AL DI LA’ DELLA FINE

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Eravamo rimasti a Ushuaia, Terra del Fuoco: la fine del mondo, la città più a sud del globo, un paradiso remoto e incantevole – se non fosse per i miliardi di turisti americani e giapponesi che sbarcano ogni giorno da gigantesche navi da crociera. E naturalmente se non fosse per noi: altrettanto numerosi e parassitari, ma con la scusante che arriviamo via terra al termine di un lungo tragitto, sentendoci per questo in diritto di considerarci come “viaggiatori autentici”, quelli che non impestano il prossimo.

La priorità mia e della Babsie, dopo un paio di giorni qui, è trovare quel che Ushuaia non è: l’autentica fine del mondo, il vero avamposto remoto e dimenticato, ultimo bastione prima delle acque gelide dove regnano le orche.

“Puerto Williams, partenze ogni giorno tranne domenica”.

Io e la Babs guardiamo il cartello da un quarto d’ora; stiamo facendo finta di pensarci su, ma sappiamo bene entrambi che la decisione è già presa. Perché Puerto Williams, dovete sapere, è un microscopico, sonnacchioso villaggio nella Terra del Fuoco cilena. E si trova oltre il Canale di Beagle, ovvero ancora più a sud di Ushuaia (seppure marginalmente). È, in altre parole, “l’autentica fine del mondo, il vero avamposto remoto e dimenticato, ultimo bastione prima delle acque gelide dove regnano le orche.” Mmmhh, dove l’ho già sentita questa?

Per di più a Puerto Williams non si va né in autobus né in aereo, ma in barca: e cosa c’è di più esploratore-friendly di un bel viaggio in barca nel canale di Beagle, per andare in culo ai lupi?

Sì, Puerto Williams fa al caso nostro. E anche se andarci costa un occhio della testa, cioè uno della mia testa e uno di quella della Babsie, ci accechiamo entrambi volentieri pur di vedere questo posto che nei nostri pensieri ha qualcosa di profondamente mistico.

“Andiamo a Puerto Williams e per due giorni restiamo seduti in un barettino di fronte al mare a guardare le onde e le nuvole!” esultiamo in coro.

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(la belva minacciosa difende il territorio)

Come ogni altra tappa di questo viaggio, anche la traversata per Puerto Williams si rivela estenuante. È il suo bello, eh, per carità. Ma le lunghe attese sfiancano.

Cile e Argentina sono buoni vicini e partner commerciali, io francamente li vedo un po’ come quelle accoppiate tipo Svezia e Norvegia: due paesi che fra di loro si considerano probabilmente assai diversi, ma dai, visti da qui son la stessa roba. Non dico in termini di cultura e carattere della gente, ma insomma, con tutto quel confine che hanno in comune, mica possono formalizzarsi troppo per gli attraversamenti.

Mi aspetto, quindi, che passare dall’uno all’altro sia come andare da piazza piazza del Duomo a piazza della Scala a Milano: due passi in galleria e via. Si dovrebbe passare “come una lettera alla posta”, come dicono i francesi (si vede che in Francia la posta funziona).

E invece no. Questa frontiera è solo moderatamente meno impervia di Checkpoint Charlie fra Berlino Est e Ovest nel 1980.

Il Cile non accetta per esempio che si porti all’interno dei propri confini nessun cibo fresco proveniente dall’Argentina. Biscotti confezionati o lattine vanno bene, ma se hai una mela o una banana, i cartelli minacciano la prigione. E uno zelante dipendente delle dogane ci fruga gli zaini. Aggiungi tutti i classici disguidi con i mezzi di trasporto di due paesi che diciamolo, non sono certo terzo mondo ma neanche esattamente primo, e passi le ore a osservare le mute di cani randagi – quelli, sì, veri padroni della regione, da ambo i lati della frontiera.

Quelli cileni sembrano meno aggressivi di quelli argentini, e la cosa devo dire vale in genere anche per le persone. Ma in entrambi i casi, bisogna restare all’erta. Qui succede roba strana.

Tanto per cominciare i cileni hanno una specie di erre moscia; non alla francese, ma un po’ come se fossero americani che parlano spagnolo. Ma sono in tanti ad avercela, eh! Forse anche a Puerto Williams, come a Rio Gallegos in Argentina, son tutti parenti e questa erre è un difetto di famiglia.

Il che ci starebbe, perché la popolazione locale è costituita da una manciata di persone che si assomigliano tutte e dai cavalli che pascolano tranquilli nella piazza del Comune. Tra l’altro, a occhio e croce gl’incroci a scopo riproduttivo attraversano anche i confini della specie.

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(beh? che c’è di strano?)

Ma la cosa che più di ogni altra ci ha ingraziato questo posto è che sono tutti gentilissimi. Forse perché non hanno altro modo di passare il giorno: l’economia locale sembra ruotare intorno alle passeggiate e alla siesta; come riescano a ricavarne soldi, non sono riuscito a capirlo.

Il nostro piano di passare due giorni seduti in un bar a guardare il mare e le nuvole naufraga miseramente quando ci rendiamo conto che in paese c’è un solo bar, che non sta sul mare ed è troppo piccolo per passarci due giorni: nel senso che ha solo un tavolino, e se io e la Babs lo occupassimo tutto quel tempo, saremmo un po’ egoisti.

Ma il bar non è certo il problema principale: ci tocca andare letteralmente a bussare alle porte per chiedere ospitalità, perché l’unico B&B esistente è diventato famoso e bastano quattro turisti perché non ci sia più una camera libera in paese.

Troviamo infine alloggio presso una famiglia in cui la componente di sangue equino deve essere particolarmente elevata; ma anche la gentilezza non è da meno. Vogliono mettere su un B&B anche loro ma ancora non sono pronti, quindi ci lasciano una camera enorme ma ancora non completa a un prezzo di favore.

(Un angolo di camera nostra, nell’allegro B&B della famiglia Addams. Ci sono una vanga e una batteria, insomma tutto l’indispensabile)

La mattina dopo, mentre stiamo scarpinando per l’ennesimo trekking (c’è una montagna con una bandiera del Cile in cima, come si fa a non andarci?), incontriamo i nostri padroni di casa con zii, cugini e parentado vario, sono assiepati in una radura ai margini del sentiero: stanno preparandosi per il barbecue della domenica. O di ogni giorno, a giudicare dalla loro taglia. Comunque qui il barbecue si chiama asado, sappiatelo.

Ci vedono passare, ci dicono: “Mi raccomando, quando tornate in giù passate di qui.”

Sembrano sinceri, ma c’è qualcosa di strano. Nessuno ci sorride mentre ci stanno invitando, mi ricordano un po’ quei tizi in Un tranquillo weekend di paura che a un certo punto rapiscono gli incauti viaggiatori.

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(l’attacco è sferrato)

Ora lo confesso, anche alla Babsie a cui non l’ho detto prima: da quel momento, non ho fatto altro che pensare al barbecue che ci attendeva. Ho perfino misurato il passo del trekking e le pause in modo da capitare alla magnata al momento giusto: non troppo presto, perché fa brutto, sembra che ci siamo imbucando senza vergogna. Ovviamente non troppo tardi, quando non ci sarà più niente da bere e mangiare. L’ideale è a due terzi della sessione, quando c’è ancora roba e gli altri si sono calmati e tu fai la parte di quello che passava di lì per caso.

Arrivati in cima al Cerro Bandera (questo il nome della montagna con… beh, la bandiera), controllo l’orario. Tutto bene. Forse. O bisogna far passare ancora del tempo? Meglio far passare ancora un quarto d’ora.

“Andiamo fin là sulla quella roccia”, dico alla Babsie. “Andiamo a vedere se da là si vedono i picchi dietro la montagna.”

Andiamo sulla roccia. Rivediamo il ragazzo israeliano che abbiamo incontrato in barca. Quello che per noi è l’intero programma della giornata (asado a parte), per lui è solo l’inizio: ha intenzione di farsi tutto il circuito del trekking, vivendo cinque giorni da solo into the wild.

Oddio, mi è passato il tempo e non me ne sono accorto! Siamo in ritardo per il nostro passaggio casuale al barbecue della famiglia equina!

“Torniamo!”, grido.

Facciamo la via del ritorno, in discesa, come fosse lo slalom gigante alle Olimpiadi. Se durante la salita salutavamo sorridendo gli altri camminatori, ora li tolgo con una spallata dal mio cammino. Le costolette! L’asado! Forza, forza!

Arriviamo, secondo i miei calcoli, a quattro quinti della sessione di barbecue: in teoria troppo tardi. Da noi, resterebbe solo un petto di pollo stopposo e crudo in mezzo. Qui a occhio e croce c’è un mezzo quintale di roba: carcasse di almeno cinque specie animali arrostiscono lentamente sopra una griglia che ha la superficie di piazza San Marco a Venezia.

