BABYLON, IL FILM KEBAB

Babylon è uno di quei film che piace mentre lo vedi e inizia ad autodistruggersi dal momento stesso in cui partono i titoli di coda; anzi, da qualche minuto prima.

Obiettivamente è un bel film: bravissimi attori, produzione senza limiti, un otto-volante di scene orgiastico-pantagrueliche con intermezzi sobri che offrono a Brad Pitt, Margot Robbie e Diego Calva l’opportunità di mettere in evidenza le loro tonalità drammatiche. Un lavoro perfettamente riuscito, un film fatto come quelli che di solito vincono gli Oscar (che sono sempre più un premio al budget e alla produzione.)

Me lo sono goduto, quindi; e anche se non posso dire che le tre ore abbondanti siano passate in fretta, abbiamo retto bene. Sì, sono contento di averlo visto.

Ma più ci penso, a Babylon, mentre passeggio nel freddo lungo Saint Eustache e imbocco la rue Montorgueil, maledicendo il più crudele dei mesi, più mi dico che in fin dei conti nessuno sentiva il bisogno dell’ennesimo film sul cinema. Più precisamente, di osservare Hollywood che si masturba davanti a una foto di Hollywood. Stiamo ancora facendo i rutti all’aroma di La La Land e i peti che sanno di Once Upon a Time In Hollywood, lasciateci riprendere fiato, no?

No, dice lui: chi se ne frega se non ce n’era bisogno? I film non si fanno solo perché ce n’è bisogno. Che bisogno c’era di Blade Runner? Eppure lo amiamo tutti. Chi se ne frega se Hollywood sforna più film su se stessa di quelli che abbiamo il tempo di vedere? Giudichiamo Babylon per i suoi pregi e difetti, non per quelli dei film che l’hanno preceduto.

E non ha mica torto, chi dice così. Il problema è che alcuni dei difetti di Babylon non sono scindibili dai film che l’hanno preceduto, nel senso che sono letteralmente pezzi di film che l’hanno preceduto.

Io non ho niente contro gli omaggi, ma quando un film è letteralmente una sequenza di omaggi e citazioni, nasce il sospetto che se lo fai passare attraverso un colino per filtrare citazioni e omaggi, non resta molto. Dai baccanali del Grande Gatsby, di Luhrmann e di Kubrick alle vomitate dell’Esorcista e dei Monty Python, dai richiami al vecchio West ai sample di Gene Kelly fino alla didascalia bulimica con Méliès e Buñuel e Matrix e Avatar, il film è farcito di idee altrui e di cose già viste come uno di quei kebab che appena li mordi da un lato ti sbrodoli tutto dall’altro.

Alcuni fra i personaggi principali sono ispirati a gente di cinema realmente vissuta. Però caro Chazelle (è il regista), se le storie vere a cui ti sei ispirato non le puoi cambiare, le puoi almeno raccontare in maniera meno prevedibile. Io non farò spoiler, tranquilli, però ci pensa Chazelle stesso a farli: dal momento in cui vedi la faccia di ogni personaggio per la prima volta nel film è impossibile non indovinare dove andrà a finire.

La questione della segregazione razziale è presentata in modo raffazzonato, incastrata così al margine dell’intreccio da farti temere che ce l’abbiano infilata solo perché il regista e i produttori s’immaginavano le bordate che avrebbero preso se non l’avessero fatto.

In breve Babylon è un bel film che vale la pena di vedere e poi dimenticare.

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C’E’ POCO DA PIANGERE, BOYS.

«Prof, ci facciamo una foto insieme per la classe?»

La Babsie naturalmente acconsente entusiasta – come dire di no a un ragazzo così giovane e segnare fin d’ora la sua vita col trauma del rifiuto? Così, mette il braccio intorno alle spalle del suo studente e sorride, mentre la ragazza di lui immortala allievo e insegnante in mezzo alla folla. Quanto a me, mi chiedo che effetto debba fare a quel ragazzo il fatto d’incontrare la sua insegnante nel parterre di un concerto rock. A me non sarebbe mai potuto succedere, perché quando ero adolescente o giovane universitario gli esseri umani cominciavano ad andare in putrefazione verso i trenta, me lo ricordo bene. A quaranta, gli adulti erano impagliati e li spostavano con la gru. Bella cosa l’evoluzione della specie.

È la quinta volta che vedo i Cure negli ultimi sei anni e ho l’impressione che gli unici a invecchiare in questo periodo siamo stati io e Robert Smith. Anzi: lui è nato vecchio, quindi l’unico sono io. Il resto del pubblico ai concerti? Ieri sera l’ho trovato ringiovanito.

E pensare che in ufficio, poche ore prima del concerto, dicevo esattamente il contrario a una collega più giovane di me durante una pausa-caffè. E non mentivo, ci credevo proprio! Ci credo ancora, a dirla tutta. Fatto sta che le parlavo dell’invecchiamento inesorabile del rock, non solo nelle sue mille incarnazioni terrene (benvenuti nell’era in cui le rockstar schiattano di vecchiaia più che di overdose), ma soprattutto in quanto idea del mondo e fenomeno socio-culturale. Insomma: parlavo dell’invecchiamento della tribù del rock, cioè di coloro che continuano ad amarlo e a frequentarlo. Cosa che mi è saltata agli occhi come uno spruzzo traditore lanciato da uno spicchio di limone, nei trentacinque anni che ho passato a bazzicare la musica live (ah, i Duran Duran a San Siro nel 1987… La prima stecca di Simon Le Bon, come il primo amore, non si scorda mai).

Dalle piccole sale polverose di periferia dove ho sperato di scoprire i nuovi Oasis, fino agli stadi dove l’acustica è così scarsa che non sai mai se stai ascoltando Born in the USA o l’annuncio della sostituzione del terzino sinistro, ho sempre avuto la sensazione chiara e netta che il pubblico intorno a me fosse costituito da miei coetanei. Ovunque e in qualunque momento. Io però non ho più 15 anni come all’epoca dei Duran Duran: ne consegue, perché continui a essere mio coetaneo, che il pubblico del rock sia invecchiato insieme a me. A vedere i Cure nel ’92 eravamo tutti ventenni. Quando li ho ribeccati a Imola nel 2004 eravamo tutti trentenni. Nei primi anni ’10 ci si guardava con simpatia, come a dire: che ci facciamo noi quarantenni in prima fila?

Il che ha senso. Perché il rock è un genere musicale nato in una certa epoca. Ora, è vero che mi piace pensare alla musica leggera come a una forma di cultura popolare che attraversa ogni barriera, geografica e temporale. E’ vero che abbiamo l’abitudine di definire ‘immortali’ i Beatles e Edith Piaf (la cantante più rock della storia), sostenendo quindi che gli umani del 2356 continueranno ad ascoltarli attraverso lo streaming telepatico. Però, in fin dei conti, all things must pass, come diceva George Harrison, e il rock ha avuto i suoi bei sessanta, settant’anni di gloria. Il rock dovrà finire, la musica leggera sopravviverà in altre forme come ha sempre fatto.

Ma ieri sera? Ebbene, ieri sera ai piedi degli ultrasessantenni Cure c’era un nutrito contingente di giovani. Ma non quelli che gente come Michele Serra, Beppe Severgnini e Massimo Gramellini definirebbe «i giovani» – cioè gente che il più delle volte ha due dottorati, tre figli che vanno a scuola e un mutuo quasi estinto. No, parlo dei veri giovani: quelli che li vedi e ti chiedi dove siano i genitori, insomma.

Ecco, quelli: ieri sera ce n’erano un bel po’. Non erano la maggioranza, non erano neanche la metà, ma erano molto più che una minoranza sparuta. Una volta che la Babsie finisce di farsi le foto coi suoi fan, ci guardiamo intorno: e più guardiamo, più ne notiamo. Prendi queste due amiche, che avranno a occhio e croce 15 anni. Non resisto alla tentazione di sbirciare i messaggi che una delle due scambia con qualcuno al cellulare. Chatta con suo padre, che le chiede se va tutto bene e le dice che è contento di saperla al concerto con la sua migliore amica. Lei risponde «grazie papà», aggiunge qualche cuoricino.

