C’E’ UN TEMPO PER TUTTO

concert

L’altro giorno, o forse qualche mese fa, per ben la seconda volta nel giro di pochi anni, il mio amico Ale ha buttato lì un commento come se niente fosse, non rendendosi conto di sganciare una bomba all’idrogeno e aprire un pozzo buio e senza fondo di ricordi e paranoie, di quelli in cui un povero sprovveduto come me viene subito risucchiato senza rimedio con conseguenti scompiglio, tormento e subbuglio interiore. Volete sapere qual era il commento disinvolto di Ale? Ve lo dico.

Si parlava di una band degli anni Novanta e Ale ha detto: “Quelli li vidi dal vivo… nel periodo giusto.”

Ah, lo so, non ditemi niente!

Certamente capiterà spesso anche a voi d’interrogarvi sulla questione profondamente esistenziale del periodo giusto in cui amare una band. Perché badate bene: viviamo in un mondo libero; nulla c’impedisce di amare una band o un musicista in qualunque momento. Ma sappiamo bene c’è una sola epoca, una sola!, in cui è perfetto farlo.

Quale sia, questa epoca, dipende: dalla band stessa, dalla storia e in piccola parte anche da noi stessi.

È la convergenza di queste diverse trame a creare la tempesta perfetta.

A me la questione, lo avrete intuito, sta a cuore; non in maniera maniacale, ma insomma ci penso più o meno una mezza dozzina di volte alla settimana.

Qual è ‘sto periodo giusto? Lasciando perdere la nostra prospettiva personale e stando sul generale, è quel momento in cui l’artista o la band…

  • … sta arrivando all’apice del proprio potenziale artistico, ma non l’ha ancora toccato; perché quando tocchi il massimo, in quell’istante stesso inizia la discesa. E noi non vogliamo mica innamorarci di gente in discesa giusto? Pensate scoprire i Duran Duran nel 1989. O i Rolling Stones nel 1975. O Prince nel 1992.
  • … sta avviandosi a raggiungere l’apice della propria fama, ma manca ancora qualcosa. Insomma bisogna coltivare la sensazione di essere fra i primi arrivati. Perché se scopri una band insieme alla massa, è come se ti presentassi quando i fuochi d’artificio sono già iniziati e l’unico punto dove riesci a prendere posto è quello con la visuale coperta da un albero, di fianco alla cacca di cane e al bambino che piange. Il bonus, in questo caso, sta nel poter raccontare (con snobismo dissimulato) di “quando vidi Nick Cave coi Birthday Party nell’82”, sapendo benissimo che nessuno vide Nick Cave coi Birthday Party nell’82.
  • … è rilevante rispetto all’epoca e al contesto in cui esiste; ovvero, è figlio del proprio tempo, ti fa sentire partecipe di qualcosa di vivo e in movimento. Perché non c’è nulla di male ad ascoltare be bop o rock & roll al giorno d’oggi. Però se la musica pop è espressione di una cultura generazionale, fate attenzione a non ritrovarvi a litigare con il babbo sulla lunghezza dei capelli. Con voi che gli rimproverate di portarli troppo lunghi.

Okay, facciamo un esempio.

Beatles

(presente?)

Presente i Beatles? I quattro ragazzi di Liverpool. Sì, loro.

Cominciamo dalla ‘scoperta’.

Il periodo migliore per scoprire i Beatles è forse fra il ’59 e il ’61, quello dei concerti al mitico (l’aggettivo è d’obbligo) Cavern di Liverpool o magari addirittura ad Amburgo, che fa ancora più figo. Con Pete Best alla batteria. Con Stu Sutcliffe. Prima ancora della pubblicazione di Love Me Do. Perché? Ma per la sindrome dell’early bird, ovvio.

Chi ha scoperto i Beatles al Cavern o ad Amburgo non mancherà sicuramente di raccontarlo fino allo sfinimento a ogni occasione possibile, diventando immancabilmente l’eroe della serata, quello dagli aneddoti irresistibili, quello che “dai Toni, raccontaci ancora di quando George Harrison all’uscita dal Cavern ti chiese una sigaretta!”

Ma fin lì si tratta di scoprire i Beatles. Se uno li avesse scoperti al Cavern ma poi se li fosse dimenticati e non si fosse comprato Revolver, beh, sarebbe come ritrovarsi seduti in prima fila prima che i fuochi d’artificio comincino… per poi andarsene e perderseli perché nessuno ti ha avvisato che stavano per iniziare. E sentire la gente che fa “oooohhhhh…” dal gabinetto della brasserie in cui sei entrato a bere un’acqua e menta. Che sfigato.

Quindi ‘scoprire’ è una bella cosa. È bello scoprire qualcosa prima di tutti. Ma non è fondamentale. Quel che è fondamentale è esserci al momento giusto.

Questo, per i Beatles, dovrebbe corrispondere ai pochi anni che vanno dall’esplosione planetaria (diciamo dalla conquista dell’America nel ’64?) fino alla fase imperiale di Sgt. Pepper’s (’67). Ovviamente fino alla fine i Beatles sono rimasti i migliori ma se uno non era già a bordo per Revolver e Sgt. Pepper’s… beh, mi spiace… accomodati laggiù… sì, laggiù, fra la cacca di cane e il bambino che piange. Non vedi bene? Peccato.

Andiamo avanti.

E diciamo che in fondo questo dilemma, con i Beatles, non me lo sono mai posto. No, non mi sono mai rammaricato di non avere conosciuto i Beatles quando dominavano il mondo, più di quanto non mi spiaccia, pur essendo un amante degli animali, di non essere stato testimone dell’epoca in cui dominavano i tirannosauri. Che sono un po’ i Beatles del mondo animale: i number one.

Né mi strappo i capelli per non avere visto Hendrix in un pub di Londra, o i Sex Pistols in barca sul Tamigi. O perfino Bowie – sì, il mio fuckin’ Bowie – quella volta che suonò al Friars Aylesbury Club nel settembre 1971 (prima volta con gli Spiders From Mars, che ancora non si chiamavano così).

Perché non mi struggo lacrimosamente per non avere partecipato ai loro momenti giusti? Ma ovvio, perché non esistevo ancora. Che ci posso fare? Non ha senso il rimorso per qualcosa che succedeva prima che fossimo nati. Sarebbe come se mi rammaricassi di non aver marciato a favore dei diritti civili negli anni Sessanta, o di non aver denunciato la persecuzione di Antonio Gramsci.

Avrete capito che qui bisogna passare dal discorso oggettivo all’aspetto personale.

Facciamo un salto a qualche anno dopo.

Per farla breve, gli anni Ottanta li ho vissuti proprio come si deve: da Duraniano, fatto e finito, con tanto di gel nei capelli, poster in camera e perfino un concerto – francamente per andare a vedere i Duran Duran dal vivo bisognava proprio voler loro tanto bene. E io gliene volevo.

DD

(questo è esattamente il poster che avevo in camera. Passavo le ore a decidere quale fra i loro tagli di capelli avrei adottato la prossima volta)

E poi avevo Michael Jackson (non ridete: quello di Thriller e Bad spaccava il mondo) e Bruce Springsteen e Prince. Dai, ce li avevo tutti. Perfino Madonna. Ma andiamo oltre, perché il bello sta per arrivare.

I primi anni Novanta corrispondono ai miei 18-25: quella è l’epoca fondamentale per esserci, musicalmente parlando. È lì che si provocano i traumi, che si aprono ferite mai più sanabili. Che si fa o si disfa una vita.

Ero appena maggiorenne quando esplose il grunge. Ero appena ventenne quando esplose il Britpop.

E mentre tutto esplodeva io c’ero?

Le due situazioni sono ben diverse.

La rilevanza del grunge è fuor di dubbio: fra le bolle di sapone effimere e colorate degli anni Ottanta e l’età d’oro di Internet a fine anni Novanta, quando ancora il web era il futuro radioso e non un luogo d’adescamento per pedofili e un mezzo per vendere la vostra anima a un inserzionista pubblicitario, l’inizio degli anni Novanta fu quel periodo d’inevitabile reflusso in cui si mandava un po’ tutto affanculo.

Purtroppo, per quanto riguarda il grunge, ho paura che la mia posizione sia piuttosto debole.

Vedder

(lo guardai passare senza salire a bordo)

Tutti sapevamo che il grunge stava succedendo, d’accordo; i video dei Nirvana e dei Pearl Jam passavano in continuazione su MTV nel ‘91; chi non sapeva a memoria la melodia di Smells Like Teen Spirit? E chi non sapeva fare il “yeah-yeee-yeaah” di Lithium? E qualche anno dopo il video di Black Hole Sun (pace all’anima sua), quante volte ci ha impressionato?

Sì, va bene. Ma io… io! Io in realtà rimasi a guardare. A guardare in piedi, di fronte al televisore della cucina, attratto dagli occhi spiritati di Eddie Vedder che canta “Jeremy spoke in class today”. “Sdoppiai” su una cassetta un album degli Screaming Trees. Ma non andai oltre. Non ricordo di aver comprato nemmeno uno di quei dischi – non fino a molti anni dopo, quando con i miei stipendi borghesi passai direttamente all’edizione deluxe con lati B, pezzi inediti, le mutande usate del bassista e un pidocchio originale imbalsamato risalente alla scuola elementare frequentata dal figlio del vicino di casa del batterista.

Mi sembrava carino il grunge, tutto quel rumore melodico, quel piano/forte, pulito/sporco, quel look da “oh scusa non ce l’hai mille lire per il biglietto dell’autobus per favore?” Come tutti, facevo head-banging di fronte alla mia birra appena nel pub si diffondeva la voce di Kurt Cobain. Basta? Certo che no.

Confesso che me lo lasciai scorrere addosso il grunge, con pigrizia. Lo guardavo ma non andai verso di lui. E questo, capite, è un fardello che mi porterò dietro per tutta la vita. Compagni di liceo e di università, dove eravate quando avevo bisogno del vostro aiuto?

oasis

(you’d better be there)

Per il Britpop il discorso è diverso e ancora più delicato.

