi del recente passato. Attenzione, non è la riscoperta del passato la novità: il Classicismo fra il XVII e il XIX secolo ne è una dimostrazione mostruosamente evidente. Ma il Classicismo riprendeva un gusto appartenente a un’epoca passata da secoli – tanti. Gli Stone Roses invece riprendevano suoni degli anni Sessanta, ovvero presenti nella memoria vivente. Un clamoroso riciclone di quel che avevano (quasi) vissuto. Da quel momento, più o meno, ogni genere (e ogni epoca musicale) ha conosciuto il suo revival. Anzi, si è affermato quasi un processo automatico secondo il quale passati ventanni, ogni genere acquista una dignità “storica” e merita di essere rivisitato. Perfino la musica plasticosa degli anni Ottanta – attenzione, ancora una volta, non prendiamo una definizione “contabile” della musica anni Ottanta, comprensiva di tutti i dischi pubblicati durante quel decennio, che ha visto, fra l’altro, l’avvento degli Smiths e l’uscita di alcune delle cose più belle di Tom Waits, Nick Cave, dei Cure e di Prince – quest’ultimo avrebbe anche potuto perdere l’udito dopo il 1988, per quanto mi riguarda… anzi, fermi tutti! Ci sono! Forse è proprio quel che è successo! Sì, ne sono certo! Questo spiegherebbe finalmente tutto! Prince ha perso l’udito nell’autunno 1988, ecco! Ma torniamo a noi: quando parlo di musica anni Ottanta intendo dire quella che “definisce” gli anni Ottanta, quella nata in quel periodo e intimamente associata a quel decennio: non “Rain Dogs” di Tom Waits, insomma, ma il pop plasticoso. Ecco, perfino questa musica viene riscoperta – e da qualche tempo ormai (sono passati da mo’ i fatidici vent’anni della riabilitazione culturale). Tutta roba che un tempo ci affrettammo (giustamente) ad archiviare e dimenticare, e che qualcuno furbamente ha riesumato, disseppellito, riproposto. Ci sono mille e mille esempi ma quello del pop plasicoso degli anni Ottanta per me è il più chiaro, lampante. È semplicemente passato abbastanza tempo perché ci dimenticassimo di quanto schifo ci avesse fatto; ora è tempo di farcelo piacere. Lo senti nella musica nuova che esce (nei suoni, nei ritmi, negli effetti una volta giudicati imbarazzanti) e lo vedi nell’astuta creazione di nuove nicchie di mercato per quei dischi, quelli stessi che uscirono allora; in parte è nostalgia, in parte basta “scoprire” (cioè inventare retroattivamente) una definizione di genere musicale d’epoca, anche se all’epoca in effetti non esisteva, dargli un nome fico, stabilire (con l’aiuto di un critico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete) che quegli album ne fanno parte e aspettare che gli hipster arrivino a sfruculiare i cartoni con i vinili usati; se la cosa funziona, il passo successivo è smettere di vendere vinili usati e a 7-8 euro l’uno e ristampare il tutto in vinile da 180 grammi rimasterizzato a 30 euro e aspettare che gli hipster ripassino per comprarlo di nuovo. Naturalmente, il primo a cascarci sono io: altrimenti non sarebbe divertente.

Forse la musica rock, come scrive Simon “Le Bon” Reynolds, non finirà con i botti, tipo grande esplosione, ma lentamente soffocata sotto il peso di un ennesimo cofanetto deluxe il cui quinto cd non sei mai arrivato ad ascoltare perché ucciso dalla noia dopo la sesta canzone del quarto cd, che poi sarebbe la quarta versione alternativa di una canzone che in fondo non ti piaceva più di tanto neanche quando era nuova…

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IL GUSTO DELLA SPESA VINTAGE

retromania

Qualche tempo fa discutevo con Ribo, infallibile alter ego delle mie paranoie musicali, del fatto che nel XXI secolo sono un po’ scomparsi i generi musicali. Badate bene: anche la musica che esce oggi appartiene a un genere, più o meno (a volte a una combinazione di generi, ma poco importa). Solo che non nascono più generi dominanti, quelli che sovrastano il mondo del rock e del pop al punto da trascenderlo, scavalcandone i confini e sequestrando la cultura popolare di massa. O forse, più correttamente, saldandosi a questa, diventandone una sorta di acceleratore. Insomma se vi dico “anni Ottanta”, viene in mente a tutti, e rapidamente, di che tipo di musica (popolare, di massa) stiamo parlando. Se dico “2009”, molto meno. Dai, smettete di pensarci. L’ho già fatto io per voi: la risposta non c’è.

La mia teoria, fino a poco tempo fa, era la seguente; che prima dell’avvento della musica online, la nostra scelta era molto più limitata. Conoscevamo quel che passavano le radio e la TV, quel che usciva sulle riviste di musica. Le case discografiche, quindi, potevano imporci i loro trend. Se decidevano che i Blur e gli Oasis andavano forte, potevano saturare l’etere e gli scaffali dei negozi di dischi di band Britpop, a prescindere dalla qualità (da cui i Menswear). Il mondo non aveva scelta, doveva mandare giù.

Ma quando tutti hanno accesso a tutto in rete, e quel tutto non costa niente, quando i dischi non si vendono neanche più, l’industria discografica è impotente e il consumatore realizza il suo sogno anarchico. Ognuno compra in streaming o download, o più probabilmente scarica illegalmente o ascolta su YouTube, quello che vuole. Mille generi possono coesistere. Nessuno ascolta più un intero album, quindi la frammentazione regna sovrana in ogni senso.

(Incidentalmente, potrei aggiungere: e tutti abbiamo centinaia di album, nel nostro computer o nello smartphone, che non abbiamo mai ascoltato; ma questo è un altro discorso).

Torniamo alla mia teoria, per dire che mi sbagliavo.

Ho appena scoperto la verità leggendo questo libro bellissimo di Simon Reynolds, Retromania. I generi musicali non nascono più (salvo qualche cosa ai margini, nelle riserve indiane del vero alternative) perché da una quindicina-ventina d’anni i musicisti hanno deciso che non c’era più bisogno di creare niente; e si sono messi a fare dei collage di quel che è già stato fatto.

Reynolds chiama queste band “collezionisti di dischi”, perché i loro dischi sono come una collezione di altri dischi usciti nei decenni precedenti. Direte: embè? anche i Beatles, nel Cavern di Liverpool prima di diventare famosi, erano mani e piedi dentro il rhythm & blues che non avevano certo inventato loro. Vero, e naturalmente chiunque faccia qualcosa (non solo nella musica) non lo fa nel vuoto: c’è sempre qualcosa o qualcuno che c’ispira, che ci piace, che ci aiuta a trovare la nostra strada. Poi però, questa strada uno la deve trovare. Ai miei tempi, direbbe mio nonno scuotendo il capo, uno la trovava. I giovani d’oggi…

… no, non c’entrano niente i giovani d’oggi. Anzi, quel poco di creatività originale che ancora esiste lo dobbiamo più a dei teenager o quasi come King Krule e Let’s Eat Grandma, che non saranno mai famosi ma fanno a modo loro. Fra i musicisti di qualità (perché attenzione, stiamo parlando anche di roba di grandissima qualità), soprattutto quelli che occupano quella fascia intermedia fra gli sconosciuti e il mainstream, quelli insomma che vengono recensiti dalle riviste musicali, che fanno la loro porca figura ai festival rock, che magari ti fanno un concerto all’Alcatraz di Milano e non al Forum, ma comunque il concerto lo fanno e i biglietti li vendono tutti… ecco, fra questa fascia di musicisti, che spesso non sono più sbarbatelli di primo pelo, il citazionismo è dilagante, mentre le influenze e i riferimenti non sono più assimilati, rielaborati, trasformati: sono evidenti, scontati, perfino esibiti.