Mi sto quasi convincendo che le poverette siano finite lì perché i genitori ce le hanno mandate: forse dovevano andarci i padri al concerto, o i genitori di una delle due, salvo poi avere un impedimento. Ma un’ora dopo, la ragazza dei messaggi sta ancheggiando a occhi chiusi insieme alla sua amica, con la sensualità imparata su TikTok, durante Strange Day. E poi cantano ogni sillaba di Boys Don’t Cry, A Forest e altri pezzi dei primissimi Cure, insieme al cantante sessantatreenne sul palco.

Vediamo.

Se io fossi andato, quindicenne, a ballare e cantare al concerto di un 63enne dell’epoca che si esibiva nel repertorio della sua gioventù, vuol dire che sarei andato a vedere… nessuno! Il rock non era stato ancora inventato, quando i 63enni del 1987 erano giovani.

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IN VIAGGIO CON PAPERINO

«Agárralo, agárralo

In Guatemala, appena vedono un animale sentono il bisogno di acchiapparlo.

«Acchiappalo!», gridano zie, cognati, cugine e suoceri alla ragazzina che prova timidamente ad inseguire il povero coati (un incrocio fra un procione e un formichiere) in mezzo alle rovine Maya di Tikal. «Acchiappalo!», dice la mamma al figlio il cui pulcino si è liberato dalla presa con furbizia e ora zampetta barcollando sul fondo del minibus lanciato a rotta di collo nella foresta del Petén.

Alla fine per fortuna la ragazzina a Tikal ha smesso di rincorrere il coati, mentre il bambino sul minibus è riuscito a recuperare il suo pulcino, che non si capisce bene se sia la sua mascotte o la sua merenda.

Già, il Guatemala. Un nome che sembra fatto apposta per una canzone di Manu Chao. Un Paese della cui esistenza siamo certi, a differenza del Paraguay, ma non abbastanza certi da non avvertire il bisogno di una piccola batteria di domande chiarificatrici: cosa c’è da vedere, com’è a livello sicurezza, ci sono spiagge, cosa si mangia. Ora, alla prima domanda si risponde facilmente. Cosa c’è da vedere in Guatemala? Dipende dalle ragioni per cui uno viaggia. Io per esempio in Guatemala vado a vedere le stesse cose che voglio vedere a Londra, in Toscana e in Thailandia: come vive la gente, di cosa parla, che tipo di birra beve. The rest are details, come diceva quel tale.

Per me il Guatemala inizia con Paperino. Nella lunga estate calda del 1980 la mia gamba destra fermentava lentamente dentro sei settimane di gesso integrale: dall’inguine fino al piede, tutto era ingessato. A forza di trascinarmi sul pavimento avevo aperto un buco all’altezza del tallone. Ingannavo la noia con L’almanacco di Paperino e ricordo che in un certo episodio Paperone partiva alla ricerca di tesori perduti nelle giungle mesoamericane e finiva per scoprire una città perduta pre-colombiana, con immense piramidi seminascoste da una vegetazione debordante. Fu il mio primo incontro con il viaggio e la scoperta: il virus era inoculato. Allora non sapevo cosa fosse il Guatemala naturalmente, ma quando un paio di decenni più tardi ho messo piede in America Latina, una delle mie ossessioni era ritrovare quelle città perdute dei Maya. E se Palenque nel Chiapas resta il primo amore, nel ‘99 in Tikal ebbi la certezza di avere trovato la città perduta di Paperone. Vent’anni dopo quella prima visita l’ho rivista e l’ho trovata un po’ più adulta (niente più arrampicamenti selvaggi sulle piramidi, le autorità temono l’usura e gli incidenti fatali), ma non davvero cambiata. E ho riscoperto il piacere di andare a zonzo nella foresta primaria, adorato da un nugolo di zanzare assetate, in cerca di piramidi emerse.

Qualche corsa nei “bus dei polli” più tardi, dopo aver rischiato la vita una modica quantità di volte, sono arrivato sul lago Atitlán. Uno specchio d’acqua in mezzo a tre vulcani in cui pochi stranieri nuotano sotto lo sguardo perplesso dei locali. Io preferisco guardarlo, il lago, possibilmente bevendo michelada, una birra condita con salsa Worcestershire, sale, peperoncino e limone. In Guatemala ci mettono anche la passata di pomodoro, io preferisco restare alla ricetta messicana. Fra i vari paesini che circondano il lago Atitlán ci si sposta con piccole imbarcazioni che funzionano un po’ come i bus locali: non hanno orari, si prende posto e aspetta. Quando la barca è piena (cinque minuti o un’ora dopo, dipende dalla fortuna), si parte. Quanto ai paesini, ognuno ha il suo carattere. Di Panajachel continuo a non capire, oggi come vent’anni fa, il fascino. Non è brutto, ma la cosa più genuina che ci ho trovato sono gli scarafaggi in camera. Santa Catarina Palopó mi è piaciuto molto: non c’è assolutamente niente, e questo l’ha preservato dalle orde barbariche. San Juán ha una stradina deliziosamente pittoresca e un ristorante dove fanno una tinca al limone buonissima, rigorosamente pescata nel lago. Santiago è un buon posto dove bighellonare per strada chiedendoti dove stai andando, senza interessarti troppo alla risposta. E se poi sei stanco del Guatemala e vuoi fare una pausa, c’è San Pedro la Laguna: un rifugio per gli hippie di tutto il mondo, come se ne trovano ovunque. Sono luoghi sempre uguali e fungibili, bolle fuori contesto, faglie spazio-temporali in cui baloccarsi fra ostelli della gioventù, giardini per la meditazione, pub dove si può scegliere fra sette diversi tipi di IPA. Impossibile sapere se ti trovi in Thailandia o in India, in Nepal o in Perù. O a San Pedro la Laguna, appunto.

Una volta vedevo molto più di buon occhio questo piccolo mondo di coloni con lo zaino in spalla e il materassino yoga sotto braccio. Partono con idee nobili: fuggire il turismo preconfezionato, cercare autenticità, entrare in contatto con le culture locali. Ma quando le trovano, le culture locali, procedono al loro sistematico annientamento. Assomigliano a cherubini, ma sono la Wermacht che si abbatte su Londra. La tavola calda di doña María, dove si servivano solo brodo di gallina e pollo fritto con riso in bianco per gente del posto, è rimpiazzata dal Crazy Monkey, un bar dove si servono cappuccini con latte di avena e ice caramel macchiato con caffè organico per giovani disposti a compromessi con l’autenticità, ma non con il gusto di un 100% Arabica da produzione sostenibile. Nella piazzetta del villaggio non trovi più la donna indigena che ti propone un braccialettino, ma un biondo a torso nudo con i dreadlocks che tira fuori l’ukulele e canta Rocket Man a occhi chiusi davanti alla fontana. Tutto sommato, i viaggi organizzati delle agenzie fanno meno danni: al massimo sono responsabili per le danze folkoriche nei ristoranti per comitive.

Tutto questo per dire che mi sento un po’ in colpa, mentre sorseggio il mio cappuccino col latte di avena.

Saggia decisione di atterrare (metaforicamente parlando) ad Antigua a fine viaggio. Una delle città più belle e più antiche delle Americhe. Una città dove tutto quel che c’è da «vedere» lo si può vedere in un giorno: poi ce ne vogliono almeno altri tre per assaporarla, come si suol dire. Ad Antigua non sei al riparo dal biondino con l’ukulele, ma potrai diluirlo come una spezia sgradita in un piatto pieno di sapori e di colori. Spuntati dalla lista i monasteri, i chiostri, le rovine e i bei palazzi, ad Antigua la cosa più intelligente che puoi fare è cercare una panchina ben posizionata e ammirare la vita che scorre – un grande spettacolo, e l’unico prezzo da pagare sono le nuvole nere vomitate dai tubi di scappamento dei “bus dei polli” che passano di tanto in tanto, anche dal centro storico. Fai conto di fumare un pacchetto di Marlboro rosse al giorno e non ci pensi più. Sempre meglio dell’ukulele.