Da ascoltatore di dischi, da lettore di giornaletti musicali e senza pretesa di dire niente di sensato, affermerò che il Britpop arrivò a giocare un ruolo sul piano culturale più generale, ben al di là dei generi musicali, in una maniera che ha alcuni precedenti (ancora più) illustri nella storia della musica pop britannica. Come nella Swingin’ London e nell’epoca di Anarchy in the U.K., fra il ’92 e il ’97 in Gran Bretagna la musica fece più che accompagnare una rivoluzione: contribuì a darle colore e personalità.

Semplificando, mi viene da dire così: che Suede e Blur prima, Oasis e Pulp poi, con la manforte di una caterva di altre band più o meno interessanti, furono tanto artefici del successo travolgente del New Labour quanto Blair stesso e il suo spin doctor Alastair Campbell (detto The Twat). E che quella musica, quella cultura, hanno ridefinito l’immagine della nazione – almeno della sua parte più mediaticamente sexy, visibile ed esportabile.

Quindi, il Britpop si presta più che mai al discorso del “momento giusto”, perché se ascolti il Britpop mentre si afferma, sei al tempo stesso partecipe di un fenomeno cultural-popolare bla bla bla…

E poi il tutto si presta anche al discorso soggettivo nel mio caso, perché negli anni del Britpop avevo quell’età musicalmente perfetta in cui non ti devi ancora vergognare se nelle canzoni cerchi il senso della tua vita. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti? E io, ho fatto quagliare la maionese?

Secondo la vulgata, i Blur hanno inventato il Britpop nel 1992 con Popscene e l’hanno ucciso nel 1997 con il loro album Blur (ma OK Computer dei Radiohead è un altro forte indiziato della strage). Nel ’93, il movimento era decisamente cool e ancora relativamente alternativo (Modern Life… il primo degli Suede), nel ’94 la sua popolarità esplose con Parklife dei Blur e il debutto degli Oasis e il secondo degli Suede. Il ’95 fu l’anno della massificazione del fenomeno, artisticamente ancora vitale (il secondo degli Oasis, Different Class dei Pulp, primo dei Supergrass, Elastica), ma già gravato dai concerti oceanici mentre i tabloid si appropriavano della narrazione di quel mondo. Nel ’96 era diventato una macchina da soldi ma a livello artistico non aveva più idee e nel ’97, mentre Blair entrava a Downing Street, i Blur erano passati ad altro e le Spice Girls si erano appropriate della simbologia del genere, a cominciare dalla Union Jack.

Conquistata infine la dimensione di fenomeno culturale e le pagine dei giornali della domenica, il Britpop come fenomeno musicale era morto e sepolto.

Lasciamo perdere la politica: pro o contro Blair, non è il punto. Il punto è che essere nel Regno Unito in quegli anni e non accorgersi del Britpop e del suo legame con quel senso di rinascita della Gran Bretagna (autentico? ingannevole? poco importa) e di come i politici preferivano incontrare i cantanti piuttosto che i giornalisti (anzi, l’ideale era incontrare cantanti di fronte ai giornalisti) sarebbe come essere a una cena di Natale e chiedersi che cazzo hanno tutti da aprire pacchetti.

Per uno che viveva a Londra in quegli anni, per quanto distratto e svagato come me, era quindi impossibile perdersi. Questa fu la mia fortuna.

Anzi, prima ancora, ci fu Morena che mi consigliò Modern Life Is Rubbish dei Blur. Non esisteva internet per dargli un assaggio prima di decidere, quindi lo comprai a scatola chiusa (’93). Fin dal primo ascolto divenne una delle cose più belle che avessi mai visto o sentito in vita mia.

E ci furono Phil e Ribo, che mi portarono a vedere gli Oasis al Rolling Stone di Milano freschi di primo album, quando Wonderwall era una parola sconosciuta. A ventitré anni di distanza, Phil e Ribo, grazie!

Mamma mia che cos’è scoprire la musica che ami, quando hai vent’anni e quando questa musica sembra che debba cambiare il mondo! È un’esperienza mistica, un’epifania, una cosa che auguro a tutti.

pulp

(Very Uncommon People)

Guidare con la mia Fiat Uno intorno all’Hammersmith roundabout con Common People dei Pulp al massimo del volume mentre sembrava che tutta Londra facesse la stessa cosa, rappresenta l’apice del “io c’ero”.

Domanda.

Abbiamo bisogno dell’auto-validazione del rito di massa per sapere di esistere?

Basta, lasciamola senza risposta, che qui altrimenti si complicano le cose.

Nell’autunno ’94, prendere la District Line per andare all’università (22 fermate, da East Putney a Mile End), quando i sedili luridi e bisunti di quella stessa District Line erano ritratti nell’artwork di Modern Life Is Rubbish e (cosa fondamentale!) quest’ultimo era ancora fresco nelle vetrine dei negozi di dischi, beh, era il massimo. Se ripenso a quel coglione che mi fece l’esame d’inglese per la selezione delle borse Erasmus e mi disse che secondo lui avevo un accento americano! L’avrei colpito con una nice cup of tea sul mento ma era troppo anziano.

MLIR2

(ah, quei sedili…)

I Blur, i Pulp (quel disco, soprattutto), gli Oasis, i primi Radiohead (Britpop-affini, o comunque guitar pop) e qualche altro nome, c’erano. Ci sono. Ce li ho.

Gli Suede li ho avuti, ma a un certo punto è come se avessi battuto le palpebre e perso un pezzo. Ancora una volta registravo in cassetta, ascolticchiavo. Sono certo che li seguissi perché ricordo Morena, durante la lezione di Economia delle Aziende Industriali e Commerciali, che s’incazzava perché la sera prima su MTV avevano passato il video Animal Nitrate e la veejay aveva accennato (ironicamente, secondo Morena) al fatto che fosse una “gay song”. Non toccatele Brett Anderson. Anzi non toccatelo manco a me. Brett, fico!

Comunque, perché mi persi gli Suede per strada? Dopo due album stratosferici uscì Coming Up e non era il momento di abbandonarli, perché c’era la stupenda Trash. Quella che dice “siamo spazzatura, io e te”, ma ovviamente l’intenzione è quella di dire esattamente il contrario, perché quando ti definisci spazzatura in un mondo un po’ malato in realtà tu sei la crème de la crème. Eh, Brett? Vecchio volpone snob! Ma perché non ho fatto come con i Pulp? Perché non ho fatto venti giri dell’Hammersmith roundabout gridando “We’re traaaaaash, you and me”? perché mi sono perso ai tempi di Coming Up? Anni dopo trovai Head Music in un negozio di dischi in Messico e lo comprai e ovviamente mi fece schifo (perché fa schifo) e quindi non mi spinse a tornare agli Suede e per colpa di Head Music non ho scoperto Trash e Coming Up se non di recente, avendo rivisto Brett Anderson più che quarantenne alla Cigale di Montmartre.

suede

(ancora bello)

A inquinare le mie orecchie c’era sempre il fatto che io, fondamentalmente, non capivo una mazza di musica. Senza i preziosi consigli dei miei amici, lasciato a me stesso, prendevo subito la strada sbagliata. Lontano dai commenti di Ribo e Morena sui banchi degli studi, durante i mesi dello scambio Erasmus, sulla mia scrivania, mentre ripassavo Econometria, c’era un cd con José Carreras che cantava arie da West Side Story e dai Pagliacci di Leoncavallo. Presente “riiiiidiiiii pagliaaaacciooooo”? bellissima eh, ma cribbio avrei potuto lasciarmela per i settant’anni e non cambiava niente. E un paio d’anni dopo, mentre facevo il pendolare fra Hammersmith e Wimbledon, nella mia autoradio girava soprattutto London Heart 106.2 FM. Ovvero la crema del soul-pop più sciropposo e commerciale. Quelle canzoni che mia nonna, fosse stata al posto del passeggero, avrebbe detto “niente male questa, piace anche a me!”

Ne sono sicuro, nonna. Il dramma è che sulla stazione accanto stanno dando i Supergrass e io non me ne accorgo. E questo, nonna, è un trauma che a quarant’anni suonati mi porterà ad aprire un blog per scrivere minchiate inutili ma lunghissime indirizzate al mondo intero.

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AMORE BIZZARRO

Prince - 1980S

“I can’t fucking breathe right now” disse Questlove.

Questlove è un musicista americano. Uno dei più brillanti, a mio parere. Come la band con cui ha fatto cose meravigliose, i Roots. E non lo dico solo perché fa molto figo amare i Roots, davvero. Insomma quel che poco più di un anno fa lasciò Questlove con il fiato mozzato fu sapere che Prince era stato trovato morto stecchito dentro un ascensore. Non è che te la saresti aspettata, da lui, una reazione così drammatica: anzi in passato Questlove aveva preso in giro Prince, e neanche troppo alla leggera, per le sue disastrose esperienze con rap e hip hop – cose di cui Prince, diciamolo, non ci ha mai capito niente. Ma che, in quanto nero, deve aver sentito il bisogno di frequentare. “Quando Prince fa rap, mi ricorda i candidati Repubblicani settantenni e ricchi sfondati che vanno nei quartieri neri e poveri a stringere la mano a un po’ di gente davanti alle telecamere… è opportunismo, pubblicità.”

Io non penso che fosse opportunismo; Prince probabilmente era talmente megalomane da non sentire di dover ricorrere all’opportunismo. Credo che pensasse davvero di doversi confrontare con quei generi musicali da “nero”, per dimostrare che lui sapeva/poteva fare tutto. Peccato che non fosse vero. “My name is Prince / and I am funky” va per forza annoverata fra le cinque frasi più stupide e imbarazzanti mai pronunciate da un essere umano.

