IL FRUSTINO MAGGICO

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OK, l’ho ascoltato. Sono rimasto cinque ore col pollice pronto sul tasto play, troppo impaurito per premerlo: nel frattempo infatti il mio voto provvisorio teorico virtuale era salito a 34, e cominciava ad affiorare in me una leggera consapevolezza che forse la realtà non avrebbe potuto incontrare le mie aspettative, scappate tranquillamente dall’orbita terrestre.

Ho sudato freddo quindi per tutto il pomeriggio, col dito sul tasto, prima che uno starnuto me lo facesse accidentalmente premere. E quindi, volente o nolente, ho ascoltato.

Cosa posso dire? Non posso provare a fare un discorso serio. Dopo aver stroncato un album di Tori che oggi adoro senza ritegno e aver “straveduto” per uno di Prince che oggi uso come sottofondo mentre faccio la frittata, ho rinunciato a tentare di dare giudizi equilibrati su quel pugno di artisti che mi stanno too close to home and too near the bone. Per fortuna sono pochi: i due qui sopra, poi Bowie, i Cure, i Blur appunto, e (se fossero ancora vivi… intendo come band, Moz smetti di toccarti) gli Smiths. Ecco, di questi non voglio mai nemmeno provare a parlare con obiettività, sono completamente succube dei miei squilibri ormonali – nel bene e nel male, come dimostra il caso della povera Tori.

Ma qualche minchiata in libertà, senza pretesa di senso, la posso dire anche di loro.

Come sarebbe a dire “Beh, è quello che fai sempre”??? Zitti.

Diciamo allora che il Frustino Magico mi piace molto. Non come è piaciuto ad alcuni giornalisti più nostalgici (o più cinici) di me, che dicono “i Blur tornano con il loro album migliore”. Sapevamo già nel 1993 che uno meglio di Modern Life non ci sarebbe mai stato, naturalmente. E infatti. Ma questo non è un problema. Non chiediamo mica a Maradona, a cinquant’anni, di segnare un gol più bello di quello dei Mondiali di Messico ’86. A meno di prendere quella stessa difesa dell’Inghilterra… ma lasciamo perdere.

Il Frustino quindi mi piace molto. Lo trovo un po’ carente di pezzi up-tempo (vuol dire “veloci”, ma nelle recensioni musicali si sa che bisogna tirarsela un po’): ne ho contati solo tre; ma quei tre mi acchiappano una cifra. Go Out in particolare non riesco a giudicarla obiettivamente; probabilmente è bella ma non bellissima. Ma quando l’ascolto mi ritrovo immediatamente con la pinta di London Pride in mano, attorniato dai miei amici inglesi nel ’95, a dire “oi mate, your turn innit” nell’Alexandra, il mitico pub di Wimbledon. E quindi mi parte l’embolo e godo come un riccio. Come voto le darei ventisette. Ma non saprò mai se lo merita.

Il pezzo che adoro è Ice Cream Man: mi ricorda tanto Fade Away, nel senso di navigare su un giro d’accordi originale ma non strampalato, un andamento vagamente malinconico e un suono molto molto liquido. Più un’interpretazione perfetta da tutti e quattro. Anzi, tutta la canzone è praticamente perfetta. E come Fade Away è il mio pezzo preferito di TGE, Ice Cream Man è la mia preferita di TMW.

I pezzi in cui Albarn costringe i Blur a imitare se stesso che imita Bowie del periodo berlinese, tipo New World Towers o Spaceman, probabilmente sono dei grower. Oggi non ne sono ancora convinto, ma sento che mi piaceranno di più in futuro. Diciamo che sono sempre un po’ timido nei confronti dei loop di batteria, almeno di tutti quelli non incisi nel ’76 allo Château d’Hérouville o nel ’77 agli Hansa di Berlino con Eno alla console… e ovviamente a eccezione di quelli dei PIL e di chiunque rappi “yo woman, this nigga gonna make sweet luv to you”. Insomma resto un fan dei Blur della Life Trilogy, questo è sicuro, più che di 13 o addirittura Think Tank (Dio ce ne scampi e liberi). Birre e corse dei cani. Il Good Mixer di Camden Town.