Io mi diletto da qualche anno a scrivere recensioni musicali per il glorioso Mucchio Selvaggio, rivista che purtroppo il mese scorso ha pubblicato il suo ultimo numero cartaceo (stay tuned). Ebbene, devo dire che quando hai l’abitudine di scrivere e soprattutto leggere recensioni musicali, basta fermarsi un attimo a riflettere e la cosa è lampante, evidente: non facciamo altro, noi che scriviamo di un disco, che citare, parlare d’influenze, riferimenti, precedenti illustri. L’unica cosa che siamo capaci di fare è parlare di suoni, di solito in senso – ancora una volta – citazionistico. “Il tal disco suona come… (inserire nome di band più vecchia)“.

Siamo complici nella retromania. Ma se scriviamo così, è perché loro (i musicisti) sembrano fare musica così. Per la maggior parte, intendo dire. Si prende roba (spesso anche bella) qua e là, si ricicla (spesso anche con gusto raffinato). Ma insomma, si fa la ribollita.

Secondo Simon Reynolds questo succede in parte perché la massa di musica (e di arte, in genere) prodotta in passato ha raggiunto un volume tale da essere praticamente esplorabile e riassemblabile ad infinitum, e poi internet ha reso immediatamente disponibile questa massa a portata di click. In poche ore su YouTube ti sei ascoltato l’impossibile, dal bluegrass americano degli anni Quaranta al trash pop coreano degli anni… boh, insomma quello.

Però qualcosa di vero c’è. Prendiamo anche la musica un po’ più colta. Una volta, i riferimenti culturali di gente come Velvet Underground e Lou Reed, Frank Zappa, Syd Barrett, David Bowie, della generazione punk e post-punk, erano letterari, cinematografici, artistici in senso lato. Perfino filosofici. Se avessi chiesto a Bowie o a Patti Smith o a Tom Verlaine dei Television chi erano gli artisti che li influenzavano, avrebbe citato un pittore, un poeta beat, un filosofo, una drag queen. Oggi, se chiedi a musicisti più o meno impegnati chi siano i loro padrini spirituali, citeranno quasi certamente altri musicisti.

La cosa paradossale, dice Reynolds, è che le epoche che generano più di ogni altra questa retromania, questa sorta di passatismo, di bisogno di riscoperta e rivisitazione, sono quelle che meno hanno sofferto di questa sindrome. Nessuna epoca esercita un’attrazione così forte, in campo musicale, come la fine degli anni Sessanta: un’epoca in cui si viveva più che mai nei qui e ora, senza l’ombra di nostalgia o revivalismo.

Un tempo il panorama musicale era preso d’assalto da gente che voleva distruggere quanto avevano fatto le generazioni precedenti. La generazione punk dichiarò l’anno zero, in cui tutto ricominciava senza nessun debito col passato. Oggi gli stadi sono riempiti da reunion di band di sessantacinquenni che si erano separati quando io non mi facevo ancora la barba.

C’è un problema, in tutto ciò? O va bene così?

Non lo so. L’unica cosa che mi viene in mente è il contrasto con l’idea originaria di musica pop e rock come un mondo che dovrebbe vivere instancabilmente nel presente. Un concetto, prima ancora che un genere musicale, scevro di nostalgia, creato dai giovani per i giovani. Che poi anche noi di mezza età abbiamo diritto di goderne, eh, siamo in un mondo libero. Ma non dovremmo sequestrarlo con i nostri riferimenti culturali sorpassati.

Con questa tendenza a riassemblare e pasticciare il passato è arrivata anche la mania di comporre musica rimaneggiando i suoni come fosse un gioco intellettuale: una sfida creativa, certo, ma affrontata su un piano quasi tecnico. I musicisti sono ammirati per la sapienza e la competenza con cui padroneggiano i suoni e scelgono i produttori; non più perché pensano (ingenuamente e velleitariamente finché volete) di cambiare il mondo o almeno dare a qualche giovane un po’ di speranza. Lo stereotipo del giovane musicista intraprendente di oggi è un geek che crea suoni pazzeschi col il suo computer. Fino a non moltissimo tempo fa, era un disperato che vendeva sogni con la chitarra al collo.

Con questa diversa prospettiva citazionistica e più fredda, più tecnica, è anche evidente come i musicisti attuali adottino un atteggiamento più distaccato nei confronti della materia stessa della propria arte. Osiamo dire che mostrano a volte una certa ironia.

Solo che, come scrive giustamente Reynolds… aspetta, lo metto in una riga a parte:

L’ironia e i punti di riferimento sono gli assassini silenziosi della musica.”

Minchia!

Però Simon ha assolutamente ragione. Nel senso che se il rock è quella cosa che nasce dai canti dei neri d’America e dalla voglia di cambiare il mondo, dai sogni a occhi aperti delle generazioni di rockettari negli anni Cinquanta e Sessanta, dal nichilismo alla Johnny Rotten, dalla sofferenza dei poeti maledetti alla Ian Curtis (o anche dalla misantropia pazzoide alla King Krule, per tornare a qualcuno di giovane e contemporaneo)… eh beh, allora è vero: se cominci a guardare Elvis Presley con ironia, non resta in piedi più niente. Se cominci a citare e rifare, la macchina si ferma.

Vabbè, finiamola con le cose tristi. E anche con la farina che non è del mio sacco. Ma questo libro mi sta acchiappando tantissimo e non sono neanche a metà. Volevo parlarvene. Per riequilibrare le cose, vi racconterò una cosa divertente e rigorosamente mia.

Allora, dunque.

Stavo pedalando a tutta forza lungo il Canal Saint Martin, tutto fiero della mia bicicletta di seconda mano ma anche un tantino preoccupato dei segnali inquietanti che indicano il fatto di aver preso una potenziale, immensa fregatura (è normale che la catena vada giù due volte al giorno? possibile che le gomme si sgonfino a vista d’occhio? perché la maniglia di un freno è più corta di quella dell’altro? e così via). Il mio obiettivo era arrivare in tempo nel mio quartiere, la meravigliosa Abbesses, per fare la spesa per cena nei negozietti fichetti, e non nello squallido supermercato nazional-popolare. Radical chic che non sei altro! Ma ogni tanto ci sta.

Insomma inforco a tutta forza la salita di rue de Martyrs, spronato dalla consapevolezza che fa bene al cuore e alle gambe. Manca poco alle sette, i negozietti fichetti chiuderanno e il mondo della spesa resterà preda delle terribili corsie air-conditioned del Franprix!

Forza, sali, sali… e giù la catena!

Lo sapevo. Ribalto la bici, mi metto a smanettare per rimetterla a posto, stanto attento a non sporcarmi troppo. Cinque minuti dopo, nero di grasso fino ai gomiti, ancora non ci sono riuscito. Proprio stasera! Sono in clamoroso ritardo. La coda alle casse, le insalate in busta… no, il supermercato no!

Smanetta smanetta, finalmente la catena va a posto. Io sembro un meccanico che ha passato la notte a cambiare coppe dell’olio. Ma pazienza. Ce la posso ancora fare!

Completo la salita della rue des Martyrs, svolto agilmente in rue des Abbesses, inchiodo davanti al Carillon d’Olivier, il negozietto fichetto più fichetto di Abbesses: una gioielleria alimentare dove tutto è bio, organico, privo di conservanti e anche placcato oro.

Scelgo con cura i pomodori datterini allevati ascoltando Mozart, l’avocado peruviano che suonava il basso con gli Inti Illimani, le pesche che prendevano la spirulina e le susine che facevano yoga sugli alberi. Pago con il rene sinistro, tanto mi basta l’altro. Esco con due sacchetti di carta. Super ecologica. Mostruosamente fragile. Mi aspettano cinquecento metri di pavé, per arrivare a casa. La bici. I sacchetti. Il pavé. Qualcosa non torna. Ma che fare? Non ho scelta. Un sacchetto infilato in una manopola del manubrio, uno nell’altra, parto.

