AMORE BIZZARRO

Prince - 1980S

“I can’t fucking breathe right now” disse Questlove.

Questlove è un musicista americano. Uno dei più brillanti, a mio parere. Come la band con cui ha fatto cose meravigliose, i Roots. E non lo dico solo perché fa molto figo amare i Roots, davvero. Insomma quel che poco più di un anno fa lasciò Questlove con il fiato mozzato fu sapere che Prince era stato trovato morto stecchito dentro un ascensore. Non è che te la saresti aspettata, da lui, una reazione così drammatica: anzi in passato Questlove aveva preso in giro Prince, e neanche troppo alla leggera, per le sue disastrose esperienze con rap e hip hop – cose di cui Prince, diciamolo, non ci ha mai capito niente. Ma che, in quanto nero, deve aver sentito il bisogno di frequentare. “Quando Prince fa rap, mi ricorda i candidati Repubblicani settantenni e ricchi sfondati che vanno nei quartieri neri e poveri a stringere la mano a un po’ di gente davanti alle telecamere… è opportunismo, pubblicità.”

Io non penso che fosse opportunismo; Prince probabilmente era talmente megalomane da non sentire di dover ricorrere all’opportunismo. Credo che pensasse davvero di doversi confrontare con quei generi musicali da “nero”, per dimostrare che lui sapeva/poteva fare tutto. Peccato che non fosse vero. “My name is Prince / and I am funky” va per forza annoverata fra le cinque frasi più stupide e imbarazzanti mai pronunciate da un essere umano.

Fatto sta che Questlove lo prese in giro ben bene, salvo poi aggiungere che “anche se Prince non sa fare l’hip hop, tutti ma proprio tutti gli artisti hip hop, da Public Enemy a 2pac fino a Notorius B.I.G., hanno imparato qualcosa da lui. O l’hanno direttamente campionato. Il modo in cui Prince usava la drum machine nel 1982 è stato ripreso dall’hip hop dieci anni dopo”, dice Questlove. Che quindi perdona a Prince il peccato veniale da candidato parruccone dei Repubblicani e ne ammira il genio. Fino a dire, nel sapere che Prince è morto: “I can’t fucking breathe right now.”

Non è mica facile spiegare, a colui che non si nutre emotivamente con l’arte, perché ci si può legare a un artista e soffrire personalmente per la sua scomparsa. Bowie, Prince, Chris Cornell. Per me pure Scott Weiland, e anni fa Mark Linkous. Per altri Lemmy e Cohen. O magari John Lennon o Chuck Berry. O un attore, o un pittore.

Non c’entrano nulla la dimensione personale dell’artista o le sue qualità umane. Del resto nemmeno il fatto che negli ultimi anni Prince si fosse messo a fare porta a porta coi testimoni di Geova per le strade di Chanhassen, Minnesota (ci sono testimonianze di gente che la domenica mattina apre la porta e si trova davanti Prince che cerca di convertirli – riuscite a pensare a una cosa peggiore che vi possa capitare la domenica mattina?) arriva a regalare a Prince una parvenza di umanità; caso mai conferma quel che tutti sappiamo: cioè che era un pazzo psicotico. Capace d’iniziative benefiche a Minneapolis di cui non ha mai parlato coi giornali, certo, come di andare a fare shopping nel negozio di dischi del quartiere (che ora, morto Prince, certamente fallirà) ma pur sempre un pazzo psicotico. Non uno con cui sarei voluto andare a cena, ecco. Neanche Bowie se è per questo era una persona con cui sarei andato volentieri a cena. Robert Smith dei Cure invece sì, orsacchiotto!

Ma in fondo io Prince non l’ho mai capito.

Credo che fosse veramente interessato, hip hop a parte, alla questione razziale. Che oggi l’America ha deciso di seppellire sotto il tappeto eleggendo un presidente per cui neri e poveri devono essere tipo zanzare da schiacciare. Se poi si è neri e poveri insieme, lascia perdere. No, Prince non aveva il talento lirico di un Kendrick Lamar, per dire, quindi suonava un po’ goffo quando cantava “Qualcuno ci sente pregare per Michael Brown e Freddy Gray?”, riferendosi a due giovani neri uccisi dalla polizia come tanti altri loro coetanei e compagni di razza. È anche vero che in Baltimore, il pezzo in cui canta quella frase, poi dice anche: “La pace è più che assenza della guerra.” Dai, non è male. Ci ridiamo sopra perché l’ha detta Prince, ma se l’avesse detta, che so, Derrida, chissà. Comunque ascoltate The Blacker the Berry di Kendrick e poi saprete come si scrive un pezzo sulla condizione dei neri d’America negli anni Dieci (di questo secolo).

Un’altra cosa in cui credo è l’importanza della mescolanza etnica e di genere (compreso l’orientamento sessuale) che ha sempre regnato all’interno delle band di Prince: uomini e donne, bianchi e neri, etero e gay. In tutte le possibili combinazioni. Non so bene perché, ma sento che conta. Che alla fine, di riffa o di raffa, questa mescolanza viene distillata e la ritrovi nella musica. Come quando in Sign “O” the Times passi da un pezzo blues a uno gospel, dal pop elettronico al rockabilly. Di nuovo: chissà.

L’anno scorso per me è stato uno di quegli anni… come un amante della musica classica che nel giro di quattro mesi vede scomparire Mozart e Beethoven. Anzi, prima Beethoven e poi Mozart (perché Bowie è chiaramente un Beethoven, mentre Prince è sicuramente un Mozart).

Ma torniamo al fatto che Prince non l’ho mai capito. Dico sul serio.

Una star più sfuggente, indecifrabile e gelosa della sua dimensione personale non esiste. Un mistero. La sua voce mi è tanto familiare quando canta quanto mi suona quasi sconosciuta quando parla. Perché un’intervista di Prince è come il passaggio della cometa di Halley la notte durante un’eclissi totale di Luna mentre muore un Papa.

Lo scorso anno, guardando su internet le immagini di quella reggia da film genere horror/fantascienza che è Paisley Park, il suo regno-studio di registrazione nel Minnesota, mi rendevo conto di quanto poco si sappia di lui, al di fuori del Prince performer, insomma del musicista.

Eppure, contraddizione delle contraddizioni, Paisley Park era in realtà tutt’altro che un covo segreto; anzi, Prince ci teneva regolarmente concerti, e del tipo più onesto e semplice che si possa immaginare: prezzi politici (a volte anche solo dieci simbolici dollari), di fatto rivolti soltanto alla popolazione locale, perché i biglietti non erano venduti su internet ma all’entrata, mettendosi in coda alla cassa come al cinema Astoria di Milano (oggi è diventato un porno). Mamme e bambini di Minneapolis riuscivano così a vedere Prince in un concerto per cento persone al massimo, a pochi metri di distanza, e magari fare un tour dei suoi studi di registrazione privati. Non è un modo di dire: ho letto reportage di giornalisti presenti al concerto che avevano incontrato mamma e figlio in questione, raccogliendo storie tipo “io faccio la cassiera in un supermercato a Minneapolis, volevo far sentire a mio figlio l’artista con cui ho passato l’adolescenza”.

Roba che ti sogni, anche con quei simpaticoni affabili di Springsteen e compagnia.

Poi certo, siccome abbiamo detto che Prince era un pazzo psicotico, ai concerti di Paisley Park si poteva bere solo acqua o succo di frutta (sicuramente senza zuccheri aggiunti), perché va bene bombarsi di oppiacei antidolorifici, ma guai a bere una birra o a esagerare con gli zuccheri. Prince, dammi retta, era meglio se ti facevi una bottiglia di Montepulciano ogni tanto.

Ma Prince era un “figlio autentico” del Minnesota. Non è mai andato a vivere a Los Angeles o New York o in qualche altro posto che avesse più senso. È rimasto nella neve, lui coi suoi miliardi, a sciropparsi gl’inverni a meno trenta in quell’angolo di tundra nel nord degli Stati Uniti in cui t’immagini debba vivere lo yeti.

Anche in concerto era una delle rockstar più abbordabili. Ogni volta che l’ho visto dal vivo è finita infallibilmente nel bordello totale, saltavano le marcature, tirava sul palco un po’ di gente a caso dalle prime file invitandoli a ballare e cantare con lui, gomito a gomito, altro che bodyguard e paura degli stalker.

