IL GIORNALE SOTTO L’ASCELLA

Quando uno andava a comprare il Q Magazine, venticinque anni fa, era quasi più bello che andare a comprare un disco.

Lasciatemi fare il vecchio trombone nostalgico (cosa che del resto ormai sono diventati per definizione tutti gli amanti della musica rock – ah, l’ironia della vita!) e dire che entrare in edicola e uscirne con quel giornaletto fra le mani era uno dei rituali più belli del mio intermezzo londinese da ventenne finito nel Paese delle Meraviglie. Sfogliare la rivista voleva dire svelare (letteralmente: perché la pagina che gira è un velo che si solleva) una band, un disco, un nome che avresti amato magari per il resto della tua vita (o forse per una sola notte, ma intensamente). Fatemi suonare ancora più vecchio e più noioso dicendo che un “clic” non può sostituire quel gesto. OK Boomer!

Ma il fatto è che Q Magazine te lo portavi dietro come un feticcio, perché sfogliarlo in metropolitana voleva dire appartenere a una tribù (non è questa in fondo l’essenza del rock?), perché la carta che usavano era diversa da quella di Mojo e del New Musical Express, perché quelle didascalie ironiche servivano a ricordarci che anche la liturgia più sacra si svolge in seno a una specie animale sperduta e imperfetta, che siamo polvere di stelle ma soprattutto polvere, e che sono solo canzonette e non c’è niente di male in tutto ciò.

La mia didascalia preferita fu quella che accompagnava la foto di Fergie (quella dei Black Eyed Peas) che si era fatta la pipì addosso durante un concerto (eroicamente, aggiungo – the show must go on).

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(“Che strano posto per tenere un’ascella”, diceva la didascalia di Q Magazine)

Che poi non c’è solo il discorso vagamente nanni-morettiano della tribù: perché va bene tutto, ma le riviste musicali a Londra costavano care già all’epoca e anche negli anni successivi, a Milano come a Parigi, le poche copie importate le pagavi (e le paghi) quanto uno studio del Canaletto. Quindi va bene andare in giro con la rivista ganza sottobraccio, ma a patto che dentro ci sia qualcosa di bello da leggere. Perché è questo “qualcosa” che rende la rivista ganza, che crea la tribù.

Divenni drogato di Q Magazine quando mi forniva la mia dose settimanale di Britpop, quando Jarvis Cocker e Damon Albarn erano giovani discoli e non vecchi statisti della musica rock. Ma lo rimasi nei venticinque anni successivi perché Q è sempre rimasta la rivista capace di parlarmi della musica “giusta”, di raccontarmi storie interessanti, di maneggiare come un giocoliere qualità e populismo; perché chi ci scriveva aveva bene presente che se il pop smette di essere pop…olare, allora non è niente, perché la ragion d’essere del pop non è mettere insieme belle note, ma comunicare. Nelle interviste ai musicisti potevano chiedere tante cose, ma a nessun giornalista di Q sarebbe venuto in mente di chiedere una minchiata tipo “spiegami come avete lavorato al mixaggio del nuovo album”.

Su Q Magazine potevi stare sicuro di trovare musica di un livello che andava dal buono al sublime, ma che non saresti stato l’unico pirla ad ascoltare.

Purtroppo oggi Q Magazine chiude.

Era inevitable: non si comprano più i dischi, figuriamoci le riviste che parlano di dischi. Q era un prodotto semplicemente fuori dal tempo, sopravvissuto a stento finora solo per il rapporto che ha instaurato negli anni con coloro che ci sono cresciuti, e che oggi hanno sempre meno tempo di sfogliarlo. Come poteva sopravvivere più a lungo?

Forse, come il vinile, avrebbe potuto conoscere un revival quale oggetto d’arredamento, ma a che scopo? E’ già abbastanza triste che sia successo al vinile.