Fatto sta che Questlove lo prese in giro ben bene, salvo poi aggiungere che “anche se Prince non sa fare l’hip hop, tutti ma proprio tutti gli artisti hip hop, da Public Enemy a 2pac fino a Notorius B.I.G., hanno imparato qualcosa da lui. O l’hanno direttamente campionato. Il modo in cui Prince usava la drum machine nel 1982 è stato ripreso dall’hip hop dieci anni dopo”, dice Questlove. Che quindi perdona a Prince il peccato veniale da candidato parruccone dei Repubblicani e ne ammira il genio. Fino a dire, nel sapere che Prince è morto: “I can’t fucking breathe right now.”

Non è mica facile spiegare, a colui che non si nutre emotivamente con l’arte, perché ci si può legare a un artista e soffrire personalmente per la sua scomparsa. Bowie, Prince, Chris Cornell. Per me pure Scott Weiland, e anni fa Mark Linkous. Per altri Lemmy e Cohen. O magari John Lennon o Chuck Berry. O un attore, o un pittore.

Non c’entrano nulla la dimensione personale dell’artista o le sue qualità umane. Del resto nemmeno il fatto che negli ultimi anni Prince si fosse messo a fare porta a porta coi testimoni di Geova per le strade di Chanhassen, Minnesota (ci sono testimonianze di gente che la domenica mattina apre la porta e si trova davanti Prince che cerca di convertirli – riuscite a pensare a una cosa peggiore che vi possa capitare la domenica mattina?) arriva a regalare a Prince una parvenza di umanità; caso mai conferma quel che tutti sappiamo: cioè che era un pazzo psicotico. Capace d’iniziative benefiche a Minneapolis di cui non ha mai parlato coi giornali, certo, come di andare a fare shopping nel negozio di dischi del quartiere (che ora, morto Prince, certamente fallirà) ma pur sempre un pazzo psicotico. Non uno con cui sarei voluto andare a cena, ecco. Neanche Bowie se è per questo era una persona con cui sarei andato volentieri a cena. Robert Smith dei Cure invece sì, orsacchiotto!

Ma in fondo io Prince non l’ho mai capito.

Credo che fosse veramente interessato, hip hop a parte, alla questione razziale. Che oggi l’America ha deciso di seppellire sotto il tappeto eleggendo un presidente per cui neri e poveri devono essere tipo zanzare da schiacciare. Se poi si è neri e poveri insieme, lascia perdere. No, Prince non aveva il talento lirico di un Kendrick Lamar, per dire, quindi suonava un po’ goffo quando cantava “Qualcuno ci sente pregare per Michael Brown e Freddy Gray?”, riferendosi a due giovani neri uccisi dalla polizia come tanti altri loro coetanei e compagni di razza. È anche vero che in Baltimore, il pezzo in cui canta quella frase, poi dice anche: “La pace è più che assenza della guerra.” Dai, non è male. Ci ridiamo sopra perché l’ha detta Prince, ma se l’avesse detta, che so, Derrida, chissà. Comunque ascoltate The Blacker the Berry di Kendrick e poi saprete come si scrive un pezzo sulla condizione dei neri d’America negli anni Dieci (di questo secolo).

Un’altra cosa in cui credo è l’importanza della mescolanza etnica e di genere (compreso l’orientamento sessuale) che ha sempre regnato all’interno delle band di Prince: uomini e donne, bianchi e neri, etero e gay. In tutte le possibili combinazioni. Non so bene perché, ma sento che conta. Che alla fine, di riffa o di raffa, questa mescolanza viene distillata e la ritrovi nella musica. Come quando in Sign “O” the Times passi da un pezzo blues a uno gospel, dal pop elettronico al rockabilly. Di nuovo: chissà.

L’anno scorso per me è stato uno di quegli anni… come un amante della musica classica che nel giro di quattro mesi vede scomparire Mozart e Beethoven. Anzi, prima Beethoven e poi Mozart (perché Bowie è chiaramente un Beethoven, mentre Prince è sicuramente un Mozart).

Ma torniamo al fatto che Prince non l’ho mai capito. Dico sul serio.

Una star più sfuggente, indecifrabile e gelosa della sua dimensione personale non esiste. Un mistero. La sua voce mi è tanto familiare quando canta quanto mi suona quasi sconosciuta quando parla. Perché un’intervista di Prince è come il passaggio della cometa di Halley la notte durante un’eclissi totale di Luna mentre muore un Papa.

Lo scorso anno, guardando su internet le immagini di quella reggia da film genere horror/fantascienza che è Paisley Park, il suo regno-studio di registrazione nel Minnesota, mi rendevo conto di quanto poco si sappia di lui, al di fuori del Prince performer, insomma del musicista.

Eppure, contraddizione delle contraddizioni, Paisley Park era in realtà tutt’altro che un covo segreto; anzi, Prince ci teneva regolarmente concerti, e del tipo più onesto e semplice che si possa immaginare: prezzi politici (a volte anche solo dieci simbolici dollari), di fatto rivolti soltanto alla popolazione locale, perché i biglietti non erano venduti su internet ma all’entrata, mettendosi in coda alla cassa come al cinema Astoria di Milano (oggi è diventato un porno). Mamme e bambini di Minneapolis riuscivano così a vedere Prince in un concerto per cento persone al massimo, a pochi metri di distanza, e magari fare un tour dei suoi studi di registrazione privati. Non è un modo di dire: ho letto reportage di giornalisti presenti al concerto che avevano incontrato mamma e figlio in questione, raccogliendo storie tipo “io faccio la cassiera in un supermercato a Minneapolis, volevo far sentire a mio figlio l’artista con cui ho passato l’adolescenza”.

Roba che ti sogni, anche con quei simpaticoni affabili di Springsteen e compagnia.

Poi certo, siccome abbiamo detto che Prince era un pazzo psicotico, ai concerti di Paisley Park si poteva bere solo acqua o succo di frutta (sicuramente senza zuccheri aggiunti), perché va bene bombarsi di oppiacei antidolorifici, ma guai a bere una birra o a esagerare con gli zuccheri. Prince, dammi retta, era meglio se ti facevi una bottiglia di Montepulciano ogni tanto.

Ma Prince era un “figlio autentico” del Minnesota. Non è mai andato a vivere a Los Angeles o New York o in qualche altro posto che avesse più senso. È rimasto nella neve, lui coi suoi miliardi, a sciropparsi gl’inverni a meno trenta in quell’angolo di tundra nel nord degli Stati Uniti in cui t’immagini debba vivere lo yeti.

Anche in concerto era una delle rockstar più abbordabili. Ogni volta che l’ho visto dal vivo è finita infallibilmente nel bordello totale, saltavano le marcature, tirava sul palco un po’ di gente a caso dalle prime file invitandoli a ballare e cantare con lui, gomito a gomito, altro che bodyguard e paura degli stalker.

Come quella sera al Forum di Assago nel 2010, in cui a un certo punto un milanese in giacca e cravatta (come si fa a andare a un concerto rock in giacca e cravatta? solo a Milano. Ma dico, anche se stai andandoci direttamente dall’ufficio, cambiati prima di uscire! Entra nei bagni in giacca e cravatta ed escine in jeans e maglietta, no? O cambiati nel parcheggio, regala la cravatta alla Caritas, insomma fai qualcosa!)… allora, dicevo di questo milanese in giacca e cravatta sul palco del Forum, a lato di Prince, che stringe il microfono cantando A Love Bizarre. E poi c’è quella volta al Palatrussardi che Prince mette dieci persone in fila sul palco e cerca d’insegnare loro una coreografia (mentre noi ci strappiamo i capelli nel vedere così stupidamente sprecati preziosi minuti di concerto).

Per essere così vicino (anche fisicamente) al suo pubblico, Prince è stato in compenso di una stitichezza da primato olimpico con i media. Nello show, era tutto per noi. Ma cosa faceva il sabato sera, quando non suonava? Forse non lo sapeva neanche la sua mamma.

Insomma Prince è uno che facevi meglio a lasciar stare le curiosità collaterali e prenderlo solo come artista, per quello che era.

Il che mi è sempre caduto a fagiolo perché l’unica cosa che m’interessava e m’interessa, di Prince, sta tutta racchiusa in quei pezzi rotondi di plastica che il mio stereo ha sempre saputo decifrare benissimo. I dischi. Quelli, e il lavoro che ci stava dietro. Se preferisse la pancetta o la mortadella non me ne è mai fregato nulla.

E quei dischi, quel lavoro, per me è l’opera di Mozart. Un Mozart del rock, via. Per me Prince è sempre stato quello. Almeno per come vedo Mozart, nel mio immaginario ignorante: come il prodigio istintivo che ancora bambino incanta la corte senza neanche rendersi conto della sua bravura. Questo era Prince: il genio leggero, spontaneo e incontenibile; il talento puro, straripante, privo d’intellettualizzazione, quasi infantile. Uno che non sa un granché del mondo che lo circonda, e neanche si sforza di saperlo. Prende in mano uno strumento, uno qualunque, e lo suona come un Dio. Per me Prince era uno che se scoreggiava, la sparava in Fa maggiore settima più.

Non scriveva solo di donne e bagordi, ma quando scriveva di donne e bagordi era un fenomeno. E secondo me, abbiamo tutti sottovalutato l’importanza di cantare cose tipo “un corpo come il tuo dovrebbe stare in carcere, perché è sulla soglia dell’oscenità”.

Perché io non capisco niente di cultura nera, ma insomma non ho mai potuto fare a meno di pensare che anche se la “negritudine” di Prince non sia mai stata particolarmente discussa, fosse importante. E in questa cultura da ragazzo afroamericano figlio di padre jazzista di colore, cresciuto in una città grande ma provinciale come Minneapolis, che non è proprio una perla del Rinascimento, secondo me la sensualità e la fisicità hanno un senso diverso.

Quale senso, non saprei dirlo con esattezza.

