SE IO FOSSI MARADONA

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« Si yo fuera Maradona, viviría como él… »

Così cantava Manu Chao qualche anno fa. Se fossi Maradona, vivrei come lui. Affermazione interessante che possiamo prendere in due maniere.

La prima è quella letterale, profondamente berlusconiana: “Chi giudica Maradona per la sua condotta di vita è solo un ipocrita e un invidioso. Tutti, potendo, vorremmo carburare a forza di prostitute d’alto bordo, amicizie camorristiche e tsunami di cocaina, crogiolandoci nel vizio, versione hardcore, fino all’autodistruzione, fino a diventare tragicomiche caricature di noi stessi, praticamente pagliacci, obesi con il quadruplo mento che vanno a piangere in televisione perché non sono capaci di disintossicarsi.”

Rimarrebbe solo da aggiungere “comunisti!”, ma non me lo vedo Manu Chao a insultare qualcuno dandogli del comunista.

Se questa interpretazione fosse corretta, sarebbe la prova che anche un grande artista può dire grandi corbellerie (del resto, avevamo già le prove che i grandi artisti possono essere molestatori sessuali, razzisti e perfino frequentare pessime compagnie). Perché Manu Chao, sia chiaro, è (è stato) un grande artista, il cui talento a un certo punto è finito nell’ombra di un attivismo politico non sempre particolarmente lucido né originale, soprattutto dopo il suo addio alla Mano Negra – ma che sia finito nell’ombra o meno, quel talento è innegabile.

La seconda maniera d’interpretare le parole della sua canzone è più interessante. Sembra rimandare allo scugnizzo della bidonville di Villa Fiorito a Buenos Aires, cioè a Diego, prima che diventasse semplicemente “Maradona”. Manu Chao pare ricordarci che in fondo nessuno sfugge al proprio destino, che se quello scugnizzo viene presentato allo stadio San Paolo di Napoli di fronte a 85 mila persone che lo santificano prima ancora che abbia fatto un dribbling, ebbene, quel povero scugnizzo non ha scampo. Chiunque, al suo posto, sarebbe andato incontro allo stesso, ineluttabile destino. Nessuno di noi, nei suoi panni, avrebbe avuto scampo. E allora, tanto vale. Se dev’essere, sia. Dopo quel giorno al San Paolo, non poteva che finire in una bulimia di donne e camorra e cocaina con un ritmo da oca in una fattoria in Aquitania, in Francia. Quelle del foie gras, avete capito?

Maradona è un’oca da foie gras, direbbe Manu Chao secondo questa seconda interpretazione. E noi, noi che guardiamo le partite di calcio su Sky (o dove cavolo si vedono al giorno d’oggi), noi siamo i consumatori-consumisti che a Natale fanno strage di oche senza neanche chiedersi come viva un’oca con le zampe inchiodate a un’asse di legno e un tubo conficcato in gola.

La cosa divertente è che su ognuna di queste due interpretazioni ci hanno girato un film. Anzi, un documentario.

Il primo fu Maradona by Kosturica del 2008.

Gli slavi sono i napoletani d’Europa, Emir Kosturica è uno scugnizzo pure lui. Come Diego Armando di Villa Fiorito. Ed è un’altra prova vivente del fatto che anche i grandi (grandissimi) talenti possono dire corbellerie, anzi: possono dire (e fare) roba che ferisce il concetto stesso della decenza. Ironia della sorte, a volte queste indecenze coincidono con momenti di arte sublime. Come il gol di mano che Maradona segnò all’Inghilterra nei Mondiali di Messico ’86: vergogna e capolavoro. Oppure, nel caso di Kosturica, il film Underground: che è magnifico, ma al tempo sesso strizza l’occhio a una tesi sulla guerra dei Balcani da denuncia penale. Lasciamo perdere.

Kosturica, dicevamo, è uno scugnizzo, anzi un guappo. E il suo Maradona, logicamente, è quello da invidiare: il Re di Napoli. È il Maradona della leggenda, cioè un essere umano tagliato in due: prendo solo il santo e il campione, dimentico l’uomo con il suo lato oscuro, nerissimo. Di quella partita con l’Inghilterra a Messico ’86, tengo solo il secondo dei suoi due gol, il più bello mai segnato in una partita del Mondiale, e dimentico il colpo di mano con cui aveva segnato poco prima.

Perché no. È una magnifica invenzione.

Il secondo documentario d’autore sul miglior calciatore di sempre (non si discute) è di quest’anno e l’ha realizzato il londinese Asif Kapadia per un qualche colosso delle serie TV (roba tipo HBO o Netflix, non ricordo e non importa). Anche il Maradona di Kapadia è il Re di Napoli, solo che il Re è nudo. È solo. È disperato. Della famosa serie: più si sale più in alto, più la caduta è pesante e dolorosa.

Curiosamente, questo secondo documentario, che peraltro si lascia vedere molto molto volentieri, taglia Maradona in un altro senso: non spacca l’uomo in due, ma affetta la sua vita secondo un ordine cronologico. Anche qui si butta via quel che non serve e si tiene un solo periodo, quello di Napoli. Sì, è vero, Kapadia ci lascia intravedere qualcosa del prima e del dopo-Napoli, ma è solo per scrupolo di cronaca. Il novanta percento della storia si svolge fra le domeniche pomeriggio negli stadi della Serie A e le strade di Napoli fra il tramonto e l’alba.

Anche questa è una scelta legittima. In fondo, fino a Barcellona, Maradona era soltanto un campione, un grandissimo calciatore. È Napoli che l’ha fatto diventare un santo e un fenomeno culturale. È Napoli (l’Italia) che gli ha tirato fuori il lato oscuro. Tutto quanto capita dopo Napoli è solo una conseguenza implacabile. Una spirale che si avvita verso il basso, direbbe Trent Reznor dei Nine Inch Nails.

La parte che mi ha colpito, nella triste storia di Diego lo scugnizzo, è come il suo destino pare compiersi nel giro di pochi giorni, quelli che hanno preceduto la semifinale Italia-Argentina ai Mondiali di Italia ’90; partita che si giocò a Napoli, e non è un dettaglio: perché avrebbe fatto di Re Diego un nemico nel suo stesso regno.

Ero adolescente all’epoca, me le ricordo bene quelle notti magiche della lunga estate italiana, con Edoardo Bennato e Gianna Nannini sudatissimi in TV, che a guardarli mi facevano venire ancora più caldo. Ricordo la vittoria con l’Eire (1-0, Schillaci) e ricordo ancora meglio la multa salata che prendemmo io e l’amico Marco per essere in moto senza casco nella zona pedonale del centro storico di Pavia, durante i festeggiamenti dopo la partita (allora mi arrabbiai, oggi l’episodio mi suscita una languida nostalgia, come quando Keith Richards ripensa a tutte le stanze d’hotel a cui ha dato fuoco in tournée).

Ricordo il gol dell’Italia all’Argentina: tiro di Vialli, respinta del portiere, ribatte in rete il solito Schillaci. Ricordo il pareggio di Caniggia: pessima uscita di Zenga e figuraccia di Riccardo Ferri (“Ci voleva Vierchowood!”, gridano 50 milioni di Commissari Tecnici della Nazionale).

Quel che non ricordavo è il divorzio emotivo che si consumò fra Maradona e gli italiani prima e durante quella semifinale. Kapadia ce lo ricorda, anzi: ne fa un punto di svolta cruciale del suo documentario.

Poco prima della semifinale, Maradona giocò la carta del veleno. Disse “L’Italia non ama Napoli” (fin qui, niente da dire: i cori degli stadi parlavano chiaro). “Napoli non è Italia” (anche i grandi calciatori, come i grandi artisti, possono dire corbellerie). “Napoli deve tifare Argentina” (suicidio a mezzo stampa).

Io, da italiano (e fossi anche stato napoletano), non me la sarei presa. Stiamo parlando di una partita di calcio, dai. E poi, se a Milano, e Torino, e Verona, e Bergamo e via dicendo, le curve non avessero cantato “Napoli colera”, Maradona non avrebbe potuto dire quello che ha detto. Non avrebbe potuto cercare di dividere gli italiani. È allo specchio, che avremmo dovuto guardarci, se avevamo un problema con le sue dichiarazioni.

Invece abbiamo guardato lui. E abbiamo detto: il Re non è soltanto nudo. Il Re ha rotto le palle.

Quando poi l’Italia ha perso (ricordavo anche chi ha sbagliato i rigori: francamente, come si fa a far tirare i rigori a Donadoni e Serena? Soprattutto a Serena, che aveva due piedi come due camion della spazzatura?), gli italiani hanno detto: il Re è nemico del popolo. E hanno tirato fuori la ghigliottina.

Nei mesi successivi a Italia ’90, dopo aver perso la finale con la Germania Ovest (l’unico mio rimpianto sulla riunificazione tedesca è la scomparsa dell’inno della Germania Est, era meraviglioso) Maradona si è beccato tutte le indagini, i processi e le condanne che aveva schivato prima, quando era un santo intoccabile. La giustizia a orologeria l’hanno inventata per lui, altro che Berlusconi.

