CINQUANTENNI, BELLI E DANNATI

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La Cigale, sia detto con imparzialità, è la sala per concerti più bella di Parigi: perché è intima, perché è storica, perché è sotto casa mia.

“Questo posto è speciale, lo teniamo veramente nel cuore”, dice Brett Anderson giovedì sera a una folla delirante: yeaaah!

E pazienza se Brett lo dice a tutti, a ogni pubblico di ogni concerto, come un marinaio che in ogni porto dichiara unica la donna che sta per zomparsi. Noi ci crediamo. Come la donna del marinaio. Sì, Brett, promettimene un’altra!

“Adoro il fatto di essere così vicino al pubblico, senza nessuna distanza”, prosegue, come se mi avesse sentito. Ma questa volta è sincero: alla Cigale non c’è nemmeno un centimetro di separazione fra pubblico e artisti: chi sta in prima fila appoggia i gomiti sul palcoscenico. Segue foto che lo documenta:

Suede 2013

(dal concerto del 2013 – notate come se non sta attento, Brett rischia di portare via l’arcata sopracciliare di un fan con un calcione)

Anche io due anni fa, la prima volta che vidi Brett e gli Suede in questo locale di Montmartre, appoggiavo i gomiti sul palco. Questa volta invece in prima fila non ci sono; e non perché non ce l’avrei fatta (parentesi: ma cosa vi prende, a voi francesi che andate ai concerti? cos’è questa sciatteria, questo prenderla alla leggera? sono arrivato nella sala un’ora prima dell’inizio e volendo avrei fatto ancora in tempo a essere in prima fila! Ma dico, da quando in qua? dove sono finite le giornate in coda per essere davanti, come ai tempi d’oro? dove sono quelli che si mettono in coda per i Cure al Forum di Assago alle 11 del mattino? dove sono quelli che per vedere Bruce Springsteen a San Siro sono pronti davanti al cancello alle 4 del mattino, all’incirca 17 ore prima dell’inizio, come feci io nel 2003? a proposito, se ve lo state chiedendo: sì, ne stravalse la pena. In prima fila a San Siro davanti a Bruce che canta Rosalita? uno dei 10 momenti più fichissimi della mia vita).

Ma torniamo a noi. Stavolta non sono in prima fila… anche se avrei potuto, perché questo pubblico sciatto e poco combattivo… ma cosa vi prende a voi francesi… ah no, l’ho già detto. Insomma stavolta voglio stare a una piccola distanza dal palco, perché durante la prima metà concerto, gli Suede suonano il nuovo album per intero seminascosti dietro un telo, sul quale sarà proiettato un film (muto) fatto apposta per accompagnare le canzoni del disco. Ganzo, eh?

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(dal concerto di quest’anno, Brett Anderson, visibile dietro il telo di proiezione)

E quindi, per vedere meglio il video, rinuncio alla possibilità di acchiappare Brett per il braccio, come feci tre anni fa. Sì, nel 2013 avevo già compiuto i quaranta e acchiappavo Brett per il braccio. E allora? Provate voi a restare adulti e maturi quando sentite Animal Nitrate e New Generation. Io per fortuna non ci riesco (e non ci provo nemmeno).

Ma apriamo un’altra parentesi. Tanto, qui di discorsi chiari e lineari, l’avete capito, se ne fanno pochi. Parentesi, dunque.

Gli Suede sono uno di quei fenomeni che a me personalmente provocano un incasinamento dei riferimenti temporali. Non tanto perché quando li vedo tirano fuori la mia vera età mentale (sedicenne, ma immaturo per la sua età); non tanto perché mi fanno pensare a “quando ero giovane”. Quanto piuttosto perché non so più cosa pensare di loro. Voglio dire: lasciamo stare me, ma gli Suede sono giovani o vecchi?

A prima vista, devo ammettere, gli indizi denunciano un gruppo “vecchio”: Anderson ha 48 anni; il primo disco degli Suede uscì più di vent’anni fa; i membri della band potrebbero essere genitori di ragazzi adolescenti.

Sì però ascoltiamo anche l’avvocato della difesa. Per il discorso del “giovane o vecchio” infatti non conta la questione anagrafica, ma la rilevanza artistica: l’avere qualcosa da dire. David Bowie a 48 anni pubblicò Outside, un album magistrale e fra i due-tre migliori della sua carriera post-anni Settanta. Mick Jagger a 48 anni era fra Steel Wheels e Voodoo Lounge, con gli Stones ancora in piena attività creativa e non ridotti a circo Barnum di se stessi. Paul Weller ha dieci anni più di Brett Anderson e per essendo un artista indubbiamente di “vecchia generazione”, nessuno discute il fatto che quando esce un disco di Paul Weller oggi, bello o brutto che sia, è l’opera di un uomo intellettualmente vivace, ancora pieno di idee, con un sacco di roba da dire. Leonard Cohen e Tom Waits potranno fare splendidi dischi anche dall’ospizio – vi sembrerebbe strano? E facciamo pure un paragone blasfemo, ma Brett Anderson è più giovane di Jovanotti, per Bacco, e quando esce un disco di Jovanotti tutte le radio italiane sono sotto sequestro per tre mesi – lo ascoltano anche le liceali.