Come quella sera al Forum di Assago nel 2010, in cui a un certo punto un milanese in giacca e cravatta (come si fa a andare a un concerto rock in giacca e cravatta? solo a Milano. Ma dico, anche se stai andandoci direttamente dall’ufficio, cambiati prima di uscire! Entra nei bagni in giacca e cravatta ed escine in jeans e maglietta, no? O cambiati nel parcheggio, regala la cravatta alla Caritas, insomma fai qualcosa!)… allora, dicevo di questo milanese in giacca e cravatta sul palco del Forum, a lato di Prince, che stringe il microfono cantando A Love Bizarre. E poi c’è quella volta al Palatrussardi che Prince mette dieci persone in fila sul palco e cerca d’insegnare loro una coreografia (mentre noi ci strappiamo i capelli nel vedere così stupidamente sprecati preziosi minuti di concerto).

Per essere così vicino (anche fisicamente) al suo pubblico, Prince è stato in compenso di una stitichezza da primato olimpico con i media. Nello show, era tutto per noi. Ma cosa faceva il sabato sera, quando non suonava? Forse non lo sapeva neanche la sua mamma.

Insomma Prince è uno che facevi meglio a lasciar stare le curiosità collaterali e prenderlo solo come artista, per quello che era.

Il che mi è sempre caduto a fagiolo perché l’unica cosa che m’interessava e m’interessa, di Prince, sta tutta racchiusa in quei pezzi rotondi di plastica che il mio stereo ha sempre saputo decifrare benissimo. I dischi. Quelli, e il lavoro che ci stava dietro. Se preferisse la pancetta o la mortadella non me ne è mai fregato nulla.

E quei dischi, quel lavoro, per me è l’opera di Mozart. Un Mozart del rock, via. Per me Prince è sempre stato quello. Almeno per come vedo Mozart, nel mio immaginario ignorante: come il prodigio istintivo che ancora bambino incanta la corte senza neanche rendersi conto della sua bravura. Questo era Prince: il genio leggero, spontaneo e incontenibile; il talento puro, straripante, privo d’intellettualizzazione, quasi infantile. Uno che non sa un granché del mondo che lo circonda, e neanche si sforza di saperlo. Prende in mano uno strumento, uno qualunque, e lo suona come un Dio. Per me Prince era uno che se scoreggiava, la sparava in Fa maggiore settima più.

Non scriveva solo di donne e bagordi, ma quando scriveva di donne e bagordi era un fenomeno. E secondo me, abbiamo tutti sottovalutato l’importanza di cantare cose tipo “un corpo come il tuo dovrebbe stare in carcere, perché è sulla soglia dell’oscenità”.

Perché io non capisco niente di cultura nera, ma insomma non ho mai potuto fare a meno di pensare che anche se la “negritudine” di Prince non sia mai stata particolarmente discussa, fosse importante. E in questa cultura da ragazzo afroamericano figlio di padre jazzista di colore, cresciuto in una città grande ma provinciale come Minneapolis, che non è proprio una perla del Rinascimento, secondo me la sensualità e la fisicità hanno un senso diverso.

Quale senso, non saprei dirlo con esattezza.

A costo di fare una caricatura, e sapendo che sto per entrare in una di quelle frasi che a metà ti rendi conto che era meglio stare zitto, dirò che in qualche modo quella seguita da Prince attraverso i suoi testi è la strada attraverso cui passa una sorta di riscatto, di bisogno di espressione individuale, di affermazione di un’identità culturale e (perché no?) razziale. Tanto funk, tanto R&B, tanta disco, a ben vedere, parlano anche di questo. James Brown per esempio. Pensate se Sex Machine l’avessero cantata gli Eagles.

Oddio, direte, che cavolo ne so io, bianco europeo che preferisce il single malt scozzese torbato, di cose di rocker neri. Però non sopravvalutiamo le barriere culturali. Possiamo sforzarci di capire anche noi. In fondo i due musicisti che suonavano con Hendrix (dandogli la ritmica! la ritmica, dico!) erano bianchi come il cotone.

E comunque, quatto quatto, Prince ogni tanto parlava anche di AIDS, di guerra, di dipendenza dal crack, di emarginazione e di razzismo. A modo sempre un po’ suo, certo… ogni tanto prendeva le difese della madre single di colore che vive nel ghetto e non riesce a tirare su i figli perché l’America capitalista ha tagliato le spese sociali, e poi era capace di gioire dell’elezione di Reagan. Denunciava la persecuzione degli afroamericani ma non mi avrebbe stupito, fosse rimasto in vita, se avesse votato Trump. Sarebbe stato assolutamente coerente con il personaggio.

Ripeto, cosa avesse in testa non l’ho mai capito e ho rinunciato da tanto tempo a capirlo.

Quasi da subito. Quanto subito?

Non mi ricordo di 1999 (il disco che uscì nel 1982). Sinceramente ero troppo piccolo, dai. Io a quelli che dicono “a sette anni vidi i Velvet Underground dal vivo in un bordello di Caracas e la mia vita cambiò” non ci credo. Ricordo quando uscì Purple Rain nell’84 anche se i miei gusti erano ancora acerbi. Ero fermo ai Duran e agli Spandau (ci sono rimasto, in parte). Ricordo che i giornali parlavano di Prince con l’ignoranza e la pigrizia di sempre, quelle con cui affrontano qualunque argomento; montavano tutta questa minchiata dell’anti-Michael Jackson, perché poco prima Thriller aveva conquistato la Terra e, si dice, alcuni fra i pianeti meno distanti.

A proposito. Che Prince e Jackson fossero rivali, non c’è dubbio: come rivaleggiano due giganti che al tempo stesso si stimano reciprocamente e non hanno altro che ammirazione per il talento dell’altro. Almeno guardando le cose dal lato di Prince, non c’è dubbio: le volte che ha interpretato pezzi di Jackson dal vivo non si contano. E uno non rovinerebbe mica il suo concerto infilandoci di proposito musica di merda no?

Come i Beatles e gli Stones. Rivali? Ma mi faccia il piacere! I Beatles hanno fatto di tutto per aiutare Jagger e Richards. Hanno scritto musica per loro, li hanno aiutati a trovare il manager che li ha lanciati, li hanno raccomandati. I Beatles e gli Stones si amavano, si frequentavano, si studiavano reciprocamente per imparare, basta con le panzane.

E Prince amava Jackson. Certo poi Michael ha cominciato a sbiadire e le loro strade si sono separate.

Quindi torniamo a noi. Nell’84 uscì Purple Rain ma onestamente non riuscii a rendermene troppo conto. Nell’85 invece, Paisley Park e Raspberry Beret andavano su Radio Deejay e ricordo distintamente che cominciai a pensare “fico!” Nell’86 Kiss, Girls & Boys e Mountains erano tormentoni e a quel punto canticchiavo e ballicchiavo quando lo sentivo alla radio.

Poi nell’87 uscì Sign “O” the Times e finalmente m’innamorai.

Mi ricordo ancora che in quegli anni post-paninari a Pavia si era creato questo gruppo ibrido fra il liceo classico e lo scientifico. Io ero dal lato dello scientifico (una delle tante scelte nella mia vita che francamente non sono mai riuscito a spiegarmi). Uno amico del classico, tale Nicola, cominciò a passarmi, su mia richiesta, tutti gli album di Prince. Me li registrava in una cassetta; diciamo. O forse me li prestava e li registravo io. Mmhhh. Non sono sicuro. Memoria debole. Manca fosforo. Poco grave, quel che conta è che mano a mano che ascoltavo i dischi e mi piacevano, li compravo. Riempivo le lacune nel mio passato di bambino dell’hinterland milanese incapace di apprezzare uno gnomo nero androgino che si divertiva a tenere concerti in perizoma e reggicalze.

Imparavo che sapeva usare una chitarra o un basso come i migliori specialisti, quelli che dedicano tutta la vita a perfezionare l’arte di quell’unico strumento e lo fanno come dei maestri: lui però ne suonava tanti altri, si registrava i dischi da solo incidendo uno strumento per volta, uno dopo l’altro, per poi sovrapporre le tracce in una canzone. E componeva, cantava, ballava, si produceva i dischi.