Povero Maradona. La sua carriera è finita lì. È dovuto scappare dall’Italia, ha fatto ancora un’apparizione ai Mondiali del ’94: il piedino era sempre fatato, ma gli occhi erano spiritati, erano quelli di un demone.

E pensare che tutto quel che gli è mancato è stato un consulente in pubbliche relazioni, almeno per quei pochi giorni prima della semifinale. Con un paio di saggi consiglieri al suo fianco in quei due-tre giorni fatidici, nella lunga estate italiana del Mondiale, Maradona oggi sarebbe l’allenatore del Real Madrid, avrebbe qualche difficoltà a contenere la pancetta, ma per il resto se la passerebbe benissimo.

Diego, se ci fossi stato io, per una modica parcella da consulente, ecco cosa ti avrei consigliato di dire ai giornali, prima della semifinale.

“È un peccato giocare questa partita in semifinale, avrei voluto che Italia e Argentina s’incontrassero in finale, dove meriterebbero di arrivare entrambe. Ma questo è il calcio… I napoletani tiferanno Italia e sosterranno la loro Nazionale, come è giusto che sia; io dovrò dare il massimo per portare la mia Argentina in finale. Saremo avversari sul campo per un giorno, ma Napoli resta la mia città, l’Italia la mia seconda patria. Spero di andare in finale con la mia nazionale, ma se dovessi perdere, mi consolerà sapere che in finale giocherà l’Italia e farò il tifo per lei. E se l’Italia dovesse perdere, mi auguro che i napoletani possano trovare una piccola consolazione nel sapere che attraverso di me, in finale ci sarà anche un pezzetto della loro città.”

… e altre vigliacche banalità del genere.

Ma io non sono Maradona, e non avrei saputo vivere come lui.

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IL BUCO CON L’ATTORE INTORNO

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Ho visto Joker. E finalmente ho capito perché qualche settimana fa i miei cari amici milanesi, che lo avevano visto prima di me, si ostinavano a parlarne in mia presenza, nonostante li supplicassi di tacere per non guastarmi la sorpresa (“spoilerare”, per i nati dopo il ’90; anche se il verbo inglese è “to spoil”, quindi a rigor di logica si dovrebbe dire “spoilare”; o meglio ancora, si dovrebbe dire “guastare la sorpresa”). Fatto sta che questi amici si raccontavano il film ignorando le mie proteste sempre più vigorose: ho trattenuto il fiato fino a diventare blu, poi ho pianto e tirato calci, infine ho minacciato di buttarmi sotto un tram se avessero continuato.

Hanno continuato.

Credevo lo facessero perché sono crudeli fino all’osso, o forse perché avevano intuito il mio bluff: non eravamo in una zona in cui passano i tram. Quanto alla crudeltà, per essere crudeli lo sono, ma non era quello il motivo per cui andavano avanti a parlare del film. Lo facevano, incuranti delle mie suppliche, perché sapevano che non c’era nessuna sorpresa da guastare. Sapevano, per dirla tutta, che il film non ha una trama. Amici, se mi state leggendo, vi perdono!

Sia chiaro: Joker non è brutto film. Però è come una mentina Polo: è un buco con un attore acciambellato intorno.

Non un attore qualunque: l’ottimo Joaquin Phoenix. Meno male che è uno bravo, perché dopo aver visto il film, ho l’impressione di aver passato più tempo con lui che non la sua stessa mamma. Phoenix non è semplicemente il protagonista del film: è il film.

Fin dalle prime scene, ho avuto l’impressione che Joker sia il genere di produzione pensata per offrire a qualche bravo e fortunato (ma soprattutto bravo) attore una chance di crearsi un angolo di leggenda; questo ruolo è una nicchia scavata nella cattedrale di Hollywood, in attesa solo di un attore che ci collochi la sua statua di santo. Oppure, se preferite il calcio, è un cross perfetto perché un attore lunare e carismatico possa segnare in rovesciata. Poi, certo, bisogna saperla eseguire, la rovesciata. Però l’assist, dicevamo, è perfetto: ci sono la follia delirante, la trasformazione fisica, il grottesco, i primissimi piani very intensi, la luce di taglio. Manca solo il nudo integrale (ma non ci andiamo lontano).

Il personaggio, in sostanza, è stato cucinato seguendo fedelmente la ricetta dell’Oscar al Miglior Attore Protagonista, o quanto meno della nomination. Disturbo mentale e trasformazione fisica sono come hamburger e patate fritte, una combinazione classica che non passa mai di moda. Pensate a Jack Nicholson, che sui pazzoidi grotteschi ci ha costruito sopra una (brillante, meravigliosa) carriera, andando a vincerlo, l’Oscar, sul nido del cuculo. O a quell’altro trasformista, pazzoide e grottesco anche lui, lo strepitoso Christian Bale (quello di American Psycho e L’uomo senza sonno, poi di American Hustle, per esempio). E a Heath Ledger nello stesso ruolo del Joker, naturalmente. O a Charlize Theron in Monster.

Attenzione.

Non basta interpretare un picchiatello per diventare un grande attore. Voglio dire: https://www.youtube.com/watch?v=4zySHepF04c . Il povero Nicholas Cage ha preso ogni singolo ruolo che gli è stato affidato e l’ha massacrato. Sistematicamente. Non ha lasciato superstiti. Nicholas Cage andrebbe denunciato alla Corte Penale Internazionale per aver compiuto un genocidio di personaggi cinematografici. I film con Nicholas Cage si vedono con quel voyeurismo morboso con cui si guarda un incidente stradale. Lo fai, ma se sei una persona perbene te ne vergogni.

Insomma va bene fare il pazzo ma bisogna pur sempre sempre essere dei bravi (grandi?) attori, e Gioacchino Fenice lo è (bravo, forse grande). Però, gli diamo cinque punti di penalizzazione perché in Joker c’è il trucco (in tutti i sensi). Quando Maradona segna con la mano ai Mondiali del Messico ’86, resta Maradona. Però ha fatto una furbata. Ecco, io li vedo un po’ così, i bravi (grandi?) attori che interpretano i malati mentali. Forse è solo pregiudizio da parte mia. Sono un cine-razzista?

In tanti hanno interpretato il Joker. Forse alla fine i miei Joker preferiti sono quello del telefilm e quello di Jack Nicholson. Dev’essere una questione anagrafica. Quei Joker rappresentano il criminale della nostra infanzia. Non sono complicati dal punto di vista psicologico, sono semplicemente dei gran mascalzoni. Rassicuranti, nella loro unidimensionalità. Certo, il Joker di Nicholson si è preso un po’ d’acido in faccia e questo non è un trauma da poco, ma fa parte dei rischi del mestiere. Quel genere di criminale, al cinema, non esiste più. I tempi moderni non sono fatti per i criminali (e gli eroi) semplici. Il Joker di Nicholson sta al Joker di Phoenix come il Saccottino del Mulino Bianco sta a una bagel vegana e gluten-free con aceto balsamico igp e avocado proveniente da coltivazioni sostenibili. Sono due cose (e due epoche) diverse, inutile fare paragoni.

Già il Batman di Burton, peraltro, faceva parte di quella categoria di film in cui Bene e Male si confondono: la popolazione di Gotham City osserva la lotta fra le due forze e a tratti non sa cosa scegliere, sembra stare dalla parte di Batman-Bene ma poi cambia sponda e passa dalla parte del Joker-Male. E ce ne vuole, per convincerla a tornare dalla parte del Pipistrello.

In seguito, nei film di Batman come in tanti altri, siamo andati oltre: bene e male si sono mischiati, si sono fusi (anche nella stessa persona: il cinema finalmente assomiglia alla vita) fino a non esistere più, a diventare concetti superati; sanno di bigotto, di confessionale, di acquasanta. Ci piacciono gli eroi negativi, i buoni con un lato oscuro, i cattivi da amare. È il trionfo dell’agrodolce, non più relegato ai menù dei ristoranti cinesi da quattro soldi.

Questo Joker è un assassino: ma chissà quanti, sgranocchiando popcorn (vegani, gluten-free), hanno fatto il tifo per lui. C’è qualcuno che non ha pensato “Allelujah!” quando pianta una pallottola in fronte a De Niro? Impossibile resistere.

Niente di nuovo, direte voi. In fondo, non facevamo già il tifo per Michael Corleone nel Padrino? E Don Rodrigo, allora? Non dicevamo tutti che al posto di Lucia, avremmo preferito mille volte flirtare su Tinder con Don Rodrigo anziché con Renzo? Sì ma Corleone e Don Rodrigo erano cattivi affascinanti. Qui stiamo parlando della scomparsa del concetto stesso di cattivo “puro”. O quanto meno del suo restare confinato a pochi casi speciali, dove ancora non si osa rischiare di confondere le acque. Il terrorista. Il pedofilo. L’uxoricida. Difficile affezionarci a uno di questi tre generi di criminale. Il resto è sdoganato.

