PRESEPE VIVENTE

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Sarà che la mezza età ti rende particolarmente sensibile alla gerontofobia dilagante, sarà che se non sei nativo digitale al giorno d’oggi ti chiedono il permesso di espiantarti un organo, fatto sta che ho deciso di andare a vedere il concerto di Nick Mason.

Come sarebbe “Chi è Nick Mason?”, ma io vi dis-Facebook-amico subito, ignoranti! Nick Mason è il batterista dei fu-Pink Floyd, la mitica band del Lato Oscuro della Luna e poi del lato duro del Muro, quella di “we don’t need no education”, del porcello in volo su Londra, quella che vendette fantastilioni di dischi e fece la storia, ma a un certo punto divenne l’emblema dei brontosauri del rock, del vecchiume, della roba fuori moda di cui fare ripulisti – e con questo siamo solo al 1977.

Oggi Nick Mason, collezionista d’auto sportive, è un simpatico settantaquattrenne. La sua storia è un po’ quella di Ringo Starr (spero di non dovervi dire chi è Ringo Starr): entrambi batteristi, entrambi sono entrati indiscutibilmente nel pantheon del rock, ma entrambi ci sono entrati più grazie alla genialità dei loro compagni di band che alla propria tecnica sopraffina, però proprio per colpa di questi musicisti geniali a cui si sono accompagnati entrambi hanno finito per essere sottovalutati, entrambi hanno rappresentato l’elemento buontempone e scanzonato della band, mentre (entrambi) vedevano i due maschi alfa del gruppo sviluppare un odio reciproco profondo e rancoroso (il maschio alfa più irrequieto, più carismatico, creativo, più impegnato, cioè John Lennon e Roger Waters da una parte, contro il maschio alfa più talentuoso musicalmente, più bravo tecnicamente, più maestro delle note e degli accordi, cioè Paul McCartney e David Gilmour dall’altra), entrambi hanno visto il terzo incomodo di quel duello morire di cancro, forse per aver assorbito tutta la bile versata dai leader (George Harrison, Richard Wright).

Avete mai visto due storie più parallele?

Ma lasciamo navigare Ringo Starr nelle sue acque placide da milionario e torniamo a Nick Mason.

Nick Mason a un certo punto deve essersi detto che lucidare ogni mattina il cofano della sua Ferrari Daytona doveva essere un po’ noioso, e così si è messo in testa di fare una turné. E Nick Mason essendo persona intelligente, deve essersi anche detto: “Se mi metto a suonare quel che ho fatto al di fuori dei Pink Floyd, manco mio cugino mi viene a vedere”.

Ergo, bisogna fare una turné portando in giro canzoni dei Pink Floyd. C’è solo un problema: uno di quei due maschi alfa di cui sopra, peraltro il più fumino di carattere, Roger Waters, sta andando in turné pure lui, e ha messo in scaletta i pezzi forti dei Pink Floyd, quella serie di album (The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals, The Wall) che stanno agli anni Settanta come i contrafforti stanno alla cattedrale. E a buon diritto, perché nel complesso, di quei dischi Roger Waters è padre e padrone: li ha concepiti, voluti, per la stragrande maggioranza li ha scritti e cantati. È roba sua, insomma. Mason non poteva né fare un doppione di valore decisamente inferiore (perché un batterista contro un frontman-compositore è come il Sassuolo contro l’Int… no fermi: è come il Maggiolino Volkswagen contro la McLaren). E probabilmente, rancoroso e pieno di bile non digerita com’è ancora oggi, Waters l’avrebbe pure portato in tribunale.

Allora Mason ha fatto una furbata e ha deciso di andare in turné con tutte quelle canzoni che i Pink Floyd fecero prima di raggiungere successo intergalattico. Che fa pure figo-alternativo e tra l’altro, guarda caso, tira la volata al maxi-cofanetto grande quanto un divano che la loro casa discografica ha pubblicato l’anno scorso, dedicato proprio a quella primavera nell’esistenza dei Pink Floyd e pieno di cd, dvd, fotografie, cartoline, manifesti, riproduzioni, pezzi di pelle secca e verruche.

Vabbè ma questo concerto com’è stato? Ve lo racconto: entrate con me all’Olympia di Parigi.

La prima cosa da dire, è che l’Olympia è una sala mitica (sul serio), su questo non c’è dubbio. La seconda, è che stasera tutti i posti sono a sedere. Ora, i posti a sedere a un concerto rock sono un po’ come i posti in piedi alla messa: quando arrivi tardi e non trovi altro, passi; altrimenti, meglio evitare, ecco. Il fatto che tutti i posti all’Olympia siano a sedere, ci dà già parecchi indizi: gli organizzatori si sono (giustamente) preoccupati per la circolazione nelle gambe e le vene varicose del pubblico.

Già, ecco, il pubblico: mai visto un concerto con così pochi smartphone. Probabilmente perché la maggior parte della gente in sala non li possiede e/o non li sa usare. Più che pogare, qui ti fanno alzare dalla poltroncina perché ogni due minuti qualcuno deve andare in bagno, che la vescica non tiene più come un tempo. Insomma, sembra il pubblico di Woodstock 1969… al giorno d’oggi.

Anche io, eh! Non crediate che mi senta al di sopra. Ho preso solo una mezza birra per non rischiare.

Lo stesso Nick Mason, a dire il vero, deve essere consapevole del bisogno di ringiovanire un po’ l’atmosfera. E infatti nella sua band ha chiamato ragazzini come Gary Kemp, il chitarrista degli Spandau Ballet.

Cominciano a suonare: splendido, bravissimi. Come sempre (sarà l’età anche questo), ci sono momenti che mi commuovono: come potrebbe non essere altrimenti, quando suonano Arnold Layne?

Ogni tanto Nick Mason si alza dallo sgabello, dietro la sua batteria, per dire due parole, raccontare un aneddoto del ’68, ringraziare. Fa qualche battuta, da buontempone. A turno, i membri della band prendono la parola, raccontano aneddoti anche loro, tipo “ricordo ancora quando conobbi Nick Mason…” – un buon segno, se ricordano: vuol dire che ancora non hanno l’Alzheimer.

Sembra una serata amarcord, un vecchio ritrovo di compagni di scuola in onore dell’amico che va in pensione (dopo diciotto anni di carriera da senatore).

Direte: inevitabile, vista l’età.

Non sono sicuro. Basta fare il paragone con Roger Waters, ex compagno di band di Nick Mason, che ho visto in concerto (pure lui) a giugno scorso.

Waters, che ha un anno in più di Nick Mason, è un artista vitale, attivissimo, pieno d’energia, perfino troppa! Sempre incazzato… calmati, Roger! Alla tua età, pensa al cuore, alla pressione! Waters ha tante cose da dire. Come il pesce-ratto di Fantozzi, quel che fa Roger Waters oggi può piacere o non piacere, ma è roba nuova, viva (l’ultimo suo disco è uscito l’anno scorso). Il concerto di Roger Waters non è un inno alla nostalgia, anche i pezzi dei Pink Floyd che hanno più di quarant’anni sono scelti perché s’inseriscano in un contesto attuale, interpretati in maniera da filare in un discorso da 2018 – per quanto non particolarmente originale, tipo “Trump è un coglione” eccetera.

Nick Mason, ti dico: ho adorato il tuo concerto, la band suonava benissimo e quelle canzoni mi hanno dato i brividi, ma è stato un po’ come andare al museo.

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E con questo, cosa voglio dire?

Niente: siamo in un mondo libero, vivaddio, c’è spazio per tutti.

Infatti fra qualche mese vado a vedere Paul McCartney.

Paul, mi raccomando, almeno fino a fine novembre stai attento agli scalini, che le ossa alla tua età sono fragili.

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BENVENUTI A MONTMARTRE

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“Bravò, bravò!” (voce femminile, accento sulla ‘O’ alla francese, ma forte cadenza slava). Applausi.

… e io che schiudo appena appena gli occhi, provo (senza riuscirci) a formulare un pensiero coerente, mi giro dall’altra parte e cerco di riprendere sonno.

“Bravò, bravò!” (stessa voce). Altri applausi.

… stavolta non apro gli occhi, anzi, in segno di protesta strizzo le palpebre per impedire anche alla più microscopica particella di luce di passare; ribalto il cuscino (anche l’altro lato è zuppo di sudore…). Sbuffo, penso “dai… lasciatemi dormire… è domenica…” Intanto s’è svegliato anche il gatto, che miagola dietro la porta.

“Bravò, bravò!”, insiste la donna. Ancora più applausi. Qualche “Ohhh!” della folla.