A costo di fare una caricatura, e sapendo che sto per entrare in una di quelle frasi che a metà ti rendi conto che era meglio stare zitto, dirò che in qualche modo quella seguita da Prince attraverso i suoi testi è la strada attraverso cui passa una sorta di riscatto, di bisogno di espressione individuale, di affermazione di un’identità culturale e (perché no?) razziale. Tanto funk, tanto R&B, tanta disco, a ben vedere, parlano anche di questo. James Brown per esempio. Pensate se Sex Machine l’avessero cantata gli Eagles.

Oddio, direte, che cavolo ne so io, bianco europeo che preferisce il single malt scozzese torbato, di cose di rocker neri. Però non sopravvalutiamo le barriere culturali. Possiamo sforzarci di capire anche noi. In fondo i due musicisti che suonavano con Hendrix (dandogli la ritmica! la ritmica, dico!) erano bianchi come il cotone.

E comunque, quatto quatto, Prince ogni tanto parlava anche di AIDS, di guerra, di dipendenza dal crack, di emarginazione e di razzismo. A modo sempre un po’ suo, certo… ogni tanto prendeva le difese della madre single di colore che vive nel ghetto e non riesce a tirare su i figli perché l’America capitalista ha tagliato le spese sociali, e poi era capace di gioire dell’elezione di Reagan. Denunciava la persecuzione degli afroamericani ma non mi avrebbe stupito, fosse rimasto in vita, se avesse votato Trump. Sarebbe stato assolutamente coerente con il personaggio.

Ripeto, cosa avesse in testa non l’ho mai capito e ho rinunciato da tanto tempo a capirlo.

Quasi da subito. Quanto subito?

Non mi ricordo di 1999 (il disco che uscì nel 1982). Sinceramente ero troppo piccolo, dai. Io a quelli che dicono “a sette anni vidi i Velvet Underground dal vivo in un bordello di Caracas e la mia vita cambiò” non ci credo. Ricordo quando uscì Purple Rain nell’84 anche se i miei gusti erano ancora acerbi. Ero fermo ai Duran e agli Spandau (ci sono rimasto, in parte). Ricordo che i giornali parlavano di Prince con l’ignoranza e la pigrizia di sempre, quelle con cui affrontano qualunque argomento; montavano tutta questa minchiata dell’anti-Michael Jackson, perché poco prima Thriller aveva conquistato la Terra e, si dice, alcuni fra i pianeti meno distanti.

A proposito. Che Prince e Jackson fossero rivali, non c’è dubbio: come rivaleggiano due giganti che al tempo stesso si stimano reciprocamente e non hanno altro che ammirazione per il talento dell’altro. Almeno guardando le cose dal lato di Prince, non c’è dubbio: le volte che ha interpretato pezzi di Jackson dal vivo non si contano. E uno non rovinerebbe mica il suo concerto infilandoci di proposito musica di merda no?

Come i Beatles e gli Stones. Rivali? Ma mi faccia il piacere! I Beatles hanno fatto di tutto per aiutare Jagger e Richards. Hanno scritto musica per loro, li hanno aiutati a trovare il manager che li ha lanciati, li hanno raccomandati. I Beatles e gli Stones si amavano, si frequentavano, si studiavano reciprocamente per imparare, basta con le panzane.

E Prince amava Jackson. Certo poi Michael ha cominciato a sbiadire e le loro strade si sono separate.

Quindi torniamo a noi. Nell’84 uscì Purple Rain ma onestamente non riuscii a rendermene troppo conto. Nell’85 invece, Paisley Park e Raspberry Beret andavano su Radio Deejay e ricordo distintamente che cominciai a pensare “fico!” Nell’86 Kiss, Girls & Boys e Mountains erano tormentoni e a quel punto canticchiavo e ballicchiavo quando lo sentivo alla radio.

Poi nell’87 uscì Sign “O” the Times e finalmente m’innamorai.

Mi ricordo ancora che in quegli anni post-paninari a Pavia si era creato questo gruppo ibrido fra il liceo classico e lo scientifico. Io ero dal lato dello scientifico (una delle tante scelte nella mia vita che francamente non sono mai riuscito a spiegarmi). Uno amico del classico, tale Nicola, cominciò a passarmi, su mia richiesta, tutti gli album di Prince. Me li registrava in una cassetta; diciamo. O forse me li prestava e li registravo io. Mmhhh. Non sono sicuro. Memoria debole. Manca fosforo. Poco grave, quel che conta è che mano a mano che ascoltavo i dischi e mi piacevano, li compravo. Riempivo le lacune nel mio passato di bambino dell’hinterland milanese incapace di apprezzare uno gnomo nero androgino che si divertiva a tenere concerti in perizoma e reggicalze.

Imparavo che sapeva usare una chitarra o un basso come i migliori specialisti, quelli che dedicano tutta la vita a perfezionare l’arte di quell’unico strumento e lo fanno come dei maestri: lui però ne suonava tanti altri, si registrava i dischi da solo incidendo uno strumento per volta, uno dopo l’altro, per poi sovrapporre le tracce in una canzone. E componeva, cantava, ballava, si produceva i dischi.

Nell’88 uscì Lovesexy e finalmente lo comprai come si deve: andando al negozio quando esce, e non anni dopo, quando lo conosci già. Fu il primo disco di Prince che comprai quando era ancora fresco di stampa.

Quell’anno Prince portò una tournée-monstre in giro per il mondo e il concerto di Dortmund lo diedero sulla Rai. Lo vidi in diretta, a casa. Io, mia sorella e Matteo (il vicino). Errore tattico pazzesco! Infatti non mi aspettavo che Prince ci andasse così pesante sugli ammiccamenti sessuali. Quando s’infilò il microfono fra le gambe, volevo sotterrarmi dalla vergogna.

Nel capodanno ’88-’89, in vacanza coi miei a Parigi, ascoltavo l’album Sign “O” the Times con il walkman. Scoprii così quella che rimane tutt’oggi la mia canzone preferita di Prince, Adore. Allora avevo scritto male il titolo sulla cassetta e credevo si chiamasse Ardore. Come l’ardore, quello degli Alpini. Prince che butta giù un grappino e si lancia coraggiosamente contro il nemico nel 1918. Rimasi un po’ male quando mi resi conto che c’era una R di troppo. Mi piaceva il concetto dell’ardore. Ma anche adorare non era male.

Ero così invasato che credetti di poter far piacere Prince anche al “don”, il prete che ci insegnava religione al liceo. Portavo a Don Matteo le cassette di Prince, gli dicevo di ascoltare dei pezzi in cui lui cantava “ti slappo tutta baby”, e qualcosa mi spingeva a credere che al “don” sarebbero piaciuti. Non funzionò. Gli tradussi anche il testo di Anna Stesia, perché in quella canzone Prince parla di Cristo e della sua fede… ma solo dopo essersi dilungato a dire che certe volte ha una voglia matta di farsi una tipa. O un tipo. Oh insomma, di farsi quello che capita. Al “don” non piacque nemmeno quella.

Da lì in poi le cose hanno cominciato ad andare, scusate il termine, a puttane; non per me né tanto meno per Don Matteo, ma per Prince. Gli anni Novanta sono stati un calvario, artisticamente. La sua discografia è una disgrazia, un museo degli orrori. Negli anni 2000 si è ripreso e nel decennio successivo ha perso di nuovo smalto. Io naturalmente ero sempre lì, al capezzale della sua creatività morente, a incoraggiarlo. Ma non ho potuto molto. Geova è stato più forte. Quando ha smesso di cantare “ti slappo tutta baby”, Prince non ha più saputo bene di che cosa cantare.

Non so perché ora mi torna in mente Prince, che è morto più di un anno fa. Forse perché di Chris Cornell non ho abbastanza aneddoti da raccontare, anche se mi fa tanta tristezza che sia morto pure lui, che mi ha tenuto compagnia dalle strade del pavese al mare di Celebes.

Vabbè, così stanno le cose.

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I DISSOCIATI

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Avete presente quando si dice che i “musulmani buoni” dovrebbero dissociarsi da Isis e indignarsi e denunciarli, ogni volta che Isis commette un attentato a Parigi o Londra? Ecco, avevo questa polemica in testa l’altro giorno, mentre passeggiavo coi miei pensieri, quando sono incappato in Mohammed. Chi è Mohammed? È uno dei traduttori che lavorano con me. Arabo, iracheno. Ha la mia età, anche se modestamente io sembro suo figlio. Ha dei modi un po’ noiosi a volte, con il suo venire sempre a stringermi la mano e dire “God bless you, God bless you”. Trovo discutibile il suo mettersi in continuazione le dita nel naso, soprattutto quando lo fa appena prima di stringermi la mano, il che capita spesso. E poi è troppo grasso e con queste caldazze puzza sempre di sudore. Insomma ne fa, Mohammed, per non farsi invitare spesso nel mio ufficio.

Ma al di là di queste pecche veniali, Mohammed secondo me rientra indubbiamente nella categoria dei “musulmani buoni”. Lavora sodo con gli umanitari e quindi penso sia la persona ideale da interrogare: vorrei tanto chiedergli se in quanto musulmano si sente in dovere di dissociarsi da Isis e dai suoi attacchi all’Occidente. Soprattutto lui, che ha vissuto a Mosul durante l’occupazione: voglio dire, chiunque abbia vissuto nel sedicente Califfato di Isis deve pur essere considerato un po’ sospetto no? Perché non se n’è andato? Come si fa a voler restare con loro se non ti stanno almeno un po’ simpatici?

Mi avvicino e gli faccio: Mohammed, tu eri a Mosul quando c’era Isis?

Mi risponde: sì, ero a Mosul quando c’era Isis.

Chiedo: e perché ci sei rimasto?

Dice: perché non è che prendevi il treno e andavi via. Hanno chiuso le strade.

Dico: e come ci hai vissuto sotto Isis?

Dice: non lo chiamerei vivere.

Dico: e come lo chiameresti?

Dice: morire.

Dico: in che senso?