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(ci sarebbero ancora due avanzi…)

Sto per avventarmi su una costola di tirannosauro come Conan il Barbaro quando il nostro padrone di casa dice: “Prima la zuppa”. E ci porge due scodelle con altrettanti pollici infilati nel brodo. Le unghie sono nere, chissà se di sporco o di tanto infilare le dita nelle zuppe altrui.

Però devo ammetterlo, è squisita: anche perché c’è un pezzo di grasso grande come la Pietà di Michelangelo mezzo sciolto dentro. O forse è il suo dito che insaporisce. Magari lo sa e lo fa apposta. Un gesto di cortesia, diciamo.

Due ore dopo siamo ancora lì. Avevo sottostimato la durata degli asados sudamericani e la perseveranza delle mandibole locali. Non invento niente, giuro che una volta raccolti gli avanzi, sparecchiato e tornati a casa, non abbiamo fatto in tempo a mettere piede oltre l’uscio che la nonna, una vecchia balenottera azzurra più rugosa del Grand Canyon, infila la mano nel pentolone, afferra una braciola cruda con le mani e comincia a staccarne un pezzo coi molari, che i canini e gli incisivi ormai ballano dentro le gengive come Tony Manero il sabato sera.

Chi l’avrebbe detto, pure in Cile si sta bene.

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ANTARTICO

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Su quest’ameno pianeta si osserva una certa inflazione di “fini del mondo”. Lasciamo perdere la variante cinematografica (film sui virus letali, le calamità naturali o le invasioni degli alieni); lasciamo stare soprattutto l’attualità (il terrorismo internazionale o magari la Terza Guerra Mondiale, nella quale i Curdi invadono il Regno Unito per crearsi una propria patria, ma scendendo dall’Eurostar si scontrano con l’esercito del Movimento Cinque Stelle che volendo uscire dall’Unione Europea ha trovato più facile invadere un paese neo-extracomunitario piuttosto che formare un governo in Italia con l’attuale legge elettorale, salvo accorgersi che Londra è piena di jihadisti, cosa che spinge Beppe Grillo a chiedere l’intervento di Donald Trump per lanciare una guerra preventiva contro le Guardie di Buckingham Palace, tranne che Trump, il quale a sua volta vuole l’aiuto di Putin, telefona al Cremlino da una volgare cabina telefonica perché sarà anche il presidente ma non è proprio una lenza, e viene quindi intercettato dall’intelligence di D’Alema, il quale, sentendo un accento americano, è convinto di avere intercettato Renzi che manovra per spodestarlo dal cavallino della giostra di Pontassieve su cui è saldamente insediato e da cui tiene sotto controllo tutto il parco giochi fino agli autoscontri, e quindi pensa subito di reagire alla guerra intestina al PD puntando come sempre sul fido alleato Berlusconi, solo che cercando distrattamente nella sezione “Dittatori” della sua rubrica telefonica mentre la giostra gira veloce, D’Alema per sbaglio avvisa la Corea del Nord, la quale per non saper né leggere né scrivere spara un missile nucleare, il quale però sbaglia percorso perché il navigatore satellitare è fabbricato in Bangladesh da un bambino di sette anni, e quindi, fra continue suppliche di “fare inversione a U appena possibile”, il missile finisce sul giardino del Vaticano, attirando le ire d’Iddio sull’umanità e quindi un nuovo Diluvio Universale, proprio quando il Califfo di ISIS Al Baghdadi stava per dichiarare la sua conversione agli Hare Krishna e la fine delle ostilità…)

No, limitiamoci alla fine del mondo applicata alla geografia.

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Il fatto innegabile è questo: ogni piccolo sobborgo di questa sfera celeste dista al massimo un pugno di chilometri da una “fine del mondo”.

Ce ne sono in Cornovaglia, in Bretagna, in Spagna e in Portogallo per restare vicino a casa. Ce ne sono in qualunque angolo di terra emersa con una propaggine di qualche tipo – cioè quasi tutti.

Ma Ushuaia, nella Terra del Fuoco, è speciale. Dai, Ushuaia è la vera Fine del mondo.

Nessun altro posto al mondo è così a sud (e nord e sud, a differenza di est e ovest, sono concetti assoluti, quantomeno all’interno del nostro relativismo antropocentrico). Guardate l’America Latina: ammirate il suo estinguersi in questa punta protesa e sottile, solitaria, misticamente tesa verso il nulla.

Siamo a un tiro di schioppo dall’Antartide: un luogo che per quanto ci riguarda è come fosse Venere o Marte. Un altro pianeta.

E poco importa se in effetti, a ben guardare, la latitudine di Ushuaia non è così folle: se prendessimo il parallelo corrispondente nell’emisfero nord, saremmo più o meno in Polonia. Paese settentrionale, certo, ma non è mica roba da yeti e orsi polari. Però il paragone non vale. Perché l’emisfero nord è più affollato e smandrappato, c’è vita civilizzata fin dentro al circolo polare artico (più o meno: si potrebbe discutere se sia civile vivere a certe temperature); mentre in fondo a sud abbiamo questo grande continente di ghiaccio e un’infinita superficie di mare con foche, pinguini e balene.

La Terra del Fuoco evoca i nomi di Darwin e Magellano.

Oh, insomma, basta: Ushuaia è l’autentica fine del mondo, punto.

Ecco, queste sono le premesse.

Ah no, ce n’è un’altra.

Ci abbiamo messo dieci giorni per arrivare qui. Da Esquel, nel nord della Patagonia, a Ushuaia, Terra del Fuoco, ci siamo sciroppati 2000 kilometri di strada normale e a volte sterrata sulla mitica Ruta 40, fermandoci in paesini dimenticati da Dio lungo la rotta, andando a esplorare la grotta delle mani, flirtando coi guanachi e i cani randagi, marciando per ore fino al monte Fitzroy, passeggiando sul ghiacciaio Perito Moreno. Abbiamo attraversato lo stretto di Magellano, cercando inutilmente di fotografare i delfini bianconeri che ci facevano le pernacchie dal pelo dell’acqua.

Abbiamo fatto apposta ad andare piano, prendendola comoda, assaporando il tragitto. Perché alla “fine del mondo” non ci si arriva così, come nulla fosse. Bisogna volerla, guadagnarsela. Bisogna conquistarla.

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E noi l’abbiamo fatto. Ce ne abbiamo messo di tempo, ma siamo arrivati in quest’angolo sperduto, remoto e solitario… Darwin che cerca le origini della vita… Magellano che sfida le acque inesplorate…

«PERMESSO, PERMESSO! Fate passare, spostatevi!»

Casino pazzesco. Un vecchio ciccione con il cappellino con lo swoosh della Nike mi spintona. I vigili si sbracciano, alzano la voce per sovrastare il vociare confuso. Tutto intorno, turisti americani. Centinaia, con facce da convention della National Rifle Association. Hanno la polo infilata dentro i bermuda, calzini bianchi di spugna, scarpe Nike e cappellino da baseball. Si ammonticchiano sul marciapiede, appena fuori dal porto turistico: sono sbarcati da una nave da crociera grossa come la provincia di Campobasso.

Gli uomini portano la macchina fotografica appesa al collo (con la cinghia regolata in modo che l’apparecchio sia comodamente appoggiato sulla pancia sporgente). Sono in attesa di attraversare la strada da venti minuti e bisogna capire: per un americano, attraversare la strada all’estero è sovente un’impresa fatale. Quando poi sono così tanti, l’incrocio rischia di diventare una tonnara.

E allora il comune di Ushuaia interviene. Perché il capitale va protetto. Quando una nave da crociera attracca nel piccolo porto, una task force di vigili urbani parte in missione speciale. E si piazza all’uscita del porto turistico, a controllare il traffico durante una traversata che pare la migrazione degli gnu nel National Geographic.

E io mi ci trovo in mezzo, come una gazzella presa nella mandria degli gnu che rischia, senza volerlo, di seguirli fino in Kenya. Ero andato al porto per contrattare un giro in barca nel canale Beagle, quello che prende il nome dalla barca di Darwin. Volevo andare a vedere migliaia di pinguini sulle isolette e invece sto vedendo centinaia di trichechi sul marciapiede.

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Devo cercare riparo. Devo scappare da qui. Lascio il porto, mi butto in una stradina in salita che va verso l’interno della cittadina. Mi ritrovo su una specie di via dello struscio. Più che la fine del mondo, la fine della mia speranza. C’è un Hard Rock Cafè alla mia destra ma non faccio in tempo a sospirare di tristezza che una carovana di giapponesi quasi mi spiaccica sull’asfalto sotto centinaia di scarpe di Prada. In testa, una donna con l’ombrellino fucsia impartisce ordini manco fosse il maestro del Kobra Kai in Karate Kid – Per vincere domani.

Scappo ancora più lontano, ancora più in alto lungo il fianco della montagna su cui la città è affastellata. Mi vengono incontro mute di cani randagi: evviva! Finalmente qualcosa che mi ricorda la Patagonia e la Terra del Fuoco: i cani randagi! Ve li ricordate? Ne abbiamo incrociati a migliaia, io e la Babsie, scendendo qui. Sono il segnale più sicuro che sei nel posto giusto. Penso quasi di accarezzarne uno. Lascio perdere.