Nell’88 uscì Lovesexy e finalmente lo comprai come si deve: andando al negozio quando esce, e non anni dopo, quando lo conosci già. Fu il primo disco di Prince che comprai quando era ancora fresco di stampa.

Quell’anno Prince portò una tournée-monstre in giro per il mondo e il concerto di Dortmund lo diedero sulla Rai. Lo vidi in diretta, a casa. Io, mia sorella e Matteo (il vicino). Errore tattico pazzesco! Infatti non mi aspettavo che Prince ci andasse così pesante sugli ammiccamenti sessuali. Quando s’infilò il microfono fra le gambe, volevo sotterrarmi dalla vergogna.

Nel capodanno ’88-’89, in vacanza coi miei a Parigi, ascoltavo l’album Sign “O” the Times con il walkman. Scoprii così quella che rimane tutt’oggi la mia canzone preferita di Prince, Adore. Allora avevo scritto male il titolo sulla cassetta e credevo si chiamasse Ardore. Come l’ardore, quello degli Alpini. Prince che butta giù un grappino e si lancia coraggiosamente contro il nemico nel 1918. Rimasi un po’ male quando mi resi conto che c’era una R di troppo. Mi piaceva il concetto dell’ardore. Ma anche adorare non era male.

Ero così invasato che credetti di poter far piacere Prince anche al “don”, il prete che ci insegnava religione al liceo. Portavo a Don Matteo le cassette di Prince, gli dicevo di ascoltare dei pezzi in cui lui cantava “ti slappo tutta baby”, e qualcosa mi spingeva a credere che al “don” sarebbero piaciuti. Non funzionò. Gli tradussi anche il testo di Anna Stesia, perché in quella canzone Prince parla di Cristo e della sua fede… ma solo dopo essersi dilungato a dire che certe volte ha una voglia matta di farsi una tipa. O un tipo. Oh insomma, di farsi quello che capita. Al “don” non piacque nemmeno quella.

Da lì in poi le cose hanno cominciato ad andare, scusate il termine, a puttane; non per me né tanto meno per Don Matteo, ma per Prince. Gli anni Novanta sono stati un calvario, artisticamente. La sua discografia è una disgrazia, un museo degli orrori. Negli anni 2000 si è ripreso e nel decennio successivo ha perso di nuovo smalto. Io naturalmente ero sempre lì, al capezzale della sua creatività morente, a incoraggiarlo. Ma non ho potuto molto. Geova è stato più forte. Quando ha smesso di cantare “ti slappo tutta baby”, Prince non ha più saputo bene di che cosa cantare.

Non so perché ora mi torna in mente Prince, che è morto più di un anno fa. Forse perché di Chris Cornell non ho abbastanza aneddoti da raccontare, anche se mi fa tanta tristezza che sia morto pure lui, che mi ha tenuto compagnia dalle strade del pavese al mare di Celebes.

Vabbè, così stanno le cose.

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I DISSOCIATI

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Avete presente quando si dice che i “musulmani buoni” dovrebbero dissociarsi da Isis e indignarsi e denunciarli, ogni volta che Isis commette un attentato a Parigi o Londra? Ecco, avevo questa polemica in testa l’altro giorno, mentre passeggiavo coi miei pensieri, quando sono incappato in Mohammed. Chi è Mohammed? È uno dei traduttori che lavorano con me. Arabo, iracheno. Ha la mia età, anche se modestamente io sembro suo figlio. Ha dei modi un po’ noiosi a volte, con il suo venire sempre a stringermi la mano e dire “God bless you, God bless you”. Trovo discutibile il suo mettersi in continuazione le dita nel naso, soprattutto quando lo fa appena prima di stringermi la mano, il che capita spesso. E poi è troppo grasso e con queste caldazze puzza sempre di sudore. Insomma ne fa, Mohammed, per non farsi invitare spesso nel mio ufficio.

Ma al di là di queste pecche veniali, Mohammed secondo me rientra indubbiamente nella categoria dei “musulmani buoni”. Lavora sodo con gli umanitari e quindi penso sia la persona ideale da interrogare: vorrei tanto chiedergli se in quanto musulmano si sente in dovere di dissociarsi da Isis e dai suoi attacchi all’Occidente. Soprattutto lui, che ha vissuto a Mosul durante l’occupazione: voglio dire, chiunque abbia vissuto nel sedicente Califfato di Isis deve pur essere considerato un po’ sospetto no? Perché non se n’è andato? Come si fa a voler restare con loro se non ti stanno almeno un po’ simpatici?

Mi avvicino e gli faccio: Mohammed, tu eri a Mosul quando c’era Isis?

Mi risponde: sì, ero a Mosul quando c’era Isis.

Chiedo: e perché ci sei rimasto?

Dice: perché non è che prendevi il treno e andavi via. Hanno chiuso le strade.

Dico: e come ci hai vissuto sotto Isis?

Dice: non lo chiamerei vivere.

Dico: e come lo chiameresti?

Dice: morire.

Dico: in che senso?

Dice: una settimana dopo il loro arrivo, sono venuti a cercarmi a casa perche’ non andavo piu’ al lavoro alla ditta di cui ero responsabile marketing.

Dico: perche’ non andavi più al lavoro?

Dice: perché avevo paura di uscire di casa.

Dico: ma sei musulmano, no?

Dice: io sì ma loro no. Quelli, se non gli piace la forma della mia barba mi ammazzano.

Dico: vabbè dicevi che sono venuti a casa tua. E poi?

Dice: mi hanno detto: torna a lavorare o ti mettiamo in carcere e facciamo passare un guaio alla tua  famiglia.

Dico: e tu?

Dice: ho cercato tutte le scuse: “mia moglie è malata, mio padre deve essere accudito, non ho più benzina, non mi ricordo più come si fa quel lavoro…”

Dico: ha funzionato?

Dice: credevo di sì, perché sono andati via. Il giorno dopo sono tornati e mi hanno portato in prigione. Ci sono stato due mesi. Un giorno sì e uno no, durante i due mesi, mi hanno frustato.

Dico: ‘azz!

Dice: no guarda, ho avuto fortuna. La mia famiglia, un po’ meno.

Dico: cioè?

Dice: avevano promesso che le avrebbero fatto passare un guaio. Ricordi?

Dico: sì. E che guaio hanno passato?

Dice: mentre ero in carcere, hanno pestato mio padre, che aveva più di settant’anni. Gli hanno rotto tutte le ossa delle mani, sono passati due anni ma ancora non può reggere in mano un bicchier d’acqua. Hanno pesatato mia moglie, le hanno messo un coltello alla gola. E poi hanno visto mio figlio di un anno che piangeva, urlava, perché stavano torturando sua madre sotto i suoi occhi.

Dico: e che hanno fatto? Hanno smesso?

Dice: no, hanno tagliato la gola. A mio figlio. Di un anno.

Dico:

Dice: ma lui si è salvato, e questo prova due cose. La prima che Dio esiste. La seconda che non sta dalla loro parte. Ma io sapevo entrambe le cose, perchè Dio esiste di sicuro e non può stare con delle bestie, coi figli del diavolo.

Dico: madonna, Mohammed. Come hai fatto ad andare avanti.

Dice: e poi hanno preso tutto quel che avevamo in casa di valore. Soldi, gioielli, vestiti, le provviste in cucina, tutto. Non sapevamo più neanche cosa mangiare.

Dico: e quando è finito quest’incubo?

Dice: quando l’esercito iracheno è arrivato.

Dico: allora tutto è andato a posto?

Dice: quasi. Prima abbiamo perso quel poco che restava.

Dico: come perso quel che restava? Ma non vi hanno liberato?