O magari avrebbe potuto cambiare pelle, consacrandosi al pubblico dei babbioni collezionisti, quelli che hanno smesso da tempo di comprare pannolini per i figli e cominciano a comprarli per se stessi, gli unici che leggono ancora riviste musicali. Così hanno fatto le rivali Mojo e Uncut, che coraggiosamente dedicano una copertina dopo l’altra a giovani artisti sconosciuti come Bob Dylan, Neil Young, i Rolling Stones e altri ominidi ritrovati fra i ghiacchi siberiani. Ma che tristezza sarebbe stato, per la rivista musicale che ha sfoderato la copertina più bella, importante e iconica di tutti i tempi, quella della Santissima Trinità matriarcale di Björk, PJ Harvey e Tori Amos. “Hits. Lips. Tits. Power.

O chissà, forse Q avrebbe potuto abdicare definitivamente alla musica e al rock, ripiegare su costume e società come il Rolling Stone, o sulla “politica per i negati” come Les Inrockuptibles – ma per gli amanti della musica non sarebbe cambiato niente, il giornale in quanto rivista musicale sarebbe morto.

Meglio una morte vera, quindi, e dignitosa.

Addio, Q Magazine. Avremo sempre quella copertina.

Q Mag

 

 

 

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SI’… VIAGGIARE…

Prima ho notato il gruppetto di stranieri (non molti a dire il vero, forse una dozzina) che risaliva la rue de Steinkerque: sguardi incerti, impegnati a tenere dietro alla guida, diretti al Sacro Cuore.

Un paio di giorni dopo è stata la volta dei bulgari che fanno il gioco delle tre carte sulla stessa rue de Steinkerque: quelli con la complice biondona che fa finta di giocare e batte le mani quando vince cento euro, mentre il palo sorveglia la situazione venti metri più sotto, all’incrocio, con l’auricolare all’orecchio.

Oggi infine ho visto sfilare lentamente il mesto trenino di Montmartre, quello tutto bianco con la finta locomotiva in testa, e stavolta i turisti erano tanti, tanti da riempirlo, tutti sopra la settantina (sia detto senza razzismo), tutti in bermuda bianchi (sia detto con razzismo).

Segnali funesti che la pace a Montmartre è ormai aggrappata a un filo tenue, fragile quanto quello che tiene insieme i negoziati di una riforma dell’età pensionabile.

Certo non dovrei essere io a fare questi discorsi; io che pure sono straniero, anzi peggio: immigrato! Come oso snobbare i miei simili, i miei fratelli? Solo perché si muovono in gruppi di cinquanta e nutrono la bestia della Airbnb economy, quella che polverizza le flebili speranze dei comuni mortali come me di trovare un dignitoso bilocale in affitto, beh, solo per questo non vuol dire che io abbia il diritto di criticare.

Va bene, prendiamo un altro caso.

Il weekend scorso io e la Babsie siamo stati a Oporto, o Porto, o-staccato-Porto… quella città del Portogallo che non è Lisbona insomma, quella che quando dici “sono stato a Lisbona” c’è sempre l’amico cosmopolita che accavalla le gambe, alza le sopracciglia come quando si fa un’affermazione pesante fingendo di farla con nonchalance e dice “ah… carina, certo… un po’ sputtanata dai turisti, però; dovresti andare a Porto, prima che sia completamente sputtanata anche lei; tra l’altro ti darò l’indirizzo di un posticino segreto per mangiare il baccalà, lo conoscono solo gli abitanti…” Ecco, quella città lì.

(l’amico naturalmente sa benissimo che anche Porto/Oporto è completamente sputtanata, e da tempo; ragion per cui la sua perla segreta è altrettanto esclusiva dei bagni “Onda Blu” di Riccione a Ferragosto; ma siccome lui c’è stato e tu no, sa anche che può godersi impunemente questo momento di superiorità culturale nei tuoi confronti.)