La signora Rosario sta bevendo un mate. È un intruglio cattivissimo di erbe amarissime che offende le papille gustative. Me ne offre del suo: accetto subito. Perché dovete capire che il mate è una di quelle cose orribili che fai con idiota entusiasmo solo perché sei in un posto dove si usa così.

Quando ero in Yemen masticavo qat, quando andai in Perù masticai foglie di coca, in Africa ho mangiato le larve piene di sabbia comprate nel mercatino del colera. Siccome sono in Argentina, bevo il mate offerto con amore dalla mia padrona di casa. Mi aiuta a dimenticare gli americani della nave da crociera.

Andiamo a cena vicino al porto. Le navi da crociera ripartono prima del tramonto, finalmente si sta tranquilli. Senza pensarci, chissà perché, mi metto a canticchiare Just Like Heaven dei Cure. Sarà la quiete ritrovata, sarà questa bella sensazione di calma che accompagna l’oscurità… la notte, lungi dall’evocare il timore delle tenebre, mi fa sempre pensare al benessere dell’intimità. E le note dei Cure…

«La devi proprio cantare tutta?», m’interrompe la Babsie quando non ne può più.

Vabbè, mi zittisco. In realtà non ce l’ha con me. È solo uno sfogo perché è incazzata con la sua pastasciutta. La Babsie non ha capito che non bisogna mai ordinare la pastasciutta passata Ventimiglia. Si ostina, dice che qui sono tutti nipoti degli italiani e la sanno fare. Con i frutti di mare. Sarà. Intanto però le hanno fatto la pasta corta. Poi, l’hanno cotta almeno una mezza giornata. Se tiri un rigatone contro il muro, puoi usarlo per incollarci un poster. Infine l’hanno buttata in bianco nel piatto, e ci hanno rovesciato una mestolata di sugo sopra: giratela tu, cliente, che mi si raffredda il mate. Anche io al posto suo sarei incazzato, ma non l’avrei neanche ordinata. E non me la sarei presa con i Cure.

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Ragazzi, sarà anche la fine del mondo, ma di giorno Ushuaia è presa d’assalto come la Rinascente sotto Natale. Si fatica a camminare. Non mi dispiace del tutto: c’è ancora qualcosa, nell’architettura in stile pescivendolo-naif, che cattura; al di là della baia ci sono ancora le case in assi di legno su collinette spazzate dal vento. La sera, quando le crociere sono ripartite, si sta bene. Anche vicino al mare. A bere una birra scura in uno dei locali da marinai (cioè, da turisti che vogliono far finta di essere in un locale da marinai).

Però qui urge un rimedio. Se vogliamo trovare la propaggine estrema e il villaggio sperduto, bisogna andare ancora più giù. Facile a dirsi, ma cosa c’è ancora più a sud della città più a sud del mondo?

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ROCK AROUND THE WORLD

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Se vi capita di passare in Argentina, Rio Gallegos è sicuramente un posto da non perdere: singolarmente brutta, lontana da tutto, fredda e umida come un calzino bagnato sul balcone d’inverno. Appena arrivati, una rapida occhiata alla popolazione dice che il tasso di analfabetismo deve essere intorno al 40%, quello di disoccupazione al 65% e quello di obesità al 100%. Sempre a occhio e croce, preso il 35% di abitanti che non è disoccupato, la grande maggioranza sembrerebbe lavorare come posteggiatore abusivo.

«C’è sole, usciamo in maglietta!», dice la Babsie. Ha ragione, il cielo terso ci guarda attraverso la finestra e ci fa venire l’acquolina in bocca.

Purtroppo non sappiamo ancora che, oltre al gioco di indovinare le coppie di mariti e mogli consanguinei per la strada, l’altra grande attrattiva del posto è il vento ghiacciato che soffia dall’Atlantico. Torniamo in camera a prendere le giacche a vento e ricominciamo.

Vaghiamo senza meta in mezzo alle sterpaglie che crescono fra le crepe nell’asfalto e le case abbandonate: ce ne sono una quantità spropositata, soprattutto sul lungomare. Devono essere sintomo di un’epoca di relativa prosperità finita in miseria. O quello, o siamo finiti in un film dell’orrore che sta iniziando proprio adesso; forse tra poco uno di noi avrà l’idea di entrare in una di quelle case e troverà una scala che porta nello scantinato. A quel punto io dirò: «Dividiamoci! Tu vai di là e io di qua».

Le quotazioni dell’ipotesi horror movie schizzano alle stelle quando arriviamo di fronte a una scuola elementare. Una simpatica casetta bianca e celeste. Un cancello sulla strada. Un muretto con decine d’impronte di manine innocenti. Non so se avete presente la Strega di Blair. Rimaniamo pietrificati per un quarto d’ora. Il concetto di «Vai in punizione nell’angolo» prende tutto un altro sapore. Di sangue.

Andiamo oltre.

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(Le lezioni di storia della strega di Blair – presto sui vostri schermi)

Una coppia di ragazze, a occhio e croce sorelle oltre che madre e figlia e probabilmente una è anche zia dell’altra, ci viene incontro. Hanno entrambe un gelato in mano. Ha l’aria invitante (il gelato, non la coppia). Pochi metri più avanti c’è un’insegna con un cono disegnato, dice: “Grido”. Entriamo.

La gelateria è piena di clienti, tutti paziente attesa al bancone. Il più leggero peserà novanta chili. Ma solo perché ha dodici anni: crescendo, raggiungerà la taglia degli altri. E come fargliene una colpa: con gusti dei gelati tipo “cioccolato al tacchino del giorno del ringraziamento con mascarpone”, questo non è un paese per diabetici.

Uscendo in strada con i nostri gelati all’arancino di riso e cassata siciliana, passiamo di fronte a un negozio di dischi.

«Meraviglia delle meraviglie!», dico io.

Dovete sapere che ho appena letto Vernon Subutex, un romanzo francese in due volumi della Virginie Despentes… dai, quella di Scópami, presente? No? Vabbè, è un romanzo di quelli pop-metropolitani, la storia di un tizio che ha un negozio di dischi a Parigi: un giorno il negozio fallisce e un passo dopo l’altro lui finisce per vivere per strada, proprio come un clochard.

Non è una storia drammatica: Vernon in realtà è circondato da un sacco di amici, avrebbe varie occasioni di tirarsi fuori dai guai; riesce perfino a rimediare qualche storia di sesso, la vive bene insomma, la sua situazione. Al punto che è lui a non voler tornare a una vita normale: si lascia trascinare dagli eventi, ci sguazza.

Naturalmente, Vernon è un tipo rock fino al midollo: il suo negozio era una sorta di tempio in cui si riunivano in adorazione tutti gli appassionati di rock alternativo, controcorrente, ingenuamente fedeli al Verbo, quelli che ci credono insomma… vabbè morale della favola, ho Vernon Subutex fresco in testa e ora mi trovo di fronte a un negozio di dischi in un ricettacolo di fenomeni da baraccone dove avrei detto che si vendono solo grassi saturi e mannaie!

Ingurgito gli ultimi due chili di gelato che mi restano e varco la soglia insieme alla Babsie.

Dietro il bancone c’è il mio Vernon patagonico: occhi a mandorla come quegli indios che potrebbero anche essere coreani, capelli lisci, lunghi fin sotto le spalle, così unti che non ce ne sono due che stanno insieme, un pizzetto con una densità di tre peli per centimetro quadrato.

Ci guardiamo, ci stiamo subito simpatici, ma nessuno parla.

Già, cosa voglio da lui? Sono entrato di getto, senza pensarci.

Beh, in ogni paese in cui viaggio mi piace ascoltare musica locale. Ma non quella tradizionale o folklorica: mi piace il rock in versione locale. Voglio dire che se un congolese o un cambogiano venisse in Italia, secondo me dovrebbe ascoltare gli Afterhours e i Verdena, magari Vasco e la prima Carmen Consoli, non Claudio Villa o Peppino di Capri. Ecco, io voglio il rock argentino. Voglio il rock argentino!

«Voglio il rock argentino!», dico a voce alta; poi, dopo aver tossicchiato un paio di volte: «Cioè, vorrei un consiglio su qualche band rock argentina… qualcosa da scoprire… perché io, ecco… non conosco nulla. Di argentino. Rock.»

Lui, è come se gli avessero cambiato la pila. Si mette a ballare da un piede all’altro e parla a raffica: «Sì fratello, rock argentino, vuoi rock argentino! Che genere di rock, eh, che cosa ti piace? Che ne dici di un bel post-punk? Cold wave, ti piace la cold wave? O preferisci il nu metal? Vuoi acid house, hardcore, garage, cosa vuoi, cosa vuoi? Eh? Eh?» Da un piede all’altro, da un piede all’altro, come un grillo cocainomane.

Oddio, e che gli dico ora… non ero preparato.

«Mah, rock… anche punk va bene… qualcosa di rock, insomma. Argentino. Rock.»