Dice: una settimana dopo il loro arrivo, sono venuti a cercarmi a casa perche’ non andavo piu’ al lavoro alla ditta di cui ero responsabile marketing.

Dico: perche’ non andavi più al lavoro?

Dice: perché avevo paura di uscire di casa.

Dico: ma sei musulmano, no?

Dice: io sì ma loro no. Quelli, se non gli piace la forma della mia barba mi ammazzano.

Dico: vabbè dicevi che sono venuti a casa tua. E poi?

Dice: mi hanno detto: torna a lavorare o ti mettiamo in carcere e facciamo passare un guaio alla tua  famiglia.

Dico: e tu?

Dice: ho cercato tutte le scuse: “mia moglie è malata, mio padre deve essere accudito, non ho più benzina, non mi ricordo più come si fa quel lavoro…”

Dico: ha funzionato?

Dice: credevo di sì, perché sono andati via. Il giorno dopo sono tornati e mi hanno portato in prigione. Ci sono stato due mesi. Un giorno sì e uno no, durante i due mesi, mi hanno frustato.

Dico: ‘azz!

Dice: no guarda, ho avuto fortuna. La mia famiglia, un po’ meno.

Dico: cioè?

Dice: avevano promesso che le avrebbero fatto passare un guaio. Ricordi?

Dico: sì. E che guaio hanno passato?

Dice: mentre ero in carcere, hanno pestato mio padre, che aveva più di settant’anni. Gli hanno rotto tutte le ossa delle mani, sono passati due anni ma ancora non può reggere in mano un bicchier d’acqua. Hanno pesatato mia moglie, le hanno messo un coltello alla gola. E poi hanno visto mio figlio di un anno che piangeva, urlava, perché stavano torturando sua madre sotto i suoi occhi.

Dico: e che hanno fatto? Hanno smesso?

Dice: no, hanno tagliato la gola. A mio figlio. Di un anno.

Dico:

Dice: ma lui si è salvato, e questo prova due cose. La prima che Dio esiste. La seconda che non sta dalla loro parte. Ma io sapevo entrambe le cose, perchè Dio esiste di sicuro e non può stare con delle bestie, coi figli del diavolo.

Dico: madonna, Mohammed. Come hai fatto ad andare avanti.

Dice: e poi hanno preso tutto quel che avevamo in casa di valore. Soldi, gioielli, vestiti, le provviste in cucina, tutto. Non sapevamo più neanche cosa mangiare.

Dico: e quando è finito quest’incubo?

Dice: quando l’esercito iracheno è arrivato.

Dico: allora tutto è andato a posto?

Dice: quasi. Prima abbiamo perso quel poco che restava.

Dico: come perso quel che restava? Ma non vi hanno liberato?

Dice: quando sono iniziati i combattimenti, cadevano bombe e colpi di mortaio dappertutto. Avevamo paura anche solo delle nostre ombre. Per 41 giorni ci siamo chiusi in uno scantinato: io, mia moglie, i miei figli e mio padre. Una sola stanza sottoterra in cui vivevamo, mangiavamo, facevamo i nostri bisogni in un angolo. Tutti nella stessa stanza. Sai quanto è umiliante? Per 41 giorni i nostri bisogni si sono accumulati in quella stanza e noi ci dormivamo e ci mangiavamo pure. Poi un giorno abbiamo sentito un boato più forte degli altri. È venuto giù tutto. E poi silenzio. Ero coperto di calce, non vedevo più niente, chiamavo il nome dei miei figli senza risposta. Poi ho cominciato a vedere qualcosa, ho trovato una via d’uscita, mi sono ritrovato all’aperto. Ho sentito la risata di mia moglie. Rideva come una pazza isterica. Ho guardato intorno. Tutte le case erano crollate, una montagna di macerie. La mia macchina, che era rimasta fuori tutto questo tempo, sembrava una lattina di tonno bruciata. Ma il soffitto del nostro scantinato aveva più o meno tenuto. Ci eravamo salvati. Dopo aver perso il lavoro, quasi la vita mia e di mio figlio, e tutti i soldi che avevo, ora avevo perso anche la casa e la macchina. Ma eravamo felici, perché eravamo salvi.

Mi sembra che volessi chiedere a Mohammed qualcosa, ma non ricordo più cosa.

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DOPO DI ME, IL DILUVIO

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È il momento tanto atteso: la fine! Perché è meglio essere preparati alla fine, visto che arriva sempre. Al termine di queste cinque settimane di pellegrinaggi, ci aspetta un ennesimo incontro con la maestà della natura: dopo il ghiacciaio immenso del Perito Moreno, dopo l’arrampicata verso il monte Fitzroy, dopo le solitudini della Terra del Fuoco (Ushuaia esclusa)… le cascate di Iguazù!

Va bene, in realtà dopo le cascate avremo ancora un paio di giorni a Buenos Aires: abbastanza per godere del carnevale (confesso, il viaggio che sto raccontando è finito da un pezzo). E il carnevale di Buenos Aires val la pena di vederlo, perché è il 42.534esimo più bel carnevale del mondo: al primo posto c’è Rio de Janeiro, poi giù giù a scalare fino al 18.987esimo posto dove c’è quello di Canneto Pavese, poi al 32.684esimo posto c’è quello di Pieve Porto Morone, e via fino a quello di Buenos Aires, che si colloca fra quello di Poggibonsi e quello di Roseto degli Abruzzi.

Ma di Buenos Aires abbiamo già parlato, quindi il nostro viaggio raccontato lo facciamo finire qui: alle meravigliose cataratas di Iguazù! Un angolo incantato fra Brasile, Argentina e Paraguay. Solo che siccome il Paraguay si deve confermare sfigato fino all’ultimo, i suoi confini si arrestano a una decina di chilometri dalle cascate: e quindi non ne gode né in prestigio, né in giro d’affari. Brasile e Argentina si spartiscono il malloppo, come sempre.

Iguazù è lo spettacolo più bello che ci sia al mondo. Sul serio! Acqua infinita che si getta in un abisso invisibile con una forza devastante. Per chilometri e chilometri. Andiamo a vederlo!

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Che idillio perfetto: siamo solo io, la Babsie e sette miliardi di altri esseri umani.

Eh sì, perché non c’è dubbio: tutto il pianeta ha deciso di visitare le cascate proprio oggi. Ma tutti eh, fino all’ultimo boscimano del deserto del Kalahari.

E non c’è niente di male, per l’amor d’Iddio. Tutti hanno lo stesso mio diritto di essere qui, e io lo rispetto. Solo che un’ora prima che aprano l’accesso al parco c’è già una coda lunga fuori dai cancelli. E io, gentilmente, li vorrei tutti morti.

Canottiere sudate, ascelle pezzate, capelli appiccicati alla fronte, sciabattamento selvaggio, selfie fino alla morte. I sudamericani poi si scattano foto nelle pose ridicole che noi occidentali blasé ormai schifiamo, tipo Fonzie che fa OK con entrambe le mani o ragazza di tre quarti che inarca la schiena sollevando il piedino all’indietro o ancora ragazzi che fanno la V orizzontale con le dita e si mettono gli occhiali da sole a metà del naso.

Per fortuna dentro c’è talmente tanto spazio da perdere le tracce del gruppo. C’è da girare per due giornate intorno alle cascate, per vederle tutte, e da prospettive diverse: si cammina lungo il lato brasiliano e poi il giorno dopo lungo quello argentino. Si marcia in mezzo alla selva intricata finché, dietro una curva del sentiero, lo sguardo si apre improvvisamente su un salto di sessanta metri con la larghezza di un condominio, oppure una serie di salti che spruzzano sulle rocce e ti fanno una morbida doccia.

Il culmine di questo universo acquatico è la “garganta del diablo”, cioè la gola del diavolo: un anfiteatro da cui milioni di metri cubi d’acqua bianca e spumosa finiscono verso un fondo che non si riesce manco a intravedere, tanto è alta e densa la nuvola di vapore sollevata dall’impatto. Siamo tutti lì, a bocca aperta. Che momento mistico.

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Poi un bambino butta un dépliant giù per la cascata.

Che pirla: non lo vedrà neanche cadere, finisce subito inghiottito dalla nuvola di vapore acqueo.

“L’unica speranza per il mondo è l’estinzione del genere umano”, sentenzia la Babsie un po’ à la Sartre, delusa dal fatto che i genitori del piccolo mostro non gettino subito anche l’inutile figlio giù per le cascate.

Io, con un approccio più pacato, mi limito a osservare che basterebbe mettere delle regole di buon senso. Tipo: non a tutti è permesso di viaggiare. No, la licenza di viaggio dovrebbe essere assegnata in base a una serie di requisiti stabiliti da un comitato di saggi, gente dotata d’intelletto e senso di civiltà. Insomma da un gruppo di professori universitari scandinavi, ecco. Fuori da quella cerchia, non vedo molto buon senso al mondo. A capo di questo comitato ci vedrei bene me, che non sono né professore né scandinavo ma proprio per questo in grado di equilibrare con un pizzico di vita vissuta sudeuropea un’analisi che altrimenti resterebbe troppo accademica. Sarei l’eccezione che conferma la regola, il cacio sui maccheroni, la ciliegina sulla torta.

Ecco, se proprio il mondo insistesse, o se i professori scandinavi mi supplicassero, potrei fornire io stesso una serie di regole. Semplici, condivisibili, ovvie. Tipo. Come. Per esempio.

Vietato viaggiare a tutti coloro che si muovono in gruppi superiori alle cinque persone.

Vietato viaggiare a tutti coloro che prenotano il volo in agenzia.

Vietato viaggiare a tutti i gruppi con la guida che parla al microfono in pullman.

Vietato viaggiare a tutte le famiglie dotate di padre che mette moglie e prole in posa per le foto-ricordo.

Vietato anche solo pensare di viaggiare a tutti quelli che si fanno i selfie.

Vietato anche solo possedere un passaporto a tutti coloro che possiedono il selfie stick.