Pazienza se sappiamo che quel mondo non esisteva, che Albarn e Coxon l’hanno creato ad arte per dare a quella musica un universo credibile, cucirgli uno zeitgeist su misura. Alla fine quel mondo l’hanno adottato tutti: c’è stato risucchiato pure chi esisteva da dieci anni per i fatti suoi e fino a quel momento col Britpop non c’entrava niente, tipo Jarvis Cocker, che si deve essere svegliato una mattina pensando “cazzo, ma io è dall’83 che dissacro lucidamente il DNA culturale inglese e ora è grazie a questi parvenu che la mia Common People diventa un inno generazionale.” Vabbè Jarvis, non ti lamentare. Pensa a Paul Weller, che ha navigato ogni genere musicale possibile prima di essere riscattato dalla casa di riposo dai Cast e dagli Shed 7 come se gli facessero un favore.

Della trilogia Rubbish, Parklife e Escape mi piacevano tanto anche i testi, coi loro personaggi, il loro filo narrativo un po’ didascalico ma brillante, spietato, diretto. Ma quello è durato poco, giusto il tempo di quei tre dischi, poi Albarn ha fatto come Bowie ed è diventato “impressionistico”. Oddio, tranne quando descrive le pere che si faceva a Westbourne Grove in You and I sul suo Everyday Robots: lì è abbastanza esplicito.

A proposito, ci sono molti momenti robotico-quotidiani nel Frustino Magico, ma per fortuna Coxon arriva in tempo per salvarci dallo spleen e dalla voglia di strascicare i piedi tutto il pomeriggio in una strada secondaria di Hackney, immusoniti. Vita! Sveglia! aprite le finestre, fate entrare aria!

Pure Terracotta Heart mi piace parecchio, probabilmente è solo perché so che è Damon che parla di Graham. Niente, con le emozioni non si ragiona. Voglio dire, conoscete un genitore che guardando il disegno di un figlio dica “ma che merda, non sai fare di meglio?”

E There Are Too Many of Us è un altro potenziale classic, soprattutto grazie alla variazione di tempo a metà canzone – altrimenti Dave Rowentree che ci stava a fare? Ma no, scherzo, è bella anche se un pochino troppo esplicita. Ma siccome mi sono appena lamentato dei testi che non sono più diretti come una volta, meglio che mi sto zitto.

Ghost Ship ovviamente non era davvero una canzone dell’album: è uno scherzo bastardo di Stephen Street, che una volta ultimato il lavoro in studio ha preso un inedito di Lionel Richie e l’ha infilato in tracklist a tradimento, di soppiatto, smanettando con autotune fino a ottenere una voce passabilmente albarniana per ingannarci tutti.

MA NON HAI INGANNATO ME, STREETY!

Ti piace che ti chiamo Streety, come faceva Johnny Marr quando era ubriaco e voleva prenderti per il culo? No eh?? Ti sta bene! Così impari a infilare una canzone di merda in un album dei Blur senza che Damon e Graham lo sappiano! Anzi due canzoni, cazzo! Dove l’hai presa Ong Ong? Cos’è, un inno a Medici senza frontiere? Ma in inglese si dice NGO, cretino! Ti abbiamo sgamato! Albarn non scriverebbe mai ONG, scriverebbe NGO! Non-governmental organisation, beota!

Ti odio. Odio te, Streety, oppure odio l’ingegnere di studio responsabile di questo doppio scherzo. Chiunque sia stato. Fate voi.

Infatti io volevo infilare da qualche parte nel post questa frase: “Albarn ha ormai fatto troppa strada come consumato songwriter per scrivere ancora pezzi mediocri come … (inserire titolo di vecchia fetecchia, possibilmente tratta da Leisure)”. E per colpa tua, Streety, non posso usare questa frase bellissima!

Basta, non voglio più andare avanti. Gli darò un sobrio 29 e doppio encomio.

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