Poi, bisogna dire, a questo povero protagonista ne capitano proprio di tutti i colori. Un po’ troppo, francamente, no? Ogni giorno una rogna che manco la legge di Murphy, poverino. Non è colpa di Joaquin Phoenix, per carità, lui ha un copione da seguire. Ma l’impressione è che la sorte definitiva del personaggio si compia più per accumulazione che per un processo interiore (come invece avviene a De Niro in Taxi Driver). Sei stato pestato a sangue senza motivo? E io ti faccio pure incastrare dal tuo collega e licenziare! E poi ti faccio schiattare la mamma, e ti faccio prendere per i fondelli davanti a tutti gli Stati Uniti, e poi…

Si direbbe che lo sceneggiatore non abbia avuto fiducia nel fatto che l’instabilità psichica del protagonista potesse essere sufficiente, con l’intervento di uno-due elementi esterni, a innescare la spirale discendente che lo porterà al suo destino, e che quindi abbia deciso di fargliene capitare ogni giorno di tutti i colori. Manca solo che il povero (futuro) Joker scivoli su una buccia di banana cadendo con il viso su una cacca di cane malato di rabbia.

Ora, secondo me, questa cornucopia di sfighe familiari, professionali, personali, emotive, pratiche e cosmiche toglie qualcosa al personaggio (anche se, ripeto, ciò non dipende dall’incolpevole Phoenix). Avremmo potuto vedere una trasformazione più sottile, più personale. Più intrigante, in definitiva. Invece vediamo uno a cui ne succedono talmente tante che al posto suo anche Topo Gigio avrebbe fatto una strage.

Voglio dire: francamente, non sareste diventati anche voi delle spietate menti criminali, se vi fosse successa tutta quella roba? Ci son delle volte che basta molto meno. Un Uber ti cancella la corsa attesa da sei minuti e tu hai voglia di strangolare la prima vecchietta che passa e dare fuoco al suo barboncino. Poi fai uno sforzo per trattenerti, magari le dai solo uno spintone buttandola distesa in una pozzanghera, alla vecchietta. Ecco, Joker è uno a cui Uber ha cancellato una corsa per l’ottava volta, dopo venti minuti di attesa.

Alt, fermi, forse è questo il messaggio! Ognuno di noi poteva essere il Joker. C’è un piccolo Joker in ognuno di noi. Il Joker è vittima della società. Il Joker è solo un bambino a cui è mancato l’affetto. Meglio un uovo oggi di un Joker domani. Joker bagnato, Joker fortunato.

Vabbè. Non è che ogni film debba avere un messaggio profondo, sempre e comunque. O una trama. O dei personaggi (oltre al protagonista). Va bene anche solo Joaquin Phoenix che fa il mattatore, fra belle inquadrature panoramiche di New York e un paio di gag con Robert De Niro.

A proposito d’inquadrature di New York. Una cosa che ho notato e che ho trovato un po’ trita (ma che credo sia voluta, come omaggio a una precisa epoca televisiva e cinematografica) sono quelle immagini da “Guerrieri della notte”, con le strade malfamate e i sottopassaggi bui di New York pieni di bidoni della spazzatura ribaltati, cartoni e rifiuti sparsi dappartutto e fumo che esce dalle fogne, mentre barboni e ubriachi barcollano sull’asfalto o si scaldano le mani a fuocherelli di fortuna accesi sul bordo della strada.

Quanto ai barboni e ai derelitti e agli sfigati, mi viene da pensare che forse sta in quel finale, con il popolo che s’inkazza e sembra acclamare il Joker come leader, il vero “messaggio” del film.

Per esempio: la gente oggi è così stanca e arrabbiata che basta una scintilla per iniziare una rivoluzione.

Oppure: la gente oggi è così rimbecillita da seguire un malato mentale e farne il proprio guru.

Le due ipotesi peraltro sono compatibili. Il risultato, comunque, è un tentativo timido e malriuscito di aggiungere spessore al film indovinando un improbabile legame con l’attualità sociale e politica: la rabbia degli sfigati di Gotham City che alla fine sfocia in guerriglia urbana sembra strizzare l’occhio allo tsunami planetario di proteste socio-politico-economiche, anche se non si può far di tutta l’erba un fascio perché le manifestazioni anarcoidi dei Gilet Gialli non hanno niente a che fare con quelle libertarie di Hong Kong, che a loro volta non c’entrano nulla con quelle di natura socio-economica del Cile, né con quelle politiche, economiche, sociali e chi più ne ha più ne metta di Bolivia, Venezuela, Libano e Sudan (tutte diverse fra loro), o ancora con quelle socio-economico-ambientalistiche tipo Extinction Rebellion… e chissà quante altre ne ho dimenticate.

Questo pseudo-spessore alla fine risulta superficiale e raffazzonato: mi sembra di vedere gli sceneggiatori che si arrampicano su uno specchio unto di burro indossando i guanti senza dita, mentre si adoperano per inventarselo.

O forse no. Forse sono io il problema. Forse è il mio subconscio, con Natale che si avvicina e la voglia di passare un bel sabato pomeriggio frivolo e consumista, bevendo vino caldo con i chiodi di garofano e la cannella, a spasso fra le luminarie e le bancarelle degli Champs Elysées, senza i Gilet Gialli a rompere le palle.

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CAZZEGGIANDO A HOLLYWOOD

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C’era una volta a Hollywood un’America che non c’è più, e che forse al di fuori delle sale cinematografiche non c’è mai stata. Il nono film di Quentin Tarantino mi sembra vivere soprattutto di questo: di un mito – quello dell’Età dell’oro, di un passato troppo bello per essere vero (e infatti forse non lo è). Per gli inglesi che hanno votato Brexit, l’Età dell’oro è l’epoca in cui non si buttavano via i soldi dal dentista, nessuno trovava strano tirare su i figli a barrette di Snickers e i vicini parlavano inglese (non francese, italiano, portoghese o russo). Per molti italiani, è l’epoca in cui una squadra di Serie A poteva avere al massimo due stranieri e anche per la strada non se ne vedevano molti di più.

Per Tarantino, pare sia questo crepuscolo di anni Sessanta in cui l’America aveva la botte piena e la moglie ubriaca: poteva ancora contare sull’ordine sociale garantito dal Sogno Americano (che è uno scambio: obbedienza al sistema in cambio di una speranza che si realizza per uno su un milione), e al tempo stesso godeva delle sconfinate libertà portate da un decennio che aveva visto progresso sociale, rivoluzioni sessuali, droga a buon mercato e la colonna sonora perfetta per accompagnarli. Un periodo di luci e ombre incarnate rispettivamente nel personaggio di Brad Pitt, guappo che sguazza come un pesce nell’età di transizione, e in quello di Leonardo di Caprio, fallito di successo, solo e tormentato dal dubbio di essere un “has been”. Un passato così bello (spoiler!!) che perfino la strage dei fanatici di Charles Manson non ha avuto luogo, cancellata dalla Storia grazie all’interferenza benedetta di quell’happy go lucky di Brad Pitt (e chi altro?).

Un passato, insomma, che non esiste.

Perché l’Età dell’oro (spoiler non del film, ma della vita) non esiste. Per ogni weekend di amore e di musica a Woodstock, ce n’è uno di musica e morte ad Altamont. Cos’è più rappresentativo di quell’ultimo scorcio di decennio, la Summer of Love (1967) o gli omicidi a sangue freddo di MLK e Bobby Kennedy (1968)? E da noi, le canzoni di Mina o le bombe nelle banche?

Detto questo, non c’è alcun male nel fare un film sull’Età dell’oro. Perché l’Età dell’oro è roba che appartiene ai sogni e il cinema vende sogni, no? Almeno quello hollywoodiano. Woody Allen con “Midnight in Paris” si permette addirittura di creare un’Età dell’oro nell’Età dell’oro, una meta-Età dell’oro, per poi prendersi gioco dell’idea stessa di Età dell’oro. Non c’è niente di male. Il film di Allen poi è una sfilza di cliché su Parigi e sui francesi, ma questo è un altro discorso.

Il problema con questo film di Tarantino, per me, sta altrove. Citerò il commento di non so più chi, letto su non so più quale sito: “Sono andato a vedere il film con altissime aspettative e quando il film è iniziato io… ho continuato ad aspettare… e aspettare… e aspettare…”

Esatto.

Il problema più grosso è questo: il film inizia due ore dopo essere iniziato. Oppure, per dirla in altro modo, il film inizia a mezz’ora dalla fine. Insomma: il film dura quasi due ore e mezzo e le prime due ore sono puro cazzeggio. Non succede nulla. Un nulla a tratti gradevole perché Pitt e Di Caprio sono sovrumani (c’è ancora qualcuno che non li considera fra i migliori attori della nostra epoca?) e perché Tarantino, perbacco, non ha mica dimenticato come inquadrare una scena. Ma resta pur sempre il fatto che quel che viene raccontato in queste due ore di film poteva essere raccontato in venti minuti. E il risultato è che mi sono un po’ annoiato. Cosa finora impensabile per un film di Tarantino, dove non mi ero mai annoiato, nemmeno durante i titoli di coda.