A ogni rimbalzino sul pavé, i manici di carta sospirano. I sacchetti somigliano sempre di più a Sylvester Stallone in Cliffhanger, ma senza ispirare la stessa fiducia.

Mi fermo, ho un’idea geniale. Metto il sacchetto più pesante didietro, incastrato in quella molla inutile dietro la sella, quella per portare pacchi leggeri. Quel sacchetto è pesantino, ma dovrebbe resistere. Meglio per me: il valore del suo contenuto deve aggirarsi sui tremila euro al centimetro cubo.

Riprendo la pedalata lenta. Inforco rue d’Orsel, dai che ci siamo. Mancano cento metri. Giuro. Non di più. Pedala, pedala, ce la posso f…

… CRASH!

Lo sento, non lo vedo. Mi tocca affrontare ancora quei due-tre secondi in cui devo fermare la bici, mettere il cavalletto, voltarmi. Anche se già so cosa mi aspetta.

Vedo due signore chine per terra, sul bordo della strada. Sul mio sacchetto.

“Forza, forza, venga, che si bagna tutto!”, dicono.

Siete mai stai a Parigi? Avete presente quei rivoli d’acqua che scorrono lungo il bordo della strada, appena sotto il gradino del marciapiede? E che raccolgono tutta la rumenta, il rudo, lo schifo che si accumula ai bordi delle strade? Ecco, il mio sacchetto di carta pieno di spesa è caduto in quel rivolo e la carta si disfa rapidamente. Anche i sacchettini interni e più piccoli, di carta pure loro, quelli con le susine di Hermès e la lattuga di Dior, si stanno disfacendo. L’acqua immonda scorre come la pipì di Eraclito e impregna la mia frutta.

Le due parigine stanno raccogliendo i miei sacchetti per metterli in salvo. Mi getto sulla zona del disastro e comincio a raccogliere insieme a loro. Lavoriamo insieme in silenzio e con quella determinazione fredda ma disperata di chi deve estrarre i sopravvissuti dalle macerie del terremoto. Raccogli, raccogli.

Mi alzo, loro mi guardano. Nei miei occhi leggono la stessa espressione che si dice avesse Cristo quando la folla gridò: “Barabba!”

Mi sorridono piene di umana compassione, mi dicono “Coraggio!”

In quel momento, un commerciante che ha visto tutto esce dal suo negozio con due sacchetti nuovi, me li porge. Lo guardo come i bambini thailandesi della grotta hanno guardato i loro soccorritori. Prendo i sacchetti, travaso la frutta grondante liquidi ignoti.

E chi dice che i francesi sono antipatici? E che i parigini sono freddi, egoisti e sempre di fretta come il Milanese imbruttito? Non si osi mai più! Allez les bleues! Champions du monde!

“Tranquillo! un po’ di bicarbonato e tutto va bene”, mi fa la Babsie poco dopo al telefono, quando le racconto la cosa.

Io della Babsie mi fido, anche se non sarà lei a mangiare ‘sta frutta contaminata dai gas tossici di Chernobyl. E mi fido ancora di più del duro allenamento che i miei sistemi immunitario e gastrointestinale hanno affrontato in anni di missioni umanitarie. Street food comprato in paesi del terzo mondo in piena epidemia di colera. Non può essere peggio.

Voi per sicurezza mandatemi un messaggio domattina alle otto. Se non rispondo, chiamate i pompieri.

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L’ESTATE DELL’ODIO

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La caduta del muro di Berlino è un po’ la Summer of Love della mia generazione. Quel momento in cui sopra il nostro magnifico pianeta e sulla mia giovane vita appare d’un tratto un raggio di sole che preannuncia un avvenire radioso. Quel passo di danza della storia che ti fa improvvisamente respirare leggero e sentire senza confini.

Anzi, la caduta del muro di Berlino fu anche meglio della Summer of Love. Perché anziché nutrirsi dell’ingenuità un po’ ridicola di quattro hippie che si facevano le canne e trombavano a casaccio a San Francisco con la scusa della pace e dell’amore universale, la caduta del Muro rappresentò una svolta storica e una trasformazione sociale, politica e culturale epocale. E poi non scordiamoci che mise fine allo spettro della guerra atomica, un incubo durato decenni che ci ha costretto a subire senza fiatare situazioni imbarazzanti come il video di “Russians” di Sting.

La caduta di quel Muro (il Muro per eccellenza, antonomasia e definizione, quello con la M maiuscola) me la ricordo bene e male al tempo stesso. Bene, perché non si può dimenticare un momento del genere. È uno di quei passaggi istantanei nella storia della serie: “Tutti ricordano dov’erano e cosa stavano facendo quando…”

Altri esempi:

L’omicidio di Kennedy – fluttuavo felice insieme al Tutto Universale, nei pensieri di Dio.

La finale del Mundial di Spagna nell’82 – in colonia estiva in Trentino, cercavo di tenere una buona condotta in giardino durante il primo tempo, sperando che mi levassero la punizione e mi facessero vedere almeno il secondo (che con il senno di poi, mi sarebbe anche andata bene); e invece, coglione che sono, riuscivo a litigare con un bambino, lo spintonavo senza peraltro neanche la soddisfazione di scatenare una vera rissa, assistevo impotente al dialogo fra le due istitutrici durante l’intervallo della partita che più o meno si svolse così: Istitutrice 1: “Francesco merita di vedere il secondo tempo?”; Istitutrice 2: “Neanche per sogno”; voce dentro di me: “Nooooooooooo……..”

L’attacco alle Torri Gemelle di New York – in ufficio alla Dolma di Belgioioso, come credo alcuni di voi che leggete; non ricordo se all’epoca avevamo ancora l’obbligo di giacca e cravatta o eravamo già passati alla fase whozzamericanboy del casual da ufficio.

Ecco, quel genere di momenti indimenticabili, insomma.

Ma come dicevo, la ricordo bene e anche male. Perché male? Perché il mio cervello in quei giorni funzionava come un vecchio iPhone in piena crisi da obsolescenza programmata, quando lo schermo s’impalla, le applicazioni di chiudono improvvisamente e il tasto “home” funziona una volta su tre. Infatti la sera prima avevo preso una mostruosa ciucca con i miei compagni di liceo. Una festa in casa di un amico iniziata male era finita peggio, con la determinazione di cinque adolescenti delusi a ubriacarsi per dare almeno un senso alla serata (se non alla vita). Solo che nessuno di noi cinque aveva mai bevuto superalcolici prima. Mancando d’esperienza, non eravamo neanche passati per la fase dell’euforia: pronti via, dopo dieci minuti ognuno era in un angolo diverso dell’appartamento, in cerca di una zona discreta in cui vomitare, sperando che l’indomani passasse Mary Poppins a mettere a posto.

Quindi la caduta del muro la vedevo a sprazzi: più precisamente, la intravedevo durante i miei passaggi davanti alla TV, lungo il sentiero fra la mia camera da letto e il bagno. Credo che ai miei dissi “Mi han fatto male i funghi”.

Ma insomma la caduta del Muro resta un momento straordinario. L’utopia che dalla separazione si possa passare all’unità. Che i popoli nemici diventino amici. Che attraversare un confine sia una scoperta e non un rischio. Che l’umano accolga l’umano.

Purtroppo però il mondo ha quella capacità crudele di fare come gli amici bastardi, che quando fai una bella presa a briscola ti fanno pentire di averla fatta perché da quel momento infilano carico dopo carico dopo carico e ti tagliano le gambe. Nuovi nemici sostituiscono i vecchi. I muri resistono, anzi si moltiplicano come conigli.

Muri in Palestina, muri a Belfast, muri in Spagna (lato africano: a Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in Marocco), muri fra Ungheria e Balcani, muri fra USA e Messico.

Muri che fra un po’ v’impediranno di fare il bagno sul litorale tirrenico, pur di respingere le famigerate navi salva-migranti. Immaginate: voi siete spaparanzati sulla sdraio in spiaggia a Forte dei Marmi, ma anziché l’orizzonte del mare blu, guardate cemento grigio fino a cinque metri d’altezza. Addio tramonto.