Dicevo: siamo stati a Porto/Oporto che di questi tempi, fra voli annullati e strascichi di pandemia, è tornata proprio come la vorrebbe, nei suoi sogni, l’amico cosmopolita: priva di turisti, silenziosa, portoghese. Strade calme, piazzette tranquille, lungofiume piacevolmente sonnacchioso, niente code per entrare in un museo. E le cantine del porto (quello da bere) infondono il senso di pace che manco una chiesetta di campagna al calar del sole.

Perché lo dico? Per fare a mia volta il blogger cosmopolita (anche se non incrocio mai le gambe perché poi mi va fuori asse il bacino e mi fa male la schiena)? Non solo.

Lo dico per sollevare una serie di oziosi interrogativi morali.

Si ha il diritto di dire “che bello, non ci sono turisti” quando si viaggia? E tu cosa sei allora?

L’unico modo di salvare il mondo è mettere fine al turismo dei grandi numeri?

Ma viaggiare non apre la mente? Non rende più tolleranti? E questi non sono valori da incoraggiare?

E se poi si limitassero i numeri dei viaggiatori, chi avrebbe il diritto di viaggiare? Chi ha i soldi? Rendiamo il viaggio una cosa da ricchi (l’ennesima)?

Ammettiamo anche di voler prendere come positiva la fine dei charter e delle file di pullman, gioiamo pure della scomparsa delle navi da crociera con trentacinque ponti e ottantamila passeggeri che fanno manovra nel santuario delle caretta caretta, ma gli altri?

Gli “esploratori” troverebbero comunque il modo di viaggiare (intendo non gli esploratori come Magellano e Colombo, ma quelli che si arrabattano per trovare da dormire in un villaggio del Laos o saltare su un bus locale in Ecuador), ma che ne sarà dei weekend a Praga, del capodanno in Egitto e del coast to coast negli Stati Uniti? Quei viaggi da terra di mezzo che non sono né viaggi organizzati, né viaggi di lusso, né sacco a pelo selvaggio?

Se i segnali funesti del trenino di Montmartre e dei banchetti del gioco illegale sulla rue de Steinkerque sono da prendere per buoni, non c’è da preoccuparsi: quel genere di viaggio sopravviverà. O forse è proprio per questo che c’è da preoccuparsi: il mondo è spacciato. Ma non subito, non ancora.

La morale è che forse questo è il momento più bello per viaggiare. Anche se più lo facciamo, più in fretta finisce.

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E uscimmo a riveder la Stella.

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O meglio ancora la Leffe, la Grimbergen ambrata, l’Affligem rossa e tutte quelle birre che vanno qui a Parigi. Da consumare sul boulevard, nella rue, sulla place, nell’avenue, sulla square (rigorosamente pronunciato “scuár”), va bene tutto, perfino il quindicesimo arrondissement (oddio, magari quello no, dai): purché si beva questa benedetta birra in una bella terrasse.

Che a Parigi non è la terrazza. Beh, secondo i casi può anche esserlo. Ma di solito a Parigi se dite terrasse volete dire “i tavolini all’aperto”: quelli di bar e ristoranti ovviamente, cioè quelli che noi per qualche ragione chiamiamo con una parola francese (“il dehors”) che, ironia della sorte, i francesi invece non usano allo stesso modo; nel Regno Unito del resto dicono “dining al fresco” per dire “cenare all’aperto”, ma se la metti così a un italiano quello chiama il suo avvocato… insomma sul vocabolario del mangiare e bere all’aperto c’è un intrigo internazionale mica da ridere.

Ma torniamo a noi, e alla nostra birra.

Quel che c’è da imparare oggi è che per i parigini la terrasse è molto importante. Molto.