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ROCK AROUND THE BIBLIOTECA

Quando mio nonno m’insegnò l’arte di raccontare balle, mi spiegò che la regola numero uno è la plausibilità. E per dimostrarlo mi mise subito alla prova: mi raccontò che la sua pelata, tanto celebre in famiglia, era dovuta a un colpo di cannone che gli aveva sfiorato la testa durante la Seconda guerra mondiale, lasciandogli il cuoio capelluto nudo e fumante. Perfino alle orecchie dell’ingenuo bambino di sei anni che ero allora (a differenza dell’ingenuo bambino di cinquanta che sono oggi), la storia non stava in piedi.

Continuando a perlustrare il piccolo giardino con la schiena piegata alla ricerca dalla tartaruga della nonna, gli risposi: «Ma dai, nonno!». Lui ridacchiò, mi disse che ero troppo sveglio e non c’era modo di prendermi in giro. Poi, serio, aggiunse: «In realtà me li ha strappati un ufficiale tedesco, quando ero prigioniero dei nazisti.» Quella seconda versione mi lasciò in silenzio. Immaginavo mio nonno legato a una sedia in una stanzina piena di fumo, con uno sgherro delle SS che lo torturava perché rivelasse il nascondiglio dei partigiani e, di fronte al suo eroico rifiuto di tradire la Resistenza, gli afferrava la bionda chioma e zac! Uno strattone, e l’amico Fritz si ritrova i capelli di mio nonno fra le dita. Tutti i capelli. Follicoli rovinati, bulbi devastati. Nessuno shampoo nutriente avrebbe mai ridato a mio nonno la sua innocenza pre-bellica.

Non so a che punto della mia vita seppi che mio nonno non era mai stato catturato dai tedeschi, né era stato un eroe della Resistenza (e soprattutto, con mio grande sgomento, che la calvizie è dovuta a un fattore ereditario). Ma la balla aveva funzionato perché so per certo che ci misi qualche settimana, o almeno qualche giorno, a capire la verità.

Ora, veniamo ai giorni nostri e lasciamo la tartaruga dei miei nonni vagare per l’eternità nei tunnel che scavava nel loro piccolo giardino.

Il giornalista chiede alla sua ospite nel podcast: «E dimmi, nell’ascoltare quelle canzoni, nel guardare quei video alla televisione, riconoscevi la tua Los Angeles, le sue atmosfere, la sua fauna metropolitana?»

Lei, sicura: «Sì, certo, ci trovavo il mio mondo, la mia città.»

E allora?

E allora, c’è che all’epoca di cui stanno parlando nell’intervista, l’ospite era una bambina di dieci anni. Una bambina di dieci anni della periferia borghese, con le sue villine monofamiliari e i suoi giardini ben rasati e un garage per ogni macchina, che vede su MTV le clip dei Jane’s Addiction o dei primi Red Hot Chili Peppers, pieni di skater coperti di piercing (quando il piercing era una cosa sovversiva e non un orpello da fondatori di startup destinate all’indice Nasdaq) fare zigzag fra i graffiti di downtown Los Angeles e dice «Yep! Questo è il mio mondo. Mamma! Vieni, il nostro mondo è alla tivù! I Red Hot Chili Peppers stanno cantando my love is my dick in my hand

La colpa (veniale), naturalmente, è del giornalista che pone quella domanda, non dell’ospite che sente la pressione di dovergli dare soddifazione. E che prosegue, sempre incalzata da lui: «Sì, certo, sentivo che i Jane’s Addiction rappresentavano un mondo alternativo rispetto al rock mainstream dei Guns N’ Roses», e così via.

Tanti, alla morte della rockstar di turno (Bowie, Lou Reed, Lemmy dei Motörhead), si affrettano a scrivere sui social cose come «Non lo dimenticherò mai: avevo nove anni, sentii per la prima volta Orgasmatron e da allora il mio mondo non fu più lo stesso.»

Io a nove anni dividevo la musica in due categorie: quella di Sanremo, e quella che non aveva senso. Quando c’erano delle chitarre distorte o una batteria troppo forte, non aveva senso nemmeno se passava a Sanremo. Sì, certo, non sarebbe durato molto: qualche compagna delle scuole medie più sveglia di me mi avrebbe iniziato al gel nei capelli, ai risvolti nei jeans e a Simon Le Bon; Deejay Televison non avrebbe tardato molto a fare breccia nella tranquillità dei miei pomeriggi di provincia e interferire rumorosamente con i compiti di matematica. Ma tutto ciò sarebbe successo negli anni, progressivamente. E comunque, fra Bim Bum Bam e i Suicidal Tendencies sarei passato per il Festivalbar.

Oddio, non posso escludere che la vita a Los Angeles somigli poco a quella di Rotta, frazione di Travacò Siccomario in provincia di Pavia, oggi come già negli anni Ottanta e anche prima. Forse, all’età di nove anni, l’ospite del giornalista pensava davvero che il rock dei Jane’s Addiction fosse la voce di un mondo sovversivo e pericolosamente seducente. Chissà. Quando poi però il giornalista prosegue e dice che per lui, cresciuto nell’Ohio, in una cultura molto lontana da quella degli eccessi edonistici di LA, ascoltare i Jane’s Addiction era «un’esperienza antropologica», mi viene da pensare: ti ho capito, fratello.

Né è questione di essere venuti su a forza di Nastro Azzurro alla Canottieri Ticino o di triple margarita a Venice Beach. È che da sempre, l’America si accanisce furiosamente a modellare la cultura pop in qualcosa di alto e sofisticato, qualcosa che abbia bisognoso di accademia e di esegesi.

Altro esempio.

Qualche giorno, Pitchfork, famigerato sito di musica pop-rock i cui giornalisti raramente estraggono il cranio dal proprio ombelico, scriveva, nella recensione di un disco: «Di primo acchito, Warm Chris si rivela quasi ostile all’ascolto. Il suo folk-pop delicato, vagamente psichedelico è ingannevolmente denso e spinoso. Bisogna imparare ad ascoltarlo, nella stessa maniera in cui bisogna imparare a leggere Samuel Beckett…»

Scusa canottiere sul Ticino, reggimi la birra un momento, che mi devo agitare tutto per dire: che cazzo c’entra Samuel Beckett?

Pop music vuol dire musica popolare: nella quadrupla accezione, secondo il dizionario, di appartenere al popolo, di essere fatta per il popolo, di essere diffusa tra il popolo e d’incontrare i gusti del popolo.

La forza della musica e della cultura popolare sta nell’accessibilità. Il che non vuol dire fermarsi agli 883, per carità. Ma intellettualizzare la cultura pop a oltranza vuol dire ucciderla. E quella recensione di Pitchfork è praticamente un attentato terrorista.

Andy Wahrol, dite voi. Ma Warhol non ha fatto cultura popolare: l’ha usata. Per fare ben altro.

Un antropologo e un sociologo hanno ottime ragioni per studiare la musica popolare, che è una miniera d’informazioni e di spunti interessanti per il loro lavoro. Ma non raccontarmi che è l’antropologo che è in te a farti aprire Spotify.

Forse quella di Pitchfork (e del giornalista dell’Ohio) è insicurezza: la stessa che affligge gran parte dell’industria culturale americana. Che, mancando di un suo patrimonio culturale classico, di un suo Shakespeare, un Dante, un Euripide, una piramide di Cheope o una ceramica cinese, si affanna per costruire un proprio equivalente contemporaneo. E uno storytelling che lo accompagni, come dicono gli esperti di comunicazione. Un amico scherzava sul fatto che prima o poi una rivista musicale americana pubblicherà, senza ironia, un’analisi comparativa dei testi di Axl Rose e dei sonetti di Shakespeare. Se Pitchfock tira in ballo Beckett, Shakespeare non può essere lontano.

Non è necessario, amici americani. Curatevi questo complesso d’inferiorità. La musica pop non ha bisogno del sigillo d’approvazione dell’accademia. Non sarà il Nobel a Bob Dylan, né un corso ad Harvard sull’uso della metafora nell’hip hop della East Coast, a darle dignità. È il fatto che a Chicago come a Manila la gente accende la radio e inizia a battere il piede a ritmo, senza nemmeno accorgersene. Non dimenticatevi di quella forza, sarebbe un peccato.