Un altro episodio che non dimenticherò mai è qualcosa di molto più piccolo e banale che mi successe la prima volta che misi piede in Africa. Ero turista, il primo giorno di un viaggio in Namibia, quindici anni fa. Mi ero appena unito alla carovana di jeep con cui avrei girato per la savana e il deserto per le settimane successive, ci fermammo per fare qualche piccolo rifornimento a una specie di stazione di servizio lungo la strada. Presi una Coca Cola (in viaggio si fanno scelte incomprensibili, si sa) e andai alla cassa per pagare. Da bravo viso pallido senza esperienza d’Africa, tirai fuori il mio biglietto da un dollaro aspettandomi che il negoziante lo prendesse, come si dice che gli indigeni accettassero regolarmente i bottoni dei coloni europei in cambio dell’oro. Solo che la Namibia ha una sua valuta e dei miei dollari il tipo non sapeva proprio cosa farne, grazie tante. Ma io non sapevo dove andare a cambiare i soldi e non c’era tempo, le jeep erano pronte a ripartire. Stavo per lasciar perdere e rimettere la Coca Cola sullo scaffale-frigo, quando una ragazzina a occhio e croce di quindici anni, in coda dietro di me, disse “non ti preoccupare, faccio io” e mi pagò la Coca Cola. Una ragazzina namibiana, africana e nera.

Penso a un africano che entra in un negozio in una cittadina italiana e non ha i soldi per pagarsi una Coca; e a uno del posto, dietro di lui in coda, che dice: “non ti preoccupare, offro io”. Mi scappa un po’ da ridere.

Comunque chissà, magari succede.

Senza la minima pretesa di far cambiare idea a qualcuno (ho solo voglia/bisogno di dirlo), ci sono due o tre cose (o qualcuna in più) che sarebbe bene tenere a mente.

  1. Li aiutiamo già a casa loro. Ma non basta.
  2. “Perché non vengono accolti dagli altri paesi africani?” Risposta : sono già accolti da altri paesi africani. Molto, MOLTO più che da noi. L’Uganda per esempio, un paese più piccolo dell’Italia, lo scorso anno ha accolto tanti rifugiati quanta tutta l’Unione Europea messa insieme. Solo che non lo sapete: stranamente, queste cose i media non le raccontano mai.
  3. Vale anche per il Medio Oriente: in Libano, Giordania e Turchia ci sono milioni di profughi siriani.
  4. Non tutti scappano dalla guerra. Però molti scappano dalla guerra. Ma spesso non lo sappiamo perché la metà delle guerre, non sappiamo neanche che esistono (quanti articoli avete letto ultimamente sul Sud Sudan?).
  5. Altri non scappano dalla guerra, ma solo da un inferno.
  6. All’ingresso della Francia, a Mentone, fermano i treni in arrivo dall’Italia. Fanno scendere tutti i neri per controllarli. Sì, ho detto “tutti i neri”. Lo so da testimoni oculari e fidati. Ci sono neri francesi, francesi da generazioni; alcuni giocano ai mondiali in questo momento. Ma se viaggiassero in treno dall’Italia, verrebbero fatti scendere e trattati come clandestini fino a prova contraria. A questo porta la degenerazione del discorso sull’ “altro”. Successe anche in passato.
  7. Dire che le ONG hanno interessi loschi nell’aiuto ai migranti è come dire che le ambulanze hanno un interesse losco negli incidenti stradali. Forse i volontari che all’una di notte guidano le ambulanze (anziché dormire o andare a divertirsi!) sono finanziati dalle assicurazioni auto, da Wall Street e dalla loggia massonica P2, fate attenzione. Quelli che sostengono queste tesi sulle ONG sono le stesse persone che ieri denunciavano la Libia per le torture sui migranti e oggi dicono “Idea! Aiutiamo la Libia a riprenderli.” E’ peggio che sbagliato: è avere la faccia come il culo.
  8. Salvare un essere umano dall’annegamento e decidere del suo diritto d’asilo sono due cose diverse. Quando una persona rischia di morire, va salvata. No, niente “ma…”. Va salvata, punto. Poi le autorità competenti, secondo le leggi nazionali, decideranno del diritto d’asilo. E sulle leggi nazionali discuteremo, certo, come si fa in ogni democrazia.
  9. Direte: “Sì, ma una volta che l’hai salvato, te lo ritrovi in casa e devi gestire il problema…” Esatto: l’umanità si divide fra quelli che preferiscono gestire il “problema” che ti ritrovi in casa e quelli che piuttosto preferiscono lasciare affogare “il problema” al largo. Ognuno sceglie che tipo di essere umano vuole essere.
  10. Una volta tolti di mezzo gli africani, una volta censiti ed eventualmente chiusi nelle riserve i rom, finalmente la Lega potrà tornare a occuparsi del problema originario, quello per cui (non dimentichiamolo) è stata creata: i terroni. Che sono decine di milioni, poi: altro che i migranti! Per il momento Salvini li tiene buoni perché gli servono, ma presto torneranno a essere trattati per quello che sono: sporchi, disonesti, lavativi, mafiosi, puzzolenti, volgari, rumorosi, ignoranti e con le macchie di pummarola sulla canottiera. O l’avevate dimenticato?
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SINDROME PALESTINESE

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“Che studi hai fatto?”, mi chiede Samir.

La domanda mi mette sempre in imbarazzo. È un po’ come chiedermi di aprire un armadio pieno di scheletri. Solo che invece degli scheletri ci sono zombie affamati della mia carne.

“Ehm, economia e giornalismo”, rispondo.

“Ah… combinazione interessante”, mi risponde diplomaticamente. Faccio a meno di aggiungere che sono stato a un passo dal fare anche inglese, letteratura italiana, archeologia e giurisprudenza. Samir riprende: “E quindi, hai fatto il capomissione e ora lavori nella comunicazione. Io ho fatto business administration all’Università di Nablus.”

Silenzio. Non so bene cosa dire. Perché ora è ufficiale: Samir è la dimostrazione vivente che il 90% dei nostri “meriti” nella vita consiste semplicemente nel culo di nascere nel posto giusto.

Io, nato in Italia, ho fatto economia e ho lavorato per anni in azienda. Poi mi sono permesso il lusso di cambiare idea e fare giornalismo. E oggi lavoro nella comunicazione (c’è un limite a tutto). Lui si è laureato in economia aziendale, ma siccome è nato in Palestina, fa l’autista. Colmo dei colmi, Samir mi sta pure offrendo un succo di pompelmo: ha insistito a tutti i costi per pagare perché sono nel suo paese e quindi suo ospite. Se sta pensando cose brutte su di noi stranieri, che veniamo a lavorare qui e gli rubiamo il lavoro (a gente laureata come lui), non lo lascia vedere minimamente.

“Ti spiace se passiamo un attimo da casa mia, prima che ti riaccompagni a Gerusalemme?” mi chiede. “Mio figlio mi ha chiamato, sono rimasti senza corrente perché mi sono dimenticato di ricaricare.”

In pratica, in Cisgiordania (o nei Territori Palestinesi, a seconda dell’eufemismo del giorno) funziona così: non è che uno preme un interruttore e zac!, c’è la corrente. Bisogna andare regolarmente all’ufficio della società elettrica, come nel Monopoli; lì puoi comprare le ricariche, come si faceva con la Telecom Italia dieci anni fa. Torni a casa con la tessera ricaricata, la inserisci nel contatore, e hai l’elettricità. Quando la tessera è vicina a scaricarsi, comincia a fare beep beep. Se per caso non puoi andare a ricaricarla fino all’indomani, per un giorno intero vivi con un beep beep costante in casa. Oppure al buio.

Samir è un palestinese atipico (leggi: fortunato). È uno di quelli che possiedono la carta d’identità di residente a Gerusalemme.