Vietato viaggiare a tutti coloro che vanno fino in Patagonia per passare le giornate a suonare Bob Marley dentro un ostello.

Vietato viaggiare a tutti coloro che mangiano nei fast food in Mongolia e in Zambia.

Vietato viaggiare a chi preferisce un hippie bar pieno di australiani ubriachi a un bar di gente locale, che sia a Varsavia o a Bombay.

Vietato viaggiare a chi pretende di saperla più lunga degli altri sul come si debba viaggiare.

Vietato viaggiare a chi poi pubblica le foto di viaggio su Facebook, soprattutto se se la tira pensando che siano foto da reportage e non semplici foto di vacanze.

Vietato viaggiare a chi pretende di dettare regole su chi abbia diritto di viaggiare e chi no.

Vietato viaggiare a chi racconta i propri viaggi in un blog come se fossero più belli di quelli altrui.

Vietat… oh no… aiut…

(buio)

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ACQUA E SALE

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Dove eravamo rimasti? Ah, già: io e la Babs nel bel mezzo del nulla, dispersi fra le Ande nel nord dell’Argentina. E dove ci ritroviamo? Sempre nel mezzo dello stesso nulla, ancora dispersi fra le Ande. Ed è tempo di avviarsi sulla strada del ritorno alla civiltà. Non troppo in fretta, ma insomma siamo al giro di boa: lasciato il villaggio incantato di Iruya, la nostra Clio bianca ci deve riportare indietro. È qui che cominciamo a pentirci di averla trattata così male finora.

Spero che vi piaccia il sale, perché dove si va ce n’è tanto. Ma tanto, così tanto che se avete problemi di pressione io al posto vostro non ci metterei manco piede. Le Salinas Grandes, come dice il nome, sono delle saline grandi: ma grandi! Sono un mare bianco e piatto. Ma piatto! Un’asse da stiro che si estende a perdita d’occhio.

Per andare a vederle faremo base a Purmamarca, un villaggio indio che di questa regione dell’Argentina è un po’ “backpacker central”. Cosa intendo? Intendo gli ex-paesini sperduti e sconosciuti, che una volta erano un perfetto idillio di vita indigena lontano dalle folle del turismo di massa, finché i backpacker non se ne sono accorti e hanno cominciato a sbarcare a migliaia, attratti dall’autenticità di una cultura indigena perfettamente intatta, desiderosi di scoprire un angolo non ancora corrotto dal vile denaro dello straniero, salvo poi rimanerci male perché in paese non c’è neanche un Irish pub o un ostello in cui cantare le canzoni di Bob Marley con l’immancabile chitarra da viaggio e non si trova neanche uno spacciatore di fumo perché come fai a cantare Bob Marley in ostello senza farti le canne, e poi insomma è buona la zuppa di lama però se potessimo avere uova strapazzate con pancetta a colazione, per favore, e già che ci siamo un locale con un po’ di musica occidentale per quando ci siamo stufati di bere e suonare la chitarra in ostello… e in men che non si dica, la popolazione dei backpacker di passaggio eccede numericamente (e in termini di potere d’acquisto, decibel, produzione di rifiuti, traffico, insomma in tutto e per tutto) quella residente, e in paese si ascolta più Bob Marley che musica locale, e l’Irish pub finisce la serata alle due di notte con revival di rock alternativo americano anni 90, e il vile denaro dello straniero scorre a fiumi; a quel punto, i backpacker che hanno colonizzato il posto si lamenteranno che non c’è più autenticità, non c’è più nulla di genuino e di tradizionale, si lamenteranno soprattutto della commercializzazione della cultura locale e del fatto che gli indios si sono fatti furbi e hanno triplicato il prezzo del loro artigianato e ora lo fanno produrre nelle fabbriche del Bangladesh. E cercheranno un altro villaggio indigeno incontaminato da colonizzare.

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(colonialismo moderno)

Oh, a me piace Bob Marley eh! Però, ecco… piano piano, a forza di andare alla ricerca dell’autenticità e degli angoli incontaminati, i backpacker stanno trasformando il Vietnam, il Nepal, il Perù e ora anche angoli dell’Argentina in un unico, grande simulacro di un quartiere hipster di Melbourne. Non so se mi siano più simpatici loro o i pullman del “Circolo Culturale di Vigevano” con trenta allegri anziani che seguono la guida con l’ombrellino e prenotano la tavolata al ristorante dove si trovano le pappardelle al ragù anche se sei a Phnom Penh.

Purmamarca non è per niente brutta, ma dopo la pace di altri posti non sentiamo il bisogno di restarci oltre il minimo indispensabile; già il pomeriggio del nostro arrivo quindi, si fa una scappata alle saline, tanto per dare una prima occhiata con la luce del tramonto (domani ci torneremo per vederle col sole radioso del mattino).

Di nuovo in macchina quindi, e vai di tornanti. Lasciata Purmamarca da un’ora abbondante, superato l’ennesimo passo oltre quota 4000, le vediamo apparire: mancano ancora decine di chilometri, ma una macchia bianca splende all’orizzonte e ci acceca da lontano.

“Wow!”, diciamo in coro io e la Babsie.

Una volta arrivati, resistiamo alla tentazione di metterci a correre a caso come dei beoti, ma non a quella di prendere un grumo da terra e metterlo in bocca: confermo, non è zucchero!

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(l’ho assaggiato – ci si può condire tanta insalata)

Aspetteremmo volentieri il tramonto, ma il cielo sparisce dietro una lenzuolata grigia e pesante e comincia a piovere, sempre più forte. Andiamo avanti e indietro una mezz’oretta in macchina, lungo la strada che fiancheggia le saline, solo per goderci ancora un po’ di quest’atmosfera oltremondana, incontriamo un gruppo di lama che restiamo per un po’ a molestare e infine torniamo a Purmamarca. “Domani, con la luce del mattino, sarà ancora più bello!” pensiamo ad alta voce.

La sera, mentre consumiamo il nostro pasto cannibale (scusa, fratello bue! munch munch…) al suono del folk andino, ci scambiamo sguardi silenziosi che dicono molto: nemmeno il flauto di pan può coprire il rumore dei tuoni là fuori.

Chi vincerà, l’acqua o il sale?

La mattina dopo il mare di sale è diventato un lago puro e semplice. L’acqua e il sale hanno pareggiato: lui non si è sciolto, ma lei non si è assorbita. Le saline sono sempre là sotto, ma invisibili: nascoste sotto uno specchio che è bello anche lui, neh, ma è un po’ come le risaie a Pavia. Le ho già viste, ci sono cresciuto accanto, ho avuto relazioni amorose con le zanzare che ci abitavano dentro. Ora volevo le saline.

“Per fortuna ci siamo venuti ieri sera!”, ci diciamo. “Altrimenti non le avremmo viste proprio!”

Bene, ora è davvero ora di scendere di nuovo verso Salta, anche se abbiamo ancora tre giorni a disposizione per arrivarci. Dalle saline a Cachi, dove vorremmo fermarci la notte, ci sono due strade. Una, più diretta ma tutta sterrata e quindi più lenta, è la mitica Ruta 40: ve la ricordate? sì, dai, in Patagonia… ecco, è la stessa strada, ma cinquemila chilometri più a nord; l’altra strada è più lunga e asfaltata, e in fin dei conti ti fa arrivare prima.

Poiché sentiamo l’approssimarsi della fine dell’avventura, tendiamo naturalmente a scegliere l’opzione lenta e sterrata per prolungare questo fase errabonda e zingaresca del viaggio.

“Nooooo!!!!”, fa la Babsie, “Vuoi fare quella mulattiera con la Clio? Uffa!!! Ma non possiamo viaggiare più comodamente?”

Okay, forse non siamo entrambi su quella lunghezza d’onda. Ma sono io che sto al volante! ed è la Ruta 40! è come essere a Milano e trovare l’altro estremo di un panino che avevi addentato a Napoli… come fai a non dargli un morso?

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(il bello delle strade sterrate)

La prima parte dello sterrato sembra darmi ragione: piatta e larga, riusciamo a filare veloci fingendo di non sentire le botte dei sassi che le gomme proiettano sul telaio e la carrozzeria. Ogni tanto rallentiamo per fare foto, tutti contenti quando un branco di vigogne appare all’improvviso.

Quando cominciano gli attraversamenti delle piccoli paludi fangose, allo slittare delle ruote posteriori che fanno mettere la Clio leggermente di traverso, si apre ufficialmente la fase del dubbio. Faccio finta di niente, ma anche la Babsie si accorge quando stiamo andando avanti col culo storto. All’improvviso ci rendiamo conto che fanno due ore che siamo in viaggio e in tutto abbiamo incrociato una sola macchina. Quando poi ci fermiamo di fronte a un torrentello da guadare, è il momento di porsi domande serie.

“Mmhhh…”, faccio io.

“Mmhhh…”, fa la Babsie.

Organizziamoci! L’uomo è dotato di pollice opponibile, non può essere sconfitto da un semplice torrentello. Il problema è che non sappiamo quanto sia profondo e cosa ci sia là sotto: sassi? O infide sabbie mobili? Quel che vorrei evitare è che la povera Babsie sia costretta a spingere la macchina mentre le ruote slittano e io le faccio una statua di fango. Non lascerei mai che lei possa essere anche solo sfiorata dalla vile melma!

Poco dopo, la Babsie, scarpe in mano e calzoni arrotolati sopra il ginocchio, l’acqua a metà stinco, mi grida: “E’ un po’ molle, ma dovrebbe andare bene!”

La guardo dalla riva asciutta, ci penso su. “Sei sicura?”

Ci viene un’idea brillante. Ci mettiamo a cercare arbusti da sradicare e gettare nel punto del guado. L’idea è di creare una specie di reticolo di rami per rendere meno viscido il fondo. Intelligenti, eh?