«OK, ti sistemo io fratello, ascolta qui, è roba tosta, ti presento qualcosa di speciale.»

Prende un cd, lo inserisce nel lettore. Sono tutto un fremito.

Parte la canzone. È una cosa… non so come descriverla… più che post punk… o grunge… ecco, mi ricorda Piccola Katy dei Pooh.

«Ehm, non hai una cosa più… rock? Voglio dire… se anche fosse un po’ meno melodico, un po’ più duro… non guasterebbe eh…»

«Dammi dei nomi, dammi dei nomi fratello! Cosa ascolti? Cosa ti fa muovere il sangue dentro?»

Oddio, il sangue… e che gli dico ora… lascio perdere il sangue e cerco di pensare a qualcosa di rock, che non sia proprio metal o punk perché Dio mi scampi e liberi da una caricatura latina dei Black Sabbath o dei Sex Pistols (El Sabado Negro? Las Carabinas del Sexo?), ma voglio comunque qualcosa di un po’ abrasivo, leggermente orecchiabile ma non troppo melodico, con una giusta dose di distorsione che nasconde sempre tutte le pecche…

«Mah… My Bloody Valentine, PJ Harvey, Pixies… boh, cose così…»

Lui fa una piroetta elettrica, attacca a smanettare con una cassa piena di cd e mi rivolge la seguente domanda (giuro su quello che ho di più caro al mondo, la Babsie mi è testimone):

«Nella scena di Manchester, sei più tipo da Stone Roses o da Oasis?»

Ripenso ai clienti obesi e consanguinei della gelateria. Cerco d’immaginare Ian Curtis dei Joy Division che lecca un gelato sul lungomare di Rio Gallegos e poi s’impicca. Mi pare d’intuire perfino una certa consequenzialità fra le due cose.

«Stone Roses», dico d’impulso, e non so perché, visto che è falso. In realtà sono semplicemente interdetto. Non rispondo più di me.

«Bene, bene. Stone Roses»

«… ehm, ma non fissiamoci necessariamente su Manchester eh…»

Annaspo. Non so più cosa dire.

«Okay, okay, ti ho inquadrato fratello, ti ho radiografato, ti ho fatto una TAC. Senti questa, dimmi se non ti entra dentro come una lama affilata.»

Parte una cosa che sembra il duo Mietta-Amedeo Minghi, ma quando avevano dodici anni.

«S-Senti…», balbetto, «dammi un p-paio di cd, quelli che v-vuoi… li ascolto a c-casa con c-c-c-calma…»

Ma lui è fuori controllo ormai.

«Questi erano tipo brigate rosse, tu sei italiano no? Questi altri erano trozkisti dinamitardi… questo qui è uno che ha lavorato coi narcos in Colombia… questo ha tentato di sparare al presidente Menem…»

Non so perché pensi che voglia ascoltare un criminale; in ogni caso, tutto quel che mi fa ascoltare suona esattamente come Julio Iglesias. Come un 45 giri di Julio Iglesias suonato a 33 giri.

Alla fine della discussione esco dal negozio con tre cd, di cui uno doppio: è una raccolta “indispensabile” (definizione sua) dei Sumo, il “punto di riferimento di tutto il rock argentino” (sempre definizione sua). Per ironia della sorte, nessuna delle tre band di cui ho comprato un album fanno parte della roba che mi ha fatto ascoltare in negozio. Meglio, così ho ancora un barlume di speranza.

Torniamo in hotel, con i miei tre cd, pensando a questo Vernon Subutex del profondo sud che speriamo non finisca anche lui sul lastrico. O riciclato come gelataio.

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FROZEN

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“Guardalo lì”, dice Toni, un giovane argentino con il ciuffo alla Bobby Solo e gli occhiali da Blues Brothers. Sta osservando un panzuto turista tedesco piantato davanti al minibus su cui salgono, uno dopo l’altro, i compagni di viaggio. “Mamma mia com’è tedesco… sta controllando che tutto vada secondo i piani, che nessuno sia in ritardo, che ognuno si sieda al suo posto e non a quello di un altro… son proprio tedeschi eh? Eh eh!”

Toni è una simpatica canaglia, ma per me e la Babsie è già ora di voltare pagina: addio Perito Moreno, addio grotta delle mani, partiamo per El Chaltén!

La Patagonia si fa sempre più profonda.

Arriviamo all’alba, dopo una notte in pullman. Ci accolgono pioggia e nebbiolina e questa è una pessima notizia: non solo perché al di fuori di Avalon e dei santuari dei gorilla di Diane Fossey non dovrebbero esistere luoghi con pioggia e nebbiolina; ma anche perché l’unica ragione valida per venire a El Chaltén è fare trekking su per i monti. E fare trekking in alta montagna con pioggia e nebbiolina è divertente quanto stare in macchina coi finestrini chiusi nel parcheggio del Lidl di Cinisello Balsamo, il 1 agosto all’una di pomeriggio.

Il nostro obiettivo si chiama monte Fitzroy e misura 3400 metri. Calma, non dobbiamo scalarlo! Ci basta fare la camminata che porta proprio sotto la vetta e guardarla stagliarsi di fronte a noi, oltre le acque azzurre di un bellissimo lago, mangiando un panino. Fanno solo nove ore di trekking in alta quota. Ah e l’ultimo chilometro è da spaccare anche la resistenza dei Tamagochi più tenaci, dicono.

Non so perché facciamo queste cose, io e la Babsie.

Mica siamo gente da montagna, noi. Siamo molto più bravi a fare trekking sul boulevard, con frequenti pause alcoliche.

Eppure siamo qui, senza chiederci troppo perché.

Ci siamo arrivati macinando altre centinaia di chilometri lungo la Ruta 40, facendo passare il tempo ammirando splendidi esemplari di guanaco. Ve lo ricordate, il guanaco? Ma sì, dai, la risposta argentina al lama! Quell’animale dal morbido manto rossiccio e l’indole paranoica, soverchiato da una colossale sindrome da accerchiamento, così angosciato che non può sopportare di restare un minuto impigliato in una staccionata pena l’infarto, stressatissimo perché il maschio deve tenere d’occhio dieci femmine un po’ zoccole mentre gli maschi un po’ mandrilli vorrebbero farsi avanti. Il guanaco, l’animale che passa tutta la vita in ansia!

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(un guanaco preda della classica crisi d’ansia)

Una volta arrivati a El Chaltén però, la fauna cambia: i branchi di guanachi lasciano il posto alle mute di cani randagi. Ve li ricordate almeno i cani randagi? Ce n’erano migliaia a Esquel, milioni a Perito Moreno e apparentemente miliardi a El Chaltén. Sono ovunque! E c’è da fare attenzione eh, perché lo sai come sono gli animali selvatici: imprevedibili! Chissà che fra loro non si annidi un dogo argentino, famosa arma letale a quattro zampe, terrore delle steppe, che in confronto il rottweiler puoi tenerlo in tasca e usarlo per soffiarti il naso.

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(una muta di cani randagi con atteggiamento tipicamente aggressivo)

Assieme ai cani randagi, la fauna non autoctona di El Chaltén è costituita dai backpacker: quegli spiriti errabondi con lo zaino in spalla che si fanno i dreadlock e dormono negli ostelli della gioventù e alla fine dimenticano di uscire a vedere cosa c’è fuori perché han passato tutto il giorno strafatti nella caffetteria dell’ostello a suonare canzoni di Bob Marley con una chitarra scordata che era senza dubbio la cosa più importante da portarsi in un viaggio così.

Oh, mica sto criticando i backpacker. Anche perché tecnicamente lo siamo anche noi: sia io che la Babs stiamo trascinando voluminosi zainoni sulle nostre povere spalle da un angolo all’altro dell’Argentina, bivaccando in stazioni dei pullman, improvvisando il programma del viaggio di giorno in giorno. Però al posto della chitarra abbiamo portato qualche ricambio di mutande in più.

A El Chaltén c’è perfino una statua del backpacker, anche se la Babs cerca di convincermi che in realtà il monumento non è al backpacker ma all’esploratore, ovvero al pioniere; insomma, a colui che in epoca tardo-coloniale ha scalato le vette delle Ande e le ha tutte rinominate, ignorando i nomi che gli indigeni avevano usato per centinaia di anni prima di lui. Come se domani un turista americano vedesse il Monte Rosa e dicesse: “Oh, what a beautiful mountain! I shall call it Starsky & Hutch!”, e da quel momento, il Monte Rosa diventa il monte Starsky & Hutch. Ecco, il nome “Fitzroy”, come potete immaginare, non l’ha scelto un argentino.

Anche io e la Babs siamo esploratori dentro, e quindi partiamo per il nostro trekking di nove ore, decisi a rinominare subito qualunque sasso possa vagamente intrigarci.

Via, si parte! Che aria frizzantina, che bei colori!