“Come mai?” gli chiedo, “visto che vivi a Nablus?”

“Per i miei figli” mi risponde. “Io la carta di residenza io l’ho sempre avuta, essendo nato a Gerusalemme come mio padre. Quando mi sono sposato mi sono trasferito a Nablus, paese di mia moglie. Lì sono nati i miei figli. Solo che l’Autorità Palestinese non ha voluto farmi il certificato di nascita, insistendo che li registrassi a Gerusalemme. E’ un modo per difendere il diritto dei palestinesi a continuare a vivere in quella città. In effetti se un palestinese residente a Gerusalemme si trasferisce e perde la residenza, lo Stato israeliano gli confisca la proprietà. T’immagini? Possiedi una casa a Gerusalemme ma se non ci vivi più, te la portano via. Anche se era tua, magari da dieci generazioni. Possono farlo, perché sei palestinese. Morale: l’Autorità Palestinese mi rende la vita difficile, non volendo registrare la nascita dei miei figli a Nablus, ma ha le sue ragioni. Io ho spiegato che non vivendo più a Gerusalemme, non potevo registrare i miei figli lì. Mi hanno detto: tu provaci e se non ci riesci, quando compiono il quindicesimo anno di età, li registriamo qui a Nablus. Quindici anni, ti rendi conto? Secondo loro, fino a quindici anni i miei figli amministrativamente non esistono: non possono andare a scuola, non possono avere un medico della mutua, non possono fare niente. Allora ho ceduto e ho deciso di tentare con Gerusalemme: ho dovuto mentire, inventare storie per fingere di vivere a Gerusalemme, pagare avvocati perché mi aiutassero con le pratiche… sempre sperando di essere nella mia finta residenza quando arrivavano i controlli… mi è andata bene. Ho avuto il certificato di nascita di mio figlio maggiore quando aveva quasi quattro anni, ma almeno ora ufficialmente i miei figli esistono. Finché non scatta un controllo a Gerusalemme il giorno in cui non mi trovo in casa, e allora perdiamo tutto, residenza e documenti.”

Prendiamo la strada per Gerusalemme, ma il traffico è infernale. La periferia di Nablus è tutto un imbottigliamento.

“Facciamo la scorciatoia” mi dice Samir. “C’è una strada più veloce riservata alle auto con la targa israeliana, come questa. Così ti faccio vedere anche il villaggio dei Samaritani.”

Quelli buoni! I Samaritani! Ci vuole della gente così, in un mondo difficile come il nostro.

“I Samaritani sono un mondo a parte” m’informa Samir. “Sono rimasti solo in ottocento, sono in via d’estinzione. Per questo non partecipano più a conflitti, sono ebrei ma non stanno né con Israele né con i palestinesi, vogliono solo essere lasciati in pace; non possono permettersi di perdere anche uno solo di loro in una guerra o un attentato. Si sposano solo fra di loro e siccome sono tutti imparentati, sono tutti handicappati.”

Sto quasi per dire a Samir che quel che dice non è molto carino, quando aggiunge: “Vedrai, hanno tutti le orecchie a sventola. Ora il loro leader religioso ha permesso di sposare anche gente fuori dal gruppo, perché il tasso di handicap stava diventando veramente devastante, purché il forestiero si converta all’ebraismo in versione samaritana, che è leggermente diverso da quello tradizionale. E così hanno cominciato a importare donne dalla Russia e dall’Ucraina per convertirle e sposarle.”

Russe e ucraine? Come da noi?

Entriamo infine nel villaggio samaritano e passiamo di fianco a un gruppo di scolarette.

“Guarda, guarda!” dice Samir rallentando e puntando il dito, “vedi che hanno tutte le orecchie a sventola?”

“Ti prego, Samir, continua a guidare” dico imbarazzatissimo. “Non mettiamoci a fare i guardoni con le scolarette samaritane.”

“Ma anche con le russe e le ucraine, non hanno abbastanza ricambio” mi spiega. “Un sacco di uomini sono costretti a sposare donne brutte o più vecchie perché non c’è alternativa, ahahah!”

Alla nostra destra ora scorre una barriera metallica condita con filo spinato. Al di là, casette tipo Heidi-ti-sorridono-i-monti.

“Questa è una colonia israeliana” dice Samir. Penso: quelle di cui parlano in tv! I famosi coloni israeliani! Quelli che continuano a rosicchiare terra mentre il mondo s’indigna (leggermente). “Le vedi spuntare così, e crescere. Le strade che usavamo fino al giorno prima, a un certo punto vengono riservate esclusivamente a loro. Per evitare tensione, ci costringono a usare strade diverse, che sono sempre più lunghe. La terra che ci apparteneva da generazioni, viene requisita; se sei fortunato, ti costringono a una vendita forzata. Non hai scelta e ti danno la metà del suo valore, ma è meglio di niente. Magari possiedi ancora un uliveto, solo che per raggiungere i tuoi ulivi, che stanno a cento metri da casa tua, devi fare un’ora di strada e puoi andarci solo due o tre volte l’anno, quando decidono loro. Finisce che quando finalmente ci puoi andare, le olive sono tutte marce.”

Guardo gli ulivi sulla collina. Samir continua a raccontare.

“Stessa cosa per tutto… il medico per esempio. Da queste parti, per avere un appuntamento dal medico devi aspettare anche due mesi. E quando finalmente arriva il giorno dell’appuntamento, anche se il dottore sta a un chilometro da te, ti tocca partire ore prima perché i coloni hanno sbarrato l’accesso diretto e devi fare il giro della montagna. E se c’è di mezzo un checkpoint dell’esercito israeliano, è capace che lo trovi chiuso o che ti trattengono a piacimento. Così, dopo due mesi di attesa, il dottore non ti riceve più perché sei in ritardo di due ore.”

Continuiamo. La strada scorre, come il filo spinato.

“Questa è una fermata d’autobus per i coloni” dice. “E quella è per i palestinesi.”

Due fermate distinte, a cento metri di distanza. Di fianco a quella per i coloni c’è una torretta; in cima ci sta una guardia col mitra.

Samir non ci pensa neanche a emigrare. Questa è la sua terra, vuole vivere qui. Io non ci resisterei neanche una settimana, a vivere come un palestinese. Ma lui dice che fa parte dei fortunati, che non si può lamentare.

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UBRIACARSI CON I BOERI

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Dicono i bene informati che il razzismo sia spesso associato all’ignoranza. Dicono. Non solo, dico io. Conosco fior di razzisti addobbati come alberi di Natale di titoli post-universitari. Ma certo l’ignoranza, pare, facilita le cose. E questa cosa che ignoranza e razzismo vanno a braccetto la diamo un po’ per scontata.

Ma voi l’avete mai verificato, nella realtà? Finalmente posso dire: io sì.

Non l’ho mica fatto apposta, eh. Non sono dedito a esperimenti socio-antropologici. È che la vita a volte ti regala preziose lezioni così, gratuitamente.

Qualche giorno fa per esempio ho conosciuto D., un aitante ventiquattrenne sudafricano del ceppo boero (ovvero di antenati olandesi). Lo so per certo che è un boero, perché me l’ha detto lui. Dopo neanche cinque minuti che parlavamo, senza che glielo avessi chiesto, si gira e mi fa: “Sono sudafricano olandese io, parlo afrikaans.”

Che detto così, suona un po’ come una dichiarazione d’intenti. Insomma quell’affermazione, fatta in quel modo, è l’equivalente sudafricano del nostro andare in giro per il bergamasco a riscrivere in dialetto con lo spray i nomi dei paesi nei cartelli stradali.

E fin lì, niente di che: uno avrà ben diritto di essere boero (un po’ meno diritto d’imbrattare i cartelli stradali in Lombardia, ma pazienza).

Poco dopo, visto che stiamo tranquillamente parlando del Sudafrica, chiedo a D. di raccontarmi qualcosa sulla sua variegata popolazione. Mi dice: “Ci sono sudafricani bianchi inglesi e bianchi olandesi. Poi ci sono i neri, che sono la maggioranza perché figliano come formiche.”