Basta, per l’amor d’Iddio! Fatemi dormire! E poi, chi volete che sia così imbecille da credere che si vinca così spesso al gioco dei tre bussolotti? L’hanno capito anche i sassi che è tutta una truffa!

Niente: sono del tutto sveglio ormai. Mi hanno così infastidito che le mie orecchie percepiscono solo le loro voci. Il timbro vocale di quella donna, quella che fa “bravò, bravò!” mi penetra diretto nel cervello. Ho l’impressione che per il resto della mia vita non sentirò altro che: “bravò, bravò!”

Ah, Montmartre! Quartiere dei poeti, degli artisti, di quel malaffare folkloristico, colorito ma generalmente innocuo, che fa la fortuna dei romanzieri e regala brividi innocenti ai medio-borghesi che volevano essere i pirati dei Caraibi. Francamente, per farmi schiodare da Montmartre dovrebbero fare qualcosa di veramente radicale, tipo appiattire la collina o spostare il Sacro Cuore in Provenza. O addirittura farmi trovare un appartamento leggermente più grande a un prezzo abbordabile.

Quel “malaffare folkloristico”: già. Spacciatori di piccolo calibro, quelli che ti buttano lì con aria casuale un “hai bisogno di niente?” ma senza insistere; zingarelle che chiedono spiccioli oppure a volte cercano di prenderseli senza chiedere, probabilmente per non disturbare (e pensare che nelle arie di Giuseppe Verdi e nei romanzi di Victor Hugo erano tanto simpatiche, le zingarelle!); gruppuscoli di giovanotti dall’aria scapestrata che rompono qualche bottiglia il sabato notte, ma senza far (troppo) male a nessuno; fruttivendoli che ti rapinano gentilmente, senza usare le armi, anzi con simpatia, perfino dandoti lo scontrino. E tu, dopo aver pagato 10 euro per quattro melograni che non sono manco bio, dici pure “grazie e arrivederci”.

E poi ci sono quelli del gioco dei tre bussolotti. Avete presente? Tre bussolotti, tre coppette, tre tazze o tre bicchierini (non trasparenti), più una pallina… un banchetto per strada… mani abili, veloci… i bussolotti girano, si scambiano posto, rigirano… e indovina dov’è la pallina alla fine? Non s’indovina mai.

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(state alla larga! ripeto: state alla larga!)

La finestra di camera mia affaccia sui tetti in ardesia di Parigi: una vista bellissima. Più in basso, il viavai della strada, il pavè, i negozi, le brasserie – e quell’incrocio con la rue de Steinkerque: miliardi di turisti, un fiume umano che sale verso il Sacro Cuore… ma soprattutto i banchetti del temibile gioco dei tre bussolotti. Questi banchetti, ovviamente, lavorano a ritmi straordinari nel weekend, quando il flusso dei visitatori a Montmartre diventa uno tsunami. E il gioco inizia presto: salire al Sacro Cuore costa fatica, ci sono sette milioni di scalini da fare, la gente arriva già di prima mattina per evitare il sole a picco.

In un lunedì di febbraio, alle dieci di sera, Place du Tertre (quella dei pittori) è deserta, magica. C’è quasi una specie di nebbiolina, il pavè è lucido. Il Sacro Cuore è tutto per te. D’accordo, ti si formano i ghiaccioli fra le chiappe, ma sugli scalini non c’è nessuno. Nel weekend, invece, soprattutto d’estate… E io imploro gli dei: per favore, almeno al mattino presto (siamo tutti d’accordo che prima delle undici è presto, giusto?) lasciatemi stare.

Invece no. Perché il fine settimana, mattina, pomeriggio e sera, la collina di Montmartre ha la stessa densità di popolazione di una piscina a Shanghai in agosto. E per il racket del gioco d’azzardo di strada, è una manna. Probabilmente si sentono come uno squalo bianco che si getta in mezzo a un banco di sardine: basta aprire la bocca.

Qualche volta mi sono fermato a osservarli. Conosci il tuo nemico, dicono.

Il banchetto: una scatola di cartone. Tre coppette di metallo. Una pallina di gommapiuma bianca (o forse tre, o nessuna – questo è il trucco). Un tizio col visino pulito di un trafficante di prostitute balcanico che muove agilmente le mani dal dorso peloso. Intorno, un cast di figuranti – chi fa finta di giocare, chi di guardare, chi di dare consigli. Tutti complici naturalmente. Guardateli bene: hanno tutti la stessa faccia. Se portassero i maglioni rossi della Banda Bassotti non potrebbe essere più evidente.

Ovviamente, qualche metro più in là c’è il palo, anzi i pali. Auricolare sempre all’orecchio come l’agente 007, sguardo nervoso che scorre su e giù per la strada. Appena appare un’auto con la faccia della Polizia, parte la telefonata. Il banchetto sparisce nel tempo che ci vuole per dire “anvédi!”

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(cosa? “pali”, noi? mannò, stiamo qui per caso…)

Il ruolo fondamentale, fra i complici, ce l’hanno le donne. Attraggono, rassicurano, intrigano. Ti fanno perfino dimenticare che tutti gli altri, gli uomini, hanno l’aspetto di chi è appena evaso da Alcatraz massacrando le guardie e poi tagliando la gola a qualche cucciolo di labrador per divertimento. Le donne invece sorridono e fanno il tifo: quando un complice finge di giocare e “vince” (bisogna che qualcuno ogni tanto finga di vincere, per far credere al turista-pollo che la vittoria sia possibile), le donne complici gridano “Bravò! Bravò!”, ma forte, eh! E mi svegliano.

Dicevo, qualche volta mi sono fermato a guardarli. Una volta, in cinque minuti, li ho visti prendere 50 euro a un ragazzo con la faccia da studente (avreste dovuto vedere come l’ha ribaltato la sua ragazza, quando è tornato mogio mogio verso di lei) e 150 euro a un turista barbuto di mezza età (avreste dovuto vedere come l’ha strigliato sua moglie, quando è tornato mogio mogio da lei).

Ci cascano tutti.

Funziona più o meno così: c’è un banchetto, un tizio che manovra i bussolotti, della gente che gioca e altra che guarda e fa il tifo. Fino a qui è una messinscena, ogni singola persona fa parte del gruppo – sono complici. Di tanto in tanto, qualcuno sembra indovinare, le donne gridano “bravò” per attrarre l’attenzione e incoraggiare.

I turisti passano, rallentano, guardano; qualcuno resta mentalmente impigliato alla scena, fatica a staccarsi, decide di fermarsi ma magari sta in disparte: vuole osservare senza farsi risucchiare.

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(“Che dici, scommetto? Dai, è facile! L’ho vista, la pallina!”)

A un certo punto, dai e dai, un turista più pollo degli altri si avvicina al capannello dei giocatori (i complici). Quando questo succede, il banco fa un paio di mani facili: il pollo non è ancora pronto a giocare, bisogna fargli credere che il gioco sia alla sua portata. Guarda, osserva, studia… il pollo comincia a pensare “Ma… eppure… mmhhh… non è così difficile… mi sembra di intuire sempre dove va la pallina… ce la posso fare!”

Avvertimento: se mentre stai lì a guardare indovini sempre dove va la pallina, forse è perché vogliono farti indovinare. Questo dovrebbe essere il primo indizio che qualcosa puzza. Se fosse così facile indovinare dov’è la pallina, i banchetti dei tre bussolotti sarebbero tutti falliti.

Ma andiamo avanti.

A un certo punto, quando il pollo ha un piede nella trappola, inizia la partita decisiva. Il banco muove le tre coppette; fra le tre, ce n’è immancabimente una sotto cui certamente non si trova la pallina. Fra le altre due puoi avere un dubbio, ma quella lì proprio no: lì sotto di sicuro non c’è niente.

Finalmente le coppette si fermano, il boss chiede “chi vuole indovinare?” Prontamente, un tizio (che pare il suo fratello gemello) si lancia e scommette proprio sul bussolotto sfigato, quello sotto cui sei sicuro che non ci sia nulla. E infatti: il tizio ha perso, che stupido!

“Oh, nooooo” dicono gli altri finti osservatori, tutti complici. Le donne fanno la faccia come Meg Ryan quando si scuce l’orlo.

A quel punto, se il gioco fosse vero, qualunque banco degno di tale nome ricomincerebbe da capo: perché lasciar tentare a qualcun altro d’indovinare, quando sono rimasti in gioco solo due bussolotti? Le probabilità non sono più le stesse. Invece no, il banco continua il giro con i due soli bussolotti rimasti. Questo è il secondo indizio, chiaro e lampante, che… Montmartre, we have a problem!

Ma il turista-pollo non ragiona, perché ha l’acquolina in bocca: se riuscivo a indovinare con tre bussolotti, pensa, figuriamoci con due!