Dice: quando sono iniziati i combattimenti, cadevano bombe e colpi di mortaio dappertutto. Avevamo paura anche solo delle nostre ombre. Per 41 giorni ci siamo chiusi in uno scantinato: io, mia moglie, i miei figli e mio padre. Una sola stanza sottoterra in cui vivevamo, mangiavamo, facevamo i nostri bisogni in un angolo. Tutti nella stessa stanza. Sai quanto è umiliante? Per 41 giorni i nostri bisogni si sono accumulati in quella stanza e noi ci dormivamo e ci mangiavamo pure. Poi un giorno abbiamo sentito un boato più forte degli altri. È venuto giù tutto. E poi silenzio. Ero coperto di calce, non vedevo più niente, chiamavo il nome dei miei figli senza risposta. Poi ho cominciato a vedere qualcosa, ho trovato una via d’uscita, mi sono ritrovato all’aperto. Ho sentito la risata di mia moglie. Rideva come una pazza isterica. Ho guardato intorno. Tutte le case erano crollate, una montagna di macerie. La mia macchina, che era rimasta fuori tutto questo tempo, sembrava una lattina di tonno bruciata. Ma il soffitto del nostro scantinato aveva più o meno tenuto. Ci eravamo salvati. Dopo aver perso il lavoro, quasi la vita mia e di mio figlio, e tutti i soldi che avevo, ora avevo perso anche la casa e la macchina. Ma eravamo felici, perché eravamo salvi.

Mi sembra che volessi chiedere a Mohammed qualcosa, ma non ricordo più cosa.

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DOPO DI ME, IL DILUVIO

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È il momento tanto atteso: la fine! Perché è meglio essere preparati alla fine, visto che arriva sempre. Al termine di queste cinque settimane di pellegrinaggi, ci aspetta un ennesimo incontro con la maestà della natura: dopo il ghiacciaio immenso del Perito Moreno, dopo l’arrampicata verso il monte Fitzroy, dopo le solitudini della Terra del Fuoco (Ushuaia esclusa)… le cascate di Iguazù!

Va bene, in realtà dopo le cascate avremo ancora un paio di giorni a Buenos Aires: abbastanza per godere del carnevale (confesso, il viaggio che sto raccontando è finito da un pezzo). E il carnevale di Buenos Aires val la pena di vederlo, perché è il 42.534esimo più bel carnevale del mondo: al primo posto c’è Rio de Janeiro, poi giù giù a scalare fino al 18.987esimo posto dove c’è quello di Canneto Pavese, poi al 32.684esimo posto c’è quello di Pieve Porto Morone, e via fino a quello di Buenos Aires, che si colloca fra quello di Poggibonsi e quello di Roseto degli Abruzzi.

Ma di Buenos Aires abbiamo già parlato, quindi il nostro viaggio raccontato lo facciamo finire qui: alle meravigliose cataratas di Iguazù! Un angolo incantato fra Brasile, Argentina e Paraguay. Solo che siccome il Paraguay si deve confermare sfigato fino all’ultimo, i suoi confini si arrestano a una decina di chilometri dalle cascate: e quindi non ne gode né in prestigio, né in giro d’affari. Brasile e Argentina si spartiscono il malloppo, come sempre.

Iguazù è lo spettacolo più bello che ci sia al mondo. Sul serio! Acqua infinita che si getta in un abisso invisibile con una forza devastante. Per chilometri e chilometri. Andiamo a vederlo!

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Che idillio perfetto: siamo solo io, la Babsie e sette miliardi di altri esseri umani.

Eh sì, perché non c’è dubbio: tutto il pianeta ha deciso di visitare le cascate proprio oggi. Ma tutti eh, fino all’ultimo boscimano del deserto del Kalahari.

E non c’è niente di male, per l’amor d’Iddio. Tutti hanno lo stesso mio diritto di essere qui, e io lo rispetto. Solo che un’ora prima che aprano l’accesso al parco c’è già una coda lunga fuori dai cancelli. E io, gentilmente, li vorrei tutti morti.

Canottiere sudate, ascelle pezzate, capelli appiccicati alla fronte, sciabattamento selvaggio, selfie fino alla morte. I sudamericani poi si scattano foto nelle pose ridicole che noi occidentali blasé ormai schifiamo, tipo Fonzie che fa OK con entrambe le mani o ragazza di tre quarti che inarca la schiena sollevando il piedino all’indietro o ancora ragazzi che fanno la V orizzontale con le dita e si mettono gli occhiali da sole a metà del naso.

Per fortuna dentro c’è talmente tanto spazio da perdere le tracce del gruppo. C’è da girare per due giornate intorno alle cascate, per vederle tutte, e da prospettive diverse: si cammina lungo il lato brasiliano e poi il giorno dopo lungo quello argentino. Si marcia in mezzo alla selva intricata finché, dietro una curva del sentiero, lo sguardo si apre improvvisamente su un salto di sessanta metri con la larghezza di un condominio, oppure una serie di salti che spruzzano sulle rocce e ti fanno una morbida doccia.

Il culmine di questo universo acquatico è la “garganta del diablo”, cioè la gola del diavolo: un anfiteatro da cui milioni di metri cubi d’acqua bianca e spumosa finiscono verso un fondo che non si riesce manco a intravedere, tanto è alta e densa la nuvola di vapore sollevata dall’impatto. Siamo tutti lì, a bocca aperta. Che momento mistico.

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Poi un bambino butta un dépliant giù per la cascata.

Che pirla: non lo vedrà neanche cadere, finisce subito inghiottito dalla nuvola di vapore acqueo.

“L’unica speranza per il mondo è l’estinzione del genere umano”, sentenzia la Babsie un po’ à la Sartre, delusa dal fatto che i genitori del piccolo mostro non gettino subito anche l’inutile figlio giù per le cascate.

Io, con un approccio più pacato, mi limito a osservare che basterebbe mettere delle regole di buon senso. Tipo: non a tutti è permesso di viaggiare. No, la licenza di viaggio dovrebbe essere assegnata in base a una serie di requisiti stabiliti da un comitato di saggi, gente dotata d’intelletto e senso di civiltà. Insomma da un gruppo di professori universitari scandinavi, ecco. Fuori da quella cerchia, non vedo molto buon senso al mondo. A capo di questo comitato ci vedrei bene me, che non sono né professore né scandinavo ma proprio per questo in grado di equilibrare con un pizzico di vita vissuta sudeuropea un’analisi che altrimenti resterebbe troppo accademica. Sarei l’eccezione che conferma la regola, il cacio sui maccheroni, la ciliegina sulla torta.

Ecco, se proprio il mondo insistesse, o se i professori scandinavi mi supplicassero, potrei fornire io stesso una serie di regole. Semplici, condivisibili, ovvie. Tipo. Come. Per esempio.

Vietato viaggiare a tutti coloro che si muovono in gruppi superiori alle cinque persone.

Vietato viaggiare a tutti coloro che prenotano il volo in agenzia.

Vietato viaggiare a tutti i gruppi con la guida che parla al microfono in pullman.

Vietato viaggiare a tutte le famiglie dotate di padre che mette moglie e prole in posa per le foto-ricordo.

Vietato anche solo pensare di viaggiare a tutti quelli che si fanno i selfie.

Vietato anche solo possedere un passaporto a tutti coloro che possiedono il selfie stick.

Vietato viaggiare a tutti coloro che vanno fino in Patagonia per passare le giornate a suonare Bob Marley dentro un ostello.

Vietato viaggiare a tutti coloro che mangiano nei fast food in Mongolia e in Zambia.

Vietato viaggiare a chi preferisce un hippie bar pieno di australiani ubriachi a un bar di gente locale, che sia a Varsavia o a Bombay.

Vietato viaggiare a chi pretende di saperla più lunga degli altri sul come si debba viaggiare.

Vietato viaggiare a chi poi pubblica le foto di viaggio su Facebook, soprattutto se se la tira pensando che siano foto da reportage e non semplici foto di vacanze.

Vietato viaggiare a chi pretende di dettare regole su chi abbia diritto di viaggiare e chi no.

Vietato viaggiare a chi racconta i propri viaggi in un blog come se fossero più belli di quelli altrui.

Vietat… oh no… aiut…

(buio)

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ACQUA E SALE

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Dove eravamo rimasti? Ah, già: io e la Babs nel bel mezzo del nulla, dispersi fra le Ande nel nord dell’Argentina. E dove ci ritroviamo? Sempre nel mezzo dello stesso nulla, ancora dispersi fra le Ande. Ed è tempo di avviarsi sulla strada del ritorno alla civiltà. Non troppo in fretta, ma insomma siamo al giro di boa: lasciato il villaggio incantato di Iruya, la nostra Clio bianca ci deve riportare indietro. È qui che cominciamo a pentirci di averla trattata così male finora.