E aggiunge: “Ah, e poi abbiamo i ‘colorati del Capo’, che non sono neri… ma sono di colore… sono gialli. Gialli, come gli indiani.”

Ora, a parte che D. evidentemente è daltonico (o conosce solo indiani con l’epatite), il tono con cui dice “formiche” e “gialli”, se devo proprio essere sincero, mi ricorda il tono di Bossi quando vent’anni fa diceva “napoletani.” Oppure (dal momento la Lega ha ormai accettato a malincuore l’esistenza del Meridione per allargare il bacino elettorale) il tono di Salvini quando dice “marocchini”, che nel loro immaginario sono i nuovi napoletani, ma molto peggio.

Insomma, con rispetto parlando mi dico: “Per essere razzista, secondo me D. è un po’ razzista.” Ma è anche un bravo ragazzo. Dico sul serio. Simpatico, pieno di energia, lavoratore. Nessuno è perfetto.

Lì per lì, comunque, non penso ancora al collegamento fra il razzismo e l’ignoranza (intesa in senso tecnico, non come offesa). La cosa viene fuori da sé, lasciando che la natura e la conversazione facciano il proprio corso. Lasciando che D. vada a ruota libera.

Stiamo parlando di mare per esempio (lui fa la guida subacquea), quando D. m’informa che “le balene no, non mangiano plancton, perché il plancton è roba da pesci stupidi e le balene sono intelligenti.”

Passiamo ad altro. In qualche modo il discorso finisce sulle rispettive esperienze di vita, su quando ho vissuto in Messico, cosa che mi ha permesso d’imparare lo spagnolo. D. mi guarda con gli occhioni da cerbiatto e mi fa: “Ma vuoi dire che in Messico parlano spagnolo? Non hanno una lingua propria?”

Dico: e vabbè, non è un biologo marino e nemmeno un etnologo o un linguista. Capirai, uno mica può essere esperto di tutto. Parliamo di calcio. Dovrebbe andare meglio. Gli faccio: ma nel 2010, con la Coppa del Mondo in Sudafrica, avete notato un beneficio economico per il paese?

Mi risponde, verbatim: “Nel 2010 avevo 16 anni, non me ne fregava niente della Coppa, pensavo solo alla ****” (devo lasciar intendere la conclusione della frase alla vostra viva immaginazione, questo blog potrebbe essere letto anche da bambini).

E che male c’è, penso, uno deve pur avere chiare le sue priorità. Sedici anni poi, sei giovane (anche se io ricordo che il calcio m’interessava molto, all’epoca. C’era l’Inter dei record, per la miseria! Lothar Matthaeus, prega per noi).

Questo D. comunque è proprio un tipetto interessante. Non si può dire che non abbia opinioni originali. A un certo punto si parla di coppie, matrimonio, figli. La cosa non è casuale, perché fra pochi mesi, pensa un po’, il buon D. si sposerà.

“Hai figli?” mi chiede. Gli rispondo di no. Senza letteralmente esitare un istante, mi fa: “Oh, che fortuna, i figli costano un botto di soldi.” Vorrei dirgli che non è quello l’aspetto più importante nella scelta di diventare genitori, ma poi mi dico: che cosa posso saperne, snob che non sono altro? Forse ha ragione. Al giorno d’oggi, fra precariato, disoccupazione, austerità… in attesa del reddito di cittadinanza, in effetti, mettere al mondo dei figli potrebbe essere soprattutto una questione economica.

“Io mi dovrei sposare a febbraio” prosegue D. “Ma non è più tanto sicuro. La mia fidanzata ha avuto una brutta notizia dal padre.”

Oddio, penso, vuoi vedere che il padre sta male e hanno deciso di lasciare in sospeso i progetti nuziali?

“Ci aspettavamo che pagasse tutto lui, invece pochi giorni fa le ha detto chiaramente che ci darà al massimo ventimila rand sudafricani…”

E beh, allora sono cavoli, come si suol dire. Ventimila rand sudafricani equivalgono a 1.400 euro circa. Se quello è il budget del suocero per il matrimonio, e nessun altro tira fuori un quattrino, ci comprano giusto i confetti. Ma D. non si lascia abbattere:

“… e allora io le ho detto, sposiamoci alla buona, nella fattoria dei miei, dove si è sposata mia madre. Se è andata bene per mia madre, andrà bene anche per noi…”

Finalmente un po’ di sano buon senso!

“… così non spendiamo nemmeno una lira, e con i ventimila rand ci paghiamo una bella luna di miele all’estero. Io non sono mai uscito dal Sudafrica!”

“Ragazzo mio…”, volevo dire. Ora, è vero che D. non ha un’idea chiara del mondo là fuori, non avendo mai viaggiato. Ma con ventimila rand al massimo ci paga un picnic al confine con lo Zimbabwe. Ma taccio: chi sono io, per infrangere i sogni di questo giovane boero che vuole andare a spasso per il mondo con la dote della futura moglie?

“… invece la mia fidanzata insiste che la mia famiglia tiri fuori una somma equivalente, e con quarantamila rand possiamo fare il matrimonio in grande che lei desidera.”

Due pensieri fanno a gara per prendere posto in quello spazio inadeguato che la natura ci ha messo a disposizione nella scatola cranica: primo, che la ragazza in fondo non ha torto, se vogliamo metterla sul piano dell’equità. Secondo, che questo simpatico boero ha la stessa idea dei matrimoni che ha delle balene e del Messico.

“La mia fidanzata vuole anche avere figli, più avanti”, continua D. “Ma io, con quel che costano, spererei quasi di essere sterile” (giuro, ha detto così). Ma aspettate, ora arriva il bello: “… anche se poi, in quel caso, lei vorrà adottarli, e allora…”

“… e allora tanto vale farli te”, concludo io, logico eppure incredulo di aver proferito queste parole. Mi giustifico dicendomi che ormai sono convito di essere su candid camera.

“Comunque”, riprende D., “sono sicuro di non essere sterile, perché mio padre non lo era… perché dovrei essere sterile se mio padre non lo è?”

Parola per parola.

Aspettate, gustiamo ancora una volta questo passaggio-chiave del D-pensiero; lo merita. Eccolo qui:

“Sono sicuro di non essere sterile, perché mio padre non lo era.

Scoppio, esplodo, impazzisco dalla voglia di chiedergli se ha molti amici figli di padri sterili. E vorrei chiedergli anche, qualora scoprisse lui stesso di essere sterile, se metterebbe al mondo dei figli, sapendo che potrebbero ereditare la sua sterilità… ma siamo arrivati a destinazione e dobbiamo salutarci.

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SENZA SENSO

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Feci a malapena in tempo ad acchiappare i “Chips” e Starsky & Hutch per la coda. E comunque, quel poco che vidi di entrambi i telefilm non mi convinse: bei mezzi di trasporto tutti e due, certo; ma io fra donne e motori non avevo dubbi, già a quell’età. Sarà per questo che invece seguivo religiosamente le Charlie’s Angels (netta preferenza per le more). E poi anche Magnum PI, che in realtà si dovrebbe scrivere Magnum, P.I. (dove P.I. sta per Private Investigations, come la canzone dei Dire Straits), e questo non tanto per i baffoni di Tom Selleck, le facce di Higgins o la Ferrari, quanto perché alle Hawaii, una mezz’ora al giorno la passavi volentieri.

Senza dimenticare l’A-Team, il telefilm dal titolo più sfigato di sempre. Salvato da personaggi come Hannibal Smith (il più famoso Hannibal prima di Lecter, con buona pace dei cartaginesi), Murdoch il Pazzo e P.E. Baracus. Vorrei essere stato una mosca sulla parete, osservatore inosservato della sessione di brainstorming che ha portato alla scelta del titolo.