Quindi forse gli Suede non sono così vecchi.

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(sempre dal concerto di quest’anno)

Ma allora perché quando li ascolto mi pare di assistere alla rinascita della Fenice? Perché questo senso di “passato” non lo avverto con i Blur, che sono coetanei? E Noel Gallagher, non è anche lui della stessa era geologica? Eppure non mi sono stupito quando Noel l’anno scorso ha tirato fuori un album bellissimo. Per non parlare dei Radiohead: a nessuno, quando esce un disco dei Radiohead, viene in mente l’età di Thom Yorke. Eppure Thom ha solo un anno di differenza con Brett.

E allora perché, oh, perché, nell’ascoltare Night Thoughts, l’ultimo album degli Suede, sono rimasto sorpreso dal fatto che sia bellissimo?

Forse è perché Brett Anderson, più di Damon Albarn o dei fratelli Gallagher, più di Jarvis Cocker dei Pulp o di Thom Yorke, era bello. Lo so cosa state per dire, soprattutto voi, Ross e Simona: Brett è ancora uno splendido cinquantenne, senza una ruga o un filo di grasso, più bello di tutti i suoi coetanei del Britpop.

Ma non è questione di sola estetica.

È come se la bellezza fisica, nella sua gioventù, facesse parte della sua musica. Le canzoni di Suede e di Dog Man Star erano la musica dei belli e dannati. Nella galassia Britpop, ogni band aveva il suo ruolo, ognuno si era scelto una tradizione di cui essere erede: gli Suede erano eredi del Glam. Se i Blur erano la band dell’Inghilterra un po’ nostalgica riunita intorno al pub, i Pulp erano l’osservatore cinico e arguto che deride la società borghese, gli Oasis erano i teppistelli di periferia che invecchieranno tracannando pinte di birra, i Radiohead erano gli artisti un po’ nerd e intellettuali… gli Suede erano un incrocio fra James Dean e River Phoenix (non a caso, due che i film da vecchi non li faranno mai).

Il problema, quello vero, è che è il rock a essere ancora giovane. Infatti esiste solo da una sessantina d’anni. Non siamo ancora abituati a gestire le rockstar che invecchiano. Credevamo che morissero a ventisette anni o sparissero nell’iperspazio. Non sappiamo farci una ragione del fatto che non tutti sono trovati soffocati dal proprio vomito o con un ago infilato nel braccio. Che alcuni diventino papà e poi nonni. Con le rughe. Ma ancora sul palco a cantare “oh yeah baby”. Difficile razionalizzare tutto ciò. Ancora non abbiamo deciso se quelli che vanno a vedere i Rolling Stones oggi vadano a vedere una rock band o un’esposizione al museo.

Ma tutto questo, ormai l’avrete capito, non è altro che autoerotismo mentale di prima categoria, come avrebbe detto non so più quale mio vecchio prof del liceo.

Bando allora a questi discorsi, del domani non v’è… eccetera eccetera.

Dobbiamo razionalizzare il fatto che gli Suede, musicalmente parlando, non siano così vecchi. La loro carriera è iniziata trent’anni dopo quella dei Rolling Stones.

Lasciatemi anzi dire: ma quanto è figo Brett? Così figo che può permettersi di fare il figo – chiunque altro adottasse i suoi atteggiamenti meriterebbe di essere pestato senza pietà dagli hooligan del Crystal Palace. Ma lui può. Fallo, Brett, esagera! Fai il figo! Lascia che ti acchiappiamo una manica di camicia senza ragione.

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(Brett fa il figo)

Si direbbe, per inciso, che la natura sia stata tanto gentile con lui quanto perfida con il suo chitarrista; che magari invecchiasse un po’! Invece niente, sembra ancora il bambino ciccione sfigato che tutti prendevano a calci in classe.

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(un bambino paffuto inspiegabilmente finito sul palco al posto del chitarrista)

Caro brett, solo una cosa però: fra tutte le canzoni di Dog Man Star che potevi scegliere, This Hollywood Life dovevi proprio lasciarla stare. No, davvero: è brutta. Quel disco è divino in tutto e per tutto… tranne che in This Hollywood Life. È come se ti chiedessi un’immagine di Roma e tu mi mostrassi una foto della stazione di Termini. Comunque, caro Brett, apprezzo il fatto che tu ci abbia risparmiato Head Music. Prendi nota, Linke: neanche una canzone di Head Music. Ha! Invidiami!

Quanto a voi, francesi…

  1. Arrivate prima ai concerti, cribbio.
  2. State ZITTI! Porca miseria o cantate le canzoni o state zitti, ma di che %$&@# avete da parlare durante le canzoni?
  3. E ballate un po’.

 

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Una risposta a CINQUANTENNI, BELLI E DANNATI

  1. glinke ha detto:

    Caro Mepu, come rescue, rescue me from this Milanese life! (e sì, ti invidio, maledetto!)

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