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THE PROFESSIONALS

«Come cantate bene…»

Le parole dicono una cosa, il tono ne dice un’altra: è ovvio che non ci stanno facendo un complimento. Non è che cantiamo male, cantiamo bene. Fin troppo bene: è questo il problema. In tutta franchezza George Harrison potrebbe essere quasi fiero della Something decisamente amatoriale ma piena di passione che stiamo interpretando sul microscopico palco.

Eppure quel ragazzo seduto a un tavolino sulla sinistra, che l’ubriachezza ha liberato dalle convenzioni ammuffite della buona educazione, ci sta prendendo in giro di sicuro. Lo fa in maniera bonaria, si badi bene: in questo locale claustrofobico del Quartiere Latino di Parigi nessuno ha l’aria ostile, regna un clima innocuamente goliardico, nutrito dai cocktail annacquati e dalla prossimità fisica estrema che costringe dieci persone a praticare cinque minuti di petting in contorsione ogni volta che qualcuno deve andare al bagno.

«Come cantate beneeee…»

Noi quattro, sul minuscolo palco, consapevoli dell’amichevole derisione, non abbiamo scelta: bisogna tenere duro, the show must go on. E così, sotto gli occhi vagamente divertiti di una cinquantina di persone che farebbero esplodere un etilometro se solo ci passassero accanto, prendo fiato e mi lancio nell’interminabile ultima strofa di Something.

Avremmo dovuto capirlo: la bionda procace seduta accanto a noi ci aveva fatto in pratica un corso accelerato di karaoke in una sola frase: «Bisogna scegliere una canzone che vi piace cantare, ma che piaccia cantare anche a tutti gli altri». Forse aveva intuito che quel gruppo di boomer al tavolino di fianco al suo aveva bisogno di una dritta. «Kool and the Gang funziona sempre, tutto quel che è dance-funk o dance-soul», ha buttato lì come per caso, nell’inutile tentativo di lanciarci un salvagente.

La simpatica ragazza, com’è apparso evidente in seguito, era una professionista del karaoke. Non perché cantasse bene (era stonata e andava leggermente fuori tempo), ma perché sapeva che quel conta è scegliere le canzoni che fanno alzare tutti in piedi con la pinta di birra in mano a cantare insieme a lei: divertimento, socializzazione e drink gratuiti seguono inevitabili.

Ma quel gruppo di boomer, che poi eravamo noi (io, la Babsie e qualche amico), era deciso a fare di testa sua. Mi ero perfino immaginato di scegliere qualcosa degli Smiths, e ringraziamo il cielo per il fatto che nel menù delle canzoni (stampato e plastificato proprio come quello delle bibite) non ci fosse niente, ma proprio niente dell’indie pop e rock britannico con cui avrei rovinato l’atmosfera più in fretta di un adolescente con il fucile automatico in una scuola americana.

Il fatto è che non eravamo in vena di ascoltare consigli intelligenti, ma di fare la nostra festa di teatranti a fine spettacolo: dalla sala dove avevamo appena finito l’ultima replica ci eravamo trasferiti nel solito bar, dove si era mangiato e bevuto fino a che, verso l’una e mezzo, l’instancabile J.S. aveva lanciato la proposta: andiamo al karaoke!

Ora, l’ultima volta che avevo cantato in un bar-karaoke facevo l’università, ero vestito da donna e El Diablo dei Litfiba (il pezzo che avevo scelto per l’occasione) era così recente che lo mettevano ancora nei juke-box (sì, esistevano ancora, e non come oggetto vintage). Ma chi mi conosce sa che non sono capace di resistere a una cattiva idea. La Babsie naturalmente era almeno altrettanto infoiata e stava già scaldando la voce. Nella rue Mouffetard abbiamo quindi trovato questo karaoke aperto fino alle cinque del mattino e ci siamo infilati nel tunnel da Vietcong che fanno passare per entrata del locale, fino a raggiungere una saletta dove secondo me durante il giorno conservano le bare di Dracula e dei suoi accoliti.

Abbiamo aspettato il nostro turno, fra pezzi dei Jackson 5, rap franco-algerino e una serie inesauribile di classici del varié francese (immagino un bar italiano in cui venti-trentenni – l’età media nel bar era ben più bassa della nostra – si metta a cantare Bruno Lauzi e Sergio Endrigo). E quando il maestro di cerimonie ci ha chiamato, abbiamo cacciato giù per la gola degli astanti una noiosissima, ottimamente eseguita Something.

Temevamo le chiamate che ancora ci aspettavano, perché avevamo presentato una lista di tre canzoni. Abbiamo dato fondo ai nostri drink per non pensarci più. Per fortuna l’allegra clientela del locale ci aveva dimenticati in fretta. E quando è toccato di nuovo a noi, ci siamo riscattati.

Molto è dovuto, sia detto, alla bionda professionista del karaoke, a cui avevamo, mi pare chiaro, fatto tenerezza. Ha praticamente costretto il suo gruppo a diventare il nostro fan club durante una Everybody Rules the World dei Tears For Fears che abbiamo preso con molta più ironia, memori della fredda accoglienza dei nostri Beatles impegnati. E quando, verso le quattro e mezzo del mattino, abbiamo preso un’ultima volta il microfono per berciare Feel di Robbie Williams come una squadra di mondine in mezzo alle risaie, mentre il padrone del locale mi urlava di smettere di far roteare il microfono tenendolo per il cavo, tutto il bar cantava con noi: lezione imparata, la bionda guardava raggiante i suoi allievi attempati. E poco più tardi, mentre il cielo si schiariva e i ratti scodinzolavano fra i nostri piedi per le stradine del Quartiere Latino, pensavo che anch’io, in fondo, mi sentivo fiero di avere imparato qualcosa.

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UNA RAZA UNA FAZA

«Che poi con duecento euro fai un weekend a Catania, per dire… se trovi un volo conveniente ci stanno tranquillamente aereo e hotel.»

«Chiaro – e comunque, ora che prendi il pullman da qui per andare al mare, alla fine vai in aereo a Catania e ci metti lo stesso tempo… e il Mar Nero è pure freddo, eh.»

E così via: la solita chiacchiera sul weekend low-cost a spasso per l’Europa, come da vent’anni se ne fanno a bizzeffe in ogni ufficio, bar, angolo della strada e casa di riposo del nostro amato continente. Chiacchiera resa soltanto leggermente più originale dal fatto che si sta tenendo in italiano, che nessuna delle tre persone che vi partecipa è italiana e che ci troviamo in Romania. Le ascolto di nascosto queste tre persone, mentre fingo di leggere il mio romanzo di Balzac al caffè “The Urbanist”, uno dei cinque milioni (stima a occhio ma credo non lontana dal vero) di bar incastrati nel microscopico centro storico di Bucarest come le tessere di un mosaico. Alcuni di questi bar sono del genere hipster pretenzioso, come quello a cui sono seduto (e come potrebbe non esserlo, con quel nome): quando ordini un cappuccino ti chiedono se lo vuoi col latte normale, scremato, di soja, di mandorla, di avena o di yak tibetano albino con ascendente Bilancia. Altri – la maggior parte, a giudicare dalla portata della loro musica, i cui bassi fanno tremare le dentiere nei bicchieri fino in Moldavia – sono locali del genere trash che tende a preferire nomi tipo “Big Ben”, “Jack Pub” o “St. Patrick’s”, serve per lo più birra o Jagermeister e si nutre di una relazione simbiotica con i voli Ryan Air da Liverpool, Manchester e Birmingham.

Pare, a proposito, che Bucarest sia diventata la capitale della baldoria low-cost dei giovani europei, visto l’infimo costo della vita in Romania, che permette anche al più spiantato degli studenti d’innaffiarsi di vodka e Red Bull per tre giorni di fila a prezzi del tutto ragionevoli. Avendo solo da poco scoperto l’edonismo capitalista, i rumeni sono dal canto loro molto inclini a ricevere i soldi di questi giovani festaioli stranieri – e quindi ogni giorno spunta un nuovo locale notturno: un trend che se dovesse continuare, avrà tappezzato di bar un quarto dell’emisfero nord entro il 2025.