Non è facile trovare arbusti da queste parti, perché anche se non siamo più alle saline, il terreno è comunque desertico e non ci cresce molta roba. Passiamo una ventina di minuti a raccogliere quel che si trova. Tiriamo, strappiamo, sradichiamo, rivoltiamo la terra. Alla fine abbiamo comunque messo insieme una discreta catasta, che portiamo sul bordo del ruscello.

“Pronti?”, dico.

“Vai”, mi fa la Babsie. “Gettiamo tutto lì”, aggiunge, indicando il punto che abbiamo deciso essere il meno profondo.

“Uno, due, tre!”

Lanciamo la catasta di rami e arbusti nel torrente, trattenendo il fiato. Prontamente, la corrente porta tutto via.

La nostra catasta fa rotta verso ovest.

“Vabbè, attraversiamo lo stesso!”

La Babsie, che ormai è piena di fango fino alle ginocchia, passa a piedi. Io prendo la rincorsa con la Clio e mi butto. Quando arrivo al dunque, non mi ricordo più in quale punto abbiamo detto che era meglio attraversare. Sarà lì? oppure lì è dove c’era il masso enorme sotto il pelo dell’acqua? o era dove c’era la buca gigantesca?

Non posso rallentare, troppo tardi! Via! Come i fratelli Duke! La macchina s’invola sull’acqua… e ci ricade dentro… tutta la vita mi scorre davanti… sto sollevando un mare di fango! Per fortuna almeno questo l’avevamo previsto, e la Babsie si era tenuta lontana. Quando riapro gli occhi, sono sull’altra sponda.

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(incontri sulla Ruta 40)

A San Antonio de los Cobres (paesello orrendo in cui ci fermiamo a mangiare una empanada per pranzo) c’è un’altra biforcazione: si può proseguire lungo la perigliosa strada sterrata che stiamo percorrendo, o prendere una deviazione verso una specie di statale asfaltata che abbiamo snobbato. Nonostante mille indagini, siamo incapaci di ottenere informazioni affidabili sullo stato della sterrata più avanti. Sappiamo solo che si fa più dura e si sta mettendo a piovere.

“Dai, siamo ragionevoli” dice la Babsie.

“Sì, hai ragione”, dico io. “Non sarebbe ragionevole abbandonare la Ruta 40 proprio ora, eh?”

“$*%&#£@§!!!!!”, risponde la Babsie.

Non ci sappiamo decidere. Andiamo avanti senza aver scelto, tanto il bivio è più avanti. Come si fa sempre nella vita.

“Sì, andate tranquilli, io l’ho fatta ieri ed era in buono stato!”, dice uno.

“Siete pazzi, con quella macchina? Non ce la farete mai!”, dice un altro.

A un certo punto, uscendo dal paese, la via è interrotta: un cartello di lavori stradali ci sbarra il passo, un segnale di deviazione ci fa scendere lungo il fianco di un terrapieno e come per magia, ci ritroviamo a viaggiare nel letto di un fiume asciutto. Asciutto ma non estinto: ci sono ancora i segni della corrente sul terreno.

“Eh… boh… io sto seguendo la deviazione” dico.

“Eh, lo so…” dice la Babsie. “Però è un po’ strano”.

Ne convengo. Anche perché la pioggia si fa più insistente e… io non sono esperto di fiumi, pioggia e montagne ma…

“Minchia! un flash flood!”

Avete presente quando si mette a piovere forte in montagna, l’acqua scende verso valle e all’improvviso il letto asciutto di un torrente si riempie? No? Neanche noi, fino a questo momento. In questo preciso istante stiamo guidando la Clio sul greto sabbioso, osservando, come in un film, un’inondazione-lampo riempirlo d’acqua marrone, formando una cascatella di un metro (la profondità approssimativa del greto).

“Inversione, inversione!”, grido. “Indietro tutta!”

“Non ce la facciamo a fare inversione!”

“Dobbiamo tentare!”

“Mamma mia!”

“Salve o Regina!”

Seguono momenti in cui solo l’istinto di sopravvivenza m’impedisce di andare nel panico. Non voglio drammatizzare, ma vi giuro che essere in macchina sul letto di un fiume che si sta riempiendo in fretta è una cosa brutta, molto brutta.

Per fortuna la Clio fa inversione, mi butto indietro a tutta forza mentre già l’acqua ci sta circondando, riprendo la rampa che ci riporta sul terrapieno appena prima che la profondità dell’acqua e la viscidità del fondo ci creino problemi. Quando riapro gli occhi, siamo di nuovo ai cartelli di lavori in corso. “Senti, io me ne fotto dei lavori”, dico io. “Anche io me ne fotto”, dice la Babsie. Continuiamo sulla strada asfaltata, sopra il terrapieno; per fortuna i lavori non erano niente di invalicabile, e d’incanto il cielo si apre.

Scorriamo morbidi sull’asfalto liscio, il sole splende, le montagne riprendono i loro colori. Andiamo avanti.

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I LIBERI E I RANDAGI

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Perché gli animali sul ciglio della strada, all’approssimarsi di un veicolo, decidono sempre che la salvezza sta dall’altra parte della carreggiata?

L’interrogativo senza risposta mi rimbalza da un angolo all’altro della testa (provocando un inquietante rimbombo) mentre corro veloce sul mio fido destriero (okay, una Renault Clio in affitto) con la Babsie al mio fianco.

Ah già, non ve l’ho detto: finalmente sono al volante!

Per l’amor d’Iddio, sia chiaro: ho amato profondamente la poltiglia organica accumulata nelle fessure fra i sedili dei pullman argentini che ci hanno scarrozzato per migliaia di chilometri in Patagonia; ho adorato incondizionatamente l’odore di carburante sulle barche che ci hanno traghettato su e giù per la Terra del Fuoco; ho perfino moderatamente apprezzato la mollica umidiccia farcita con gli scarti della produzione di wurstel e formaggini che ci hanno spacciato per panini sulle linee aeree argentine.

Ma in ogni viaggio arriva un momento in cui sono io che guido.

Una macchina, uno scooter, una bici, poco importa.

Quel che conta è che svolto dal lato che mi pare, mi fermo quando voglio per guardare meglio, rallento o accelero secondo i comodi miei (e della Babsie). Un lama sul bordo della strada o un cactus immobile sotto al sole: stop, guardiamolo un po’.

E ancora più di questo, il bello della macchina è che passando davanti a un paesino che ti garba puoi dire: alt, fermi, restiamo qui. Non sei costretto a vederlo scorrere velocemente fuori da un finestrino, a sospirare rassegnato, a fare appena in tempo a pensare: “…”.

Viaggiare in questo modo è libertà.

È così che ci possiamo fermare a mangiare a Tilcara e cazzeggiare per ore in questo incantevole borgo, decidendo noi a che ora ripartire. Oddio, son tutti bellissimi i villaggi, da queste parti. Sembra di essere sulle Ande. Anzi no, ci siamo proprio sopra! Siamo in pieno sulle Ande. Ma chissà perché non riesco facilmente ad associare queste Ande quasi peruviane o boliviane all’idea che ho dell’Argentina, tutta piatta e piena di gauchos che giocano a calcio con una bistecca in mano.

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(morbido e pungente)

Approfittando fino all’ultimo dei privilegi dell’essere automuniti, decidiamo improvvisamente di fare tappa per la notte a Humahuaca, un ancor più affascinante villaggio indio, dove la sera, dopo la birra d’ordinanza, andiamo in cerca di un locale per mangiare e possibilmente assistere a una peña. La peña è una specie di concerto di musica folklorica locale che… aspettate, fermi: lo so, lo so, ho detto musica folklorica andina. Vengono subito in mente gli Inti Illimani e altre catastrofi naturali. Ma vedi alle voci “bere il mate”, “masticare il qat” e tutte quelle altre forme di autolesionismo cui ci sottoponiamo solo perché così si usa in loco.

In realtà il gruppo che suona stasera a Humahuaca non è per niente male, anzi: sono quasi una via di mezzo fra la peña e il rock. Vabbè, tre parti di peña e due di rock. Quasi rock. Rock latino, via.

Comunque non dispiacciono. Hanno anche un cantante-mandolinista panciuto e barbuto come un vecchio pirata. Un tipo veramente forte, almeno finché non annuncia che “la prossima canzone è per mia nonna… nonna, ti voglio tanto bene, tu sai sempre quando è il momento di mollarmi uno sganassone”.

M’immagino la nonna di Sid Vicious che gli molla uno sganassone, e lui le dà una coltellata nell’addome.

Poco dopo il panzuto cantante rilancia spiegando che “la prossima canzone è dedicata al muratore, che lavora sempre duro per costruire le case degli altri e non finisce mai di costruire la propria.” Mi si spezza il cuore, ma ho voglia di correre in camera a fumare crack ascoltando Search and Destroy degli Stooges a palla.

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(ricordati che devi morire)

Il giorno dopo, sempre in barba agli orari fissi e alle tabelle di marcia, facciamo rotta per l’ancora più piccolo, isolato, dimenticato paesino di Iruya. Ci hanno assicurato che ci serve una jeep 4×4, perché per arrivare a Iruya devi spupazzarti cinque ore di tornanti sterrati con diversi guadi di torrente in alta montagna (passando oltre i 4mila metri). Ma noi abbiamo fiducia nella nostra Clio. Oddio, nostra… ecco forse se fosse proprio nostra non la sottoporremmo a questa tortura. Ma siamo sicuri che a Europcar non spiacerà. Anche perché non lo sapranno mai, muhahahahah!!!

Iruya, scusate se vado sul romantico, è un posto magico. Da favola. No, davvero. Fidatevi di me. Vi ho mai mentito? No fermi, non rispondete! Fidatevi e basta.

Al termine di una strada che in effetti ha costretto la povera Clio a dare il tutto per tutto, il villaggio ci appare come fosse incastonato nel fianco della montagna.

A Iruya facciamo il giro del paese cinque volte. Camminando con calma, ci vogliono venti minuti.