Poi è vero, Tarantino è stato capace di girare film meravigliosi anche con delle trame ridotte all’osso, o addirittura inconsistenti. La storia delle “Iene” si racconta in una frase, ma il film è un capolavoro. “Kill Bill” non ha praticamente una trama, ma ti tiene incollato allo schermo. La storia di “Django Unchained” è semplice e abbastanza prevedibile, ma il film resta di tutto rispetto (soprattutto grazie al magnifico Christopher Waltz, che sarebbe da Oscar anche in un cinepanettone). Il peso della mancanza di una vera trama lo si avverte per la prima volta in “The Hateful Eight”, a mio avviso. Ma in “Once Upon a Time… in Hollywood” quel peso ti schiaccia.

Perché? C’è dell’altro.

I film “senza trama” di Tarantino hanno sempre goduto di qualcosa che non solo compensava la debolezza o la mancanza della storia, ma la rendeva un dettaglio secondario. Era la costruzione delle scene. Grazie a cui fin dalle prime battute, quando non dal primo fotogramma, ti ritrovavi proiettato in una situazione eccezionale, di quelle che non ti permettono di distogliere lo sguardo nemmeno per starnutire.

Un poliziotto in incognito ha infiltrato un gruppo di gangster e sta morendo dissanguato dopo una rapina finita male. Una sposa giace in fin di vita per terra, il giorno del suo matrimonio. Un ufficiale nazista sta per scoprire il nascondiglio segreto di una famiglia di ebrei nella Francia occupata. Un cacciatore di taglie acquista uno schiavo negro per andare ad ammazzare dei ricercati. E così via: tre minuti di film e sei schiavo della suspense. Non è questione di trama – nel caso delle “Iene”, per esempio, c’è poco altro che succede: i rapinatori si ritrovano in un deposito e cercano di capire chi è la talpa. Fine della trama. In “The Hateful Eight”, un cacciatore di taglie deve capire chi gli vuole fare le scarpe fra gli ospiti involontari di una specie di osteria. Fine della trama. Storie minimaliste, ma situazioni appassionanti.

Di Caprio e Pitt invece navigano a vista per due ore, senza che niente di particolarmente interessante succeda nelle loro vite. Sì, il personagggio di Di Caprio è un po’ depresso e lui lo recita benissimo, ma chi non è triste ogni tanto?

Se invece vi chiedessi quanti di voi sono stati inseguiti da un ufficiale nazista, o sono inseguiti da un boss della malavita dopo averlo fregato in un incontro di boxe truccato, o hanno compilato una lista di persone da ammazzare con una spada di Hattori Hanzo… diverso, eh?

Insomma, Quentin Tarantino si è Sorrentinizzato. Chi una volta ti teneva attanagliato alla poltrona con capolavori pieni di sangue e passione come Le conseguenze dell’amore o Il Divo, a un certo punto si è messo, dalla Grande Bellezza in poi, a fare film “carini”. Dai safari in Africa ai picnic sul Ticino.

Cambiamo discorso.

Tarantino secondo me torreggia su tutti gli altri cineasti moderni, tranne forse Woody Allen, nella scrittura dei dialoghi. Quante scene sublimi di dialogo puro! Travolta e Jackson che parlano di le Big Mac, i gangster delle iene che discutono delle mance nei ristoranti, nazisti e spie angloamericane che giocano in una taverna, ancora Jackson e Travolta che parlano della carne di maiale, ancora le iene che discutono di “Like a Virgin” di Madonna. Alcune di queste scene funzionano da momento di decompressione, altre sono punti di svolta nell’intreccio: tutte sono geniali. Ma ho l’impressione che questa capacità, o questa volontà, Tarantino l’ha persa dopo “Django Unchained”. Avendo rivisto recentemente “The Hateful Eight”, direi che per la prima volta, in quel film, non abbia saputo, o voluto, scrivere dialoghi di quel livello. E forse per questo, come dicevo sopra, è il primo film in cui si avverte un certo peso.

In “Hollywood”, è un po’ lo stesso, ma peggio. I dialoghi Pitt-Di Caprio sono troppo tristi, o troppo sinceri, perché funzionino. La scena fra Di Caprio e la bambina di otto anni è divertente, ma manca il gioco ad armi pari, perché la bambina è troppo superiore come arguzia. Quella fra Pitt e Bruce Lee è divertente ma non sorprendente (mezzo spoiler: eravamo sicuri che il bel manzo americano avrebbe umiliato il campione dei musi gialli.) Insomma, senza la trama, senza le situazioni eccezionali, senza i dialoghi tarantiniani, “… Hollywood” potrebbe essere un qualsiasi film carino dell’estate 2019. Ma dire “carino” a Tarantino è come dire a un grande chef stellato che la sua specialità si lascia mangiare.

Fino all’ultima mezz’ora. Poi tutto cambia.

A quel punto, è come fare un salto nel passato. Al Tarantino d’antan. In mezz’ora succede tutto quel che non è successo prima, e non mi riferisco solo alle scazzottate e alle sparatorie. E per qualche minuto, finché dura, sei quasi capace di dimenticare quel che hai dovuto passare per arrivare lì. È un’euforia che passa in fretta. Il film finisce, e il ricordo delle due ore precedenti ti cade addosso. Ed esci dal cinema pensando: “vabbè, carino”.

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UNA STORIA LOSCA

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Io: “Scusa, ce l’hai il disco di Chelou ?”

Giovane hipster che lavora nel negozio di dischi fighetto-parigino Le Balades Sonores: “Chelou? Mai sentito. Come “louche” in verlain, vuoi dire?”

Sono uscito dal negozio con la testa ciondolante rasoterra, sconfitto. Voglio dire, se non ce l’hanno alle Balades Sonores (anzi: non lo conoscono nemmeno!), che speranze ho di trovare qualcuno che venda il disco, UN disco, uno qualunque, di Chelou?

Chelou è una chimera. Quasi. Chelou è un musicista inglese bravissimo, straripante di talento e di originalità. Ma è sfigatissimo. Nell’era in cui le portinaie di Quarto Oggiaro pubblicano tutorial su come lavare le scale che generano milioni di abbonati ai loro canali YouTube, in cui esistono coach di abbinamento dei calzini che diventano Instagram celebrities e navigano nei fantastiliardi, Chelou non se lo fila nessuno. Ma nessuno! Non riuscirebbe a fare mille visualizzazioni su YouTube nemmeno se pubblicasse un video in cui svela i segreti degli Illuminati mentre porta Papa Francesco a fare il puttan-tour (e intanto sui sedili posteriori dell’auto succede un’orgia sfrenata fra i Mötley Crüe e gli eroi della Marvel in carne e ossa).

L’ho scoperto fortuitamente Chelou, come si dice che si scoprano le cose migliori: tipo quando ascolti qualcosa su SoundCloud e poi ti distrai e ti metti a fare altro, come riordinare la collezione di dischi in ordine alfabetico, ma alfabetico in base al middle name di colui che ha suonato il basso nell’album, tanto per mettere un pizzico di pepe nella tua vita, e intanto SoundCloud continua ad andare da solo, scegliendo canzoni a caso (o meglio in base agli algoritmi pensati dalla NASA e dalla CIA per dominare il mondo), finché a un certo punto una musica celestiale richiama la tua attenzione e tu alzi la testa e dici “wowowow, ferma tutto, chi è questo, reggimi un momento la birra…” e passi la bottiglia di birra al tuo amico (che però è immaginario, ancora una volta, e quindi lasci la birra a mezz’aria e lei cade sul divano macchiandolo, e tu darai la colpa alla pipì del gatto quando la Babsie scoprirà l’alone giallognolo) e vai verso il computer come se ci fosse dentro il Pifferaio Magico che ti attira, e indaghi sullo schermo per sapere chi ha scritto, suonato e cantato quelle note celestiali…

… ecco, quella volta era Chelou. Era qualche anno fa.

Da allora, sono andato a caccia di Chelou in tutti i negozi di dischi di Parigi, senza mai trovarlo. Che poi, in Francia la cosa è ancora più complicata perché il nostro bravo amico si è scelto un nome mica facile. In Francia, la parola “chelou” è la versione in “verlain” (cioè nello slang adolescenziale basato sull’invertire le sillabe di una parola, slang che ovviamente nella realtà è usato soprattutto da gente di mezza età che vuol sentirsi giovane), della parola “louche”; “louche” essendo a sua volta un aggettivo che significa “losco, poco chiaro, sospetto”. Capito? LOU-CHE in “verlain” diventa CHE-LOU. E tu, quarantenne che lo dici, ti senti subito più giovane & figo, anche se in realtà è come se andassi in giro per Milano a dire “una sfitinzia” o “i Caramba”. O la mia espressione paninara preferita di tutti i tempi, “non me ne sdruma un drigo”.

Per inciso, il gioco dell’inversione delle sillabe, ovvero il “verlain” (parola che deriva a sua volta dall’inversione fonetica delle sillabe dell’espressione “l’envers”, cioè “il contrario”), lo facevo anche io da bambino senza saperlo, quando giocavo con i miei amici (immaginari pure loro). Fine dell’inciso. Insomma: quando vado in giro a chiedere di Chelou a Parigi, mi guardano tutti male. “Il porno shop è dall’altra parte della strada”, mi dice qualche onesto rivenditore di dischi.