Non giudichiamo nessuno.

E insomma al “The Urbanist” di Bucarest io ascolto questi tre non-italiani uniti dalla lingua italiana, e mi pare di capire che una di loro, rumena, studia all’università di Perugia – soltanto una generazione fa partivano per l’Italia, la Francia e l’Inghilterra per fare le pulizie: questo è progresso.

Certamente la sua ragione per viaggiare è molto più nobile della mia, che faccio lo snob con i bar di Bucarest ma in fin dei conti vengo anch’io qui a fare il mio ponte, anche se ho diritto alla bisboccia solo una sera su due, perché alla mia età è consigliabile approfittare del weekend anche per riposare e bisogna mettersi in pace la coscienza andando a vedere almeno il museo d’arte contemporanea.

Bella o brutta? Non è il punto, ormai non lo è più per la maggior parte dei posti che vado a vedere. La ragione per cui viaggio è la gente – mi piace vedere come vivono, come parlano, come vestono, cosa bevono, che musica ascoltano, come attraversano la strada e così via. L’estetica urbana non rientra più fra i criteri di scelta (anche se resta un extra del tutto godibile, quando c’è.)

A metà strada tra l’estetica e l’abitudine di vita, Bucarest offre una miriade di bar e ristoranti nascosti nei giardini di grosse ville decadenti. Si tratta del frutto dell’inventiva post-sovietica, che ha visto giovani imprenditori impossessarsi delle alcune delle più eleganti dimore borghesi sopravvissute alla tabula rasa di Ceauşescu e trasformarne i giardini sul retro in locali della ristorazione. Dall’esterno non sospetteresti di nulla, anzi hai quasi l’impressione d’irrompere in casa di qualcuno; a volte tocca pure salire un piano di scale in un condominio e spingere una porta dove starebbe bene una bella targhetta “Studio Dott. Rossi”. Ma non temere: entra fiducioso, sta tutto lì, con tanto di birre artigianali, pane senza glutine e succhi di frutta bio.

Sono lì che rimugino su queste cose e me la rido pensando alla lingua rumena, che sapevo essere neo latina ma che non smette di divertirmi con la sua strana familiarità ogni volta che imparo un’epressione nuova (“arrivederci” si dice “la revedere”, “quanto costa” è “cat custa”, “mi scusi” è “scusàzie-ma”; sembra un film di Bud Spencer e Terence Hill ambientato in Puglia), quando la Babsie mi fa: «Andiamo a vedere qualcosa?»

Va bene, dico, perché anche se avrei tranquillamente passato tutto il weekend a leggere e bere cappuccini freddi al “The Urbanist”, bisogna pur far finta di fare i turisti. E soprattutto, è venuto a mancare l’intrattenimento: i tre ragazzi che fino a un momento prima chiacchieravano in italiano si salutano, la studentessa rumena si allontana svelta con l’amica (forse sua connazionale), il ragazzo (che sembra brasiliano, o forse angolano) resta da solo e ordina una birra. Io e la Babsie andiamo a passeggiare nel quartiere di Cotroceni, quindi. La guida lo descrive come «verdeggiante», pieno di «belle ville anni Venti e Trenta», «giardini botanici» e quant’altro. Con una certa malinconia, che trovo molto in sintonia con l’architettura est-europea, bevo l’ultimo sorso di cappuccino, mi alzo e saluto “The Urbanist”.

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IL RITO COLLETTIVO

Perché poi avrebbe dovuto essere diverso? Se mi sono riabituato in fretta e con gioia a entrare nei bar senza mascherina, ad afferrare gli «appositi sostegni» in metropolitana, a mangiare cibo per strada e leccarmi le dita, dimenticando dove sono stato e cosa ho toccato e dove le ho infilate, quelle dita, nelle ore precedenti (mai porsi certe domande). Se tutte queste cose hanno così naturalmente ripreso il loro giusto corso insomma, perché avrebbe dovuto essere diverso il fatto di tornare a strusciarmi su decine di corpi in un metro quadrato, incastrato sotto un palco da cui un uomo mi avrebbe sputato in faccia per due ore?

Certo, dice quello, ma un concerto rock è diverso.

Perché i bar e i ristoranti erano aperti, la metropolitana ha sempre funzionato. Invece ai concerti non ci si andava più: non ce n’erano. E infatti, e infatti: sta tutto lì, nel fatto di tornare a vivere il rituale. Non nella scomparsa delle regole sanitarie insomma, ma nella felicità (come altro descriverla?) di compiere quei gesti che forse alla mia età avrei dovuto dignitosamente abbandonare alla propria fine naturale, ma che invece non riesco a lasciare andare.

Come arrivare fin troppo presto, pur di assicurarmi la prima fila; studiare le facce nella coda per farmi un’idea di chi saranno le persone con cui sono in competizione nella corsa verso il palco (va da sé che trattandosi di una band che fu all’apice della gloria nei favolosi anni ’90, i primi ad arrivare e mettersi in coda sono vecchietti come me: credo sia un fenomeno dovuto in parti uguali alla voglia di vedere da vicino la band che si ama, e alla nostalgia che ci spinge a ripetere il gesto antico e familiare – e attraverso quella ripetizione, riattivare la memoria fisica della gioventù: non c’è niente di male); e ancora, chiedermi se ci sarà il tempo di una birra, dirmi – anche questa volta – che non si può rischiare il posto tanto agognato per una birra; scattare all’apertura delle porte come se dessi l’assalto alle mura di Troia, sentendomi in colpa per avere preso a sportellate una ragazzina di 15 anni che ora giace dolorante sulla mia scia, ma dimenticando subito la colpa perché mors tua vita mea ragazza, prima lo impari e meglio è; e aggrapparmi alla mia porzione di palco come se ora che le ho conquistate, le mura di Troia, dovessi difenderle; e poi dare e prendere gomitate (ma senza offendere, né offendermi, e soprattutto senza bisogno di offrire o ricevere inutili scuse), saltare e ballare e far finta di conoscere le parole, contando sul fatto che la mia voce roca si confonda nelle altre; accorgermi, con un certo sollievo, che in qualche modo nelle prime file si è infilato un esercito entusiasta di adolescenti, e compiacermi del fatto che il rituale viene trasmesso da una generazione all’altra: perché siano pure i figli dei fan della prima ora, questi adolescenti conoscono i testi meglio di me; e osservare Brett Anderson in controluce e notare che a ogni “S” e a ogni “P” e a ogni “T” (e insomma quasi a ogni sillaba) spara uno spruzzo di saliva sulle prime tre file schiacciate sotto di lui; e arrivare immancabilmente al momento dolceamaro delle vecchie hit, in cui il godimento si mischia alla consapevolezza che il concerto non durerà ancora molto; e sperare inutilmente che quello non fosse l’ultimo bis, per poi gridare (o pensare; ma più spesso, gridare) “nooooo…” nel momento i cui si accendono le luci di sala e ho la conferma che sì, era proprio l’ultimo bis; dire comunque quel “nooooo…” con un grosso sorriso sulle labbra, sorriso indicativo di uno stato di felicità post-coitale che in fondo nessuna cattiva notizia può scalfire. Giocarmi la solita gag con i roadie che smontano il palco: mentre tutti chiedono «mi dai il foglio con la scaletta?», oppure «mi dai una bacchetta della batteria?», io grido «posso avere una chitarra?», facendo ridere i roadie.

Ecco, non ci vuole molto. È una sensazione effimera, dura il tempo di un volo notturno in bicicletta per tornare a casa, mentre penso che in fondo non c’è modo migliore di godere della musica di questo: un modo indipendente dalle diavolerie moderne e tecnologiche come il grammofono e tutte le altre maniere per registrarla e riprodurla. Cioè dal vivo: suonata per te, diversa ogni volta. E via, pedalare forte, così ebbro di gioia da infilare contromano la strada transennata che passa per l’Eliseo, facendomi fermare da una guardia con mitragliatore che mi consiglia di prendere il giro largo se non voglio farmi abbattere dai suoi colleghi al secondo posto di controllo, cento metri più avanti.