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(e intanto il palo è sempre là con la sua auricolare…)

Il banco fa girare ancora un po’ i due bussolotti residui… e guarda un po’, adesso le sue mani non sembrano più così veloci… anzi, a un certo punto si “impicciano” quasi, maldestramente… ma sì, dai, abbiamo visto tutti per un attimo sollevarsi quella coppetta, sotto la quale non c’era niente… e ora le mani si fermano… oddio, pensa il turista, ma è sicuro, è sicuro! SO DOVE SI TROVA LA PALLINA!

“Dov’è la pallina? Mister, mister, dov’è la pallina?”

Il “mister” in questione naturalmente è il turista. Il quale sta salivando come un lupo nel pollaio. Solo che lui è il pollo. È vicino al banchetto, restano solo quei due bussolotti, e uno dei due si è pure mezzo alzato durante il giro, hanno visto tutti che la pallina non è lì…

Non ci posso credere¸pensa il pollo, è così facile indovinare!

Infatti non dovrebbe crederci.

“Dai, dai!” incitano i complici.

“Dai, dai!” dice una bionda, mettendogli la mano sul braccio – sprigionando quell’effetto “calore umano” che ti fa sentire un passo più pronto all’azione.

Caro pollo, non ti stai chiedendo perché nessun altro scommette? Se è così evidente dove si trova la pallina, perché tutti stanno incoraggiando proprio te a giocare, invece di provarci loro? Che, gli fanno schifo 50 euro?

Il pollo comincia ad allungare il braccio. Qualcosa nel suo fondo-cranio si attiva, un istinto primordiale da cacciatore-raccoglitore che comincia a dire Aspetta, aspetta… è troppo facile…, ma il pensiero non si è ancora ben formato, resta vago, incerto.

La mano si allunga, verso il bussolotto-esca…

“Mister, mister, i soldi…” osserva il banco.

Ah già! Quel dettaglio… i soldi! Ci eravamo quasi dimenticati…

Attento, attento… dice la vocina interiore; ma ancora non ha abbastanza forza per sovrastare il tifo circostante.

“Sì, dai, dai, è lì! Forza! Vai che ce la fai!” gridano i complici.

Il pollo cade in trappola. Tira fuori il portafoglio, prende 50 euro – la puntata minima. Solleva il bussolotto. La pallina non c’è.

“Ohhhhh…” fa il pubblico.

Ah, Montmartre!

Il banco ricomincia la sua routine, incurante della tristezza del povero pollo. Lui (perché di solito è un uomo) si allontana dal banchetto, mogio mogio, verso una moglie o una fidanzata dall’aria esasperata che gli grida insulti nelle orecchie fino alla fermata della metro. La mattinata è rovinata. Forse, pure la giornata.

Non ci pensare, compagno pollo. Ci siamo cascati tutti – se non a questo gioco (grazie al cielo) a qualcos’altro. Io per esempio ho pagato tariffe da rapina per farmi lustrare le scarpe in Messico. Siamo stati tutti, nella vita, polli e turisti. È il destino umano, ed è meglio essere polli che faine. Ci perderai qualche soldo, ma ti porti dentro meno monnezza. Però, santi numi, non puoi andare a fare il pollo in un altro cazzo di strada???

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A FIORENZO

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Per la cronaca, questa è la seconda parte di un post che è diventato una mini conversazione con l’amico Fiorenzo. La prima parte del post la trovate qui: IL GUSTO DELLA SPESA VINTAGE

E il commento di Fiorenzo, si trova qui.

Caro Fiorenzo,

è ovvio che quando parliamo di generi musicali in base ai decenni (anni ‘70, ‘80, ‘90 e così via), stiamo creando suddivisioni stilistiche e temporali artificiali; e l’idea stessa che un artista un bel mattino si alzi (nel caso di Keith Richards: si alza la sera) e si metta a creare musica completamente “nuova” è una forzatura. Si tratta di semplificazioni e vanno prese come tali: altrimenti adotteremmo un approccio ragionieristico-contabile destinato a dissanguare ogni discorso intorno al Tempo e all’Uomo. Del resto, il concetto stesso di tempo è una convenzione arbitraria e se arrotondare gli “evi” musicali al decennio ti pare troppo, cosa dovremmo dire delle ere preistoriche, che si arrotondano al milione di anni! Lo stegosaurus, per esempio, è vissuto nel Giurassico Superiore, cioè fra 161 e 145 milioni di anni fa. Mica si sono estinti tutti gli stegosauri alla mezzanotte del 144,999,999 avanti Cristo (o forse sì). Ma abbiamo bisogno di queste semplificazioni, anche per creare la nostra personale storia romantica del mondo (i Favolosi anni ’60, i Roaring Twenties, “l’eroina degli anni ’70″…). E se alla musica rock togliamo il romanticismo, cosa resta?

Quello del creare musica poi, è un concetto quanto meno relativo, arbitrario. Anzi, direi che forse quel che conta, in realtà, è l’intenzione. Cos’ha in testa un artista quando è di fronte a se stesso (può eventualmente usare uno specchio, se lo aiuta)? Ha intenzione di creare musica o di copiare musica? Sul piano ideale, s’intende. Che poi in pratica il confine è labile… quanto al risultato del suo sforzo, lascio ad altri giudicare: troppo difficile. A me basta sapere quali siano le intenzioni, grosso modo, che l’hanno spinto.

E in queste intenzioni, qualcosa è cambiato negli anni, non c’è dubbio. Più o meno “nuovi” che fossero, i generi musicali che hanno dominato la scena dai primi vagiti del blues di Robert Johnson (1911-1938) alla New Wave (a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 – ah, ecco un genere che ci obbliga a rompere l’ordine preciso dei decenni!), abbiamo visto nascere e più o meno crescere suoni e ritmi spesso originali e “freschi” (meglio “freschi” di “nuovi”?).

A fine anni ’80, per la prima volta, si è prodotto un fenomeno strano. Band come gli Stone Roses (che peraltro adoro) hanno cominciato a fare musica cercando di ricreare suoni e stilemi del recente passato. Attenzione, non è la riscoperta del passato la novità: il Classicismo fra il XVII e il XIX secolo ne è una dimostrazione mostruosamente evidente. Ma il Classicismo riprendeva un gusto appartenente a un’epoca passata da secoli – tanti. Gli Stone Roses invece riprendevano suoni degli anni Sessanta, ovvero presenti nella memoria vivente. Un clamoroso riciclone di quel che avevano (quasi) vissuto. Da quel momento, più o meno, ogni genere (e ogni epoca musicale) ha conosciuto il suo revival. Anzi, si è affermato quasi un processo automatico secondo il quale passati ventanni, ogni genere acquista una dignità “storica” e merita di essere rivisitato. Perfino la musica plasticosa degli anni Ottanta – attenzione, ancora una volta, non prendiamo una definizione “contabile” della musica anni Ottanta, comprensiva di tutti i dischi pubblicati durante quel decennio, che ha visto, fra l’altro, l’avvento degli Smiths e l’uscita di alcune delle cose più belle di Tom Waits, Nick Cave, dei Cure e di Prince – quest’ultimo avrebbe anche potuto perdere l’udito dopo il 1988, per quanto mi riguarda… anzi, fermi tutti! Ci sono! Forse è proprio quel che è successo! Sì, ne sono certo! Questo spiegherebbe finalmente tutto! Prince ha perso l’udito nell’autunno 1988, ecco! Ma torniamo a noi: quando parlo di musica anni Ottanta intendo dire quella che “definisce” gli anni Ottanta, quella nata in quel periodo e intimamente associata a quel decennio: non “Rain Dogs” di Tom Waits, insomma, ma il pop plasticoso. Ecco, perfino questa musica viene riscoperta – e da qualche tempo ormai (sono passati da mo’ i fatidici vent’anni della riabilitazione culturale). Tutta roba che un tempo ci affrettammo (giustamente) ad archiviare e dimenticare, e che qualcuno furbamente ha riesumato, disseppellito, riproposto. Ci sono mille e mille esempi ma quello del pop plasicoso degli anni Ottanta per me è il più chiaro, lampante. È semplicemente passato abbastanza tempo perché ci dimenticassimo di quanto schifo ci avesse fatto; ora è tempo di farcelo piacere. Lo senti nella musica nuova che esce (nei suoni, nei ritmi, negli effetti una volta giudicati imbarazzanti) e lo vedi nell’astuta creazione di nuove nicchie di mercato per quei dischi, quelli stessi che uscirono allora; in parte è nostalgia, in parte basta “scoprire” (cioè inventare retroattivamente) una definizione di genere musicale d’epoca, anche se all’epoca in effetti non esisteva, dargli un nome fico, stabilire (con l’aiuto di un critico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete) che quegli album ne fanno parte e aspettare che gli hipster arrivino a sfruculiare i cartoni con i vinili usati; se la cosa funziona, il passo successivo è smettere di vendere vinili usati e a 7-8 euro l’uno e ristampare il tutto in vinile da 180 grammi rimasterizzato a 30 euro e aspettare che gli hipster ripassino per comprarlo di nuovo. Naturalmente, il primo a cascarci sono io: altrimenti non sarebbe divertente.