Sulle ali dell’entusiasmo, i primi cinquecento metri li faccio con un passo da Pietro Mennea; per i secondi cinquecento adotto un’andatura più da 3000 siepi; quindi decido di scalare a marcialonga, poi shopping in Corso Buenos Aires a Milano, indi passeggiata col gelato a Santa Margherita, infine al passo da “spesa all’Esselunga, corsia delle marmellate”, quando devi studiare il contenuto di zuccheri di ogni barattolo.

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(un altro temibile cane randagio mostra i denti con ferocia)

… quattro ore dopo…

Sudato fradicio. Stanco. I miei quadricipiti sono flessibili quanto un pezzo di legno, i polpacci sono di cartongesso. Dentro lo zainetto della macchina fotografica è andato a vivere Shrek con tutta la famiglia. Ma c’è di peggio.

Comincio ad avere paura. Della Babsie. No, non per la Babsie: della Babsie. La quale, ogni volta che ci apprestiamo a fare un trekking, o anche una passeggiata lungo il Ticino, non manca di ricordarmi come lei abbia sempre detestato le camminate all’aria aperta, chiarendo subito di chi è la colpa.

Ma è tardi.

Abbiamo camminato per ore, abbiamo quasi raggiunto l’obiettivo. Purtroppo la parte più dura ci aspetta nell’ultimo chilometro di salita, tutto fatto di quei massi enormi che ti fanno scoppiare le ginocchia come pop corn. Ma non possiamo mollare.

A onor del vero la mia paura della Babsie per ora non ha ragion d’essere: non è neanche entrata nella prima fase. Ah, non ve l’ho detto. Di solito, in circostanze come questa, la Babsie attraversa tre fasi.

La prima: con tono di misurato scoramento comincia a osservare che abbiamo sottostimato lo sforzo, che la difficoltà dell’impresa va oltre le nostre aspettative, che dobbiamo prenderla più piano altrimenti lei molla il colpo. Di per sé, questa fase non è niente di drammatico; solo che io ci riconosco immediatamente le avvisaglie di quel che verrà, come gli uccelli che volano basso perché sentono il temporale.

La seconda fase: “Non ce la faccio. Non ce la posso fare.” Lo scoramento ha la meglio, il cervello si arrende, il disfattismo trionfa con una punta di isteria. Si ferma e mi dice “Vai avanti da solo”, anche se sappiamo bene tutti e due che non posso abbandonarla a morire lì. Ogni tentativo di rabbonirla o di calmarla è inutile, non può che innervosirla ancora di più e accelerare il passaggio (comunque inevitabile) alla…

… terza fase, quella tremenda: è quando ringhia, alitando fiamme di fuoco: “VORREI SAPERE CHI CAZZO ME L’HA FATTO FARE”.

Solo che lo sappiamo benissimo chi gliel’ha fatto fare. I suoi occhi infatti scagliano fulmini dritti su di me. La quantità di rancore che esprimono non è descrivibile. Hanno la ferocia di un tigre maschio a cui hai appena chiuso un testicolo nella portiera della macchina, un istante dopo che si è ripreso dal dolore. In quel momento posso solo cercare riparo.

Oggi invece la Babsie tiene duro e affronta il Fitrzoy con coraggio. Fino in fondo. Eccolo, il Fitzroy. Ci siamo proprio sotto, siamo arrivati. Finalmente è nostro. Grande e grosso. Meraviglioso.

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Superata anche la prova di El Chaltén, si riprende un pullman verso sud. Fanno cinque giorni che andiamo verso sud ma non si arriva mai. Miii, la Patagonia è lunghissima!

Prossimo stop: El Calafate.

Quasi.

Prima, in verità, si buca una gomma. Non noi: il pullman. Buca una gomma e non ha quella di scorta. Ehi, amigo, chi se ne fotte della gomma di scorta? In fondo siamo solo in Patagonia, su strade bruttissime in cui s’incontra un villaggio ogni trecento chilometri!

Per fortuna El Calafate era già vicina e così l’autista riesce a convincere la società di trasporti a inviargli una ruota di scorta. Finisce bene, dai. Dobbiamo solo aspettare qualche ora a bordo strada. Facciamo un po’ di foto al nulla.

A destinazione, l’avrete immaginato, ci accoglie una muta di cani randagi locali. Ci chiedono come stanno i loro cugini di El Chaltén, e una volta rassicurati sulle buone condizioni di questi ultimi riprendono la strada. Cani, cani dappertutto! Cagando come se non ci fosse un domani.

A El Calafate si viene per vedere il ghiacciaio Perito Moreno. Sì, si chiama Perito Moreno pure lui: come il paesino dove, se siete stati attenti, siamo passati qualche giorno fa.

Immaginate se in Italia chiamassero un ghiacciaio “Ingegner Giannelli”. Perché, come ho spiegato, “Perito Moreno” è un titolo professionale e un cognome.

“Andiamo sulla Marmolada?” “Sì, dai, a vedere il ghiacciaio Ingegner Giannelli!”

Ora, in realtà il ghiacciaio Perito Moreno non è proprio come quello della Marmolada. Oh, io amo le Dolomiti eh! Però, per farsi un’idea, la superficie del Perito Moreno è circa centoventi volte quella della Marmolada. È un ghiacciaio lungo una trentina di chilometri, di larghezza variabile fra i cinque e i dieci chilometri. Ma la cosa più spettacolare è il fronte: un muro di ghiaccio alto sessanta metri, perfettamente verticale, a picco sul mare, che fa cinque chilometri da un estremo all’altro.

È una meraviglia assoluta, una cosa dell’altro mondo.

E noi, tanto per continuare quest’opera di snaturamento masochistico, ci facciamo pure un trekking sopra! Che farà mai, camminare qualche ora sul ghiaccio? Basta stare attenti a non finire dentro un sumidero, come li chiamano qui, cioè un buco che l’acqua ha scavato nel ghiaccio e che precipita per… ah, lo strato di ghiaccio del Perito Moreno è profondo fino a settecento metri. Immaginate di fare lo scivolo per settecento metri e quando arrivate in fondo, beh, meglio trovare casa e lavoro là sotto perché non ne uscirete mai!

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(non si capisce dalla foto, ma una persona ci passa comodamente; ed è profondo più o meno settecento metri)

E mentre studio le venature blu profondo del ghiaccio, penso a quel che disse una mia prozia la prima volta che vide il mare.

Ora, dovete sapere che questa prozia crebbe nell’entroterra toscano all’epoca in cui non è come oggi, che uno piglia Easy Jet e Lonely Planet e va a mangiare i churros a Copenaghen (perché poi succede così, a forza di viaggiare, che uno va a cercare i churros a Copenaghen e s’incazza pure perché non li trova). Una volta i toscani di terra erano gente di terra e non si mischiavano coi toscani di mare. Fatto sta che la prozia vide il mare per la prima volta in vita sua a quarant’anni. Quarant’anni! Immaginate quale deve essere lo choc. Ecco, questa prozia, mi racconta mia madre, corse sul bagnasciuga, si buttò nell’acqua profonda quattro centimetri e si mise a gridare: “E’ ANCHE MIO!!!!”

Ecco, cazzarola, il Mar Tirreno era anche suo, aveva ragione. E anche mio, e vostro. Anche se siete Slovacchi. È il nostro pianeta, mannaggia. È tutto nostro. Lasciamo stare la politica e gli immigrati che rubano i posti di lavoro, ma insomma, il pianeta, il pianeta! Il pianeta è di tutti. Anche il ghiaccio che ci sta sopra. L’Unesco dice: Patrimonio dell’umanità. La mia prozia, più burinamente, diceva: “è anche mio!”. Ma il concetto è lo stesso. E io sono felice di essere un pezzo di un pianeta così strabiliante, cazzo, dove un ghiacciaio lungo trenta chilometri mi guarda col suo muso alto sessanta metri, come una balena azzurra che guarda un gamberetto.

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E’ anche mio! E allora ci camminiamo sopra.

 

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VITA DA GUANACO

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“Maddai, queste le ha fatte suo cugino, sono sicuro!”, dico.

“Piantala, devi sempre fare il cinico!”, mi rimbrotta la Babs.

“Ma che cinico, guarda! Queste manate sono della settimana scorsa, al massimo due settimane fa, si vede chiaramente… è il cugino della guida, hanno messo su un business insieme…”

Restiamo in silenzio. contempliamo.

Sulla roccia, di fronte a noi, centinaia di mani.

O meglio: impronte di mani, fatte in negativo, cioè appoggiando il palmo sulla roccia e buttandoci una specie di vernice sopra. Grandi e piccole, maschili e femminili, fatte usando il rosso, il nero, il giallo, perfino il blu.

Toni, la guida che abbiamo seguito per un paio d’ore lungo il fondo di un canyon, fino ad arrivare a questa grotta, declama il valore inestimabile di queste antiche opere d’arte. La Lonely Planet (ma che avrà mai di così “solitario”, in questo pianeta?) conferma: risalgono a diverse migliaia di anni fa. Le hanno datate col Carbonio 14, capite. Neolitico o giù di lì. La colorazione, pare, fu estratta da piante, frammenti e altri coloranti naturali. A me in verità sembrano vernici di Castorama, tipo fatte la settimana scorsa.