Spero che vi piaccia il sale, perché dove si va ce n’è tanto. Ma tanto, così tanto che se avete problemi di pressione io al posto vostro non ci metterei manco piede. Le Salinas Grandes, come dice il nome, sono delle saline grandi: ma grandi! Sono un mare bianco e piatto. Ma piatto! Un’asse da stiro che si estende a perdita d’occhio.

Per andare a vederle faremo base a Purmamarca, un villaggio indio che di questa regione dell’Argentina è un po’ “backpacker central”. Cosa intendo? Intendo gli ex-paesini sperduti e sconosciuti, che una volta erano un perfetto idillio di vita indigena lontano dalle folle del turismo di massa, finché i backpacker non se ne sono accorti e hanno cominciato a sbarcare a migliaia, attratti dall’autenticità di una cultura indigena perfettamente intatta, desiderosi di scoprire un angolo non ancora corrotto dal vile denaro dello straniero, salvo poi rimanerci male perché in paese non c’è neanche un Irish pub o un ostello in cui cantare le canzoni di Bob Marley con l’immancabile chitarra da viaggio e non si trova neanche uno spacciatore di fumo perché come fai a cantare Bob Marley in ostello senza farti le canne, e poi insomma è buona la zuppa di lama però se potessimo avere uova strapazzate con pancetta a colazione, per favore, e già che ci siamo un locale con un po’ di musica occidentale per quando ci siamo stufati di bere e suonare la chitarra in ostello… e in men che non si dica, la popolazione dei backpacker di passaggio eccede numericamente (e in termini di potere d’acquisto, decibel, produzione di rifiuti, traffico, insomma in tutto e per tutto) quella residente, e in paese si ascolta più Bob Marley che musica locale, e l’Irish pub finisce la serata alle due di notte con revival di rock alternativo americano anni 90, e il vile denaro dello straniero scorre a fiumi; a quel punto, i backpacker che hanno colonizzato il posto si lamenteranno che non c’è più autenticità, non c’è più nulla di genuino e di tradizionale, si lamenteranno soprattutto della commercializzazione della cultura locale e del fatto che gli indios si sono fatti furbi e hanno triplicato il prezzo del loro artigianato e ora lo fanno produrre nelle fabbriche del Bangladesh. E cercheranno un altro villaggio indigeno incontaminato da colonizzare.

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(colonialismo moderno)

Oh, a me piace Bob Marley eh! Però, ecco… piano piano, a forza di andare alla ricerca dell’autenticità e degli angoli incontaminati, i backpacker stanno trasformando il Vietnam, il Nepal, il Perù e ora anche angoli dell’Argentina in un unico, grande simulacro di un quartiere hipster di Melbourne. Non so se mi siano più simpatici loro o i pullman del “Circolo Culturale di Vigevano” con trenta allegri anziani che seguono la guida con l’ombrellino e prenotano la tavolata al ristorante dove si trovano le pappardelle al ragù anche se sei a Phnom Penh.

Purmamarca non è per niente brutta, ma dopo la pace di altri posti non sentiamo il bisogno di restarci oltre il minimo indispensabile; già il pomeriggio del nostro arrivo quindi, si fa una scappata alle saline, tanto per dare una prima occhiata con la luce del tramonto (domani ci torneremo per vederle col sole radioso del mattino).

Di nuovo in macchina quindi, e vai di tornanti. Lasciata Purmamarca da un’ora abbondante, superato l’ennesimo passo oltre quota 4000, le vediamo apparire: mancano ancora decine di chilometri, ma una macchia bianca splende all’orizzonte e ci acceca da lontano.

“Wow!”, diciamo in coro io e la Babsie.

Una volta arrivati, resistiamo alla tentazione di metterci a correre a caso come dei beoti, ma non a quella di prendere un grumo da terra e metterlo in bocca: confermo, non è zucchero!

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(l’ho assaggiato – ci si può condire tanta insalata)

Aspetteremmo volentieri il tramonto, ma il cielo sparisce dietro una lenzuolata grigia e pesante e comincia a piovere, sempre più forte. Andiamo avanti e indietro una mezz’oretta in macchina, lungo la strada che fiancheggia le saline, solo per goderci ancora un po’ di quest’atmosfera oltremondana, incontriamo un gruppo di lama che restiamo per un po’ a molestare e infine torniamo a Purmamarca. “Domani, con la luce del mattino, sarà ancora più bello!” pensiamo ad alta voce.

La sera, mentre consumiamo il nostro pasto cannibale (scusa, fratello bue! munch munch…) al suono del folk andino, ci scambiamo sguardi silenziosi che dicono molto: nemmeno il flauto di pan può coprire il rumore dei tuoni là fuori.

Chi vincerà, l’acqua o il sale?

La mattina dopo il mare di sale è diventato un lago puro e semplice. L’acqua e il sale hanno pareggiato: lui non si è sciolto, ma lei non si è assorbita. Le saline sono sempre là sotto, ma invisibili: nascoste sotto uno specchio che è bello anche lui, neh, ma è un po’ come le risaie a Pavia. Le ho già viste, ci sono cresciuto accanto, ho avuto relazioni amorose con le zanzare che ci abitavano dentro. Ora volevo le saline.

“Per fortuna ci siamo venuti ieri sera!”, ci diciamo. “Altrimenti non le avremmo viste proprio!”

Bene, ora è davvero ora di scendere di nuovo verso Salta, anche se abbiamo ancora tre giorni a disposizione per arrivarci. Dalle saline a Cachi, dove vorremmo fermarci la notte, ci sono due strade. Una, più diretta ma tutta sterrata e quindi più lenta, è la mitica Ruta 40: ve la ricordate? sì, dai, in Patagonia… ecco, è la stessa strada, ma cinquemila chilometri più a nord; l’altra strada è più lunga e asfaltata, e in fin dei conti ti fa arrivare prima.

Poiché sentiamo l’approssimarsi della fine dell’avventura, tendiamo naturalmente a scegliere l’opzione lenta e sterrata per prolungare questo fase errabonda e zingaresca del viaggio.

“Nooooo!!!!”, fa la Babsie, “Vuoi fare quella mulattiera con la Clio? Uffa!!! Ma non possiamo viaggiare più comodamente?”

Okay, forse non siamo entrambi su quella lunghezza d’onda. Ma sono io che sto al volante! ed è la Ruta 40! è come essere a Milano e trovare l’altro estremo di un panino che avevi addentato a Napoli… come fai a non dargli un morso?

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(il bello delle strade sterrate)

La prima parte dello sterrato sembra darmi ragione: piatta e larga, riusciamo a filare veloci fingendo di non sentire le botte dei sassi che le gomme proiettano sul telaio e la carrozzeria. Ogni tanto rallentiamo per fare foto, tutti contenti quando un branco di vigogne appare all’improvviso.

Quando cominciano gli attraversamenti delle piccoli paludi fangose, allo slittare delle ruote posteriori che fanno mettere la Clio leggermente di traverso, si apre ufficialmente la fase del dubbio. Faccio finta di niente, ma anche la Babsie si accorge quando stiamo andando avanti col culo storto. All’improvviso ci rendiamo conto che fanno due ore che siamo in viaggio e in tutto abbiamo incrociato una sola macchina. Quando poi ci fermiamo di fronte a un torrentello da guadare, è il momento di porsi domande serie.

“Mmhhh…”, faccio io.

“Mmhhh…”, fa la Babsie.

Organizziamoci! L’uomo è dotato di pollice opponibile, non può essere sconfitto da un semplice torrentello. Il problema è che non sappiamo quanto sia profondo e cosa ci sia là sotto: sassi? O infide sabbie mobili? Quel che vorrei evitare è che la povera Babsie sia costretta a spingere la macchina mentre le ruote slittano e io le faccio una statua di fango. Non lascerei mai che lei possa essere anche solo sfiorata dalla vile melma!

Poco dopo, la Babsie, scarpe in mano e calzoni arrotolati sopra il ginocchio, l’acqua a metà stinco, mi grida: “E’ un po’ molle, ma dovrebbe andare bene!”

La guardo dalla riva asciutta, ci penso su. “Sei sicura?”

Ci viene un’idea brillante. Ci mettiamo a cercare arbusti da sradicare e gettare nel punto del guado. L’idea è di creare una specie di reticolo di rami per rendere meno viscido il fondo. Intelligenti, eh?