Le Balades Sonores (“passeggiate sonore”… fammi il piacere!) poi era la mia ultima speranza. Non esiste negozio più ricercato, hipsterizzato, alternativo, infighettato in tutta Parigi. Ci lavorano due o tre giovani abbastanza belli da essere attraenti ma non troppo perché non si possa dire che sono stupidi, indossano tutti e tre occhiali da vista con le lenti piccole e rotonde (dico “indossare” non a caso, perché secondo me non hanno problemi di vista), giuro che un paio di volte li ho visti pure con la camicia da boscaiolo a quadrettoni, tengono solo edizioni in vinile di gruppi di folk-elettronica che hanno meno di venticinque fan (famiglia inclusa), perfino per entrare a chiedere un’informazione devi aspettare fuori dalla soglia finché ti cresce la barba a una lunghezza adeguata. Vabbè, mi sono detto, se non ce l’hanno nemmeno alle Balades, mi rassegnerò ad ascoltare il povero Chelou in streaming su Spotify come tutti gli altri altri suoi (sette) fan.

A questo punto devo fare un coming out. Altrimenti sembra che io non abbia alcuna responsabilità nel fallimento della mia relazione tormentata con Chelou. Invece ce l’ho. Ahimé.

Lo scorso anno, saputo che sarebbe venuto a suonare in un caffè di Parigi, comprai i biglietti per me e la Babsie. Trepidazione! Poi passarono le settimane… un bel venerdì sera d’autunno la Babs torna da Lille dopo una lunga settimana di lavoro… è stanca… propongo: “Ci andiamo a fare una bella cena in un ristorante figo, per rilassarci e iniziare bene il weekend?” Lei mi fa: “Bella lì, andiamo!” (Noi, quando siamo distrutti, di solito usciamo a cena – funziona bene per riposarsi, perché non devi cucinare, apparecchiare, servire, sparecchiare, lavare i piatti… a patto di non andare troppo lontano). E così andiamo… si mangia e si beve, si gode di frizzi e lazzi, si torna a casa, si è fatto tardi… sono sulla strada del bagno, pronto al lavaggio denti (sono l’unico che ha l’impressione di passare la vita a lavarsi i denti?) e vengo trafitto da una tremenda consapevolezza che mi paralizza, mi fulmina, mi atterrisce. Grido. La Babs arriva di corsa, preoccupata: “Cosa succede? Stai bene?”

Balbetto: “S-stasera… c-c’era il c-concerto di Ch-Ch-Ch…”

Non riesco nemmeno a dirlo. Mi fa troppo male.

“… Chelou!” grido infine, e mi lascio cadere nella vasca da bagno asciutta.

Avevo i biglietti e mi sono dimenticato del concerto! Mentre mangiavo tranquillo il mio sushi di fegato di rana pescatrice, lui suonava, solo soletto, chiedendosi sicuramente “Ma… dov’è Mepu?”, con gli occhi da cerbiatto orfanello.

Ah, disgraziato me!

Per fortuna, la vita, come l’opinione pubblica americana, è sempre pronta a perdonare un peccatore sinceramente pentito. Basta fare una conferenza stampa e chiedere scusa a tutte le persone che abbiamo deluso (nel caso dell’opinione pubblica americana) oppure chiudersi un camera a piangere tutta la sera (nel caso della vita). Io ho fatto entrambe le cose. Ho radunato la Babsie e la gatta chiedendo amaramente scusa, e poi sono andato a piangere in un angolo per qualche ora.

E la vita mi ha dato un’altra chance!

Chelou torna a suonare a Parigi. Non solo! Viene alla Boule Noire, piccolo, delizioso locale sul boulevard de Rochechouart, letteralmente a due minuti a piedi da casa – viene comodo pure per bere una birra perché più che una sala da concerti, è un… come si dice discoteca in Italia nel 2019? In inglese esiste club, in francese boîte, sono nomi universali che attraversano i generi musicali e le età dei frequentatori, ma in Italia ho l’impressione che il modo di chiamare un locale dove si balla dipenda dai casi. Come li chiamate l’Alcatraz o il Goganga a Milano?

Vabbè, lasciamo da parte il glossario della febbre del sabato sera. Compro di nuovo i biglietti per Chelou e questa volta metto trantacinque sveglie e dodici allarmi, faccio nodi ai fazzoletti, installo trappole per topi e ghigliottine nell’ingresso e pago un sicario per spararmi un proiettile di gomma sulla nuca alla vigilia del concerto con un post-it appallottolato intorno al proiettile che dice “CONCERTO DI CHELOU DOMANI”.

Funziona. La sera in questione, io e la Babs arriviamo puntuali. Entriamo alla Boule Noire, ci saranno in tutto dieci persone che bevono una birra a bordo pista come se aspettassero l’autobus alla fermata. Beh, probabilmente dieci persone sono il nuovo record di presenza a un concerto di Chelou, mi dico, non è male. Sul palco spunta un ragazzino francese che dimostra dodici anni e prima che io abbia il tempo di chiedergli se si è perso e se vuole che lo aiuti a ritrovare i genitori, annuncia al microfono: “Oggi pomeriggio mi hanno chiesto di fare da ‘band di supporto’ questa sera al concerto di Chelou, siccome avevo già finito i compiti di scienze, ho accettato.”

Fa partire un po’ di roba preregistrata su solito MacBook Pro che ormai è indispensabile sul palco di ogni concerto (sigh!) e si mette a suonare la chitarra elettrica e cantare. Per essere un ripetente di prima media è pure bravino, certamente simpatico. Intanto arriva altra gente, non credo ai miei occhi. Quando è il momento di Chelou, ci sarà quasi un centinaio di persone in sala.

Io e la Babsie siamo in prima fila, più per il disinteresse degli altri che per la nostra foga, anche se devo dire che è un’ottima posizione perché mi permette di appoggiare la mia birra sul palco quando il braccio si stanca.

Chelou è bassino, ha la pelle del colore dei morti nelle celle frigorifere delle serie TV sulle inchieste giudiziario-poliziesche, i capelli biondini, lisci e molli, e una pletora di chitarre elettriche schierate sul palco. Lo accompagnano un batterista e l’immancabile MacBook Pro (grrrr….)

Come prima canzone mi fa una cover dei Nirvana che mi ero rimesso ad ascoltare (proprio quella canzone, intendo, non i Nirvana in generale) proprio in questo periodo, dopo anni che non l’ascoltavo. Coincidenza? I don’t think so! Qualcuno deve avergli detto che ci sono io questa sera al concerto, e lui ha voluto farmi un omaggio. Anche se per questioni di pudore, credo, finge di non sentirmi o vedermi quando lo prendo per il gambale dei jeans e grido cose che non ricordo più.

All’inizio sembra un po’ timido, il nostro Chelou; poco a poco però si scioglie e si mette perfino a parlare! Anzi, vuole chiaramente stabilire un legame emotivo con il suo pubblico.

“Ciao Parigi” dice, facendo prova di grande originalità. “Mi spiace per Notre Dame… cioè l’architettura in Gran Bretagna non è niente di che quindi non me ne frega niente in genere… ma mi spiace di Notre Dame, per voi intendo…”

Anche meno, Chelou! Torna a suonare, eh? Non ti preoccupare, ti troveremo uno speechwriter per la prossima volta.

E lui suona, suona… fino alla fine del concerto, musica celestiale.

Quando cala il sipario (ovvero quando dà conferma al suo Mac che vuole veramente fare shut down del sistema), il buon Chelou va a mettersi quatto quatto in fondo alla sala, appollaiato mestamente vicino a una piccola montagnetta dei suoi dischi. Cosa? Dischi?!? Ma allora esistono! Si possono comprare! Però… ehm, 18 euro per il tuo vinile? A ‘li mortacci, Chelou, mica hai scritto The Dark Side of the Moon, eh?

E vabbè, io sono per il sostegno agli artisti giovani, onesti, indipendenti, puri come te. E poi, ogni volta che c’è da spendere, la Babsie m’incoraggia. Te lo compro! Una ragazza che ha appena comprato il suo album gli ha chiesto una dedica; così, quando mi presento io, lui prende automaticamente in mano il pennarello e chiede i nostri nomi. Io e la Babs glieli diciamo, gli facciamo pure dieci volte lo spelling perché lo vediamo molto, ma molto incerto. Finalmente firma la dedica, e nel renderci il vinile fa: “Sono i nomi dei vostri figli?”

“Certo”, dico io. “Sono i nostri figli a essere i tuoi veri fan, a noi due ci fai schifo, ma al concerto ci siamo venuti noi perché loro sono troppo piccoli. Ho memorizzato tutto quello che hai cantato, appena torno a casa glielo ricanto tutto uguale, ai miei figli. Noi facciamo sempre così.”

No, in realtà non lo dico. La Babs mi previene e dice la verità: che quei nomi sono i nostri, perché non abbiamo l’abitudine di far autografare i nostri dischi con dei nomi random di altre persone.