Consulente alla produzione numero uno: “Uh… un manipolo di avventurieri del genere, una squadra di sgherri senza patria, deve avere un nome forte… originale… provocatorio… cosa dici, consulente alla produzione numero due?”

Consulente alla produzione numero due: “… scusa? Stavo sistemandomi i risvolti dei jeans della Best Company… ah, il nome? Boh, A-Team?”

Consulente alla produzione numero uno: “Ma fa schifo… vabbè raga, devo andare, ho appuntamento dal parrucchiere per rifinire il mullet… boh, lascia pure A-Team per ora. Poi lo cambiamo.”

E poi si scordano di cambiare. È andata bene che negli anni Ottanta eravamo tutti più ingenui e anche un titolo così rozzo, abborracciato alla meno peggio, poteva accontentarci. Perfino piacerci.

A proposito, nella versione originale anglofona P.E. Baracus era B.A. Baracus: ovvero, secondo Wikipedia, Bad Attitude; secondo me, Bad Ass. In ogni caso, “Pessimo Elemento” è un altro esempio di macelleria linguistica dei traduttori. In seguito (o in contemporanea? La memoria fatica, confesso) arrivarono Simon & Simon, Riptide, Hardcastle & McCormick. Mi piacevano tutti. Evidentemente avevo un debole per gli ambienti esotici e le trame da “poliziesco per idioti”.

Passano gli anni e i telefilm diventano serie tv. Qual è la differenza? Suppongo, di primo acchito, il fatto che le serie tv hanno una trama che si sviluppa. Mentre con i telefilm, era tutto un ricominciare, o forse un mai-cominciare. Insomma i telefilm iniziavano e finivano lì. Potevi seguirli o saltare le puntate, era sempre la stessa cosa. Ogni volta i buoni sono in difficoltà, ma alla fine ce la fanno. A meno di non prendere i telefilm-commedia: in quel caso c’è sempre un momento in cui qualcuno ci rimane male, ma alla fine ci si vuole bene.

Nelle serie tv invece, le trame sembrano film di Wim Wenders. Ci vogliono blog, siti internet e podcast con i pareri degli esperti per decifrarle – per capire, in buona sostanza, cosa diavolo succede. La serie tv, è evidente, punta in alto. Punta a essere arte. A volte ci arriva. Anche a costo di fare sì che dopo dieci puntate non hai ancora capito se il personaggio è vivo o se è morto e stai assistendo a un lunghissimo flashback. Anzi, meno capisci e più ti affascina.

Insomma non siamo più a Love Boat.

Io, a dire il vero, sono rimasto piuttosto legato alla mia formazione giovanile: e anche nel mondo delle serie televisive più recenti, quelle della generazione Netflix insomma, mi sono attaccato istintivamente a quelle più fedeli al formato dell’eterna ripartenza, della giornata che si ripete come un giorno della marmotta. Quelle che sbeffeggiano la nostra società (ma “nostra” di chi, poi?) con ironia tagliente, magari crudele. Come You are the worst, oppure Arrested Development, o Better off Ted (che non so nemmeno se siano di Netflix, peraltro, ma non è il punto). Insomma quelle serie tv che attualizzano il discorso del vecchio telefilm, nei toni e nei contenuti, rispettandone i canoni dal punto di vista del linguaggio e del prodotto televisivo.

Ora però ho trovato l’eccezione.

Su consiglio (interessato) di mia moglie, mi sono messo a guardare qualche puntata di Sense8…

… e in un batter d’occhio mi sono fumato due stagioni (le uniche due, purtroppo). Binge watching, lo chiamano quelli della Netflix generation.

All’inizio ho faticato: perché Sense8 non c’entra niente con le serie che piacciono a me. Anzi è tutto il contrario delle serie che piacciono a me. Infatti una sera ho chiamato la Babs piagnucolando: “Ma Babs, uffa… non mi piace Sense8, non si capisce niente, è complicatissimo, e poi è tutto soprannaturale…”

(Inciso: non ho niente contro il soprannaturale di per sé. Soltanto che nel mondo delle trame, televisive, cinematografiche o letterarie, trovo che il soprannaturale offra scappatoie troppo facili. Un personaggio muore, ah no aspetta risorge, e non aspetta nemmeno il terzo giorno. Un altro è in difficoltà… no, aspetta, esprime un desiderio e si tele-trasporta in un altro mondo. Insomma, quando ci metti di mezzo il soprannaturale, non ci sono più limiti, tutto è possibile e quindi ogni cosa è meno intessante. Una morte ha meno peso, se si può risorgere; un’invincibile armata fa meno impressione, se puoi sconfiggerla evocando una forza misteriosa di dubbia natura. E così via. In questo senso, la serie Lost era iniziata in maniera entusiasmante e dopo la prima serie è diventata quella che negli ambienti artistici si definisce una ciofeca.)

Torniamo a noi, e a Sense8.

La Babs, paziente, mi fa: “Ma no, vedrai, vai avanti un po’. Guarda qualche altra puntata.”

Siccome di solito fra noi due la Babs ha ragione, ho seguito il suo consiglio.

E ho adorato la serie.

Prima di tutto, una volta addentratomi fra i personaggi e le loro storie, ho capito che la trama è così sfilacciata, implausibile e circolare (un modo sofisticato per dire che non la capivo) che conviene dimenticarla subito. E così ho fatto. Smettere di voler capire, ecco dove sta la chiave della liberazione.

Non ti chiedere quali sinapsi telepatiche, olistiche e idiosincratiche facilitino il fenomeno delle “visite” reciproche che si fanno i nostri personaggi cerebralmente interconnessi. Goditi semplicemente il modo in cui il tamarro tedesco riesce a baciare l’indiana mentre questa sta a cena con la zia a Bombay e lui vende diamanti rubati a un buzzurro a Berlino. Divertiti mentre la coreana, chiusa in isolamento in carcere a Seul, spacca la faccia a una gang di criminali kenyoti nelle bidonville di Nairobi.

L’estetica contro la logica. Oscar Wilde contro Cartesio. Beccalossi contro Oriali.

Hanno ragione i produttori netflixiani, mannaggia a loro e alla loro vita a bordo piscina: nella realizzazione di Sense8 c’è dell’arte.

Le scene sono girate così bene, i personaggi così attraenti, le musiche così perfette che il resto non conta. Potresti guardare le puntate nell’ordine sbagliato e funziona lo stesso. Lo so con certezza, perché l’ho fatto. No, non apposta: non sono così anticonformista. Sono solo molto distratto.

E poi quegli elementi, quei “temi” di fronte ai quali mi sciolgo come burro in padella. L’internazionalismo, l’intrecciarsi di vite e destini attraverso mondi diversi e lontani (anzi lontanissimi, come direbbe Battiato). Fammi passare da Londra a Città del Messico a Nairobi a Seul in due scene, e io faccio il ruttino contento come un neonato.

E infine la connessione, quell’idea di teste che si cercano e si trovano. Di persone che stanno insieme. Insieme. Ce le abbiamo anche noi, nella vita, a pensarci bene, persone così. Sono i nostri amici. I nostri Sense8.

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LA LUNGA MARCIA

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Andiamo tutti al villaggio del pesce!

Villaggio? Ma non è il mercato del pesce?

Mercato? Ma non è la lavorazione del pesce che andiamo a vedere?

Ma poi, quale pesce? Quello essiccato! Ah, allora è tutto chiaro.

Insomma: è un tranquillo (per ora) venerdì mattina, che qui in Bangladesh equivale alla domenica. Sappiamo che stiamo uscendo di casa a piedi e sappiamo che si va verso la zona del porto a vedere del pesce, ma non sappiamo molto altro. La verità è che stiamo inseguendo una leggenda metropolitana. Anche se in fin dei conti la metropoli in questione è un paesone di pescatori. Ma le dimensioni non contano: una leggenda è una leggenda. E per noi, il villaggio (o mercato, o lavorazione) del pesce è sicuramente una leggenda, e di quelle che ti fanno fantasticare grandi avventure.