Non è facile trovare arbusti da queste parti, perché anche se non siamo più alle saline, il terreno è comunque desertico e non ci cresce molta roba. Passiamo una ventina di minuti a raccogliere quel che si trova. Tiriamo, strappiamo, sradichiamo, rivoltiamo la terra. Alla fine abbiamo comunque messo insieme una discreta catasta, che portiamo sul bordo del ruscello.

“Pronti?”, dico.

“Vai”, mi fa la Babsie. “Gettiamo tutto lì”, aggiunge, indicando il punto che abbiamo deciso essere il meno profondo.

“Uno, due, tre!”

Lanciamo la catasta di rami e arbusti nel torrente, trattenendo il fiato. Prontamente, la corrente porta tutto via.

La nostra catasta fa rotta verso ovest.

“Vabbè, attraversiamo lo stesso!”

La Babsie, che ormai è piena di fango fino alle ginocchia, passa a piedi. Io prendo la rincorsa con la Clio e mi butto. Quando arrivo al dunque, non mi ricordo più in quale punto abbiamo detto che era meglio attraversare. Sarà lì? oppure lì è dove c’era il masso enorme sotto il pelo dell’acqua? o era dove c’era la buca gigantesca?

Non posso rallentare, troppo tardi! Via! Come i fratelli Duke! La macchina s’invola sull’acqua… e ci ricade dentro… tutta la vita mi scorre davanti… sto sollevando un mare di fango! Per fortuna almeno questo l’avevamo previsto, e la Babsie si era tenuta lontana. Quando riapro gli occhi, sono sull’altra sponda.

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(incontri sulla Ruta 40)

A San Antonio de los Cobres (paesello orrendo in cui ci fermiamo a mangiare una empanada per pranzo) c’è un’altra biforcazione: si può proseguire lungo la perigliosa strada sterrata che stiamo percorrendo, o prendere una deviazione verso una specie di statale asfaltata che abbiamo snobbato. Nonostante mille indagini, siamo incapaci di ottenere informazioni affidabili sullo stato della sterrata più avanti. Sappiamo solo che si fa più dura e si sta mettendo a piovere.

“Dai, siamo ragionevoli” dice la Babsie.

“Sì, hai ragione”, dico io. “Non sarebbe ragionevole abbandonare la Ruta 40 proprio ora, eh?”

“$*%&#£@§!!!!!”, risponde la Babsie.

Non ci sappiamo decidere. Andiamo avanti senza aver scelto, tanto il bivio è più avanti. Come si fa sempre nella vita.

“Sì, andate tranquilli, io l’ho fatta ieri ed era in buono stato!”, dice uno.

“Siete pazzi, con quella macchina? Non ce la farete mai!”, dice un altro.

A un certo punto, uscendo dal paese, la via è interrotta: un cartello di lavori stradali ci sbarra il passo, un segnale di deviazione ci fa scendere lungo il fianco di un terrapieno e come per magia, ci ritroviamo a viaggiare nel letto di un fiume asciutto. Asciutto ma non estinto: ci sono ancora i segni della corrente sul terreno.

“Eh… boh… io sto seguendo la deviazione” dico.

“Eh, lo so…” dice la Babsie. “Però è un po’ strano”.

Ne convengo. Anche perché la pioggia si fa più insistente e… io non sono esperto di fiumi, pioggia e montagne ma…

“Minchia! un flash flood!”

Avete presente quando si mette a piovere forte in montagna, l’acqua scende verso valle e all’improvviso il letto asciutto di un torrente si riempie? No? Neanche noi, fino a questo momento. In questo preciso istante stiamo guidando la Clio sul greto sabbioso, osservando, come in un film, un’inondazione-lampo riempirlo d’acqua marrone, formando una cascatella di un metro (la profondità approssimativa del greto).

“Inversione, inversione!”, grido. “Indietro tutta!”

“Non ce la facciamo a fare inversione!”

“Dobbiamo tentare!”

“Mamma mia!”

“Salve o Regina!”

Seguono momenti in cui solo l’istinto di sopravvivenza m’impedisce di andare nel panico. Non voglio drammatizzare, ma vi giuro che essere in macchina sul letto di un fiume che si sta riempiendo in fretta è una cosa brutta, molto brutta.

Per fortuna la Clio fa inversione, mi butto indietro a tutta forza mentre già l’acqua ci sta circondando, riprendo la rampa che ci riporta sul terrapieno appena prima che la profondità dell’acqua e la viscidità del fondo ci creino problemi. Quando riapro gli occhi, siamo di nuovo ai cartelli di lavori in corso. “Senti, io me ne fotto dei lavori”, dico io. “Anche io me ne fotto”, dice la Babsie. Continuiamo sulla strada asfaltata, sopra il terrapieno; per fortuna i lavori non erano niente di invalicabile, e d’incanto il cielo si apre.

Scorriamo morbidi sull’asfalto liscio, il sole splende, le montagne riprendono i loro colori. Andiamo avanti.

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I LIBERI E I RANDAGI

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Perché gli animali sul ciglio della strada, all’approssimarsi di un veicolo, decidono sempre che la salvezza sta dall’altra parte della carreggiata?

L’interrogativo senza risposta mi rimbalza da un angolo all’altro della testa (provocando un inquietante rimbombo) mentre corro veloce sul mio fido destriero (okay, una Renault Clio in affitto) con la Babsie al mio fianco.

Ah già, non ve l’ho detto: finalmente sono al volante!

Per l’amor d’Iddio, sia chiaro: ho amato profondamente la poltiglia organica accumulata nelle fessure fra i sedili dei pullman argentini che ci hanno scarrozzato per migliaia di chilometri in Patagonia; ho adorato incondizionatamente l’odore di carburante sulle barche che ci hanno traghettato su e giù per la Terra del Fuoco; ho perfino moderatamente apprezzato la mollica umidiccia farcita con gli scarti della produzione di wurstel e formaggini che ci hanno spacciato per panini sulle linee aeree argentine.

Ma in ogni viaggio arriva un momento in cui sono io che guido.

Una macchina, uno scooter, una bici, poco importa.

Quel che conta è che svolto dal lato che mi pare, mi fermo quando voglio per guardare meglio, rallento o accelero secondo i comodi miei (e della Babsie). Un lama sul bordo della strada o un cactus immobile sotto al sole: stop, guardiamolo un po’.

E ancora più di questo, il bello della macchina è che passando davanti a un paesino che ti garba puoi dire: alt, fermi, restiamo qui. Non sei costretto a vederlo scorrere velocemente fuori da un finestrino, a sospirare rassegnato, a fare appena in tempo a pensare: “…”.

Viaggiare in questo modo è libertà.

È così che ci possiamo fermare a mangiare a Tilcara e cazzeggiare per ore in questo incantevole borgo, decidendo noi a che ora ripartire. Oddio, son tutti bellissimi i villaggi, da queste parti. Sembra di essere sulle Ande. Anzi no, ci siamo proprio sopra! Siamo in pieno sulle Ande. Ma chissà perché non riesco facilmente ad associare queste Ande quasi peruviane o boliviane all’idea che ho dell’Argentina, tutta piatta e piena di gauchos che giocano a calcio con una bistecca in mano.

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(morbido e pungente)

Approfittando fino all’ultimo dei privilegi dell’essere automuniti, decidiamo improvvisamente di fare tappa per la notte a Humahuaca, un ancor più affascinante villaggio indio, dove la sera, dopo la birra d’ordinanza, andiamo in cerca di un locale per mangiare e possibilmente assistere a una peña. La peña è una specie di concerto di musica folklorica locale che… aspettate, fermi: lo so, lo so, ho detto musica folklorica andina. Vengono subito in mente gli Inti Illimani e altre catastrofi naturali. Ma vedi alle voci “bere il mate”, “masticare il qat” e tutte quelle altre forme di autolesionismo cui ci sottoponiamo solo perché così si usa in loco.

In realtà il gruppo che suona stasera a Humahuaca non è per niente male, anzi: sono quasi una via di mezzo fra la peña e il rock. Vabbè, tre parti di peña e due di rock. Quasi rock. Rock latino, via.