Capirai, direte, a tutti piace bere una birra o mangiare spaghetti ai frutti di mare all’aperto una bella sera d’estate (tranne che ai pazzi cui non piacciono la birra e gli spaghetti ai frutti di mare), ma per i parigini è diverso. La terrasse è una priorità – un pilastro dell’equilibrio psicologico individuale e collettivo, un fine e un mezzo al tempo stesso; è il qui e ora del popolo, viene appena dopo i figli e prima della casa e del lavoro; qualche volta anche prima dei figli. La terrasse è una questione di vita o di morte.

Le città italiane sono piene di piazzette e di angoli di centri storici sul cui pavé godere l’impagabile, effimero piacere di un bicchiere sotto il cielo, guardando la vita che scorre e i piccioni che sorvolano minacciosi. Ma un cocktail di buon senso, prudenza con il traffico e paura della fuga senza pagare il conto agisce come un santo protettore dei ristoratori, aiutandoli a capire quando e dove sia opportuno piazzare tavolini fuori; il senso del mangiare all’aperto sta nel fatto che il contesto sia gradevole, ecco.

A Parigi invece tavolini e sedie sono piazzati ovunque sia fisicamente possibile, come bandiere piantate a indicare una conquista territoriale. Spuntano lungo grandi arterie urbane farcite di ossido di carbonio, su marciapiedi così stretti che i passanti ti fanno la scarpetta nel piatto con le falde della giacca, fra un’uscita della metropolitana e un cassonetto dell’immondizia da cui i ratti ti fanno ciao mentre rosicchiano quel che resta del cranio di Heidi.

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D’estate la lotta per un tavolino en terrasse a Parigi è peggio della lotta per il parcheggio in zona Isola a Milano un sabato sera alle dieci e mezza. L’interno dei bar e dei ristoranti rimane vuoto e desolante come il piano di rilancio dell’economia italiana, mentre fuori la gente litiga, fa la coda o si sbatte reciprocamente la nuca contro lo scalino del marciapiede per il privilegio di consumare la propria tartare di salmone in mezzo al traffico, con il barbone che fa pipì col peto incorporato e il camion della monnezza che fermenta lentamente al semaforo, avvolgendoti in una nuvola tossica che ti trasforma la tartare in salmone al vapore.

D’inverno i ristoranti parigini spendono il budget di uno Stato centroamericano per riscaldare la terrasse (e l’atmosfera) con eserciti di “funghi” elettrici – e anche in un pomeriggio gelido e umido di gennaio, o in una serata di febbraio che ti sembra di stare con Napoleone nelle campagne russe, i parigini si siedono fuori, le teste sbollentate dai funghi elettrici come patate da pelare, fingendo di non sentire le folate di vento siberiano infilarsi misteriosamente sotto i vestiti, mentre il tè si raffredda più in fretta di quanto ci voglia per l’infusione.

La questione è così importante e delicata da essere entrata nella campagna elettorale per le amministrative di Parigi (vi ricorderete l’insistenza dell’umile, simpatico Macron per tenere il primo turno quando la pandemia era già lanciata col vento in poppa in tutta Europa), con i candidati divisi sull’opportunità di continuare a consumare miliardi di litri di petrolio per scaldare le terrasse in inverno – una pratica altrettanto ecologica del massacrare panda affogandoli nel sangue di balena arpionata di frodo per poi trasportarli in aereo all’altro capo del mondo e bruciarli infine in un gigantesco rogo alimentato da tutti gli alberi dell’Amazzonia. Fra i vari candidati, solo quello dei Verdi (ci mancherebbe) ha osato parlare di vietare il riscaldamento delle terrasse in inverno. Per gli altri non se ne parla nemmeno (“sono l’anima di Parigi”, ha detto una candidata) oppure se ne potrà parlare, sì, ma un domani, o forse in un altro decennio, con molta calma (“in concertazione con le parti interessate”, ha detto un’altra); tipo la semplificazione fiscale in Italia, insomma.

Fin qui, niente che non avrei potuto scrivere già nove anni fa, durante la prima settimana vissuta all’ombra del Sacro Cuore.