Quaranta minuti dopo… Stiamo ancora camminando. Siamo perduti in una vasta e desolata terra di nessuno, sotto un sole tropicale che ci ammazza. Ogni tanto incrociamo dei bambini che ci guardano come fossimo scemi, ridono, ci gridano dietro qualcosa di poco rispettoso.

Ed effettivamente, ai loro occhi lo siamo, scemi. E non poco! Perché nel Terzo Mondo, dove il lavoro fisico e la fatica non sono ancora stati epurati dalla vita quotidiana, il concetto di camminare giusto fare una passeggiata, come quello di andare a correre per salutismo, è pura follia masochistica. Perché camminare, dicono qui, quando puoi prendere un mezzo di trasporto? Ricordo ancora i colleghi africani in Costa d’Avorio che ridevano a crepapelle, vedendo gli expatriate europei che la mattina andavano a correre: perché correre, se poi tornate al punto di partenza? Puro autolesionismo.

Insomma camminiamo, sudiamo, siamo derisi. L’avventura comincia a puzzare.

Aspetta.

C’è decisamente puzza nell’aria, ma non è l’avventura. È… è… è puzza di pesce! Ci siamo!

Di fronte ai nostri occhi si stende una città di pesce essiccato.

Non sto esagerando: tutto, intorno a noi, sembra fatto di pesce essiccato.

Il sentiero, che poco fa tagliava in due una landa desolata, ora si addentra stretto fra lunghe staccionate che lo delimitano su ogni lato; da queste staccionate, decine di migliaia di occhi ci guardano inespressivi: sono gli occhi del pesce secco. Pesce secco appeso alle palizzate, per la precisione.

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(La classica staccionata di pesce essiccato. Come nei loft newyorchesi.)

C’infiliamo attraverso uno di questi recinti:  all’interno, decine di lunghi tavoli da lavoro coperti di pesce, lasciato a essiccare sotto il sole violento del Golfo del Bengala.

Qua e là, uomini e donne smanettano intorno al pesce. Non è chiaro cosa facciano: a me sembra che lo stiano girando da un lato all’altro, a mo’ di carne sulla brace. In questo caso la “brace” è un’immensa palla d’idrogeno ed elio a 5.500 gradi centigradi che splende a circa 150 milioni di chilometri da noi. E funziona alla perfezione.

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(Essiccando, essicando…)

Continuiamo a camminare.

Pesce, pesce… pesce!

Non si vede altro che pesce essiccato. Predomina una specie di aguglia, lunga e stretta e argentea. Centinaia di migliaia di aguglie. Tonnellate di aguglie, secche secche. Con gli occhi sbarrati. In verticale, appese alle staccionate. Orizzontali, sui lunghi tavoli. Ammucchiate in angoli della strada.

Va da sé che la puzza è ovunque. Ci stiamo quasi abituando, ma non vogliamo prendere rischi: respiriamo piano per paura di svenire.

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(Avete già l’acquolina in bocca?)

Cammina cammina, rischiamo di svenire davvero. Aspetta, qui qualcosa non torna. Questa puzza non è la stessa.

Guarda meglio e in effetti… ci stanno venendo incontro delle acque nere, o meglio noi stiamo andando incontro a loro. Acque nere stagnanti, nere come la pece. Solo che non è la pece a renderle tali. Deve essere un misto di spazzatura fermentata, scarico di fogne a cielo aperto e tutto quel che d’immondo esiste sul pianeta: cacca vomito pipì caccole pus il nero sotto le unghie e tutto quel che Elio elencava in Silos. C’è da svenire, giuro.

Ma nemmeno queste acque nere stagnanti, che cerchiamo pazientemente e penosamente di evitare con le nostre povere scarpe da ginnastica, sembrano spiegare il fetore nauseabondo che ci sta soffocando.

“A destra o a sinistra?”, chiede Mark, il bravo responsabile della logistica, un ragazzone del Kentucky che fa due metri di altezza.

“DOVE VUOI BASTA CHE TI MUOVI!!!”, imploriamo io e Marie, trattenendo letteralmente i conati.

Ma cosa può puzzare tanto? Cerchiamo di muoverci in fretta per lasciare quest’inferno olfattivo, ma dobbiamo stare attenti a non mettere i piedi nelle pozze di acqua nera… guardo avanti, guardo a sinistra, guardo a destra…

NO!!! PERCHÉ HO GUARDATO A DESTRA?!?! ORRORE!

Una carcassa di cane mi guarda, a non più di dieci metri da me.

È stecchito, rigido: giace sul fianco, le zampe protratte nell’aria come bastoni. Il torso, gonfio, è già in decomposizione. Tutta la mia vita mi passa davanti agli occhi in un istante.

L’istinto di sopravvivenza ha la meglio: non morirò qui! Non farò compagnia al cane!

Faccio appena in tempo a vedere la donna che, a non più di cinque metri dalla carcassa, dispone il pesce a essiccare su un tavolo, e allungo il passo. Avanziamo a testa bassa, l’unico scopo è trovarsi in fretta da un’altra parte. Non importa dove. Altrove.

Un attimo dopo ci sembra di essere in paradiso.

Forse siamo morti soffocati e siamo davvero nell’Aldilà.

Oppure siamo sbucati sulla spiagga, dove lo spazio aperto e battuto dal vento odora di mare, e non più di decomposizione.

Sì, qualcosa mi dice che siamo sulla spiaggia. Deve essere tutta la sabbia che ho sotto i piedi e la massa d’acqua che ho di fronte, a perdita d’occhio.

Sulla sinistra ci sono barche: bellissime, fatte di legno e con una forma quasi a mezzaluna. Sembrano navi vichinghe. Sono diverse, sparpagliate nella baia, alcune a riva, altre in mare. Gente che armeggia alle reti, ai carichi, alle ancore. Sulla spiaggia, un viavai di pescatori.

“Sembra il porto di Boston, duecento anni fa!” dice Mark, che evidentemente è ancora intossicato dai fumi del cane morto.

Oddio, non ha tutti i torti in realtà. Non sembra Boston, no, nemmeno duecento anni fa. Ma sembra uno di quei vecchi porti dei pescherecci di un’altra epoca, questo sì. A me fa venire in mente certe tele fiammighe. Anche io devo essere ancora intossicato dai fumi della putrefazione.

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(Boston? Rotterdam? basta che non ci sia il cane morto…)

Siamo felici, di fronte al mare, lontano dal cane morto. Restiamo ad assistere allo spettacolo del carico e scarico delle barche, del viavai sulla battigia. L’arena è coperta da reti stese ad asciugare, qualcuno ripara con pazienza le maglie danneggiate.

Decidiamo di tornare. Senza troppe discussioni ci troviamo d’accordo sul prendere una via alternativa. Continuiamo lungo la spiaggia, taglieremo verso l’interno quando saremo sicuri di aver superato il cane e le acque nere.

Presto un manipolo di bambini-pescatori ci si mette alle calcagna. Ci tira la manica da un lato e dall’altro, vogliono farci da guide turistiche. Da bravi occidentali educati alla diffidenza e alla parsimonia, ci guardiamo bene dal lasciarci guidare. E ci perdiamo due o tre volte, ritrovandoci praticamente in casa di gente. A un certo punto siamo in un vicolo cieco che porta alle latrine del villaggio. Ma perseveriamo nel non farci guidare dai bambini.

Cammina cammina, ritroviamo la strada principale.

All’estremità del villaggio opposta alla spiaggia, troviamo alcuni tuk tuk in attesa di clienti. Negoziamo in fretta, spuntiamo un prezzo ragionevole per dei visi pallidi, saltiamo sopra e diamo l’indirizzo di un bar climatizzato dove fanno lo smoothie di mango. E sfrecciamo veloci nel vento, sul nostro tuk tuk.

Perché camminare sotto il sole, quando puoi prendere un mezzo, è da scemi.

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