Si crea un silenzio leggermente imbarazzante. Vorrei spostarmi per far posto alla lunga fila dietro di me, ma dietro di me non c’è nessuno. Chelou sorride come un bastardino a cui hanno appena rotto le ossa e poi fatto una carezza.

“Di dove sei?”, gli chiedo tanto per fare conversazione.

“Sono di Londra… ma ormai ho smesso d’interessarmi alle città”, mi dice.

Scusa, Chelou, ma che minchia vuol dire? Mah. Sono tentato di usare la stessa risposta alla prossima festa, per vedere l’effetto che fa. Oppure lo posso dichiarare per i documenti. Tipo:

  • Impiegato: “Luogo di nascita?”
  • Io: “Monza, ma ormai ho smesso d’interessarmi alle città, quindi scriva pure ‘Fagioli borlotti”.

Caro Chelou. Ho avuto il mio concerto, ho il mio disco, ho perfino la mia dedica. La terza dedica che mi capita di chiedere in vita mia (sempre a degli emeriti sconosciuti, perché mi fanno tenerezza: le altre due sono di Erika M. Anderson e Jonathan Clancy degli His Clancyness). Ora vado a casa contento, non ho altro da chiederti. Anche perché, a dirla tutta, ho un po’ paura ogni volta che apri bocca non per cantare.

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PREMIATA DITTA NOBEL & CO

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Da dove riprendere le fila del discorso? Da una dichiarazione d’intenti in relativa buona fede (diciamo “buona” al 70%, con una fetta di nichilismo e pepite di cinismo a completare la torta). Non chiamerò mai (mai!) Bob Dylan “menestrello”. Mannaggia, l’ho appena fatto! E già che ci siamo, non chiamerò mai Patti Smith la “sacerdotessa del rock”, o Lou Reed il “vate di New York”, o David Bowie il “camaleonte”, o Prince il “folletto”, o Sergio Endrigo… insomma ci siamo capiti.

I nomignoli affibbiati dai giornalisti alle rockstar danno appena meno fastidio di una spinta per le scale. Appena. L’altra cosa che francamente ha stufato, su Dylan in particolare, sono i riferimenti al premio Nobel e i relativi commenti sullo snobismo con cui (non) l’ha ricevuto. Non c’era bisogno di arrivare al 2016 per scoprire che Dylan è uno snob e anche un po’ stronzo. Amici, ho una rivelazione per voi: quasi tutte le rock star famose lo sono. E anche una buona parte di quelle più affamate che famose.

Pensavo a tutte queste cose, mentre me ne stavo infrattato nella mia poltroncina vellutata al Grand Rex, sala parigina che di solito funziona da cinema, ma che sbarca il lunario prestandosi anche ai concerti dei brontosauri del rock, mentre con l’altro neurone seguivo l’account Twitter dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per sapere se avrebbero dichiarato l’epidemia di Ebola in Congo una minaccia alla salute pubblica internazionale (mi porto il lavoro ai concerti, me tapino.) Di tanto in tanto trovavo perfino le risorse mentali per sollevare la pinta di birra annacquata parcheggiata ai miei piedi e prenderne un sorso. Dall’alto della mia terza balconata, avrei potuto acchiappare la guglia di Notre Dame prima che cadesse, se l’incendio fosse scoppiato quella sera.

Il concerto che aspettavo, se non fosse ancora chiaro, era proprio di Bob Dylan (l’altra cosa che non sopporto è quando si sente il bisogno di citare il suo vero nome, Robert Zimmerman – mannagg… vabbè). Tra un aggiornamento e l’altro via Whatsapp della Babs, il cui tono indicava crescente disperazione (Sto uscendo di casa! Sto camminando più in fretta che posso! I semafori sono tutti rossi! Il boulevard è inondato da un torrente in piena! Nel torrente nuotano i piranha! Gli Ostrogoti attaccano dal lato di République!), sorseggiavo la mia birra e mi dedicavo a un classico hobby pre-concerto: osservando il numero di posti vuoti rimanenti e stimando la velocità di riempimento delle poltroncine, calcolavo il probabile numero di arrivi tardivi, aka quei coglioni che ti costringono ad alzarti per farli passare a concerto iniziato. Ogni volta mi sbaglio per difetto. E non ditemi che ai concerti rock bisogna andare nel parterre e stare in piedi. Sono d’accordo, in genere, ma il pubblico di Bob Dylan non può reggere in piedi più di venti minuti e deve andare al bagno ogni tre quarti d’ora al massimo.

Pochi minuti prima dell’inizio, l’OMS si è decisa a non dichiarare l’epidemia di Ebola una minaccia per la comunità internazionale (il film con George Clooney è rimandato), la Babs è arrivata e il novanta per cento dei problemi sono finiti. Il flusso dei parigini imbruttiti però ha continuato a spurgare in sala anche a concerto iniziato… anche due o tre canzoni dopo l’inizio…

Io e gli altri intorno a me, intanto, avevamo iniziato un nuovo gioco: “Riconosci la canzone”. Perché nel caso non lo sapeste, al signor Dylan piace fare la chirurgia plastica ai suoi pezzi, quando li interpreta dal vivo. In tanti si svegliavano dopo un paio di minuti di canzone gridando felici “AH, HO CAPITO QUAL E’!” E poi, un minuto dopo: “No, mi sa che mi ero confuso…”

Allora ve lo dico subito, lì per lì io ho riconosciuto solo “Like a Rolling Stone”, “Highway 61 Revisited”, “Blowing in the Wind” e “Don’t Think Twice, It’s All Right”. Che poi sono anche le sole canzoni che conosco di Bob Dylan (più o meno). Quindi dai, non me la sono cavata malaccio.

Il commento della serata, preciso come sempre, è arrivato dalla Babsie. Che durante la pausa prima dei bis ha enunciato: “Vabbè, comunque è riuscito a fare un concerto intero senza cantare una sola canzone.”

Poverino. Non è che la voce sia mai stata il suo pezzo forte. Del resto, il rock non è la lirica. Johnny Rotten e Jimi Hendrix fanno fatica anche con “tanti auguri a te”, eppure sono leggende. Ma la Babsie aveva ragione.

Alla fine Dylan se n’è andato senza una parola per il pubblico, manco un “Ciao Parigi!” (neanche questa è una sorpresa) e ha fatto una sorta d’imitazione dello spaventapasseri in mezzo al palco a mo’ di saluto. Io e la Babsie siamo usciti contenti, il concerto è stato bello, nonostante il suo carattere di merda e il pubblico ritardatario che cercava il posto a tentoni nel buio.

Siamo usciti dal Grand Rex talmente elettrizzati da decidere di goderci il resto della serata con una lunga passeggiata verso casa, inframmezzata da una pausa in uno dei nostri ristoranti preferiti del quartiere. Passeggia, passeggia, magna e bevi, il venerdì sera è finito in bellezza…

… e lunedì mattina mi sono improvvisamente ricordato che al concerto, ci ero andato in bicicicletta. E l’avevo lasciata al Grand Rex. Tutto il weekend. Dopo un minuto di raccoglimento nell’androne di casa, sono partito a cercarla. Ovviamente al suo posto ho trovato una Rolls Royce in omaggio. Dove diamine sarà la mia povera bicicletta? The answer, my friend, is blowin’ in the wind.

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LA FABBRICHETTA SULLA RIVE GAUCHE

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L’altra sera mi sono ritrovato a ridere fra me e me. Il che, per inciso, è un problema. Perché stavo cercando di prendere sonno: era tardi, ero a letto, ero stanco. Non volevo ridere, volevo dormire.

Ma era più forte di me. Stavo scorrendo le opzioni dell’app di suoni zen che ho scaricato sul telefono per addormentarmi più facilmente. Dopo i prevedibili “pioggia nel pineto”, “campane tibetane”, “onde che s’infrangono sulla battigia in Polinesia” (ma non era più economico registrarle a Lignano Sabbiadoro?), “fuoco scoppiettante”, “grilli e cicale”, mi aspettavo cose sempre più zen e rilassanti, tipo: “monaco in meditazione”, “cotone che cresce”, “gatto narcotizzato col valium che dorme su cuscino posato sopra materasso” e così via.

Invece sono arrivati (giuro): rumori del traffico, macchine sull’autostrada e – tenetevi forte – aspirapolvere. Chi non è mai andato dal vicino del piano di sopra per dire “Scusi, non riesco a prendere sonno, può passare un po’ di aspirapolvere?”

Ripresomi dallo choc, mi sono detto: questi ultimi devono essere i suoni zen per far addormentare il milanese imbruttito.

Siccome però, da quando sto a Parigi, il milanese imbruttito non lo frequento più molto (e quasi mi manca… quasi), e siccome poi di questi tempi bisogna pur difendere l’onore della Patria in guerra diplomatica con la Francia, anziché accanirmi contro i milanesi, mi dico: parliamo dei parigini imbruttiti.

Fenomeno paradossale, direte voi. Che i milanesi s’imbruttiscano, si può capire: un panorama urbano che nessuno rischia di confondere con Praga o Venezia, nebbia e gelo d’inverno, afa e zanzare d’estate, il Mercedes che ti ringhia perché in quanto pedone gli stai sui maroni a prescindere… a ben vedere, la misantropia a Milano è una via di mezzo fra tecnica di sopravvivenza e corrente di pensiero.