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ritocchi finali… quasi pronta per l’apertura

Ma il passaggio dell’adorabile COVID-19 ha fatto fare un grande balzo in avanti al rito pagano collettivo della terrasse. Un paio di settimane prima delle elezioni amministrative (guai a chi pensa male) Anne Hidalgo, sindaca poi guarda caso confermata a Parigi, non ha pensato, no, di chiedere ai parigini di portare la maschera, oppure che so, di rinunciare al saluto col bacio (che è tornato prepotentemente in voga, manco fosse il risvoltino nei jeans). No, complici da un lato la necessità di facilitare il distanziamento fisico e dall’altro il ragionevole sospetto che il contagio sia più facile nei luoghi chiusi, la sindaca di Parigi ha avuto un’idea molto più avanti: moltiplichiamo le terrasse! Parigini, bevete felici i vostri spritz a 12 euro sotto la volta celeste! E magari ricordatevi di chi vi ha dato il permesso di farlo, quando sarà il momento di mettere la croce sul nome nell’urna elettorale, con quella bella penna piena di virus!

Come fossero esseri animati, le terrasse hanno prontamente obbedito: si sono allargate, sono spuntate dove non erano, sono scese dai marciapiedi per straboccare sulla strada. Letteralmente: bar e ristoranti hanno cominciato a recintare pezzi di carreggiata con qualcosa che assomiglia a gigantesche cassette della frutta, occupando il terreno così conquistato con sedie e tavolini.

Naturalmente la scusa del COVID si è rivelata presto per quello che era: sedie e tavolini in queste nuove terrasse sono altrettanto attaccati di quanto lo sono sempre stati a Parigi, perché nella città dove la media del prezzo delle case ha largamente superato i diecimila euro al metro quadro – la media, non la fascia alta – lo spazio va sfruttato come si deve (chi ha preso un caffè a un tavolino parigino sa quanto sia difficile non bere per sbaglio il caffè del tavolo accanto).

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stanno parcheggiando o bevono l’aperitivo?

E così, chiusi dentro staccionate come una mandria di vacche nel vecchio West, i parigini gozzovigliano ancora di più.

Gli effetti sull’arredo urbano sono per molti aspetti positivi: queste nuove terrasse occupano lo spazio in cui prima si parcheggiavano le auto e rendono quindi (ancora) meno conveniente spostarsi in macchina, contribuendo perciò a far diminuire il traffico, i tubi di scappamento e sostituendo un inquinamento acustico sgradevole (motori) con uno più umano (risate e schiamazzi). La socialista Hidalgo sa fare i suoi conti: a Parigi, meno di un terzo della popolazione possiede un’auto e andare in giro in macchina in città è un gesto così reazionario che chi lo fa probabilmente non l’avrebbe comunque votata, una socialista; la terrasse invece è trasversale, piace a destra e sinistra, grandi e piccini, uomini e donne, LGBTQ+, black e white lives, atei e religiosi.

Più terrasse per tutti! Un milione di posti in terrasse!

Queste foto le ho scattate quando ancora le nuove terrasse erano in allestimento, e quindi molte di queste le vedete vuote. Adesso sono partiti gli accoltellamenti anche qui: vecchiette e bambini si spingono sotto gli autobus lanciati in corsa per eliminare i concorrenti all’ultimo posto libero.

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l’ultimo arrivato sta accanto al cassonetto?

E adesso, in questo venerdì, alle ore beer o’clock, è anche per me l’ora di dare la caccia a una terrasse. Personalmente sono combattuto: sarò onesto, non avrei scrupoli a usare le nuove terrasse recintate; ma l’idea di stare seduto proprio sulla carreggiata, rischiando di succhiare un tubo di scappamento invece della cannuccia ecologica del gin & tonic (quella che si biodegrada mentre ancora stai bevendo, trasformandosi in una poltiglia disgustosa e aggiungendo un retrogusto di cartone agli ultimi sorsi), non mi ha ancora del tutto convinto. Tutto sommato cerco ancora di trovare posto sul marciapiede, accanto ai miei cassonetti e al mio barbone che fa pipì.