Vecchie o nuove che siano, queste “manate” sono la grande attrazione della zona. Siamo nei dintorni di Perito Moreno, un paesino sperduto nel cuore della Patagonia, dove “Perito” si riferisce al titolo professionale, tipo “perito assicurativo”, e Moreno è un cognome; il nome del paese infatti è stato scelto in onore a un tizio realmente vissuto e alla sua professione (come se in Italia esistesse il comune di Ragionier Brambilla).

Eh sì, non ve l’avevo detto, ma finalmente siamo in Patagonia! Sulla mitica Ruta 40! Ma come sarebbe “E che è ‘sta Ruta 40”? È un po’ come la Route 66 dell’Argentina, ma meglio! In totale è lunga ben cinquemila chilometri e unisce il nord al sud del paese, da un capo all’altro. Il tutto (essendo una semplice strada statale) su una sola corsia per senso di marcia. Ah, e in lunghi tratti è pure sterrata. E nota bene, non esistono alternative, né autostrade né superstrade. La Ruta 40 non è una scelta per i romantici che hanno tempo da perdere e possono passare quattordici ore in viaggio per fare cinquecento chilometri. È l’unica opzione.

Noi ce non la sciroppiamo tutta, perché non possiamo invecchiare in Argentina; ci accontentiamo dei duemila chilometri del tratto Patagonico, da Esquel in giù, verso la fine del mondo. Fanno solo tre giorni che andiamo a zonzo per quest’immensa lingua di terra e già ci sentiamo rinati.

Ah, a proposito di Esquel: segnatevi il nome, perché questo villaggio insignificante, sconosciuto, bistrattato e sistematicamente saltato da tutti i viaggiatori è il posto più fico e patagonico di tutta la Patagonia. A renderlo tale contribuiscono una serie di caratteristiche, tutte ugualmente importanti. L’aria leggera e frizzantina; il cielo di un blu abbagliante, grazie all’assenza d’inquinamento e a un simpatico buco nell’ozono che ti abbronza meglio di Bilboa di Cadey; l’assetto urbanistico tipico dei posti costruiti senza porsi il problema dello spazio, con le case belle distanziate e le strade rettilinee, così perfettamente dritte che in fondo, per quanto lunghe siano, intravedi sempre il vuoto della steppa arida e affascinante oltre i limiti urbani; e soprattutto le mute di cani randagi che pattugliano capillarmente le vie.

Cani!

Sono ovunque, a zonzo per villaggi e cittadine: a Esquel, a Perito Moreno e in ogni altro angolo della Patagonia in cui si rassembri un po’ di umanità. Ci seguono a frotte, questi curiosi quadrupedi. Sono liberi come l’aria, vagano e cagano manco bisognasse sbrigarsi prima che passi di moda. Per nostra fortuna si mostrano stranamente pacati. Ma è sempre meglio non perderli d’occhio.

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L’altro animale tipico della Patagonia, a parte il cane, è il guanaco: la risposta argentina al lama. E non sputa nemmeno! Lungo il tragitto per il canyon delle mani, a Perito Moreno, ne vediamo diversi: meravigliosi, col loro pelo rossiccio, pascolano liberi in spazi sconfinati.

“Il guanaco è un animale particolare”, ci spiega Toni (la guida per la grotta delle mani). “È una specie protetta, assolutamente intoccabile. Non si può mangiare. Anche se la carne di guanaco è deliziosa. Ma io naturalmente non ne so niente, l’ho solo sentito dire.”

Sulla Ruta 40, lungo i due lati della strada, appena visibile, corre una protezione formata da tre robusti fili di ferro sostenuti da paletti a intervalli regolari. Serve a impedire che gli animali attraversino di corsa la strada causando incidenti. Stiamo guardando distrattamente fuori dalla macchina di Toni, quando di fronte ai nostri occhi si prospetta una scena raccapricciante: un guanaco mezzo decomposto penzola dalla barriera lungo la strada, il corpo metà di qua e metà di là, evidentemente rimasto a metà durante il tentativo di saltarla.

“Oddio, poverino! Sarà rimasto impigliato nel salto ed è morto di fame e di sete!”, sale il grido straziato della Babs.

“No, tranquilli”, ci rassicura Toni. “È morto in fretta e non ha quasi sofferto. Il guanaco è così abituato alla libertà che se rimane impigliato in qualcosa va in uno stato di stress enorme e nel giro di pochi secondi schiatta d’infarto.”

Minchia!

“Eh già”, prosegue la guida. “Il guanaco non bisogna spaventarlo perché ogni spavento potrebbe fargli venire un colpo al cuore. Pensate che ogni anno le autorità autorizzano la tosatura di un certo numero di capi, ma a condizione che l’operazione sia assistita da veterinari specialisti che accarezzano l’animale per calmarlo, e che questo venga lasciato andare ai primi segni di stress, per evitargli il collasso.”

A un certo punto osserviamo un gruppo di guanachi intorno a una collinetta; un esemplare solitario se ne sta sulla cima mentre gli altri pascolano sotto.

“Vedete quello là? È il maschio, che sta sulla cima e rinuncia a mangiare per tenere d’occhio il territorio, nel caso arrivino altri maschi. Il guanaco maschio deve costantemente sorvegliare il suo harem, non può rilassarsi un secondo per il rischio che arrivi un concorrente.”

Ragazzi, il guanaco è un animale stressatissimo!

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(un classico esemplare di guanaco che comincia a entrare in ansia)

Ma dico, a che serve essere animali selvatici nell’infinita steppa patagonica se devi avere la fragilità cardio-vascolare di un milanese cinquantenne che lavora in Borsa e da quando era bambino fuma due pacchetti di Marlboro rosse al giorno?

A parte cani, guanachi e, nel caso di Perito Moreno, mani sulle rocce, in questa fetta di Patagonia non c’è assolutamente niente da vedere: il che ne è il pregio principale. La totale assenza d’interesse turistico infatti ne preserva l’immacolatezza, tenendo ben lontane le orde che si accalcano più a sud, nelle zone dei grandi ghiacciai e delle montagne da scalare.

Esquel e Perito Moreno, con la loro assenza totale di azione, sono il genere di posti che t’invita immediatamente a camminare più lentamente e che provoca una voglia abnorme di sedersi e farsi una birra; meglio cedere subito a questi impulsi del tutto naturali. E così, dai nostri tavolini sul marciapiede assaporiamo la brezzolina serale studiando questa variante di argentini ben diversa da quella dei locali cool di Buenos Aires. Pelli più olivastre, zigomi più pronunciati, occhi quasi a mandorla, stivali da vaquero, che poi sarebbe il cowboy locale, gambe a parentesi tonda tipo Pierre Littbarski. Insomma è una specie di Far West in versione sudamericana.

Duemila chilometri di steppa e brughiera protesa verso l’Antartide, un mondo estremo in tutti i sensi, popolato da cani randagi, guanachi stressati e gente che lascia le manate sulle rocce: cosa volete di più?

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MARADONA, LE MAMME E GLI ALTRI

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Plaza de Mayo a Buenos Aires è un po’ come piazza del Quirinale mescolata con piazza Colonna di fronte a Palazzo Chigi. Ogni giovedì pomeriggio a Plaza de Mayo si riunisce un pugno di donne anziane col fazzoletto bianco in testa legato stretto intorno al mento. Fanno qualche volta il giro della piazza, leggono un appello di nomi che resta senza risposta e tornano a casa.

Da quarant’anni.

Queste donne sono quel che resta di un gruppo più numeroso. Le altre sono invecchiate e morte, alcune sostituite nel raduno da altri familiari. S’incontrano da quattro decenni di fronte al palazzo della presidenza argentina una volta alla settimana per chiedere al governo una risposta sulla sorte dei propri figli desaparecidos. Sono quei ragazzi e ragazze, uomini e donne che durante l’epoca della dittatura venivano presi e “spariti”. Vi ricordate la barzelletta di Berlusconi sul dittatore Videla, che portava la gente in aereo sul Rio de la Plata e a un certo punto lanciava fuori dal finestrino un pallone, dicendo “dai, andate a giocare”, e poi buttava fuori pure loro? Ecco, quelli.

Le loro mamme chiedono che qualcuno renda conto della fine che hanno fatto.

“Madres de la plaza, el pueblo las abraza”, cantano centinaia di persone che magari non hanno figli scomparsi ma danno man forte. A un certo punto un ragazzo lo fa letteralmente: lui è molto giovane e ha i lineamenti vagamente indio, la pelle un po’ scura, è in jeans e maglietta. Lei è bianca candida, anziana, grassa, con i capelli bianchi. Lei inizia a piangere, lui le vede e le si butta addosso, la stringe per dieci, venti secondi, un vero abbraccio con i volti nascosti nel collo l’uno dell’altra.

Poi ricominciano, lei a fare il girotondo con le altre, lui a cantare lo slogan.