Comunque non dispiacciono. Hanno anche un cantante-mandolinista panciuto e barbuto come un vecchio pirata. Un tipo veramente forte, almeno finché non annuncia che “la prossima canzone è per mia nonna… nonna, ti voglio tanto bene, tu sai sempre quando è il momento di mollarmi uno sganassone”.

M’immagino la nonna di Sid Vicious che gli molla uno sganassone, e lui le dà una coltellata nell’addome.

Poco dopo il panzuto cantante rilancia spiegando che “la prossima canzone è dedicata al muratore, che lavora sempre duro per costruire le case degli altri e non finisce mai di costruire la propria.” Mi si spezza il cuore, ma ho voglia di correre in camera a fumare crack ascoltando Search and Destroy degli Stooges a palla.

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(ricordati che devi morire)

Il giorno dopo, sempre in barba agli orari fissi e alle tabelle di marcia, facciamo rotta per l’ancora più piccolo, isolato, dimenticato paesino di Iruya. Ci hanno assicurato che ci serve una jeep 4×4, perché per arrivare a Iruya devi spupazzarti cinque ore di tornanti sterrati con diversi guadi di torrente in alta montagna (passando oltre i 4mila metri). Ma noi abbiamo fiducia nella nostra Clio. Oddio, nostra… ecco forse se fosse proprio nostra non la sottoporremmo a questa tortura. Ma siamo sicuri che a Europcar non spiacerà. Anche perché non lo sapranno mai, muhahahahah!!!

Iruya, scusate se vado sul romantico, è un posto magico. Da favola. No, davvero. Fidatevi di me. Vi ho mai mentito? No fermi, non rispondete! Fidatevi e basta.

Al termine di una strada che in effetti ha costretto la povera Clio a dare il tutto per tutto, il villaggio ci appare come fosse incastonato nel fianco della montagna.

A Iruya facciamo il giro del paese cinque volte. Camminando con calma, ci vogliono venti minuti.

Ci vuole più tempo a cucinare la zuppa di mais che mangiamo su una terrazza, guardando il fianco della montagna con un ventaglio di colori carnevalesco.

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(mondo colorato)

Ci starebbe proprio bene un caffè ma qui non si usa. Quando lo chiediamo, ci guardano come se avessimo ordinato un orecchio di eschimese alla piastra.

Usciamo, ma non ci sono bar… no aspetta, forse… ne troviamo uno! Signora, lo fa il caffè? Sì, lo fa! Bene, ce ne porti due per favore.

La donna sparisce per venti minuti (il tempo di fare cinque volte il giro del paese) mentre noi guardiamo una telenovela alla TV. Lei è una ragazza bellissima di famiglia nobile. Lui è un ragazzo bellissimo ma povero e vestito da spazzacamini, anche se sta in spiaggia. O viceversa. Insomma uno è ricco e uno è povero, ma la storia potrebbe funzionare perché entrambi sono belli e si esprimono con un vocabolario di venti parole, tutte prese dal libro di Barbie.

Intravedo la padrona del bar in cucina che gira un cucchiaio in un pentolino. Cerco di pensare a una regione del mondo, un’epoca, un universo del Signore degli Anelli in cui si faccia il caffè in quel modo. Non me ne viene in mente nessuno.

Non importa, coffee is overrated. Fa tanto anni Ottanta. A Iruya si può fare di meglio, tipo tirare l’ora dell’aperitivo per farsi una birra fresca e leggera sulla terrazza della simpatica vecchietta che ci ha dato ospitalità, lanciando languide occhiate ai condor che ogni tanto lasciano il nido in cima alla parete della montagna per farsi portare dal vento. Ah, bello eh? Eh sì, bello. Bellissimo. Son quei momenti che ti “fanno” un viaggio, dico io. Ce ne sono tre o quattro al massimo, anche se stai in giro cinque settimane. Sono speciali, li riconosci.

A Iruya ci facciamo anche un nuovo amico: un cane randagio! Espulso dalla muta, ramingo, con il sorriso triste alla Ringo Starr, il classico cane bastonato!

lo troviamo appollaiato in cima alla collinetta da cui si gode una vista sul paese e su tutta la valle. Ci giochiamo un pochino dopo che la Babsie mi ha convinto che le pulci non si attaccano agli uomini perché non abbiamo il pelo (e i capelli? Aaarghhh! Troppo tardi l’ho toccato!!!). Ci si affeziona subito. E quando decidiamo di rincasare, lui ci segue.

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(diventiamo amici? eh? dai, diventiamo amici?)

Mi fa una pena terribile ma dove lo porto? Siamo in Argentina in vacanza, mica ci viviamo (purtroppo). Dobbiamo girare ancora diversi giorni in macchina e poi prendere un aereo… dobbiamo pure passare da Iguazù, e se poi mi cade dentro le cascate? No, non posso portarti con me, caro mio. Mi faccio indurire il cuore e giro i tacchi. Cammino con fare risoluto, come quando devi lasciare una persona a cui vuoi ancora bene e sai che se ti giri a guardarla, cederai. Mi giro lo stesso. Io non cedo, ma nemmeno lui: ci segue.

E vabbè, che vuoi fare. Lasciamo pure che ci segua fino in paese, lì nella folla lo potremo seminare.

Arriviamo alla piazza del mercato. La folla non c’è: è proprio l’ora di mezzo, quella in cui il mondo non fa assolutamente nulla. Passiamo accanto a un gruppo di altri cani randagi, più grossi e cattivi del nostro. Non degnano me e la Babsie di uno sguardo, ma dopo un paio di ringhiate esploratrici si lanciano verso il poverello, che fa un’inversione a U come Bo e Luke Duke e corre, corre per la vita, verso la direzione da cui è venuto… su per la cima della collina, verso quel luogo solitario, ventoso e freddo dove vive esiliato.

E io e la Babsie ci guardiamo, consapevoli di aver tradito il nostro nuovo compagno, di avere mancato, nei suoi confronti, al più basilare dovere dell’amicizia: quello della lealtà.

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(mi ami troppo quindi mi lasci?)

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QUELLA MACCHINA LA’…

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Salta, Salta! No, fermi, cosa avete capito! Salta non è un imperativo, è una città! Ed è bellissima.

Si trova in Argentina, molto ma molto a nord (verso la Bolivia). Eh sì, abbiamo preso un aereo. Vabbè, fatti duemila chilometri di strada per scendere, non avevamo voglia di farne cinquemila per salire.

Fra le principali attrattive di Salta abbiamo: primo, un centro storico straboccante di meravigliosa architettura coloniale (che bellezza! ma perché non radiamo al suolo tutti i centri storici del mondo e li ricostruiamo con quello stile? dai, anche a Lodi, anche a Gubbio, anche a Ostuni!); secondo, una cucina locale molto diversa da quella del resto dell’Argentina, con nuovi e insoliti animali pelosi da macellare (ma anche tanta roba vegetariana: lo sapevate che la quinoa viene da qui? per noi è l’ultima moda fighetto-milanese, ma gli indigeni, poveri loro, la ingurgitano da una vita!); e ultimo, ma non da meno, un bel museo dei bambini essiccati sotto vuoto.

Uhm, quest’ultima va spiegata.

Il fatto è, come vi ho detto (se siete stati attenti), che Salta sta molto a nord, in quella zona delle Ande che fa da spartiacque fra Bolivia, Cile e Argentina. E non lontana dal Perù. Quassù, centinaia di anni fa, gli Inca costruivano città sacre, scambiavano amuleti e sacrificavano allegramente bambini innocenti agli dei. Dicevano loro: “Vieni, dai, che lo zio ti porta in montagna! No, lascia stare la giacca a vento, vedrai che fa bello!” (“Ma nonno, è inverno e andiamo a seimila e cinquecento metri!”)

Poi rovesciavano una specie di acquavite di mais giù per le innocenti trachee di questi pargoli per ricoglionirli, li portavano su fino in cima e li seppellivano tre metri sotto il cielo e anche sottoterra. A quel punto immagino che le divinità fossero soddisfatte del sacrificio e tutti vivessero felici e contenti, tranne i bambini.