Non ci vuole molto. Bastano un biglietto e una bicicletta.

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METALLO PERSIANO

Viviamo nell’epoca dell’obsolescenza programmata e quella di Teheran è di 96 ore. Fanno quattro giorni: due per girovagare in stato di meraviglia, uno per cominciare a fare esperienza dei suoi limiti e infine un giorno per raggiungere lo stato di ebollizione, culminante nel fumo che esce dalle orecchie e un irresistibile attacco di cupio dissolvi.

Perché dovete saperlo, Teheran è una metropoli sottovalutata, ma non priva di difetti; fra cui uno in particolare, un grave difetto a cui questo Paese, e la sua capitale in particolare, devono una triste fama nel mondo. Sì, avete capito bene, sto parlando del ciàffico, come diceva lo zio di Johnny Stecchino. Il traffico di Teheran è soffocante, mortale, apocalittico. Mentre concepisco queste righe mi trovo in macchina. Siamo fermi da un pezzo, ho smesso di contare da quanto tempo. Due autobus bloccano l’incrocio e non possiamo passare. I due autobus a loro volta sono bloccati da una fila di macchine che ha preso la loro corsia preferenziale… contromano. Sì, contromano, e ora quelle macchine si ritrovano muso a muso con gli autobus. E le macchine non possono levarsi dai piedi, perché per farlo dovrebbero tornare nella corsia giusta, ma quella la stiamo occupando noi, e quelli in fila con noi, in ogni centimetro quadrato utile.

Ricapitolando: noi blocchiamo le auto contromano, che bloccano gli autobus, che bloccano noi. Due vigili osservano la scena passeggiando avanti e indietro, a occhio e croce stanno scommettendo come va a finire mentre io vorrei prendere un filo di ferro arrugginito e infilarmelo a ripetizione dentro i bulbi oculari per distrarmi e non pensare a questo tetris di veicoli che mi sta lentamente divorando l’anima.

Casca bene il fatto che al termine del quarto giorno me ne vado. Meglio: prendo l’Orient Express! Ossia quel che c’è di più simile all’Orient Express, inteso come treno lussuoso e pieno di sorprese che percorre una parte della mitica Via della Seta. E non è nemmeno una desueta attrazione turistica, ma un treno vero, sì, un treno pieno di famiglie iraniane che lasciano Teheran per andare a festeggiare il Capodanno (secondo il calendario locale) a casa – nella fattispecie, a Mashhad, città nell’est iraniano, presso il confine afgano.

Mashhad, particolare.

Diciamo pure che questo viaggio fascinoso me lo sono dovuto meritare, non solo sopportando la tortura del traffico per arrivare alla stazione, ma anche e soprattutto partecipando a quella specie di Squid Game che si chiama “prendere un treno a Teheran”. La stazione di per sé non è grandissima, ma segnali e annunci sono esclusivamente in farsi (la lingua, non la forma riflessiva del verbo); prima di arrivare al binario c’è un sistema di check-in che richiede di essere pronti al momento giusto per lanciarsi senza paura in mezzo alla fiumana di gente che spintonando e sacramentando s’imbottiglia attraverso uno sportellino stretto. Per non perdere il momento propizio bisogna stare vicini alla zona degli imbarchi, che è satura di gas di scarico. Un aspetto, quest’ultimo, che in fondo potrebbe tornarmi utile: trattandosi il mio di un treno notturno, hai visto mai che questi gas mi predispongano a un sonno profondo e riposante.

Ingannerò l’attesa con un gelato confezionato. Il barista mi porge la coppetta oltre il bancone, poi si mette a ravanare in un cassetto per trovare una palettina: non voglio pensare al business del riciclaggio delle palettine usate nella stazione ferroviaria, mangio e basta perché sono quasi le venti e quel gelato è la prima cosa fresca che mi capita dalla mattina.

Una volta messo piede nel mio scompartimento privatizzato, il mio sospiro di sollievo deve aver provocato un maremoto che forse ha sepolto definitivamente le isole Tonga, con cui mi scuso. Cinque stelle mi aveva detto la collega nel darmi il biglietto, e le ciabattine da Grand Hotel della riviera ligure che mi aspettano sotto il sedile sembrano confermarlo. Un ragazzo dalle maniere cortesi mi serve il tè (teiera e tazza di ceramica, naturalmente) e torna poco dopo con una lattina di Coca Cola e un panino confezionato al pollo (che lascerò volentieri in eredità al primo che passa, perché se mi volete male, datemi un panino al pollo e una Coca Cola).

Orient Express, senza assassinio

Il primo impatto con Mashhad mi fa subito rivalutare Teheran, perché il sole e le montagne innevate che fanno da sfondo alla capitale sono spariti, qui domina un piattume pieno di foschia, un misto di umidità e polvere desertica in sospensione che rendono il cielo grigio piombo e il sole un debole alone lattiginoso. Praticamente come una tempesta di sabbia nella Bassa. Mi sembra di stare dentro un armageddon, un film ambientato in un futuro distopico in cui la Terra è stata distrutta dagli alieni o da un dittatore russo.

Ho sentito dire però che a Mashhad c’è una cosa da vedere: il sepolcro dell’Imam Reza, martire sciita del IX Secolo, a quanto pare il luogo più sacro per gli sciiti di tutto il mondo e meta di pellegrinaggi che non avrebbero molto da invidiare a quelli più celebri alla Mecca. Fallito un tentativo di visitarlo durante la mia prima sera a Mashhad per sopraggiunti impegni di lavoro, la seconda sera convinco un collega ad accompagnarmi: non è di qui, ma almeno è musulmano e spero mi aiuti a evitare gli errori di etichetta più clamorosi che, sono certo, finirei per commettere se fossi da solo, attirandomi le ire dei potentati locali.

Come descrivere il sepolcro. Ho ringraziato la famigerata mascherina, perché ha nascosto il mio sorriso ebete e incontrollabile: ero esaltato, esilarato come francamente mi è capitato rare volte in vita mia. Abbiamo camminato per un’ora in un labirinto di spazi di ogni dimensione, dal cortile alla piazza d’armi, passando sotto volte altissime, circondati dalle facciate e dalle cupole di moschee che sembrano quelle di Samarcanda (e come possa un posto del genere non essere altrettanto famoso, non lo capisco). Mi sono attardato finché ho potuto, finché si è messo a piovigginare e ho sentito che il mio gentile accompagnatore (pur non osando dirmi niente) cominciava a morire tranquillamente di freddo.

Non rende giustizia

Finita la scampagnata nel deserto torno a Teheran, stavolta in aereo, soluzione più banale e clima-riscaldante. Una volta atterrato mi aspettano il sole e una decina abbondante di gradi in più, ma soprattutto Pooya, giovane autista dai capelli alla David Byrne prima maniera che mi saluta allegramente. Imbocchiamo l’uscita dall’aeroporto più piccolo, quello dei voli domestici, e prendiamo una grossa rotonda al cui centro sta una torre a forma di ipsilon rovesciata, o se vogliamo di Torre Eiffel troncata.

«Oh, quella non è la Azadi Tower? L’ho vista nella Lonely Planet» gli faccio.

«Esatto, e sotto la torre c’è una sala da concerti sotterranea» mi risponde Pooya. «Ci ho suonato anch’io.»

Pensa un po’, altro che autista, questo giovane è un musicista che dà concerti nella sala sotto la Azadi Tower! Con quel fisico imponente me lo immagino violoncellista, oppure lo vedo imbracciare uno di quegli ottoni lunghi e pesanti che ti girano tutto intorno come un pitone.

«Ho un gruppo heavy metal.»

