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COSE CHE MI PIACCIONO DELLE MISSIONI UMANITARIE:

Il fatto che un iraniano e un’americana vivano nella stessa casa, e la mattina a colazione si prendano in giro a vicenda. Lei gli fa: “Sappiamo benissimo che in camera da letto passi le notti ad arricchire uranio”; lui risponde “Vero; e non sostengo neanche che sia per scopi pacifici”.

Il fatto che un’indiana e un pakistano vivano anche loro nella stessa casa e si dicano “ieri nella partita di cricket vi abbiamo fatto un culo come una capanna”.

Quando il mio collega somalo mi dice che per colpa nostra (degli italiani) lui pesa 115kg perché abbiamo lasciato in eredità al suo paese la pastasciutta. E si lamenta come me del fatto che nelle missioni non si trovi un buon espresso. Nemmeno uno cattivo.

Il fatto che mentre gli stranieri, a Port Harcourt, possono muoversi solo con scorta armata e in pochi quartieri da ricchi / d’affari, noi, armati solo del nostro adesivo bianco e rosso, possiamo andare ovunque. Ma davvero ovunque.

Quel momento, a fine pomeriggio, in cui staccano il generatore per farlo riposare; e non avendo più ventilatori né luce, non c’è alternativa al prendere una birra prima che il frigo si scaldi e trovarsi sulla panca davanti casa, a far passare un’ora tutti insieme senza avere assolutamente niente da fare*.

Avere di fronte una persona, più grossa, più ricercata e (molto) più cattiva di te, e dirle, guardandola serenamente negli occhi: “Il nostro spazio, le nostre persone e le nostre attività sono neutrali e imparziali e ne pretendiamo il rispetto assoluto”.

Quando ti chiedono il conto e tu dici “è tutto gratis”, e loro sgranano gli occhi e dicono “God bless you”. Lo so, siamo narcisisti.

COSE CHE NON MI PIACCIONO DELLE MISSIONI UMANITARIE:

Lo scarafaggio kamikaze che durante la notte si è tuffato nel pentolone, fra i rimasugli del minestrone, e che trovi galleggiante al mattino, quando entri in cucina per la colazione. Ma forse mi piace ancora meno la zanzara che trova il pertugio microscopico nella retina intorno al letto e metodicamente, sadicamente, passa la notte a farti una punturina e sparire per cinque minuti, poi un’altra punturina e sparisce di nuovo, poi un’altra ancora prima di una nuova ritirata, e così via…

A proposito di notte… La scelta fra dormire con un grosso phon puntato addosso tutta la notte (il ventilatore), svegliandosi frullati e col torcicollo, come se avessi fatto l’A1 da BO a MI in moto senza casco tutta a 180 all’ora; oppure fare un bagno turco lungo otto ore, aspettando pazientemente l’alba mentre ogni goccia di sudore porta via con sé un po’ della tua voglia di vivere. (Lo so, succede in tanti posti, anche in Italia. Ma qui siamo su livelli equatoriali. Gli unici altri esseri umani che hanno provato questo mix di caldo, afa soffocante e zanzare killer, in tutto l’universo, sono i miei amici del Pavese – PAVIA! We are together!).

Le piccole gelosie da scuola media fra noi, la Croce Rossa, Medici del Mondo, Unicef, il Programma Alimentare Mondiale, Azione Contro la Fame, Save the Children ecc… Naaaah, queste in realtà mi piacciono, le trovo divertentissime. Anche perché non ci impediscono di organizzare insieme i barbecue.

Quando devi mettere la mano sulla spalla di un ragazzo per dirgli “Mi spiace, tuo fratello non aveva speranze”. Ma questo gesto, difficile e sgradevole perché va contro ogni sentimento umano, in realtà è molto utile a me stesso. Primo, perché, da non-medico, mi ricorda che questa specie di sfida contro natura fa parte del “lavoro normale” per i miei colleghi medici e infermieri. E che io potrò lavorare per questa organizzazione per vent’anni, e comunque alla fine non avrò salvato un solo paziente in vita mia, mentre loro in un giorno ne salvano un tot.

Secondo perché mi fa ricordare che la stessa difficile frase, ogni giorno, milioni di medici e infermieri la devono pronunciare in mille e mille ospedali. Non solo nella Siria in guerra, non solo nel Congo straziato dalle epidemie, ma anche nella Milano che si lamenta del parcheggio in doppia fila e nella sonnacchiosi provincia che discute di quanto sia faticosa la raccolta differenziata. Ed è un bel ritornare coi piedi per terra, un avere presente che non c’è bisogno di ammantarsi del glamour dell’umanitario per dare una mano, e che sono utili anche quelli che si rendono tali dentro le frontiere.

(* beh, quell’oretta di dolce far niente leggermente alcolico valeva per il periodo pre-apertura del nostro ospedalino.)

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