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Day – lascia stare…

“Emergenza, emergenza!” grida la Babsie dalla zona-cucina (cioè a un metro da me, che sono nella zona-soggiorno).

“Che succede?”

Mi precipito (cioè giro intorno al bancone del piano-cucina) per vedere se c’è da portare soccorsi, ripasso mentalmente le principali manovre di salvataggio, mi pento ancora una volta di non averle mai memorizzate, con tutti i corsi che mi han fatto fare i dottorini senza confini. Ma la Babs ha l’aria di star bene. E’ solo molto agitata e grida cose che non hanno senso.

“E’ tutta piena di detersivo, dobbiamo sciacquarla!”

“Calma, spiegati, cosa è pieno di detersivo?”

“Lei!” dice la Babs, indicando una lumaca.

Una lumaca?

“Era nelle fragole. Le abbiamo mangiate tutte senza vederla, stavo lavando l’insalatiera e lei è spuntata… ma quando me ne sono accorta, l’avevo già coperta di detersivo…”

Hai capito, ‘ste fragole. Le gariguette, costano 20 euro al kilo, perché sono francesi – hai voluto il chilometro zero, la produzione locale? Non vuoi le fragole importate dalle fabbriche del Bangladesh, cucite dai bambini di cinque anni? Eh, le devi pagare! E poi ci trovi pure la lumaca! Sarà buon segno, per la qualità del prodotto?

La lumaca è stata tratta in salvo sullo scolapiatti. Farà sì e no due centimetri di lunghezza. Parte un’operazione di risciacquo approssimativa ma efficace: le gettiamo addosso bicchierate d’acqua che è come se mi facessero la doccia con le cascate del Niagara. L’importante è agire tempestivamente, ci diciamo: le lumache non dovrebbero avere ossa e articolazioni, quindi anche se il risciacquo è un po’ violento, la nostra trovatella non rischia lussazioni e fratture.

“E ora?”

Già, e ora?

“Beh, dobbiamo liberarla.”

“Certo, liberarla.”

“Bene.”

“Bene.”

Liberarla… e dove? Viviamo al quinto piano di un palazzo circondati da una giungla d’asfalto. Che fai, la lasci alla fermata dell’autobus e le dici la Gare du Nord è la quarta fermata?

“Ci penseremo domani. Intanto togliamola dallo scolapiatti. Non mi sembra una soluzione pratica nel lungo periodo.”

L’unico posto che mi viene in mente, per farle passare la notte, è il vaso della pianta – l’unica pianta che abbiamo, sopravvissuta contro ogni pronostico a otto anni delle nostre improvvide cure. La pianta highlander è la cosa più vicina alla natura che si trovi in casa nostra.

“Ma non se ne starà buona lì dentro, uscirà!” mi mette in guardia la Babsie.

“E capirai, se esce che può fare, toccare i miei vinili?”

“Mmhhh, ok. Ma quella si riproduce per partenogenesi, domattina ce ne troviamo cento!”

“Eh… non credo funzioni così – quanto meno non così in fretta… e poi sembra una baby-lumaca, a quale età le lumache diventano sessualmente attive?”

Consideriamo brevemente i pro e i contro. Deciso che non ci sono alternative più interessanti, la posiamo delicatamente al centro del vaso della pianta e andiamo a fare la nostra serata su Zoom con gli amici. Qualche ora più tardi, a letto e praticamente sul punto di spegnere la luce, grido: “La lumaca! Non abbiamo più controllato se sta bene!”

Sconvolti dalla nostra negligenza, corriamo in soggiorno (la corsa dura circa un secondo e mezzo) e guardiamo nel vaso: sparita!