Milano non ti offendere, ti voglio bene! Però è vero e lo sai.

Ma nella Ville Lumière? Nella città dell’amore? Sotto la torre Eiffel e le campane di Notre Dame, lungo la Senna e sui gradini di Montmartre, come si fa a imbruttirsi? Perfino il Gobbo di Notre Dame, cesso letterario per antonomasia, è un eroe romantico.

E invece. Pure il parigino s’imbruttisce. Eccome. In confronto, il milanese imbruttito è un Teletubby.

Tanto per cominciare dai classici: i camerieri. Farsi maltrattare dal cameriere a Parigi è un’esperienza turistica. A Londra i turisti aspettano il cambio della guardia a Buckingham Palace. A Parigi, si piazzano davanti a una brasserie e aspettano l’insulto al cliente.

Le specialità riconosciute dalla federazione francese dei camerieri sono: Passaggio ignorante (nel senso di ignorare il cliente mentre gli passi davanti – la base, direi), Sbattimento della saliera sul tavolo, Commento ironico durante l’annotazione dell’ordine, Sbuffo mentre si servono i piatti e, per i più virtuosi, Lo sfanculamento diretto. Quest’ultimo è raro, l’ho visto coi miei occhi una sola volta: il cameriere aveva appena servito due calici di rosso. Incazzato non si sa perché, li ha ripresi e ha invitato i clienti a togliersi dai piedi. È successo in un bar che si chiama “Rendez-vous des amis”. Ritrovo degli amici. Chissà se fossero stati i nemici.

Il pensiero spontaneo di noi immigrati è: ce l’ha con me perché sono straniero. Ma no. Lo fa con tutti. È fatto così. Amici francesi confermano: il cameriere parigino non ha pregiudizi, gode nel torturare senza distinzione di razza, credo religioso e orientamento sessuale. È selezionato geneticamente per essere aggressivo, come il pitbull.

Il cameriere, insomma, lo conosciamo. Da lui ci aspettiamo il peggio. Quello a cui non siamo preparati è il resto.

Prendiamo i mezzi pubblici. Lì, il parigino imbruttito lo riconosci subito.

Prendere una metropolitana a Parigi richiede allenamento, prontezza di riflessi e la disponibilità a gettare il proprio bebè sotto il treno, piuttosto che perdere il momento buono per salire o scendere dal vagone.

Primo ostacolo: l’entrata. Questa inizia con le scale che scendono nel ventre oscuro della città. In superficie, le bellissime inferriate art nouveau che fanno la gioia di Instagram. Ma appena inizia la discesa agli inferi, l’atmosfera cambia.

“Pardon!”, ti grida nell’orecchio un’ottuagenaria con le stampelle perché tu non stai scendendo abbastanza veloce. Ti sfreccia accanto saltando sui gradini e spintonandoti con destrezza, finge lo scontro casuale però intanto ti ha levato una scarpa e dato una botta al fegato.

Poi ci sono i tornelli di convalida del biglietto.

Ora, ogni turista e anche una buona parte di persone normali possono avere un istante di debolezza ai tornelli: prendi il biglietto già convalidato, cerchi l’abbonamento nella tasca sbagliata, hai un momento d’esitazione sulla direzione da prendere.

In quei momenti, infallibilmente, una parigina di mezza età, bellissima, shabby chic, capelli lunghi legati in una morbida coda, smalto scarlatto, occhi da Ivan Drago, sbuffa forte appena dietro di te. Ti sta così attaccata che senti l’alito sul collo. Ma la sentiresti anche a dieci metri di distanza, perché sbuffa forte, con intenzione: vuole essere sicura che tu la senta bene, perché lo sbuffo è come dire “coglione”. C’è più gusto nel dare del coglione a qualcuno, se quello ti sente.

E mentre non sai più dove avevi messo il biglietto e ti affanni fra una tasca e l’altra e tutta la vita ti passa davanti, lei si sposta sul tornello accanto, sibilando, sbuffando e sbattendo i tacchi per assicurarsi che anche il bigliettaio addormentato si svegli e assista alla tua umiliazione.

Una volta sulla banchina, ti asciughi le perle di sudore dalla fronte mentre aspetti il treno. Non c’è da rilassarsi: il parigino imbruttito ti sta studiando e con gli occhi ti fa capire che ovunque ti piazzi, gli starai fra i piedi. Cerchi un angolo solitario, per farti dimenticare. Inutile.

Arriva il treno. È pieno. Gente schiacciata contro le porte del vagone. Come previsto, ti accorgi di stare sul passaggio di qualcuno che vuole salire. Anche se stavi lì per primo, in qualche modo, la colpa è tua. Lo capisci da come ti guarda.

Quando le porte si aprono, com’è come non è, ti ritrovi a bloccare anche quelli che scendono: un anziano signore di colore ti squadra come un imbecille dalla soglia del vagone, mentre dietro di te si è creato un capannello di gente che sbuffa.

Finalmente ce l’hai fatta, non sai come. Sei salito a bordo. Il treno arriva a République. Entra in stazione, rallenta. Nel vagone, nessuno si muove e tu pensi: “Non scende nessuno.” Il treno rallenta ancora un po’, rallenta sempre più. Ancora nessun movimento all’interno. Si continua a leggere un libro, giocare col telefono, chattare con la bisnonna YouTuber in una località della Borgogna.

Il treno si ferma. Si aprono le porte: è come se il conducente avesse sparato il colpo del via nei cento metri piani, finale olimpica. In un istante, i libri si chiudono, i telefoni spariscono nelle tasche, le nonne balzano in piedi laggiù in fondo, in un angolino lontano dalle porte.

“Pardon!” “Pardon!” “Pardon!”

Il parigino imbruttito lo riconosci da come ulula “pardon”. Come se pronunciasse una formula magica: detto quello, vale tutto. Ogni suo gesto violento è scusato. A quel punto, sul vagone della metro, lo vedi abbassare il baricentro, mettere la spalla in avanti e partire verso l’uscita come un rugbista neozelandese. Ogni cosa sul suo cammino sarà spianata. Naturalmente, sul suo cammino ci sei tu.

Ancora un “pardon!” e arriva una fitta alle costole seguita dalla sensazione di calore all’orecchio (a casa scoprirai che hai riportato una leggera abrasione e ti ha portato via il piercing). Raccogli gli occhiali da terra, pagando caro l’aver abbassato la guardia: un altro “pardon!” ti stende allungato al suolo. L’ottuagenaria con le stampelle ti passa sopra e fa appena in tempo a lanciarti un’altra occhiata fra fastidio e pietà prima di allontanarsi sulla banchina. Le porte si richiudono, il vagone riparte.

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Finalmente arrivi al supermercato. Dove le cose peggiorano.

Finché navighi per le corsie, sei in salvo. È come quando sali sullo scalino giocando a “rialzo”, nessuno ti farà del male. Ma quando arrivi alla cassa è come se corressi la staffetta per la medaglia d’oro.

Se la cassa numero dodici si libera e tu non scatti come un ghepardo a digiuno, dietro di te una parigina bellissima con lo smalto scarlatto e i tacchi da venti centimetri ti sbuffa così forte sul collo che prendi un colpo d’aria. Dietro di lei, un cinquantenne in giacca e cravatta che ha comprato dieci rotoli di carta igienica ti dice: “Monsieur, va o non va?”, come se tu avessi fatto la spesa per finta, per fare tutta la fila alla cassa e alla fine dire: “No, scherzavo, non prendo niente.”

Due minuti dopo, stai freneticamente buttando nei sacchetti i vasetti di yogurt, le birre e il sapone, mentre la cassiera ti guarda come se stessi occupando abusivamente lo spazio pubblico. Vede benissimo che entrambe le braccia che la natura ti ha dato in dotazione sono impegnate completamente a insacchettare, ma ti ripete ossessivamente: “Fanno quarantacinque euro e dodici centesimi”, come se a forza d’insistere, ti facesse spuntare un terzo braccio dallo sterno con cui prendere la carta di credito e pagare. Quando già il livello di stress è alto e il vasetto di olive ti cade di mano, la parigina bellissima di mezza età con gli occhi di Ivan Drago sbuffa di nuovo: continua a tallonarti, sta aspettando che ti levi dalle scatole per pagare.

Cedendo alla pressione, interrompi l’insacchettamento, prendi la carta di credito, paghi: speri così di ottenere clemenza, ma quando la carta ci mette un po’ a essere letta e sbagli un paio di volte il pin per il nervosismo, perdi ogni speranza. Finisci più in fretta che puoi, impacciato, col sudore che ti appanna la vista. Esci di corsa e solo in quel momento ti accorgi di aver lasciato il salmone e il vino alla cassa, insieme all’abbonamento della metro, la tessera sanitaria e la foto dei tuoi figli alla cresima. Disposto a sacrificare il tutto pur di non rischiare di nuovo la pelle nel supermercato, prosegui rassegnato.