Forse la musica rock, come scrive Simon “Le Bon” Reynolds, non finirà con i botti, tipo grande esplosione, ma lentamente soffocata sotto il peso di un ennesimo cofanetto deluxe il cui quinto cd non sei mai arrivato ad ascoltare perché ucciso dalla noia dopo la sesta canzone del quarto cd, che poi sarebbe la quarta versione alternativa di una canzone che in fondo non ti piaceva più di tanto neanche quando era nuova…

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IL GUSTO DELLA SPESA VINTAGE

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Qualche tempo fa discutevo con Ribo, infallibile alter ego delle mie paranoie musicali, del fatto che nel XXI secolo sono un po’ scomparsi i generi musicali. Badate bene: anche la musica che esce oggi appartiene a un genere, più o meno (a volte a una combinazione di generi, ma poco importa). Solo che non nascono più generi dominanti, quelli che sovrastano il mondo del rock e del pop al punto da trascenderlo, scavalcandone i confini e sequestrando la cultura popolare di massa. O forse, più correttamente, saldandosi a questa, diventandone una sorta di acceleratore. Insomma se vi dico “anni Ottanta”, viene in mente a tutti, e rapidamente, di che tipo di musica (popolare, di massa) stiamo parlando. Se dico “2009”, molto meno. Dai, smettete di pensarci. L’ho già fatto io per voi: la risposta non c’è.

La mia teoria, fino a poco tempo fa, era la seguente; che prima dell’avvento della musica online, la nostra scelta era molto più limitata. Conoscevamo quel che passavano le radio e la TV, quel che usciva sulle riviste di musica. Le case discografiche, quindi, potevano imporci i loro trend. Se decidevano che i Blur e gli Oasis andavano forte, potevano saturare l’etere e gli scaffali dei negozi di dischi di band Britpop, a prescindere dalla qualità (da cui i Menswear). Il mondo non aveva scelta, doveva mandare giù.

Ma quando tutti hanno accesso a tutto in rete, e quel tutto non costa niente, quando i dischi non si vendono neanche più, l’industria discografica è impotente e il consumatore realizza il suo sogno anarchico. Ognuno compra in streaming o download, o più probabilmente scarica illegalmente o ascolta su YouTube, quello che vuole. Mille generi possono coesistere. Nessuno ascolta più un intero album, quindi la frammentazione regna sovrana in ogni senso.

(Incidentalmente, potrei aggiungere: e tutti abbiamo centinaia di album, nel nostro computer o nello smartphone, che non abbiamo mai ascoltato; ma questo è un altro discorso).

Torniamo alla mia teoria, per dire che mi sbagliavo.

Ho appena scoperto la verità leggendo questo libro bellissimo di Simon Reynolds, Retromania. I generi musicali non nascono più (salvo qualche cosa ai margini, nelle riserve indiane del vero alternative) perché da una quindicina-ventina d’anni i musicisti hanno deciso che non c’era più bisogno di creare niente; e si sono messi a fare dei collage di quel che è già stato fatto.

Reynolds chiama queste band “collezionisti di dischi”, perché i loro dischi sono come una collezione di altri dischi usciti nei decenni precedenti. Direte: embè? anche i Beatles, nel Cavern di Liverpool prima di diventare famosi, erano mani e piedi dentro il rhythm & blues che non avevano certo inventato loro. Vero, e naturalmente chiunque faccia qualcosa (non solo nella musica) non lo fa nel vuoto: c’è sempre qualcosa o qualcuno che c’ispira, che ci piace, che ci aiuta a trovare la nostra strada. Poi però, questa strada uno la deve trovare. Ai miei tempi, direbbe mio nonno scuotendo il capo, uno la trovava. I giovani d’oggi…

… no, non c’entrano niente i giovani d’oggi. Anzi, quel poco di creatività originale che ancora esiste lo dobbiamo più a dei teenager o quasi come King Krule e Let’s Eat Grandma, che non saranno mai famosi ma fanno a modo loro. Fra i musicisti di qualità (perché attenzione, stiamo parlando anche di roba di grandissima qualità), soprattutto quelli che occupano quella fascia intermedia fra gli sconosciuti e il mainstream, quelli insomma che vengono recensiti dalle riviste musicali, che fanno la loro porca figura ai festival rock, che magari ti fanno un concerto all’Alcatraz di Milano e non al Forum, ma comunque il concerto lo fanno e i biglietti li vendono tutti… ecco, fra questa fascia di musicisti, che spesso non sono più sbarbatelli di primo pelo, il citazionismo è dilagante, mentre le influenze e i riferimenti non sono più assimilati, rielaborati, trasformati: sono evidenti, scontati, perfino esibiti.

Io mi diletto da qualche anno a scrivere recensioni musicali per il glorioso Mucchio Selvaggio, rivista che purtroppo il mese scorso ha pubblicato il suo ultimo numero cartaceo (stay tuned). Ebbene, devo dire che quando hai l’abitudine di scrivere e soprattutto leggere recensioni musicali, basta fermarsi un attimo a riflettere e la cosa è lampante, evidente: non facciamo altro, noi che scriviamo di un disco, che citare, parlare d’influenze, riferimenti, precedenti illustri. L’unica cosa che siamo capaci di fare è parlare di suoni, di solito in senso – ancora una volta – citazionistico. “Il tal disco suona come… (inserire nome di band più vecchia)“.

Siamo complici nella retromania. Ma se scriviamo così, è perché loro (i musicisti) sembrano fare musica così. Per la maggior parte, intendo dire. Si prende roba (spesso anche bella) qua e là, si ricicla (spesso anche con gusto raffinato). Ma insomma, si fa la ribollita.

Secondo Simon Reynolds questo succede in parte perché la massa di musica (e di arte, in genere) prodotta in passato ha raggiunto un volume tale da essere praticamente esplorabile e riassemblabile ad infinitum, e poi internet ha reso immediatamente disponibile questa massa a portata di click. In poche ore su YouTube ti sei ascoltato l’impossibile, dal bluegrass americano degli anni Quaranta al trash pop coreano degli anni… boh, insomma quello.

Però qualcosa di vero c’è. Prendiamo anche la musica un po’ più colta. Una volta, i riferimenti culturali di gente come Velvet Underground e Lou Reed, Frank Zappa, Syd Barrett, David Bowie, della generazione punk e post-punk, erano letterari, cinematografici, artistici in senso lato. Perfino filosofici. Se avessi chiesto a Bowie o a Patti Smith o a Tom Verlaine dei Television chi erano gli artisti che li influenzavano, avrebbe citato un pittore, un poeta beat, un filosofo, una drag queen. Oggi, se chiedi a musicisti più o meno impegnati chi siano i loro padrini spirituali, citeranno quasi certamente altri musicisti.

La cosa paradossale, dice Reynolds, è che le epoche che generano più di ogni altra questa retromania, questa sorta di passatismo, di bisogno di riscoperta e rivisitazione, sono quelle che meno hanno sofferto di questa sindrome. Nessuna epoca esercita un’attrazione così forte, in campo musicale, come la fine degli anni Sessanta: un’epoca in cui si viveva più che mai nei qui e ora, senza l’ombra di nostalgia o revivalismo.

Un tempo il panorama musicale era preso d’assalto da gente che voleva distruggere quanto avevano fatto le generazioni precedenti. La generazione punk dichiarò l’anno zero, in cui tutto ricominciava senza nessun debito col passato. Oggi gli stadi sono riempiti da reunion di band di sessantacinquenni che si erano separati quando io non mi facevo ancora la barba.

C’è un problema, in tutto ciò? O va bene così?

Non lo so. L’unica cosa che mi viene in mente è il contrasto con l’idea originaria di musica pop e rock come un mondo che dovrebbe vivere instancabilmente nel presente. Un concetto, prima ancora che un genere musicale, scevro di nostalgia, creato dai giovani per i giovani. Che poi anche noi di mezza età abbiamo diritto di goderne, eh, siamo in un mondo libero. Ma non dovremmo sequestrarlo con i nostri riferimenti culturali sorpassati.