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(love, death & the presidential palace)

È diventato anche uno spettacolo per turisti, sì, è inutile negarlo. Altrimenti non sarei qui a scrivere queste parole. Anche se si vuol credere che un turista (o viaggiatore, come ci piace snobisticamente definirci per distinguerci dalla brutta immagine di noi stessi) che viene a Plaza de Mayo il giovedì pomeriggio lo faccia anche un po’ per amore e non solo per voyeurismo. Chissà. Chissà se in me c’è più l’una o più l’altra cosa.

San Telmo invece non c’entra con la politica. È un quartiere bello, e la cosa va sottolineata perché a Buenos Aires non ce ne sono molti di quartieri belli. Interessanti, vivaci, seducenti sì, e molti; ma belli nel senso letterale del termine, quello puramente estetico, belli cioè come la fotomodella senza cervello, no. San Telmo lo è. In più è anche molto affascinante quindi insomma è il partner ideale. Solo che è troppo turistico. È come il partner ideale che però ha il vizio di andare con tutti. Nessuno è perfetto.

A San Telmo la gente (quella brava) balla il tango in piazza. Lo spettacolo è appassionante anche se poi bisogna dare il gettone. Ci sono burattinai e gelatai, artigiani e arraffoni. C’è un mercato di strada e ce n’è un altro dentro una meravigliosa struttura in ferro, come quei mercati coperti di tanti anni fa; oggi ci sono ancora fruttaroli e macellai e le pesche sono grosse come palle da bowling e il mango è di un giallo che sembra la pubblicità della Kodak negli anni Ottanta. Ci sono anche caffè hipster dove ordinare un 100% arabica eco-responsabile colombiano oppure una birra artigianale con retrogusto di mirtillo selvatico e oli essenziali.

A San Telmo un (altro) turista ci ferma e ci attacca un bottone che non finisce più. Dopo venti minuti di monologo sappiamo tutto di lui, e per fortuna lui niente di noi. È serbo e vive in Canada, ama Buenos Aires perché secondo lui è quel che le città europee dovrebbero essere (vorrei dirgli che lo erano già, ottant’anni fa), ha capito tutto della vittoria di Trump e ci fa una rapida analisi politica della situazione, ci spiega che il problema dell’Europa è l’immigrazione (certamente, per lui che se ne è andato, il problema non è stato l’emigrazione) e poi una serie di altre teorie socio-cultural-economico-religiose che ora non ricordo, ma che hanno tutte tantissimo senso. Lasciamo il nostro serbo-canadese promettendo di riflettere a come migliorare l’Europa in cui lui non vive più e noi sì. Passeggiamo.

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(to sausage or not to sausage, that is the question)

Alla Boca, invece, bisogna andare preparati. Per due ragioni.

La prima è che, come ti ricordano minacciosamente mille testimonianze su internet (molte sono di argentini), se ti distrai o prendi la strada sbagliata alla Boca ti rapinano, stuprano e uccidono (non necessariamente in quell’ordine).

La seconda è che devi sapere cosa vai a vedere. Quel che tutti, ma dico proprio tutti e anche i loro fratelli, vanno a vedere alla Boca è il famoso Caminito: una stradina pittoresca che sembra fatta apposta come un presepe. E in effetti lo è. Le casette sono proprio come se le costruivano i portuali cento anni fa, con gli avanzi di materiali e vernici del porto: lamiera, assi di legno e mille colori, con un effetto cromatico e plastico irresistibilmente fotogenico. Purtroppo in quelle casette, a occhio e croce, non vive più nessuno. Sono quasi certo che le gestisce l’assessorato al Turismo di Buenos Aires; e fa bene, perché è un bel business. A un capo della via c’è una lunga colonna di pullman parcheggiati, ne scendono folle agguerrite di turisti americani, italiani, spagnoli, giapponesi e di altre nazionalità con gli occhi a mandorla che non sono capace di distinguere. Hanno l’aria agguerrita, vogliono vedere, comprare, mangiare.

Passeggiano lungo il Caminito, restando impigliati ai ristoranti turistici di quelli dove il cameriere ti sbatte il menù in mano quasi con violenza e ti chiama dotto’ (in italiano). Sul bordo della strada, svariati sosia di Maradona (che si fanno più vecchi, brutti e grassi mano a mano che procedi) cercano maldestramente di palleggiare prima di perdere il pallone sotto il tavolo di un ristoranti col menù turistico. Coppie di ballerini avvenenti fermano coppie di turisti molto meno avvenenti e propongono loro di fare due passi di tango, coi partner incrociati: il ballerino con la turista, la ballerina con il turista. Alla fine dicono: “Fanno cinquanta euro per la lezione. A testa, grazie.”

Superato il Caminito, quando entri nel territorio in cui secondo le testimonianze in rete dovrebbero saltarti addosso gli Apache e farti lo scalpo, scopri in quartiere inaspettatamente piacevole. Basta entrare in un caffè per tornare indietro nel tempo. Intorno alla Bombonera, lo stadio del Boca Juniors di Maradona, friggono salsicce sul marciapiede a ogni ora del giorno. Avendole provate garantisco che sono altrettanto buone di quelle di San Siro. Ti siedi su una seggiolina messa lì sulla strada, dove non passano macchine, e te la mangi con una birra in santa pace. Su un tavolino ci sono le varie salse, ci si serve da sé. Non mi sembra gente che stupra e uccide, questa qui, ma teniamo gli occhi aperti che non si sa mai.

Ah, e se per caso aveste in mente di andare a Montevideo, non ce n’è bisogno! Ci siamo stati noi per conto vostro e direi che non ci sono ragioni irrinunciabili per visitarla. Non che sia brutta, eh! Tutt’altro. Nel costruire certi angoli del centro storico, anzi, si direbbe che abbiano preso a modello una cartolina di Parigi, con i tetti in ardesia e tutto il resto. Purtroppo, dico io, uno stile che funziona perfettamente a casa propria può non essere altrettanto efficace altrove. Immaginate un gruppo di giamaicani vestiti alla tirolese che cantano “yolalahihuuuuuu”. O dei tirolesi rasta. Insomma io più che le “Parigi del Sudamerica” amo il caro vecchio stile coloniale, quello dai colori pastello e i lunghi porticati con le grosse travi in legno. Sono razzista per questo?

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(Specchio, specchio delle mie brame… assomiglio un po’ a Parigi? O almeno a Buenos Aires?)

Va aggiunto che anche a Montevideo hanno il mare; ma l’acqua è tossica solo a guardarla. C’è poi un ex mercato coperto trasformato in maxi-ristorante specializzato in grigliate di carne. E ovunque si trova il chivito, il classico panino al filetto col formaggio fuso. E una birra locale. Ecco, insomma, di cose interessanti ne hanno in Uruguay. La maggior parte delle quali, più che all’apprezzamento dei nostri occhi sono destinate al buio del nostro stomaco e alla spietata crudeltà dei nostri succhi gastrici.

La sera, nel l’aliscafo che ci riporta a Buenos Aires in solo… due ore e tre quarti, penso che è stata proprio una giornata piacevole. Magari un po’ lunga. Un filo massacrante, anche. Ma piacevole. Un po’ come andare da Milano a fare due passi a Legnano, prendendo un calesse che fa il giro dalla tangenziale di Brescia.

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(hipster, alla maniera dell’Uruguay)

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E ALLORA TANGO

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«Sei sicuro che sia qui?» mi chiede la Babs.

«Più o meno», rispondo.

La strada è buia e immobile. Non ci sono passanti. Nessun movimento.

Stiamo osservando da cinque minuti un campanello senza nomi di fianco a una porta metallica scusa senza insegne. Lo premo e aspetto.

Un rumore annuncia l’apertura di uno sportellino che non avevamo notato, proprio in mezzo alla porta. Una faccia invisibile mi scruta dall’interno.

«Parola d’ordine?», dice la faccia.

«Sylvia Plath», faccio.

Lo spioncino si chiude. Un attimo dopo la porta metallica si apre verso una piccola corte interna: vuota. Tranne per questo tizio meticcio che indica una cabina telefonica nell’angolo.

«Componete il numero 1243, poi aspettate che si apra il retro della cabina, quella è l’entrata.»

Mamma mia, uscire la sera a Buenos Aires è complicatissimo!

Il fatto è che gli argentini, almeno quelli della capitale, sono dei romantici e hanno un debole per gli speakeasy: quei locali segreti dell’epoca proibizionista americana, quando si doveva bere di nascosto e prima di trovare un bar bisognava far perdere le proprie tracce alla polizia.

Ïn Argentina al giorno d’oggi non sarebbe necessario, perché l’alcol si vende e si consuma tranquillamente nei bar, per strada e negli asili nido; ma la moda dello speakeasy è più viva che mai. E attenzione, se questo genere di locali fosse spuntato a Milano, Parigi o Londra, mi starebbe subito sulle scatole come ennesima manifestazione di snobismo, hipsterismo, provincialismo e piovegovernoladro. Ma siccome siamo in Sudamerica, dove anche gli hipster hanno la faccia o da narcotrafficante o da competitore nella celebre gara del salto della frontiera (con o senza asta, in lungo, in alto o anche di traverso pur di atterrare dall’altra parte), guardiamo al fenomeno con occhio indulgente; anzi, ci facciamo prendere proprio: fico!