Ci vuole più tempo a cucinare la zuppa di mais che mangiamo su una terrazza, guardando il fianco della montagna con un ventaglio di colori carnevalesco.

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(mondo colorato)

Ci starebbe proprio bene un caffè ma qui non si usa. Quando lo chiediamo, ci guardano come se avessimo ordinato un orecchio di eschimese alla piastra.

Usciamo, ma non ci sono bar… no aspetta, forse… ne troviamo uno! Signora, lo fa il caffè? Sì, lo fa! Bene, ce ne porti due per favore.

La donna sparisce per venti minuti (il tempo di fare cinque volte il giro del paese) mentre noi guardiamo una telenovela alla TV. Lei è una ragazza bellissima di famiglia nobile. Lui è un ragazzo bellissimo ma povero e vestito da spazzacamini, anche se sta in spiaggia. O viceversa. Insomma uno è ricco e uno è povero, ma la storia potrebbe funzionare perché entrambi sono belli e si esprimono con un vocabolario di venti parole, tutte prese dal libro di Barbie.

Intravedo la padrona del bar in cucina che gira un cucchiaio in un pentolino. Cerco di pensare a una regione del mondo, un’epoca, un universo del Signore degli Anelli in cui si faccia il caffè in quel modo. Non me ne viene in mente nessuno.

Non importa, coffee is overrated. Fa tanto anni Ottanta. A Iruya si può fare di meglio, tipo tirare l’ora dell’aperitivo per farsi una birra fresca e leggera sulla terrazza della simpatica vecchietta che ci ha dato ospitalità, lanciando languide occhiate ai condor che ogni tanto lasciano il nido in cima alla parete della montagna per farsi portare dal vento. Ah, bello eh? Eh sì, bello. Bellissimo. Son quei momenti che ti “fanno” un viaggio, dico io. Ce ne sono tre o quattro al massimo, anche se stai in giro cinque settimane. Sono speciali, li riconosci.

A Iruya ci facciamo anche un nuovo amico: un cane randagio! Espulso dalla muta, ramingo, con il sorriso triste alla Ringo Starr, il classico cane bastonato!

lo troviamo appollaiato in cima alla collinetta da cui si gode una vista sul paese e su tutta la valle. Ci giochiamo un pochino dopo che la Babsie mi ha convinto che le pulci non si attaccano agli uomini perché non abbiamo il pelo (e i capelli? Aaarghhh! Troppo tardi l’ho toccato!!!). Ci si affeziona subito. E quando decidiamo di rincasare, lui ci segue.

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(diventiamo amici? eh? dai, diventiamo amici?)

Mi fa una pena terribile ma dove lo porto? Siamo in Argentina in vacanza, mica ci viviamo (purtroppo). Dobbiamo girare ancora diversi giorni in macchina e poi prendere un aereo… dobbiamo pure passare da Iguazù, e se poi mi cade dentro le cascate? No, non posso portarti con me, caro mio. Mi faccio indurire il cuore e giro i tacchi. Cammino con fare risoluto, come quando devi lasciare una persona a cui vuoi ancora bene e sai che se ti giri a guardarla, cederai. Mi giro lo stesso. Io non cedo, ma nemmeno lui: ci segue.

E vabbè, che vuoi fare. Lasciamo pure che ci segua fino in paese, lì nella folla lo potremo seminare.

Arriviamo alla piazza del mercato. La folla non c’è: è proprio l’ora di mezzo, quella in cui il mondo non fa assolutamente nulla. Passiamo accanto a un gruppo di altri cani randagi, più grossi e cattivi del nostro. Non degnano me e la Babsie di uno sguardo, ma dopo un paio di ringhiate esploratrici si lanciano verso il poverello, che fa un’inversione a U come Bo e Luke Duke e corre, corre per la vita, verso la direzione da cui è venuto… su per la cima della collina, verso quel luogo solitario, ventoso e freddo dove vive esiliato.

E io e la Babsie ci guardiamo, consapevoli di aver tradito il nostro nuovo compagno, di avere mancato, nei suoi confronti, al più basilare dovere dell’amicizia: quello della lealtà.

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(mi ami troppo quindi mi lasci?)

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QUELLA MACCHINA LA’…

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Salta, Salta! No, fermi, cosa avete capito! Salta non è un imperativo, è una città! Ed è bellissima.

Si trova in Argentina, molto ma molto a nord (verso la Bolivia). Eh sì, abbiamo preso un aereo. Vabbè, fatti duemila chilometri di strada per scendere, non avevamo voglia di farne cinquemila per salire.

Fra le principali attrattive di Salta abbiamo: primo, un centro storico straboccante di meravigliosa architettura coloniale (che bellezza! ma perché non radiamo al suolo tutti i centri storici del mondo e li ricostruiamo con quello stile? dai, anche a Lodi, anche a Gubbio, anche a Ostuni!); secondo, una cucina locale molto diversa da quella del resto dell’Argentina, con nuovi e insoliti animali pelosi da macellare (ma anche tanta roba vegetariana: lo sapevate che la quinoa viene da qui? per noi è l’ultima moda fighetto-milanese, ma gli indigeni, poveri loro, la ingurgitano da una vita!); e ultimo, ma non da meno, un bel museo dei bambini essiccati sotto vuoto.

Uhm, quest’ultima va spiegata.

Il fatto è, come vi ho detto (se siete stati attenti), che Salta sta molto a nord, in quella zona delle Ande che fa da spartiacque fra Bolivia, Cile e Argentina. E non lontana dal Perù. Quassù, centinaia di anni fa, gli Inca costruivano città sacre, scambiavano amuleti e sacrificavano allegramente bambini innocenti agli dei. Dicevano loro: “Vieni, dai, che lo zio ti porta in montagna! No, lascia stare la giacca a vento, vedrai che fa bello!” (“Ma nonno, è inverno e andiamo a seimila e cinquecento metri!”)

Poi rovesciavano una specie di acquavite di mais giù per le innocenti trachee di questi pargoli per ricoglionirli, li portavano su fino in cima e li seppellivano tre metri sotto il cielo e anche sottoterra. A quel punto immagino che le divinità fossero soddisfatte del sacrificio e tutti vivessero felici e contenti, tranne i bambini.

Per raccontare questa gloriosa ancorché truculenta civiltà, a Salta hanno creato un museo dove è possibile osservare morbosamente alcuni di questi cadaverini; sono ottimamente conservati perché a seimila metri c’è poca umidità. Non ho fotografato niente là dentro perché mi sarebbe sembrato un po’ violento, ma andate su Google e cercate “Salta niña del rayo” per avere un’idea.

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Per riprenderci dell’esperienza andiamo a bere una cosa al Macondo, la sera. Il Macondo è un locale notturno fichissimo che prende il nome dal paesino immaginario creato da Gabriel García Márquez per Cent’anni di solitudine, cioè da una cosa che non c’entra niente. Ma non importa, perché come dice l’insegna, il Macondo è un “Resto, bar y rockería”. Macondo rocks! Pazienza se i clienti sono pochi e la serata ha l’aria stanca. Il problema è un altro, e cioè che il rock latino, come sanno quelli che hanno letto le puntate precedenti, ha la tendenza a suonare sdolcinatamente melodico anche quando vuol essere punk. In altre parole, alla rockería Macondo ci tocca una nuova overdose di “per teeeee… amore mio… il mio cuore sanguinaaaaaa…”, ma da duri, con le spille da balia infilate nel naso.

Meglio andare sul sicuro, dico io. E in Argentina, di sicuro c’è la bistecca. Andiamo a nutrirci di un povero bue innocente dal Viejo Jack, cioè il Vecchio Jack, un altro nome che non c’entra niente, ma che non delude. Andando in bagno, infatti, passo davanti alla zona della griglia (che è separata dal resto della cucina) e scorgo il cuoco che prende selvaggiamente a pugni le nostre bistecche. BAM, BAM! E poco dopo le riconosco, ancora con le forme delle sue nocche, ma saporitissime e tenere come burro.

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Il cameriere è affabile e volteggia intorno a noi con frequenza. Dopo un paio di voli radenti sul nostro tavolo finalmente riesce ad attaccarci il bottone. Si comincia con le solite cose (“da dove venite, quanto vi fermate, quanti ne siete, un fiorino…”), finché si finisce a parlare di musica (e questa volta, credeteci o no, è lui che attacca il discorso).

“Eh sì”, dice, “mi piace la musica britannica, ma roba vecchia, classici, roba tipo Alan Parsons Project, Emerson Lake and Palmer…”

Apperò, penso, hai capito il vecchio Jack!

“Quando vengono dei turisti inglesi mi metto a parlare con loro dei Rolling Stones e dei Pink Floyd, quando vengono gli americani dei Red Hot Chili Peppers…”

Ammazza! Questo simpatico signore avrà una sessantina d’anni, ma è un rockettaro…

“… con i turisti australiani parlo degli A-ha…”

Eh? Morten Harket, australiano? Lui, con il suo bel fisico da salmone nordico? Qui forse si è un po’ confuso.

“… ma mi piace anche la musica italiana, sai, come si chiamava quello degli anni Novanta, era veramente forte…”

A quel punto provo a suggerire: Vasco Rossi? Jovanotti? BluVertigo? Afterhours?

“No… era… ah sì, ora mi ricordo! Francesco Salvi!”

La mia faccia si sgretola e cade a pezzi;

“Francesco Salvi! Dai!”

Un fiotto di bava mi schizza dall’orbita oculare sinistra.

“Bello, eh? Salvi, Francesco! Era forte il rock italiano di quell’epoca, no?”

Sono sgomento. Umiliato, mortificato. Ammaino la bandiera.

Guardo la Babsie, come a cercare di capire se ho sentito bene. Il suo sguardo mi conferma che ho sentito proprio bene.

“Sì, dai, Salvi, come faceva…”

Io canto la canzone più corta del mondo, che c’ha una nota sola che fa: A.

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