Con questa tendenza a riassemblare e pasticciare il passato è arrivata anche la mania di comporre musica rimaneggiando i suoni come fosse un gioco intellettuale: una sfida creativa, certo, ma affrontata su un piano quasi tecnico. I musicisti sono ammirati per la sapienza e la competenza con cui padroneggiano i suoni e scelgono i produttori; non più perché pensano (ingenuamente e velleitariamente finché volete) di cambiare il mondo o almeno dare a qualche giovane un po’ di speranza. Lo stereotipo del giovane musicista intraprendente di oggi è un geek che crea suoni pazzeschi col il suo computer. Fino a non moltissimo tempo fa, era un disperato che vendeva sogni con la chitarra al collo.

Con questa diversa prospettiva citazionistica e più fredda, più tecnica, è anche evidente come i musicisti attuali adottino un atteggiamento più distaccato nei confronti della materia stessa della propria arte. Osiamo dire che mostrano a volte una certa ironia.

Solo che, come scrive giustamente Reynolds… aspetta, lo metto in una riga a parte:

L’ironia e i punti di riferimento sono gli assassini silenziosi della musica.”

Minchia!

Però Simon ha assolutamente ragione. Nel senso che se il rock è quella cosa che nasce dai canti dei neri d’America e dalla voglia di cambiare il mondo, dai sogni a occhi aperti delle generazioni di rockettari negli anni Cinquanta e Sessanta, dal nichilismo alla Johnny Rotten, dalla sofferenza dei poeti maledetti alla Ian Curtis (o anche dalla misantropia pazzoide alla King Krule, per tornare a qualcuno di giovane e contemporaneo)… eh beh, allora è vero: se cominci a guardare Elvis Presley con ironia, non resta in piedi più niente. Se cominci a citare e rifare, la macchina si ferma.

Vabbè, finiamola con le cose tristi. E anche con la farina che non è del mio sacco. Ma questo libro mi sta acchiappando tantissimo e non sono neanche a metà. Volevo parlarvene. Per riequilibrare le cose, vi racconterò una cosa divertente e rigorosamente mia.

Allora, dunque.

Stavo pedalando a tutta forza lungo il Canal Saint Martin, tutto fiero della mia bicicletta di seconda mano ma anche un tantino preoccupato dei segnali inquietanti che indicano il fatto di aver preso una potenziale, immensa fregatura (è normale che la catena vada giù due volte al giorno? possibile che le gomme si sgonfino a vista d’occhio? perché la maniglia di un freno è più corta di quella dell’altro? e così via). Il mio obiettivo era arrivare in tempo nel mio quartiere, la meravigliosa Abbesses, per fare la spesa per cena nei negozietti fichetti, e non nello squallido supermercato nazional-popolare. Radical chic che non sei altro! Ma ogni tanto ci sta.

Insomma inforco a tutta forza la salita di rue de Martyrs, spronato dalla consapevolezza che fa bene al cuore e alle gambe. Manca poco alle sette, i negozietti fichetti chiuderanno e il mondo della spesa resterà preda delle terribili corsie air-conditioned del Franprix!

Forza, sali, sali… e giù la catena!

Lo sapevo. Ribalto la bici, mi metto a smanettare per rimetterla a posto, stanto attento a non sporcarmi troppo. Cinque minuti dopo, nero di grasso fino ai gomiti, ancora non ci sono riuscito. Proprio stasera! Sono in clamoroso ritardo. La coda alle casse, le insalate in busta… no, il supermercato no!

Smanetta smanetta, finalmente la catena va a posto. Io sembro un meccanico che ha passato la notte a cambiare coppe dell’olio. Ma pazienza. Ce la posso ancora fare!

Completo la salita della rue des Martyrs, svolto agilmente in rue des Abbesses, inchiodo davanti al Carillon d’Olivier, il negozietto fichetto più fichetto di Abbesses: una gioielleria alimentare dove tutto è bio, organico, privo di conservanti e anche placcato oro.

Scelgo con cura i pomodori datterini allevati ascoltando Mozart, l’avocado peruviano che suonava il basso con gli Inti Illimani, le pesche che prendevano la spirulina e le susine che facevano yoga sugli alberi. Pago con il rene sinistro, tanto mi basta l’altro. Esco con due sacchetti di carta. Super ecologica. Mostruosamente fragile. Mi aspettano cinquecento metri di pavé, per arrivare a casa. La bici. I sacchetti. Il pavé. Qualcosa non torna. Ma che fare? Non ho scelta. Un sacchetto infilato in una manopola del manubrio, uno nell’altra, parto.

A ogni rimbalzino sul pavé, i manici di carta sospirano. I sacchetti somigliano sempre di più a Sylvester Stallone in Cliffhanger, ma senza ispirare la stessa fiducia.

Mi fermo, ho un’idea geniale. Metto il sacchetto più pesante didietro, incastrato in quella molla inutile dietro la sella, quella per portare pacchi leggeri. Quel sacchetto è pesantino, ma dovrebbe resistere. Meglio per me: il valore del suo contenuto deve aggirarsi sui tremila euro al centimetro cubo.

Riprendo la pedalata lenta. Inforco rue d’Orsel, dai che ci siamo. Mancano cento metri. Giuro. Non di più. Pedala, pedala, ce la posso f…

… CRASH!

Lo sento, non lo vedo. Mi tocca affrontare ancora quei due-tre secondi in cui devo fermare la bici, mettere il cavalletto, voltarmi. Anche se già so cosa mi aspetta.

Vedo due signore chine per terra, sul bordo della strada. Sul mio sacchetto.

“Forza, forza, venga, che si bagna tutto!”, dicono.

Siete mai stai a Parigi? Avete presente quei rivoli d’acqua che scorrono lungo il bordo della strada, appena sotto il gradino del marciapiede? E che raccolgono tutta la rumenta, il rudo, lo schifo che si accumula ai bordi delle strade? Ecco, il mio sacchetto di carta pieno di spesa è caduto in quel rivolo e la carta si disfa rapidamente. Anche i sacchettini interni e più piccoli, di carta pure loro, quelli con le susine di Hermès e la lattuga di Dior, si stanno disfacendo. L’acqua immonda scorre come la pipì di Eraclito e impregna la mia frutta.

Le due parigine stanno raccogliendo i miei sacchetti per metterli in salvo. Mi getto sulla zona del disastro e comincio a raccogliere insieme a loro. Lavoriamo insieme in silenzio e con quella determinazione fredda ma disperata di chi deve estrarre i sopravvissuti dalle macerie del terremoto. Raccogli, raccogli.

Mi alzo, loro mi guardano. Nei miei occhi leggono la stessa espressione che si dice avesse Cristo quando la folla gridò: “Barabba!”

Mi sorridono piene di umana compassione, mi dicono “Coraggio!”

In quel momento, un commerciante che ha visto tutto esce dal suo negozio con due sacchetti nuovi, me li porge. Lo guardo come i bambini thailandesi della grotta hanno guardato i loro soccorritori. Prendo i sacchetti, travaso la frutta grondante liquidi ignoti.

E chi dice che i francesi sono antipatici? E che i parigini sono freddi, egoisti e sempre di fretta come il Milanese imbruttito? Non si osi mai più! Allez les bleues! Champions du monde!

“Tranquillo! un po’ di bicarbonato e tutto va bene”, mi fa la Babsie poco dopo al telefono, quando le racconto la cosa.

Io della Babsie mi fido, anche se non sarà lei a mangiare ‘sta frutta contaminata dai gas tossici di Chernobyl. E mi fido ancora di più del duro allenamento che i miei sistemi immunitario e gastrointestinale hanno affrontato in anni di missioni umanitarie. Street food comprato in paesi del terzo mondo in piena epidemia di colera. Non può essere peggio.

Voi per sicurezza mandatemi un messaggio domattina alle otto. Se non rispondo, chiamate i pompieri.

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L’ESTATE DELL’ODIO

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La caduta del muro di Berlino è un po’ la Summer of Love della mia generazione. Quel momento in cui sopra il nostro magnifico pianeta e sulla mia giovane vita appare d’un tratto un raggio di sole che preannuncia un avvenire radioso. Quel passo di danza della storia che ti fa improvvisamente respirare leggero e sentire senza confini.

Anzi, la caduta del muro di Berlino fu anche meglio della Summer of Love. Perché anziché nutrirsi dell’ingenuità un po’ ridicola di quattro hippie che si facevano le canne e trombavano a casaccio a San Francisco con la scusa della pace e dell’amore universale, la caduta del Muro rappresentò una svolta storica e una trasformazione sociale, politica e culturale epocale. E poi non scordiamoci che mise fine allo spettro della guerra atomica, un incubo durato decenni che ci ha costretto a subire senza fiatare situazioni imbarazzanti come il video di “Russians” di Sting.