Ma dai, gli dico, anche a me piace l’heavy metal! Iron Maiden, Metallica, Black Sabbath, i classici insomma, qualche disco ce l’ho…

«I Metallica sono la ragione per cui mi sono appassionato all’heavy metal» mi dice lui; «Ho fondato la band con mio fratello, io sto alla batteria e lui chitarra e voce. Siamo su tutte le piattaforme digitali, anche Spotify, ma qui Spotify non è molto accessibile» prosegue facendomi l’occhiolino, e io gli restituisco l’occhiolino per dire che capisco. «Morale della favola» aggiunge, «ci sono volte in cui non riesco nemmeno a sentire le mie canzoni, dico, la mia musica, non me la fanno sentire. E anche per suonare… ci vuole il permesso per la musica rock, una volta riuscivamo ad averlo, ora tira un’aria…»

E hai la doppia cassa? gli chiedo, un po’ per curiosità e un po’ come parte del mio solito stratagemma per stare alla larga dalla politica, almeno finché non sarò in salvo sul volo della Turkish Airlines.

«Certo che ce l’ho, guarda.» Tira fuori il telefonino, mi mostra una serie di foto della sua band. Vedo cinque ragazzi sudati sopra un palco, un selfie con il pubblico alle spalle. Tutta la sala è in piedi, braccia alzate, un’apoteosi. «Questa foto l’abbiamo fatta proprio sotto la Azadi Tower, a fine concerto. Il regolamento imponeva di stare a sedere e se ci puoi credere, fare head-banging e mimare le corna del diavolo è proibito. Ma alla seconda canzone hanno cominciato ad alzarsi, alla terza erano tutti in piedi, mimavano tutti le corna, quelli della sicurezza non sapevano più che fare, si guardavano interdetti» ride. Gli prometto che li ascolterò su Spotify, io che posso farlo facilmente quando sarò a casa, e già che siamo dategli un’occhiata anche voi: si chiamano Artamene, la Babs li ha già ascoltati e le sono piaciuti (ma devo avvisarvi, la Babs mi ha costretto ad ascoltare tutto Master of Puppets dei Metallica mentre facevamo una strada panoramica fra i ghiacciai norvegesi l’estate scorsa.)

«Abbiamo appena firmato il nostro primo contratto discografico» mi fa.

«Ah, quindi incidete un album?» chiedo io.

«Non credo, nessuno ha più il tempo per ascoltare un album intero.» (OK, Boomer). «Anche se chissà, qui il metal va soprattutto fra i trenta-cinquantenni, i giovani ascoltano altro. Quindi forse…»

Saluto Pooya senza osare chiedergli cosa ascoltano i giovani perché ho paura che mi risponda Megan Thee Stallion, gli auguro di poter tornare presto a suonare, supero il portone di casa e in ascensore incontro la mia collega di Tbilisi, Georgia (lo Stato, non è il suo nome), che in ottimo italiano mi fa: «Buongiorno Italia col caffè ristretto.»

No, per l’amor d’Iddio, Toto Cutugno no. Voglio il metal persiano.

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LA MEGLIO GIOVENTU’

«Prego, si sieda qui al posto mio.»

Certo, lui parla farsi e io no, ma i gesti sono inequivocabili: si alza, sorride, indica cerimoniosamente il sedile che sta lasciando libero. Mi guardo alle spalle, tipo «stai parlando con me?». Sì, sta parlando con me. Deve essere il piercing, o i capelli un po’ più lunghi della media locale, perché dai, insomma, non sarò mica così vecchio.

«No, no, grazie, non si preoccupi» dico in inglese. Ed è così che lui decide di non mollarmi più. E quando gli capita, una chiacchierata in inglese con un “turista”? Inizia il solito scambio di battute, lui mastica qualche parola d’inglese: cosa ci fai qui, che lavoro fai, hai famiglia, e così via. Lui avrà venti-venticinque anni al massimo, è calmo e amichevole. Un paio di minuti e arriva la fatidica domanda: «Allora, ti piace il mio paese?»

Gli spiego che finora ho visto poco, due giorni di pseudo-isolamento rotto soltanto per fare un po’ di spesa, vabbè mi sono concesso anche un tè, una lunga passeggiata… sì, gli dico, per quel che ho visto (poco), il tuo paese mi sta piacendo molto.

«Noi lo odiamo.»

‘azz. Lo sapevo che si buttava sulla politica. E io proprio non vorrei parlarne, ecco. Perché nella mia lista dei “Venti modi per farsi arrestare velocemente durante il viaggio”, al numero uno c’è “fotografare per sbaglio una centrale nucleare” e al secondo c’è questo: farmi imbrigliare in una discussione sovversiva da parte di un finto dissidente che in realtà lavora per i servizi segreti. No, proprio non vorrei parlare di politica, grazie. Ma lui insiste: «The people» (e fa un gesto tutt’intorno, a indicare gli altri ignari passeggeri in attesa del metrò), «the people hate it. Vogliamo vivere liberi, in Europa.»

«E tu cosa fai di bello, nella vita?» gli chiedo. Ho imparato, nei miei viaggi, che il modo migliore per uscire da un argomento spinoso è chiedere a una persona cosa fa di bello nella vita.

«Sono ingegnere, lavoro per il ministero dell’Energia.»

COSA VI AVEVO DETTO! Questo lavora per il ministero dell’Energia! Sto per realizzare la prima maniera di farmi arrestare INSIEME alla seconda, in un botto solo! Mayday, mayday!

Arriva la metro, ci sediamo fianco a fianco. Lungo il vagone passano ragazzini che vendono spazzolini da denti, mascherine ffp2, auricolari per smartphone. Il mio nuovo amico apre il traduttore farsi-inglese sul telefonino, scrive in farsi e poi mi mostra la traduzione direttamente sul suo schermo, accompagnando il tutto con occhiate d’intesa serissime. Inizia una serie di messaggi che vorrebbero essermi d’aiuto ma sembrano minatori:

«Stai attento al telefono e ai soldi se vai al bazar.»

«Non tenere il telefono distrattamente in mano.»

«Non seguire le persone che dicono di volerti aiutare.»

«Non ti fidare di nessuno.»

Vorrei dirgli di stare tranquillo, che ci sono abituato: a Parigi conosciamo tutti qualcuno a cui abbiano rubato lo smartphone strappandoglielo di mano mentre lo guardavano distratti, ed è anche l’unica città al mondo in cui mi abbiano rubato il portafogli: non Botogà, non Città del Messico, non Rio de Janeiro, non il Cairo, non Goma in Congo, non Città del Guatemala, non Lima, non Tunisi, non Marrakech, non Ho Chi Minh City, non Pnom Penh, non Delhi, non Amman, non Tashkent in Uzbekistan, non Kuala Lumpur, non Jakarta, non Dhaka in Bangladesh, non Istanbul, non Buenos Aires, non La Havana, non Bangui in Repubblica Centrafricana, non Abidjan in Costa d’Avorio, non Nairobi… no: Parigi, a Montmartre. Ma vaffanculo.

Comunque io ricambio le sue premure con sguardi d’intesa uguali e contrari, lo ringrazio, ci salutiamo cordialmente quando devo cambiare linea.

Nel bazar la difficoltà non è stare attenti al portafoglio, è stare attenti all’integrità fisica perché quando entri nel fiume della gente che fa compere in vista del nuovo anno (la festa del Nowruz è come un capodanno che dura due settimane, comincia fra poco), c’è da pogare. No, sul serio, nel bazar si poga come nelle prime file di un concerto di un gruppo punk hardcore serbo. Per fare una foto devo aggrapparmi ai negozianti come fossero scogli nel torrente in piena, e quando mi hanno aiutato a riprendere l’equilibrio scatto.

Si fa una certa, mi viene fame. Vedo un sacco di gente in fila per il ristorante, per non saper né leggere né scrivere (letteralmente, almeno non in farsi) mi metto in coda anch’io. Perché la coda dev’essere un indicatore di qualità, mi dico. Paziento, scambio altre quattro chiacchiere con tre donne che fanno la coda dietro di me, quando arriviamo all’ingresso inizia un balletto «prima voi», «no, prima tu», «no, prima voi», «no, prima tu», alla fine insisto, le lascio passare, la mia cavalleria paga perché mi dà modo di mettermi in guardia da una terribile insidia. In questo ristorante non ci si va a sedere al tavolo con un bel menù pieno di cose fra cui scegliere, magari addirittura con delle belle foto dei piatti, no: qui, arrivati alla cassa, si ordina sapendo già cosa si vuole e si paga, poi ci si va a sedere. E io come faccio?