E quindi, cercando indizi e risolvendo indovinelli disseminati sui social media, ce l’abbiamo fatta anche noi.

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Oddio, l’inizio non era stato promettente. C’è anche da dire che io e la Babs eravamo stati forse troppo ambiziosi. Pretendere di buttarsi a caccia già la sera del nostro arrivo era francamente irrealistico; per di più, con la botta del jet lag, tirare l’ora in cui si va negli speakeasy di Buenos Aires (in genere dopo l’una di notte) era impresa ardita. Finito di cenare, verso le undici, quando per i nostri corpi erano già le tre del mattino, per di più con una notte in bianco sull’aereo alle spalle, fiaccati dalle birre d’aperitivo e dal Malbec della cena, ci siamo detti: «Andiamo a casa a fare un pisolino e tra un paio d’ore usciamo.»

Ancora adesso, mentre scrivo queste parole, non riesco a credere che le abbiamo pronunciate. Ma vi giuro che è stato così.

Tornati nell’appartamento preso con Airbnb, il pisolino l’abbiamo fatto, sì: vestiti, buttati sul letto, schiantati di sasso con la bolla al naso prima ancora di chiudere gli occhi. Quando all’una di notte è suonata la sveglia, la Babsie ha detto: «Urgh… chi bussa?», e io ho risposto: «Ergh… mi sembrano gli Oasis. Ah no, è ora di uscire»; e lei: «Okay.» Saggiamente, abbiamo deciso di richiudere gli occhi ancora un momento. Quando li abbiamo riaperti il sole già alto filtrava dalle tende. È andata così.

Serata numero 2: siamo più riposati e abbiamo un piano!

Dopo cena, per ingannare il tempo andiamo in una milonga, quel genere di locale in cui gli argentini ballano il tango. Anche alle milonghe in verità si consiglia di arrivare tardi: l’azione si concentra fra l’una e le cinque del mattino. Noi arriviamo verso mezzanotte ma c’è già molta gente in pista.

Ora sappiate che a Buenos Aires ci sono due modi di vedere ballare il tango, se mai vi dovesse venire voglia. Il primo sono gli spettacoli nei ristoranti turistici, un po’ come quando a Roma vai al ristorante dove c’è quello con la chitarrina che canta “E benvenuti a ‘sti frocioni…” Il vantaggio di questa modalità è che i ballerini sono professionisti e la bravura è garantita; lo svantaggio è che si tratta di una montatura per turisti e non c’entra niente con il tango come lo vivono gli argentini “veri”. Un po’ come in genere, i romani de Roma non vanno nei ristoranti dove si canta “E benvenuti a ‘sti frocioni…”

Il secondo modo è la milonga: ovvero una specie di balera. Non c’è niente di raffinato o esclusivo nelle milonghe: alcune sono allestite in palestre, altre nell’equivalente locale dei circoli Arci, altre ancora in vecchie sale che ricordano quelle del liscio in paese. Il vantaggio è che si tratta di un’esperienza autentica, corrispondente al modo di vivere il tango della “gente normale”; lo svantaggio è che la gente normale non possiede necessariamente le doti dei grandi ballerini, e assomiglia molto spesso a tuo nonno che pestava i piedi alla tua povera nonna durante la mazurca alla sagra della porchetta. Certo che se hai culo puoi trovare anche gente brava alla milonga.

Scegliendo sempre e comunque la via della Verità, io e la Babs abbiamo preferito questa seconda possibilità. Che conferma le attese circa il livello furiosamente variabile di abilità dei ballerini ma soprattutto ci aiuta a far passare il tempo fino al momento di raggiungere il nostro vero obiettivo: gli speakeasy!

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Quando viene il momento di andare a caccia, quindi, seguiamo le tracce che ho cercato pazientemente nel pomeriggio su Twitter. E troviamo non solo l’indirizzo di questo locale nascosto nel quartiere glamour di Palermo Soho (a Buenos Aires c’è un quartiere che si chiama Palermo, diviso in Palermo Soho e Palermo Hollywood; non sto inventando niente, giuro, googolatelo se non mi credete), ma anche la parola d’ordine che ci permette di superare l’ostacolo del temibile gorilla sulla porta: il nome della poetessa Sylvia Plath, appunto (chi l’ha scelta ha ottimo gusto. Probabilmente non è stato il gorilla).

Una volta all’interno, attraversata la squallida corte e passati per la vetusta cabina telefonica, ci sembra di precipitare a Chicago negli anni Trenta (tralasciando il piccolo particolare che non abbiamo la più pallida idea di come fosse Chicago negli anni Trenta, o in qualunque anno se è per questo). Insomma l’ambiente e l’arrendamento fanno pensare che Al Capone sia lì da qualche parte con la faccia di De Niro e la buoncostume possa fare irruzione da un momento all’altro. Fantastico!

Più che soddisfatti da questo primo approccio, la sera dopo ovviamente vogliamo fare il bis in altri locali.

Ormai allineato il nostro fuso orario biologico agli orari locali, andiamo a cena alle dieci come si usa qui, finendo a mezzanotte. Saltando stavolta la milonga, parte subito la caccia allo speakeasy. Cominciamo da un locale facile (semplicemente senza insegna né scritte sulla porta); per poi passare, un’ora più tardi, a un altro più complicato: cui si accede entrando in una gelateria deserta e lanciando un’occhiata d’intesa alla cassiera, la quale lascia la cassa e ci accompagna in fondo alla sala, spostando una tendina e rivelando una porta perfettamente mimetizzata nel muro di mattoni rossi (vero!). Passando così (letteralmente) attraverso la gelateria deserta entriamo in un locale minimal-industrial fichissimo, dove ancora una volta argentini di ogni età (i sudamericani non perdono la voglia di uscire con l’avanzare degli anni) butta giù cocktail come se non ci fosse un domani. Perfino la musica è bella!

A questo punto, sulle ali dell’Entusiasmo, questa forza miracolosa e inspiegabile capace di galvanizzare le nostre vecchie membra, decidiamo d’impulso di concludere la notte andando a ballare. Insomma è andata più o meno così. Quasi. Il concetto di “impulso” è da intendersi con una certa elasticità. Oh, insomma, per dirla tutta io avevo iniziato a sbattere i piedi per terra e trattenere il fiato fino a diventare blu già qualche settimana prima di partire, per convincere la Babs ad andare in disco a Buenos Aires. Fatto sta che è il momento di agire.

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Arrivati al “Kika”, ho qualche dubbio. Una piccola fila di persone si sottopone con disciplina al vaglio del buttafuori. Mi sembra di stare in Corso Como a Milano. Sì, lo so, è orribile. Io poi non sopporto di fare la fila per entrare in un locale. Sono io il cliente, diamine. Perché io valgo.

Ora, è vero che anche entrare negli speakeasy richiede un certo sforzo, ma è solo un gioco: chiunque trovi gli indizi entra senza problemi. E quindi, pur avendo fatto la fila (che per fortuna è corta e si muove in fretta) è quasi un sollievo quando tocca a noi e il buttafuori guarda la Babsie dicendo: «Con le infradito no.»

La Babs è indignata e vorrebbe discutere, perché quelle non sono infradito da spiaggia ma sandali carini fatti così e cosà, col nastrino elegante e voi-che-cazzo-ne-sapete-di-moda, ma lasciamo perdere. Andiamo oltre. Dopo un rapido consulto, incredibilmente decidiamo di non desistere ma provare alla prossima. Che guarda caso è il Niceto Club, cioè quella in cui speravo di andare la prima sera (quando la stanchezza ci aveva vinti).

In quest’ultima entriamo senza fila e senza problemi, anche perché è una discoteca di quelle un po’ scazzate, in cui la pista è una grande superficie di cemento e per terra c’è un acquitrino di birra, avete presente? Ecco insomma siamo dentro in un battibaleno, giusto in tempo per sentire il DJ chiedere alla gente se si diverte, parlando inglese con un forte accento straniero.

«Mi sembra familiare…», dico io.

In quel momento parte un pezzo, accolto da un “yeeeeeahhhhh!!!” generale nel locale.

«Ma è Disko Partizani!», urlo, tutto esaltato. «È Shantel! Il DJ è Shantel!!!»

Vi rendete conto? Ma certo: naturalmente conoscerete bene il divino Shantel… Quindi potete immaginare il mio stato di eccitazione! Qual era la probabilità di trovarlo come DJ in una discoteca a Buenos Aires? Se fossimo venuti in questo locale la prima sera, come avevamo intenzione di fare, o se la Babs non avesse indossato le infradito (cioè gli elegantissimi sandali), adesso non saremmo qui.

I wanna be a disco boy!

Cominciamo bene.

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