La caduta di quel Muro (il Muro per eccellenza, antonomasia e definizione, quello con la M maiuscola) me la ricordo bene e male al tempo stesso. Bene, perché non si può dimenticare un momento del genere. È uno di quei passaggi istantanei nella storia della serie: “Tutti ricordano dov’erano e cosa stavano facendo quando…”

Altri esempi:

L’omicidio di Kennedy – fluttuavo felice insieme al Tutto Universale, nei pensieri di Dio.

La finale del Mundial di Spagna nell’82 – in colonia estiva in Trentino, cercavo di tenere una buona condotta in giardino durante il primo tempo, sperando che mi levassero la punizione e mi facessero vedere almeno il secondo (che con il senno di poi, mi sarebbe anche andata bene); e invece, coglione che sono, riuscivo a litigare con un bambino, lo spintonavo senza peraltro neanche la soddisfazione di scatenare una vera rissa, assistevo impotente al dialogo fra le due istitutrici durante l’intervallo della partita che più o meno si svolse così: Istitutrice 1: “Francesco merita di vedere il secondo tempo?”; Istitutrice 2: “Neanche per sogno”; voce dentro di me: “Nooooooooooo……..”

L’attacco alle Torri Gemelle di New York – in ufficio alla Dolma di Belgioioso, come credo alcuni di voi che leggete; non ricordo se all’epoca avevamo ancora l’obbligo di giacca e cravatta o eravamo già passati alla fase whozzamericanboy del casual da ufficio.

Ecco, quel genere di momenti indimenticabili, insomma.

Ma come dicevo, la ricordo bene e anche male. Perché male? Perché il mio cervello in quei giorni funzionava come un vecchio iPhone in piena crisi da obsolescenza programmata, quando lo schermo s’impalla, le applicazioni di chiudono improvvisamente e il tasto “home” funziona una volta su tre. Infatti la sera prima avevo preso una mostruosa ciucca con i miei compagni di liceo. Una festa in casa di un amico iniziata male era finita peggio, con la determinazione di cinque adolescenti delusi a ubriacarsi per dare almeno un senso alla serata (se non alla vita). Solo che nessuno di noi cinque aveva mai bevuto superalcolici prima. Mancando d’esperienza, non eravamo neanche passati per la fase dell’euforia: pronti via, dopo dieci minuti ognuno era in un angolo diverso dell’appartamento, in cerca di una zona discreta in cui vomitare, sperando che l’indomani passasse Mary Poppins a mettere a posto.

Quindi la caduta del muro la vedevo a sprazzi: più precisamente, la intravedevo durante i miei passaggi davanti alla TV, lungo il sentiero fra la mia camera da letto e il bagno. Credo che ai miei dissi “Mi han fatto male i funghi”.

Ma insomma la caduta del Muro resta un momento straordinario. L’utopia che dalla separazione si possa passare all’unità. Che i popoli nemici diventino amici. Che attraversare un confine sia una scoperta e non un rischio. Che l’umano accolga l’umano.

Purtroppo però il mondo ha quella capacità crudele di fare come gli amici bastardi, che quando fai una bella presa a briscola ti fanno pentire di averla fatta perché da quel momento infilano carico dopo carico dopo carico e ti tagliano le gambe. Nuovi nemici sostituiscono i vecchi. I muri resistono, anzi si moltiplicano come conigli.

Muri in Palestina, muri a Belfast, muri in Spagna (lato africano: a Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in Marocco), muri fra Ungheria e Balcani, muri fra USA e Messico.

Muri che fra un po’ v’impediranno di fare il bagno sul litorale tirrenico, pur di respingere le famigerate navi salva-migranti. Immaginate: voi siete spaparanzati sulla sdraio in spiaggia a Forte dei Marmi, ma anziché l’orizzonte del mare blu, guardate cemento grigio fino a cinque metri d’altezza. Addio tramonto.

Un altro episodio che non dimenticherò mai è qualcosa di molto più piccolo e banale che mi successe la prima volta che misi piede in Africa. Ero turista, il primo giorno di un viaggio in Namibia, quindici anni fa. Mi ero appena unito alla carovana di jeep con cui avrei girato per la savana e il deserto per le settimane successive, ci fermammo per fare qualche piccolo rifornimento a una specie di stazione di servizio lungo la strada. Presi una Coca Cola (in viaggio si fanno scelte incomprensibili, si sa) e andai alla cassa per pagare. Da bravo viso pallido senza esperienza d’Africa, tirai fuori il mio biglietto da un dollaro aspettandomi che il negoziante lo prendesse, come si dice che gli indigeni accettassero regolarmente i bottoni dei coloni europei in cambio dell’oro. Solo che la Namibia ha una sua valuta e dei miei dollari il tipo non sapeva proprio cosa farne, grazie tante. Ma io non sapevo dove andare a cambiare i soldi e non c’era tempo, le jeep erano pronte a ripartire. Stavo per lasciar perdere e rimettere la Coca Cola sullo scaffale-frigo, quando una ragazzina a occhio e croce di quindici anni, in coda dietro di me, disse “non ti preoccupare, faccio io” e mi pagò la Coca Cola. Una ragazzina namibiana, africana e nera.

Penso a un africano che entra in un negozio in una cittadina italiana e non ha i soldi per pagarsi una Coca; e a uno del posto, dietro di lui in coda, che dice: “non ti preoccupare, offro io”. Mi scappa un po’ da ridere.

Comunque chissà, magari succede.

Senza la minima pretesa di far cambiare idea a qualcuno (ho solo voglia/bisogno di dirlo), ci sono due o tre cose (o qualcuna in più) che sarebbe bene tenere a mente.

  1. Li aiutiamo già a casa loro. Ma non basta.
  2. “Perché non vengono accolti dagli altri paesi africani?” Risposta : sono già accolti da altri paesi africani. Molto, MOLTO più che da noi. L’Uganda per esempio, un paese più piccolo dell’Italia, lo scorso anno ha accolto tanti rifugiati quanta tutta l’Unione Europea messa insieme. Solo che non lo sapete: stranamente, queste cose i media non le raccontano mai.
  3. Vale anche per il Medio Oriente: in Libano, Giordania e Turchia ci sono milioni di profughi siriani.
  4. Non tutti scappano dalla guerra. Però molti scappano dalla guerra. Ma spesso non lo sappiamo perché la metà delle guerre, non sappiamo neanche che esistono (quanti articoli avete letto ultimamente sul Sud Sudan?).
  5. Altri non scappano dalla guerra, ma solo da un inferno.
  6. All’ingresso della Francia, a Mentone, fermano i treni in arrivo dall’Italia. Fanno scendere tutti i neri per controllarli. Sì, ho detto “tutti i neri”. Lo so da testimoni oculari e fidati. Ci sono neri francesi, francesi da generazioni; alcuni giocano ai mondiali in questo momento. Ma se viaggiassero in treno dall’Italia, verrebbero fatti scendere e trattati come clandestini fino a prova contraria. A questo porta la degenerazione del discorso sull’ “altro”. Successe anche in passato.
  7. Dire che le ONG hanno interessi loschi nell’aiuto ai migranti è come dire che le ambulanze hanno un interesse losco negli incidenti stradali. Forse i volontari che all’una di notte guidano le ambulanze (anziché dormire o andare a divertirsi!) sono finanziati dalle assicurazioni auto, da Wall Street e dalla loggia massonica P2, fate attenzione. Quelli che sostengono queste tesi sulle ONG sono le stesse persone che ieri denunciavano la Libia per le torture sui migranti e oggi dicono “Idea! Aiutiamo la Libia a riprenderli.” E’ peggio che sbagliato: è avere la faccia come il culo.
  8. Salvare un essere umano dall’annegamento e decidere del suo diritto d’asilo sono due cose diverse. Quando una persona rischia di morire, va salvata. No, niente “ma…”. Va salvata, punto. Poi le autorità competenti, secondo le leggi nazionali, decideranno del diritto d’asilo. E sulle leggi nazionali discuteremo, certo, come si fa in ogni democrazia.
  9. Direte: “Sì, ma una volta che l’hai salvato, te lo ritrovi in casa e devi gestire il problema…” Esatto: l’umanità si divide fra quelli che preferiscono gestire il “problema” che ti ritrovi in casa e quelli che piuttosto preferiscono lasciare affogare “il problema” al largo. Ognuno sceglie che tipo di essere umano vuole essere.
  10. Una volta tolti di mezzo gli africani, una volta censiti ed eventualmente chiusi nelle riserve i rom, finalmente la Lega potrà tornare a occuparsi del problema originario, quello per cui (non dimentichiamolo) è stata creata: i terroni. Che sono decine di milioni, poi: altro che i migranti! Per il momento Salvini li tiene buoni perché gli servono, ma presto torneranno a essere trattati per quello che sono: sporchi, disonesti, lavativi, mafiosi, puzzolenti, volgari, rumorosi, ignoranti e con le macchie di pummarola sulla canottiera. O l’avevate dimenticato?
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SINDROME PALESTINESE

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“Che studi hai fatto?”, mi chiede Samir.