Prendo la torcia del telefonino per cercare meglio e… amici, ecco una dritta per voi: se mai cercaste una lumaca fuggiasca, sappiate che la sua scia bavosa brilla nella luce della torcia del telefonino!

Fatta questa sensazionale scoperta, seguiamo la traccia di bava che dal centro del vaso, dove l’avevamo messa, punta dritta al bordo e… lo scavalca! la Babsie aveva ragione, la nostra lumaca ha uno spirito indomito. Per fortuna non è andata lontano (…) e si è fermata sul lato esterno del vaso: la troviamo attaccata lì che sonnecchia.

“Bisogna rimetterla nel vaso. Se la perdiamo per l’appartamento, chi la ritrova?”

“Già, dico. Un giorno, camminando, sentiremo un ‘crack’ sotto il piede e sarà troppo tardi.”

Sì, ma come farla stare buona nel vaso? Questa lumaca è peggio di Houdini.

“Insalata!”, grida la Babsie. “Abbiamo dell’insalata. Diamole una foglia.”

Così facciamo. Prendo una bella foglia di lattuga (prendo quella un po’ più esterna ed appassita, mi dico che le lumache devono essere di bocca buona) e per assicurarmi che il messaggio sia recepito, questa volta poso la lumaca direttamente sulla foglia d’insalata.

Andiamo a nanna tranquilli, perché insomma, la lumaca sarà anche una specie di globetrotter, ma chi rinuncia a una foglia d’insalata che fa venti volte la sua taglia? E’ come se mi lasciaste di fronte a una pizza delle dimensioni di un parcheggio. Se passate fra una settimana, mi trovate ancora lì che chiedo come scaldare il resto. Prima di spegnere la luce, ci diciamo che l’indomani la porteremo nel cortile del palazzo: non sarà un giardino ma ci sono quattro piante, certamente le farà meglio che stare nel nostro vaso.

L’indomani arriva e…

… vittoria! lei/lui (le lumache sono ermafrodite, vero?) è ancora lì: la/lo troviamo sulla sua foglia, easy like Sunday morning. Sulla foglia ci sono due buchi dal diametro impressionante: in una notte, la lumaca ha fatto fuori più insalata del suo peso corporeo.

Dovremmo portarla giù in cortile, abbandonarla fra le piante, ma per il momento soprassediamo. Ci siamo già affezionati al nostro nuovo animale domestico. E’ silenzioso, tranquillo, discreto. Sbava un po’, ma si vede solo quando accendi la torcia del telefonino.

Puoi stare con noi per il weekend, Escort-girl*!

* Capito? escargot, escort-girl.

Versione 2

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Day 27 (Pasqua)

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Nuovi segnali di disperazione e di resilienza.
Ieri sono andato al minimarket qui vicino a comprare la pasta brisé per fare la torta pasqualina a Pasquetta (era prima che ci accorgessimo con disappunto che i carciofi francesi non vanno bene per la torta pasqualina).
Nel darmi il resto, la cassiera ha toccato la mia mano. Non sfiorato, lambito, rasentato: proprio toccato.
Era il primo contatto fisico con un essere umano che non ho sposato da quattro settimane. E’ stato bellissimo: ho provato un’emozione intensa, giuro che mi son sentito risorgere, altro che Gesù. Ho sentito una scossa elettrica che mi attraversava (forse era il virus che passava in me). Sono tornato a casa cantando e ballando come Bjork nel video di “It’s Oh So Quet”.
Poi a malincuore mi sono lavato bene le mani, a lungo ed vigorosamente come si deve. Ma quella cassiera non la dimenticherò mai.

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Descrivi la tua vita con un’immagine.

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Day – ho perso il conto

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Cambio di stagione più virtuale della mia esistenza: fatto.

Che poi è semplice: qui l’armadio è un solo ed è pure piccolo, quindi il cambio consiste nel fatto che ho messo via la sciarpa, due cappelli di lana e i guanti per la bici.