Rassegnato… ma non sconfitto. Non puoi mollare. Ti aspetta la boulengerie. Ah, le boulangerie parigine! L’odore di pane, i tortini alla cipolla, il croissant, le baguette…

Sei in coda (c’è sempre la coda, nelle boulangerie). Hai ripassato mentalmente la parte per un quarto d’ora, ma quando arrivi finalmente al banco, scatta il vuoto di memoria. Disperato, farfugli: “Argh.. buonasera, avete… urgh… il pane ai c-cereali?”

“No.”

È il worst case scenario. Non hanno la tua prima scelta.

Il tono del “no” è secco, lo sguardo della panettiera è duro. Esiti mezzo secondo, aspetti che lei aggiunga “mi spiace”, o un qualunque altro suono che indichi intenzioni pacifiche. Ma è come avere di fronte un iceberg. Appurato che lei non aggiungerà altro, passi freneticamente in rassegna tutti i tipi di pane esistenti ma non te ne viene in mente nessuno. Cetrioli… no, non va bene… chiave inglese… no, non si mangia… stai per dire “mi dia quello che vuole” quando…

… dietro di te, una parigina di mezza età coi tacchi e i jeans aderenti e il rossetto scarlatto sbuffa così forte che ti spettina.

Qualcuno paga le parigine belle di mezza età per intimidire la gente in coda.

Avvilito, esci dalla boulangerie con la tua torta di albicocche (che ti fa schifo fin da quando eri bambino) e decidi di prendere la bicicletta per fare un giro.

Montato in sella ti senti già meglio. Impugni il manubrio baldanzosamente, dai la prima pedalata, arrivi sul boulevard, inforchi la corsia per le biciclette. Passano dieci secondi.

“Driiiiin!” Driiiiin!” “Driiiiin!”

Cominciano i campanelli. Dietro di te. La corsia per le bici è stretta, ma non c’è da rischiare: il “driiiin” della bicicletta è come il “pardon” del pedone. Un manifesto programmatico di genocidio.

Ti fai più a destra che puoi, correndo il rischio (accettabile, date le circostanze) di urtare lo scalino del marciapiede e cadere faccia avanti.

Un convoglio di biciclette ti sfreccia accanto. Lo spostamento d’aria è così forte che rischia di sfilarti il giubbotto. Passano nell’ordine: anziana con stampelle legate nel portapacchi, che tira il gruppo. Ragioniere su bici da corsa, cravatta al vento. Studentessa su Graziella monomarcia, che fa mulinare le gambe come le pulegge di una locomotiva. Stai per riprendere il centro della corsia quando ti sfiora, quasi ti travolge, e infine ti sorpassa, una parigina di mezza età, bellissima, capelli raccolti in coda al vento, jeans stretch, tacchi. Ti dà una scampanellata che sembra la festa di San Martino.

Quando sei certo che siano passati tutti, ma proprio tutti, riprendi timidamente il centro della corsia, giusto in tempo per trovarti di fronte un giovane con gli occhi incollati al telefono che attraversa la pista ciclabile senza accorgersene. Suoni, lo eviti per un pelo (al modico prezzo di prendere un palo della luce con il gomito, contusione guaribile in tre settimane), lui ti guarda come se avessi disturbato Einstein sul punto di scrivere la formula della relatività.

Torni a casa. Casa. Salvo. Ti butti sul divano. Accendi il televisore, scorri i canali. Danno “Il favoloso mondo di Amélie.” Ti succhi il pollice rannicchiato in posizione fetale. Guardi. Piano piano, ti distendi. Amélie fa la spesa, Amélie passeggia a Montmartre. Va tutto bene. Quasi quasi, ti dici, domani ci riprovo. Oggi ho avuto sfortuna.

Arriva la  scena dei sassi sul Canal Saint Martin.

La metropolitana è un ricordo lontano.

Che città romantica è Parigi…

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QUELLA COSA LI’

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“Perché ascoltare i Queen se posso ascoltare Bach?”, ha chiesto tempo fa un’amica.

E ha ragione, dal suo punto di vista. Perché se stai cercando quello che può darti Bach, non lo troverai nei Queen. Ma ha anche torto. Perché vale anche il contrario. Quello che ti danno i Queen (o Vinicio Capossela, o i Sex Pistols) non lo troverai in Bach.

Perché la musica classica e la musica pop/rock non sono comparabili. “Che scoperta!”, direte voi, non vorrai mica fare paragoni fra Mozart e Donatella Rettore!

Ma no, intendo proprio dire che non sono comparabili. Cioè che ad andare proprio fino in fondo al discorso, non so se sia meglio Mozart o Donatella Rettore. Sarebbe come chiedermi se è meglio una mela o una moto.

Chiedimelo quando ho fame e ti risponderò in un modo. Chiedimelo quando ho fretta e forse la penserò diversamente.

Lasciando perdere le definizioni della musica classica (tanto avete già capito dove sto andando a parare), che cos’è allora la musica rock? Una mela o una moto? Non lo so. A proposito di definizioni: non facciamo i pedanti, qui si parla di rock nel senso più generico possibile, di musica “dei giovani” se volete: tolti la classica, il jazz e i cori degli alpini… tutto il resto. Ma tutto. Da De Andrè a Rihanna, dai Black Sabbath all’elettronica spinta di Ibiza. Insomma qualcosa che non è definito da uno stile o da un’estetica, ma da… da un non-so-che. Vediamo. Proviamo ad arrivarci.

Cominciamo da cosa non è il rock. O almeno, non necessariamente.

“La musica rock non è arte!” ha detto di recente un amico mentre mi scarrozzava in auto, polemizzando scherzosamente. O scherzando polemicamente. Insomma per provocarmi, ma sorridendo.

Io gli ho dato subito ragione, perché la sua affermazione mi è parsa del tutto evidente. La musica rock può anche diventare arte, eventualmente. Ma non nasce per essere arte. Anzi, quando un musicista rock parte con l’idea di fare arte, di solito finisce male. O malissimo. Insomma raramente i risultati sono buoni.

Se invece parti con l’idea di fare musica rock, e poi succede che hai fatto anche arte, allora è meraviglioso. Allora hai scritto A Day in the Life.

Vabbè, dice lui, non è arte, ma allora che cos’è?

Secondo me la definizione più vicina al vero che si possa dare è che la musica rock è un mezzo di comunicazione che esiste perché persone lontane nello spazio e nel tempo riescano a parlarsi.

Secondo me la musica rock è nata quando quasi settant’anni fa una generazione di giovani più o meno insoddisfatta/insofferente/incazzata/infoiata si è resa conto che aveva qualcosa di grosso da dire. Ma c’erano due problemi.

Il primo è che non sapeva esattamente cosa voleva dire.

Il secondo è che non aveva idea di come dirlo.

L’intuizione geniale, ma veramente geniale, di gente come Chuck Berry e Little Richard e gli altri è stata di capire che la seconda domanda era più importante della prima. Tutto il contrario di quello che ci insegnano di solito.

E così hanno cominciato a preoccuparsi di come dire, prima che pensare a cosa dire. E hanno deciso di esprimersi prendendo in mano strumenti musicali e cominciando a suonarli diversamente da prima: più veloce, più sporco.

E non avendo ancora deciso cosa volevano dire davvero, tanto per rompere il ghiaccio hanno cominciato a parlare di cose a caso, tipo amori giovanili, voglia di andare a ballare, genitori rompipalle, risse, frizzi e lazzi, “hey baby sei troppo forte” e così via.

E le note hanno viaggiato nell’etere e da qualche parte in America e nel mondo, milioni di giovani hanno ascoltato e hanno puntato il dito verso la radio e hanno gridato:

“ECCO! ECCO! SI’! QUELLA COSA LI’! PROPRIO QUELLA LI’! QUELLA COSA SONO IO!”

Quei milioni di giovani hanno capito in quell’istante che anche loro, senza essersene mai resi conto, avevano la stessa cosa da dire. E che anche loro fino a quel momento non avevano mai bene capito cosa volevano dire e come potevano dirlo.

Quasi settant’anni d’esperienza con il rock ci hanno reso più saggi e ci sono serviti a capire che non c’era bisogno di esprimere chiaramente quello che vogliamo dire. Resta più importante come lo diciamo.

Possiamo continuare a usare parole tipo “sole, cuore e amore”, possiamo continuare a scrivere canzoni sull’andare a ballare e bere una birra – sappiamo che stiamo parlando di quella cosa lì. Quella che settant’anni fa ci ha fatto puntare il dito verso la radio e gridare. La stessa cosa ti ronza dentro mentre pensi a vivere.

Jeff Tweedy, uno di questi signori che un giorno ha preso la chitarra in mano (anche se in tempi più recenti di Elvis e Chuck Berry), recentemente ha dato la migliore definizione possibile di musica rock:

“E’ il sentimento che dall’altra parte dello stereo ci sia qualcuno che prova le stesse cose che stai provando tu.”

Ecco, quella cosa lì. Quello secondo me è il rock and roll. Non importa se usi una vecchia chitarra acustica o un beat elettronico sul Mac. Se canti o rappi, se suona come metallo pesante o una molle come una ballata.

Noi ci siamo capiti.

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