La domanda mi mette sempre in imbarazzo. È un po’ come chiedermi di aprire un armadio pieno di scheletri. Solo che invece degli scheletri ci sono zombie affamati della mia carne.

“Ehm, economia e giornalismo”, rispondo.

“Ah… combinazione interessante”, mi risponde diplomaticamente. Faccio a meno di aggiungere che sono stato a un passo dal fare anche inglese, letteratura italiana, archeologia e giurisprudenza. Samir riprende: “E quindi, hai fatto il capomissione e ora lavori nella comunicazione. Io ho fatto business administration all’Università di Nablus.”

Silenzio. Non so bene cosa dire. Perché ora è ufficiale: Samir è la dimostrazione vivente che il 90% dei nostri “meriti” nella vita consiste semplicemente nel culo di nascere nel posto giusto.

Io, nato in Italia, ho fatto economia e ho lavorato per anni in azienda. Poi mi sono permesso il lusso di cambiare idea e fare giornalismo. E oggi lavoro nella comunicazione (c’è un limite a tutto). Lui si è laureato in economia aziendale, ma siccome è nato in Palestina, fa l’autista. Colmo dei colmi, Samir mi sta pure offrendo un succo di pompelmo: ha insistito a tutti i costi per pagare perché sono nel suo paese e quindi suo ospite. Se sta pensando cose brutte su di noi stranieri, che veniamo a lavorare qui e gli rubiamo il lavoro (a gente laureata come lui), non lo lascia vedere minimamente.

“Ti spiace se passiamo un attimo da casa mia, prima che ti riaccompagni a Gerusalemme?” mi chiede. “Mio figlio mi ha chiamato, sono rimasti senza corrente perché mi sono dimenticato di ricaricare.”

In pratica, in Cisgiordania (o nei Territori Palestinesi, a seconda dell’eufemismo del giorno) funziona così: non è che uno preme un interruttore e zac!, c’è la corrente. Bisogna andare regolarmente all’ufficio della società elettrica, come nel Monopoli; lì puoi comprare le ricariche, come si faceva con la Telecom Italia dieci anni fa. Torni a casa con la tessera ricaricata, la inserisci nel contatore, e hai l’elettricità. Quando la tessera è vicina a scaricarsi, comincia a fare beep beep. Se per caso non puoi andare a ricaricarla fino all’indomani, per un giorno intero vivi con un beep beep costante in casa. Oppure al buio.

Samir è un palestinese atipico (leggi: fortunato). È uno di quelli che possiedono la carta d’identità di residente a Gerusalemme.

“Come mai?” gli chiedo, “visto che vivi a Nablus?”

“Per i miei figli” mi risponde. “Io la carta di residenza io l’ho sempre avuta, essendo nato a Gerusalemme come mio padre. Quando mi sono sposato mi sono trasferito a Nablus, paese di mia moglie. Lì sono nati i miei figli. Solo che l’Autorità Palestinese non ha voluto farmi il certificato di nascita, insistendo che li registrassi a Gerusalemme. E’ un modo per difendere il diritto dei palestinesi a continuare a vivere in quella città. In effetti se un palestinese residente a Gerusalemme si trasferisce e perde la residenza, lo Stato israeliano gli confisca la proprietà. T’immagini? Possiedi una casa a Gerusalemme ma se non ci vivi più, te la portano via. Anche se era tua, magari da dieci generazioni. Possono farlo, perché sei palestinese. Morale: l’Autorità Palestinese mi rende la vita difficile, non volendo registrare la nascita dei miei figli a Nablus, ma ha le sue ragioni. Io ho spiegato che non vivendo più a Gerusalemme, non potevo registrare i miei figli lì. Mi hanno detto: tu provaci e se non ci riesci, quando compiono il quindicesimo anno di età, li registriamo qui a Nablus. Quindici anni, ti rendi conto? Secondo loro, fino a quindici anni i miei figli amministrativamente non esistono: non possono andare a scuola, non possono avere un medico della mutua, non possono fare niente. Allora ho ceduto e ho deciso di tentare con Gerusalemme: ho dovuto mentire, inventare storie per fingere di vivere a Gerusalemme, pagare avvocati perché mi aiutassero con le pratiche… sempre sperando di essere nella mia finta residenza quando arrivavano i controlli… mi è andata bene. Ho avuto il certificato di nascita di mio figlio maggiore quando aveva quasi quattro anni, ma almeno ora ufficialmente i miei figli esistono. Finché non scatta un controllo a Gerusalemme il giorno in cui non mi trovo in casa, e allora perdiamo tutto, residenza e documenti.”

Prendiamo la strada per Gerusalemme, ma il traffico è infernale. La periferia di Nablus è tutto un imbottigliamento.

“Facciamo la scorciatoia” mi dice Samir. “C’è una strada più veloce riservata alle auto con la targa israeliana, come questa. Così ti faccio vedere anche il villaggio dei Samaritani.”

Quelli buoni! I Samaritani! Ci vuole della gente così, in un mondo difficile come il nostro.

“I Samaritani sono un mondo a parte” m’informa Samir. “Sono rimasti solo in ottocento, sono in via d’estinzione. Per questo non partecipano più a conflitti, sono ebrei ma non stanno né con Israele né con i palestinesi, vogliono solo essere lasciati in pace; non possono permettersi di perdere anche uno solo di loro in una guerra o un attentato. Si sposano solo fra di loro e siccome sono tutti imparentati, sono tutti handicappati.”

Sto quasi per dire a Samir che quel che dice non è molto carino, quando aggiunge: “Vedrai, hanno tutti le orecchie a sventola. Ora il loro leader religioso ha permesso di sposare anche gente fuori dal gruppo, perché il tasso di handicap stava diventando veramente devastante, purché il forestiero si converta all’ebraismo in versione samaritana, che è leggermente diverso da quello tradizionale. E così hanno cominciato a importare donne dalla Russia e dall’Ucraina per convertirle e sposarle.”

Russe e ucraine? Come da noi?

Entriamo infine nel villaggio samaritano e passiamo di fianco a un gruppo di scolarette.

“Guarda, guarda!” dice Samir rallentando e puntando il dito, “vedi che hanno tutte le orecchie a sventola?”

“Ti prego, Samir, continua a guidare” dico imbarazzatissimo. “Non mettiamoci a fare i guardoni con le scolarette samaritane.”

“Ma anche con le russe e le ucraine, non hanno abbastanza ricambio” mi spiega. “Un sacco di uomini sono costretti a sposare donne brutte o più vecchie perché non c’è alternativa, ahahah!”

Alla nostra destra ora scorre una barriera metallica condita con filo spinato. Al di là, casette tipo Heidi-ti-sorridono-i-monti.

“Questa è una colonia israeliana” dice Samir. Penso: quelle di cui parlano in tv! I famosi coloni israeliani! Quelli che continuano a rosicchiare terra mentre il mondo s’indigna (leggermente). “Le vedi spuntare così, e crescere. Le strade che usavamo fino al giorno prima, a un certo punto vengono riservate esclusivamente a loro. Per evitare tensione, ci costringono a usare strade diverse, che sono sempre più lunghe. La terra che ci apparteneva da generazioni, viene requisita; se sei fortunato, ti costringono a una vendita forzata. Non hai scelta e ti danno la metà del suo valore, ma è meglio di niente. Magari possiedi ancora un uliveto, solo che per raggiungere i tuoi ulivi, che stanno a cento metri da casa tua, devi fare un’ora di strada e puoi andarci solo due o tre volte l’anno, quando decidono loro. Finisce che quando finalmente ci puoi andare, le olive sono tutte marce.”

Guardo gli ulivi sulla collina. Samir continua a raccontare.

“Stessa cosa per tutto… il medico per esempio. Da queste parti, per avere un appuntamento dal medico devi aspettare anche due mesi. E quando finalmente arriva il giorno dell’appuntamento, anche se il dottore sta a un chilometro da te, ti tocca partire ore prima perché i coloni hanno sbarrato l’accesso diretto e devi fare il giro della montagna. E se c’è di mezzo un checkpoint dell’esercito israeliano, è capace che lo trovi chiuso o che ti trattengono a piacimento. Così, dopo due mesi di attesa, il dottore non ti riceve più perché sei in ritardo di due ore.”

Continuiamo. La strada scorre, come il filo spinato.

“Questa è una fermata d’autobus per i coloni” dice. “E quella è per i palestinesi.”