Mayday! Mi preparo a lasciare il ristorante a pancia vuota dopo un inutile tentativo di farmi capire, ma soprattutto di capire. Quando però dico al cassiere «inglìsi, inglìsi» (“inglese” in farsi, questo lo so dire) lui chiama ad alta voce un cameriere che arriva e in ottimo inglese mi sciorina la lista dei piatti. Sono tutti kebab, la scelta è facile.

Più tardi, visitando il palazzo di Golestan, antica residenza della dinastia Qajar, luogo dove veniva incoronato lo Scià, controllo il mio biglietto per assicurarmi di non sbagliare: ci sono diverse zone visitabili nel palazzo, ognuna richiede un biglietto separato; un simpatico modo per raccogliere più soldi. Io ho comprato il biglietto per la zona principale, la sala degli specchi, che è un po’ il must del palazzo del Golestan. Entrando, vedo sulla mia destra un’ala dell’edificio maestosa; dall’esterno, dove mi trovo, ho l’impressione che possa essere là dentro, questa famosa sala degli specchi. Arrivo all’entrata, c’è una donna che controlla i biglietti, le porgo il mio, lo scannerizza con la macchinetta, si accende una croce rossa sul monitor del suo apparecchio mentre parte il suono delle risposte sbagliate nei quiz di Corrado. Segnale inequivocabile, non ho il biglietto per quell’ala del palazzo. La lei mi fa un cenno amichevole, dice «passa, passa». Sicura? Sicura. Mi lascia visitare questa parte del palazzo per cui (come avrò modo di confermare pochi minuti più tardi, nel trovare la zona che in effetti cercavo), non ho pagato.

Nella famosa sala degli specchi, due ragazze si avvicinano, mi mettono in mano una Polaroid, vogliono che le prenda in foto di fronte al trono dello Scià. Scattata la foto, scambiate le solite due chiacchiere, mi salutano invitandomi a contattarle se dovessi andare a Isfahan, loro città di residenza, uno dei luoghi di più grande interesse culturale del Paese; mi porteranno in giro, mi faranno da guide. Per farmi capire che non scherzano mi lasciano email e numero di telefono. No, non pensatelo nemmeno. Per esperienza, sono certo che è esattamente quello che intendono fare.

All’interno dei giardini del palazzo, lontano dalla folla e anche dagli occhi delle forze dell’ordine, è impressionante la quantità di veli che distrattamente cadono dalle teste delle donne, lasciando casualmente i capelli del tutto scoperti. Né loro, né le loro amiche, i loro amici o i loro mariti sembrano accorgersene.

Mi congedo dalla meglio gioventù locale, prendo la metro per tornare a casa, devo fare tre linee. Mi siedo, sono davvero stanco, la macchina fotografica e il tele pesano un quintale. Un uomo seduto di fianco a me mi sorride: «Turista?»

Per semplicità rispondo di sì, come sempre.

«Se ne vedono pochi, qui» mi sorride.

Immagino, gli faccio, con la pandemia…

«No, anche prima del Coronavirus, ne venivano già pochi. Credo che sia per colpa del nostro governo.»

Per carità, non mettetemi in mezzo! Come ve lo devo dire?

«E tu cosa fai di bello nella vita?» gli chiedo subito.

«Il mercante di tappeti» risponde.

Grazie al cielo. Finalmente un mestiere come si deve.

Murales locali.
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Ciro e gli altri hipster

Dell’Iran per ora non ho visto niente e mi è piaciuto moltissimo.

Mi è piaciuto fin da subito, cioè da ieri sera. Stiamo correndo nella pioviggine per le superstrade alla periferia di Teheran, che nel buio sembrano uguali a tutti gli stradoni di periferia del mondo, e il tassista mi fa: «Non disturbo se fumo, vero?» Sì, disturba, gli chiedo gentilmente di fare un piccolo sforzo e trattenersi. Non se la prende, anzi mi offre un ascolto di musica dance iraniana alla radio, vuol sapere se mi piace. Certo, gli dico, certo che mi piace. Anche se onestamente avrei potuto scambiarla per musica araba: da Beirut a Casablanca, non so fare la differenza nella musica. E ora neanche da Teheran a Casablanca. Immagino che sia come non saper distinguere il death metal scandinavo da Gianni Morandi che apre tutte le porte (presumibilmente dopo essere andato al bagno), ma è così.

Oggi faceva sereno variable, sono uscito a fare la spesa – anche perché il termostato dell’appartamento è bloccato sui 26 gradi e non si riesce ad sistemarlo. Mi sono detto che due passi al fresco mi avrebbero fatto bene. Ho preso un po’ di verdura, qualcosa per non mangiare solo la pasta liofilizzata ai broccoli che mi hanno fatto trovare nella dispensa. Una piccola superette all’angolo, ma c’è tutto. Alla cassa mi hanno detto: «Fanno due milioni e trecentomila più spicci». Ho tirato fuori rotolini di soldi come un imprenditore lombardo negli anni Ottanta, nel darmi il resto il cassiere ha arrotondato (a mio favore) a diecimila.

A farmi spendere tanto comunque sono stati i pistacchi e la birra artigianale IPA. D’accordo, la “I” di IPA sta per Iranian anziché per India, e sì, è una birra tragicamente analcolica, anzi diciamo una porcheria (ve lo confermo adesso che la sto sorseggiando), ma ci voleva qualcosa per accompagnare i pistacchi, perché dico, vuoi venire in Iran e non fare scorta di pistacchi? La frutta secca in Iran è come lo yogurt in Italia, anche nella più piccola superette dell’angolo ce ne sono decine di varietà per ogni genere di occasione. Chissà quanto sono convenienti, poi. Faccio intrepido al garzone, «Mi dia un po’ di pistacchi per favore». Lui prende la palettina e riempie un sacchettino, «Sarebbe mezzo chilo, che faccio, lascio?» Dipende, rispondo, quanto viene mezzo chilo? «Fanno due milioni e duecentomila». A occhio e croce 45 euro di pistacchi. «No, non lasci», rispondo, «anzi, guardi, me ne dia la metà».

Sono andato a contare i milioni che mi rimanevano in un barettino qui davanti. Un posto tranquillo, mi è sembrato: piccolo, poca gente, in una stradina che non sa di niente, l’ideale per conoscere il quartiere. Risulta che devo essere capitato nel barettino più modaiolo della zona, non ho visto come siano gli altri ma mi sembra chiaro. Chiedo un tè col latte (cosa vi pensavate) sfoggiando le quattro parole di farsi che mi sono ripetuto venti volte prima di sedermi. È in quel momento che noto Amy Winehouse in sottofondo, ma la musica del diavolo non era probita? A un tavolo poco più in là si siede una hipster locale, una piccola cuffia di lana che lascia scoperto il novanta percento della chioma lunga fino alla vita, trucco e smalto che sembra un video di Cardi B, e si accende perfino una sigaretta per-l’amor-d’Iddio-che-fai-sei-pazza­-se-ti-vedono, ma lei conosce tutti, fuma e ride, evidentemente è di casa.

Arriva il mio tè. Sì ma io pensavo mi dessero un bicchierino di tè forte e ultra-zuccherato come ne ho bevuti negli anni in Iraq, in Yemen, in Palestina, in Turchia e un po’ dappertutto in Medio Oriente. Invece mi servono uno starbuck qualunque, paper cup e tutto, hanno perfino ricamato una foglia nella schiuma del latte come i migliori baristi di Via Meravigli a Milano.

E così tutto sommato la storia comincia bene, mi dico più tardi, mentre mangio la mia insalata di tonno a lume di smartphone perché il blackout mi ha sorpreso poco prima, mentre ero intento a condirla con il bottiglione formato industriale di olio di semi di girasole in mano (cosa pretendete, era pur sempre una piccola superette dell’angolo a Teheran). E quindi, al buio non è facile vedere molto dell’Iran, tra l’altro mi resta il 14% di batteria e speriamo che tenga perché ho esagerato con i peperoni e i pomodori, ci vorrà un po’ a finirla.

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