Forse però sono andato troppo in fretta. Non è detto che il confino duri fino a maggio.

Potrebbe durare fino a quando la sciarpa sarà di nuovo utile.

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Day 12

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Happiness is having a conversation with your neighbours: i.e. shouting out loud from your window, without seeing each other, asking the people living across the street to take a mega wide-angle selfie for you, then shouting your phone number so they can send it over.

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Day 11

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Poveri confinati parigini! Va bene non poter più incontrare gli amici, passeggiare sulla Senna e bere l’apéro all’aperto anche in pieno inverno grazie alla capillare distribuzione dei funghi-caloriferi sul territorio comunale (al modico prezzo di venticinque orsi bianchi estinti al giorno), ma come ovviare al problema del silenzio di questi giorni? Come può l’homo metropolitanus affrontare la “sindrome da privazione dell’inquinamento acustico”?

Per fortuna ci pensa il sito web-cum-newsletter My Little Paris, bastione della cultura leziosa, fighetto-parigina dei bobo, cioè dei borghesi-bohémien*.

My Little Paris ha pubblicato una compilation di rumori parigini – sì, proprio quelli che di solito ci mandano in bestia, ci fanno imprecare e maledire il nostro prossimo, (mio simile, mio fratello!). Ci sono il traffico sul boulevard, il “fanculo” del cameriere scortese alla brasserie, gli ubriachi che rompono le palle alle 4 del mattino, la rissa fra africani a Barbès, lo stridere delle ruote della metropolitana sui binari (comprensivo di voce di signora che dice “che puzza!”), insomma tutto quel che amiamo. Mancano solo gli sgherri dell’est Europa che fanno il gioco delle tre carte qui sotto casa sulla rue de Steinkerque, corredati da mignotte bulgare (scusate il razzismo) che si fingono turiste intrippate dal gioco, e poi c’è tutto. Quanto ai pianti lagnosi dei figli del mio vicino non c’è bisogno della playlist; purtroppo sono tornati in versione carne ed ossa, con tanto di frullatore atomico.

Se volete aggiungere i rumori molesti parigini alla vostra playlist, eccolo qui:

Facciamoci del male

* il “bobo” (o bourgeois-bohème) francese (e soprattutto parigino) è quella persona borghese per estrazione e tenore di vita, ma anticonformista/alternativa nella testa. Soprattutto nella testa. Un po’ meno nei fatti, forse. Per questo la connotazione del termine è di solito piuttosto negativa, alla stregua di quel che in italiano si dice “fare il frocio col culo degli altri.” Ovvero: predicare l’ecologismo, la solidarietà, l’integrazione e la tolleranza, il femminismo, la gioia di fare la spesa nei mercatini etnici e di coltivare l’arte (anche quella di strada); ma poi vivere nel confini comodi e rassicuranti del proprio benessere, contribuire (con il proprio tenore di vita) all’imborghesimento dei quartieri cittadini decretando di fatto l’espulsione di quelle comunità di artisti, immigrati e popolo-bue che a parole piacciono tanto al bobo. La differenza con il radical-chic è che il bobo non è così radicale (non fa il comunista, ma piuttosto il social-democratico tollerante, voglio dire il bobo vive nel XXI secolo, mica negli anni ’70), né così chic (non ha la R moscia, non fa i salotti fighi, ma frequenta il mercato algerino di Barbès).

Io modestamente vorrei spezzare una lancia a favore dei bobo: poiché l’estrazione borghese è un dato di fatto e in un certo senso esogeno, l’alternativa a essere un bobo, è essere un bo-strò: cioè un borghese stronzo (razzista, intollerante e menefreghista nei confronti dell’ambiente).

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Day 10

Sto aspettando di vedere se volpi, lontre e poiane prenderanno possesso di Parigi.

Nel frattempo però ho scommesso 10 euro sui piccioni.

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