Due fermate distinte, a cento metri di distanza. Di fianco a quella per i coloni c’è una torretta; in cima ci sta una guardia col mitra.

Samir non ci pensa neanche a emigrare. Questa è la sua terra, vuole vivere qui. Io non ci resisterei neanche una settimana, a vivere come un palestinese. Ma lui dice che fa parte dei fortunati, che non si può lamentare.

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UBRIACARSI CON I BOERI

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Dicono i bene informati che il razzismo sia spesso associato all’ignoranza. Dicono. Non solo, dico io. Conosco fior di razzisti addobbati come alberi di Natale di titoli post-universitari. Ma certo l’ignoranza, pare, facilita le cose. E questa cosa che ignoranza e razzismo vanno a braccetto la diamo un po’ per scontata.

Ma voi l’avete mai verificato, nella realtà? Finalmente posso dire: io sì.

Non l’ho mica fatto apposta, eh. Non sono dedito a esperimenti socio-antropologici. È che la vita a volte ti regala preziose lezioni così, gratuitamente.

Qualche giorno fa per esempio ho conosciuto D., un aitante ventiquattrenne sudafricano del ceppo boero (ovvero di antenati olandesi). Lo so per certo che è un boero, perché me l’ha detto lui. Dopo neanche cinque minuti che parlavamo, senza che glielo avessi chiesto, si gira e mi fa: “Sono sudafricano olandese io, parlo afrikaans.”

Che detto così, suona un po’ come una dichiarazione d’intenti. Insomma quell’affermazione, fatta in quel modo, è l’equivalente sudafricano del nostro andare in giro per il bergamasco a riscrivere in dialetto con lo spray i nomi dei paesi nei cartelli stradali.

E fin lì, niente di che: uno avrà ben diritto di essere boero (un po’ meno diritto d’imbrattare i cartelli stradali in Lombardia, ma pazienza).

Poco dopo, visto che stiamo tranquillamente parlando del Sudafrica, chiedo a D. di raccontarmi qualcosa sulla sua variegata popolazione. Mi dice: “Ci sono sudafricani bianchi inglesi e bianchi olandesi. Poi ci sono i neri, che sono la maggioranza perché figliano come formiche.”

E aggiunge: “Ah, e poi abbiamo i ‘colorati del Capo’, che non sono neri… ma sono di colore… sono gialli. Gialli, come gli indiani.”

Ora, a parte che D. evidentemente è daltonico (o conosce solo indiani con l’epatite), il tono con cui dice “formiche” e “gialli”, se devo proprio essere sincero, mi ricorda il tono di Bossi quando vent’anni fa diceva “napoletani.” Oppure (dal momento la Lega ha ormai accettato a malincuore l’esistenza del Meridione per allargare il bacino elettorale) il tono di Salvini quando dice “marocchini”, che nel loro immaginario sono i nuovi napoletani, ma molto peggio.

Insomma, con rispetto parlando mi dico: “Per essere razzista, secondo me D. è un po’ razzista.” Ma è anche un bravo ragazzo. Dico sul serio. Simpatico, pieno di energia, lavoratore. Nessuno è perfetto.

Lì per lì, comunque, non penso ancora al collegamento fra il razzismo e l’ignoranza (intesa in senso tecnico, non come offesa). La cosa viene fuori da sé, lasciando che la natura e la conversazione facciano il proprio corso. Lasciando che D. vada a ruota libera.

Stiamo parlando di mare per esempio (lui fa la guida subacquea), quando D. m’informa che “le balene no, non mangiano plancton, perché il plancton è roba da pesci stupidi e le balene sono intelligenti.”

Passiamo ad altro. In qualche modo il discorso finisce sulle rispettive esperienze di vita, su quando ho vissuto in Messico, cosa che mi ha permesso d’imparare lo spagnolo. D. mi guarda con gli occhioni da cerbiatto e mi fa: “Ma vuoi dire che in Messico parlano spagnolo? Non hanno una lingua propria?”

Dico: e vabbè, non è un biologo marino e nemmeno un etnologo o un linguista. Capirai, uno mica può essere esperto di tutto. Parliamo di calcio. Dovrebbe andare meglio. Gli faccio: ma nel 2010, con la Coppa del Mondo in Sudafrica, avete notato un beneficio economico per il paese?

Mi risponde, verbatim: “Nel 2010 avevo 16 anni, non me ne fregava niente della Coppa, pensavo solo alla ****” (devo lasciar intendere la conclusione della frase alla vostra viva immaginazione, questo blog potrebbe essere letto anche da bambini).

E che male c’è, penso, uno deve pur avere chiare le sue priorità. Sedici anni poi, sei giovane (anche se io ricordo che il calcio m’interessava molto, all’epoca. C’era l’Inter dei record, per la miseria! Lothar Matthaeus, prega per noi).

Questo D. comunque è proprio un tipetto interessante. Non si può dire che non abbia opinioni originali. A un certo punto si parla di coppie, matrimonio, figli. La cosa non è casuale, perché fra pochi mesi, pensa un po’, il buon D. si sposerà.

“Hai figli?” mi chiede. Gli rispondo di no. Senza letteralmente esitare un istante, mi fa: “Oh, che fortuna, i figli costano un botto di soldi.” Vorrei dirgli che non è quello l’aspetto più importante nella scelta di diventare genitori, ma poi mi dico: che cosa posso saperne, snob che non sono altro? Forse ha ragione. Al giorno d’oggi, fra precariato, disoccupazione, austerità… in attesa del reddito di cittadinanza, in effetti, mettere al mondo dei figli potrebbe essere soprattutto una questione economica.

“Io mi dovrei sposare a febbraio” prosegue D. “Ma non è più tanto sicuro. La mia fidanzata ha avuto una brutta notizia dal padre.”

Oddio, penso, vuoi vedere che il padre sta male e hanno deciso di lasciare in sospeso i progetti nuziali?

“Ci aspettavamo che pagasse tutto lui, invece pochi giorni fa le ha detto chiaramente che ci darà al massimo ventimila rand sudafricani…”

E beh, allora sono cavoli, come si suol dire. Ventimila rand sudafricani equivalgono a 1.400 euro circa. Se quello è il budget del suocero per il matrimonio, e nessun altro tira fuori un quattrino, ci comprano giusto i confetti. Ma D. non si lascia abbattere:

“… e allora io le ho detto, sposiamoci alla buona, nella fattoria dei miei, dove si è sposata mia madre. Se è andata bene per mia madre, andrà bene anche per noi…”

Finalmente un po’ di sano buon senso!

“… così non spendiamo nemmeno una lira, e con i ventimila rand ci paghiamo una bella luna di miele all’estero. Io non sono mai uscito dal Sudafrica!”

“Ragazzo mio…”, volevo dire. Ora, è vero che D. non ha un’idea chiara del mondo là fuori, non avendo mai viaggiato. Ma con ventimila rand al massimo ci paga un picnic al confine con lo Zimbabwe. Ma taccio: chi sono io, per infrangere i sogni di questo giovane boero che vuole andare a spasso per il mondo con la dote della futura moglie?

“… invece la mia fidanzata insiste che la mia famiglia tiri fuori una somma equivalente, e con quarantamila rand possiamo fare il matrimonio in grande che lei desidera.”

Due pensieri fanno a gara per prendere posto in quello spazio inadeguato che la natura ci ha messo a disposizione nella scatola cranica: primo, che la ragazza in fondo non ha torto, se vogliamo metterla sul piano dell’equità. Secondo, che questo simpatico boero ha la stessa idea dei matrimoni che ha delle balene e del Messico.

“La mia fidanzata vuole anche avere figli, più avanti”, continua D. “Ma io, con quel che costano, spererei quasi di essere sterile” (giuro, ha detto così). Ma aspettate, ora arriva il bello: “… anche se poi, in quel caso, lei vorrà adottarli, e allora…”

“… e allora tanto vale farli te”, concludo io, logico eppure incredulo di aver proferito queste parole. Mi giustifico dicendomi che ormai sono convito di essere su candid camera.

“Comunque”, riprende D., “sono sicuro di non essere sterile, perché mio padre non lo era… perché dovrei essere sterile se mio padre non lo è?”

Parola per parola.

Aspettate, gustiamo ancora una volta questo passaggio-chiave del D-pensiero; lo merita. Eccolo qui:

“Sono sicuro di non essere sterile, perché mio padre non lo era.

Scoppio, esplodo, impazzisco dalla voglia di chiedergli se ha molti amici figli di padri sterili. E vorrei chiedergli anche, qualora scoprisse lui stesso di essere sterile, se metterebbe al mondo dei figli, sapendo che potrebbero ereditare la sua sterilità… ma siamo arrivati a destinazione e dobbiamo salutarci.

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