Per raccontare questa gloriosa ancorché truculenta civiltà, a Salta hanno creato un museo dove è possibile osservare morbosamente alcuni di questi cadaverini; sono ottimamente conservati perché a seimila metri c’è poca umidità. Non ho fotografato niente là dentro perché mi sarebbe sembrato un po’ violento, ma andate su Google e cercate “Salta niña del rayo” per avere un’idea.

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Per riprenderci dell’esperienza andiamo a bere una cosa al Macondo, la sera. Il Macondo è un locale notturno fichissimo che prende il nome dal paesino immaginario creato da Gabriel García Márquez per Cent’anni di solitudine, cioè da una cosa che non c’entra niente. Ma non importa, perché come dice l’insegna, il Macondo è un “Resto, bar y rockería”. Macondo rocks! Pazienza se i clienti sono pochi e la serata ha l’aria stanca. Il problema è un altro, e cioè che il rock latino, come sanno quelli che hanno letto le puntate precedenti, ha la tendenza a suonare sdolcinatamente melodico anche quando vuol essere punk. In altre parole, alla rockería Macondo ci tocca una nuova overdose di “per teeeee… amore mio… il mio cuore sanguinaaaaaa…”, ma da duri, con le spille da balia infilate nel naso.

Meglio andare sul sicuro, dico io. E in Argentina, di sicuro c’è la bistecca. Andiamo a nutrirci di un povero bue innocente dal Viejo Jack, cioè il Vecchio Jack, un altro nome che non c’entra niente, ma che non delude. Andando in bagno, infatti, passo davanti alla zona della griglia (che è separata dal resto della cucina) e scorgo il cuoco che prende selvaggiamente a pugni le nostre bistecche. BAM, BAM! E poco dopo le riconosco, ancora con le forme delle sue nocche, ma saporitissime e tenere come burro.

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Il cameriere è affabile e volteggia intorno a noi con frequenza. Dopo un paio di voli radenti sul nostro tavolo finalmente riesce ad attaccarci il bottone. Si comincia con le solite cose (“da dove venite, quanto vi fermate, quanti ne siete, un fiorino…”), finché si finisce a parlare di musica (e questa volta, credeteci o no, è lui che attacca il discorso).

“Eh sì”, dice, “mi piace la musica britannica, ma roba vecchia, classici, roba tipo Alan Parsons Project, Emerson Lake and Palmer…”

Apperò, penso, hai capito il vecchio Jack!

“Quando vengono dei turisti inglesi mi metto a parlare con loro dei Rolling Stones e dei Pink Floyd, quando vengono gli americani dei Red Hot Chili Peppers…”

Ammazza! Questo simpatico signore avrà una sessantina d’anni, ma è un rockettaro…

“… con i turisti australiani parlo degli A-ha…”

Eh? Morten Harket, australiano? Lui, con il suo bel fisico da salmone nordico? Qui forse si è un po’ confuso.

“… ma mi piace anche la musica italiana, sai, come si chiamava quello degli anni Novanta, era veramente forte…”

A quel punto provo a suggerire: Vasco Rossi? Jovanotti? BluVertigo? Afterhours?

“No… era… ah sì, ora mi ricordo! Francesco Salvi!”

La mia faccia si sgretola e cade a pezzi;

“Francesco Salvi! Dai!”

Un fiotto di bava mi schizza dall’orbita oculare sinistra.

“Bello, eh? Salvi, Francesco! Era forte il rock italiano di quell’epoca, no?”

Sono sgomento. Umiliato, mortificato. Ammaino la bandiera.

Guardo la Babsie, come a cercare di capire se ho sentito bene. Il suo sguardo mi conferma che ho sentito proprio bene.

“Sì, dai, Salvi, come faceva…”

Io canto la canzone più corta del mondo, che c’ha una nota sola che fa: A.

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AL DI LA’ DELLA FINE

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Eravamo rimasti a Ushuaia, Terra del Fuoco: la fine del mondo, la città più a sud del globo, un paradiso remoto e incantevole – se non fosse per i miliardi di turisti americani e giapponesi che sbarcano ogni giorno da gigantesche navi da crociera. E naturalmente se non fosse per noi: altrettanto numerosi e parassitari, ma con la scusante che arriviamo via terra al termine di un lungo tragitto, sentendoci per questo in diritto di considerarci come “viaggiatori autentici”, quelli che non impestano il prossimo.

La priorità mia e della Babsie, dopo un paio di giorni qui, è trovare quel che Ushuaia non è: l’autentica fine del mondo, il vero avamposto remoto e dimenticato, ultimo bastione prima delle acque gelide dove regnano le orche.

“Puerto Williams, partenze ogni giorno tranne domenica”.

Io e la Babs guardiamo il cartello da un quarto d’ora; stiamo facendo finta di pensarci su, ma sappiamo bene entrambi che la decisione è già presa. Perché Puerto Williams, dovete sapere, è un microscopico, sonnacchioso villaggio nella Terra del Fuoco cilena. E si trova oltre il Canale di Beagle, ovvero ancora più a sud di Ushuaia (seppure marginalmente). È, in altre parole, “l’autentica fine del mondo, il vero avamposto remoto e dimenticato, ultimo bastione prima delle acque gelide dove regnano le orche.” Mmmhh, dove l’ho già sentita questa?

Per di più a Puerto Williams non si va né in autobus né in aereo, ma in barca: e cosa c’è di più esploratore-friendly di un bel viaggio in barca nel canale di Beagle, per andare in culo ai lupi?

Sì, Puerto Williams fa al caso nostro. E anche se andarci costa un occhio della testa, cioè uno della mia testa e uno di quella della Babsie, ci accechiamo entrambi volentieri pur di vedere questo posto che nei nostri pensieri ha qualcosa di profondamente mistico.

“Andiamo a Puerto Williams e per due giorni restiamo seduti in un barettino di fronte al mare a guardare le onde e le nuvole!” esultiamo in coro.

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(la belva minacciosa difende il territorio)

Come ogni altra tappa di questo viaggio, anche la traversata per Puerto Williams si rivela estenuante. È il suo bello, eh, per carità. Ma le lunghe attese sfiancano.

Cile e Argentina sono buoni vicini e partner commerciali, io francamente li vedo un po’ come quelle accoppiate tipo Svezia e Norvegia: due paesi che fra di loro si considerano probabilmente assai diversi, ma dai, visti da qui son la stessa roba. Non dico in termini di cultura e carattere della gente, ma insomma, con tutto quel confine che hanno in comune, mica possono formalizzarsi troppo per gli attraversamenti.

Mi aspetto, quindi, che passare dall’uno all’altro sia come andare da piazza piazza del Duomo a piazza della Scala a Milano: due passi in galleria e via. Si dovrebbe passare “come una lettera alla posta”, come dicono i francesi (si vede che in Francia la posta funziona).

E invece no. Questa frontiera è solo moderatamente meno impervia di Checkpoint Charlie fra Berlino Est e Ovest nel 1980.

Il Cile non accetta per esempio che si porti all’interno dei propri confini nessun cibo fresco proveniente dall’Argentina. Biscotti confezionati o lattine vanno bene, ma se hai una mela o una banana, i cartelli minacciano la prigione. E uno zelante dipendente delle dogane ci fruga gli zaini. Aggiungi tutti i classici disguidi con i mezzi di trasporto di due paesi che diciamolo, non sono certo terzo mondo ma neanche esattamente primo, e passi le ore a osservare le mute di cani randagi – quelli, sì, veri padroni della regione, da ambo i lati della frontiera.

Quelli cileni sembrano meno aggressivi di quelli argentini, e la cosa devo dire vale in genere anche per le persone. Ma in entrambi i casi, bisogna restare all’erta. Qui succede roba strana.

Tanto per cominciare i cileni hanno una specie di erre moscia; non alla francese, ma un po’ come se fossero americani che parlano spagnolo. Ma sono in tanti ad avercela, eh! Forse anche a Puerto Williams, come a Rio Gallegos in Argentina, son tutti parenti e questa erre è un difetto di famiglia.

Il che ci starebbe, perché la popolazione locale è costituita da una manciata di persone che si assomigliano tutte e dai cavalli che pascolano tranquilli nella piazza del Comune. Tra l’altro, a occhio e croce gl’incroci a scopo riproduttivo attraversano anche i confini della specie.

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(beh? che c’è di strano?)

Ma la cosa che più di ogni altra ci ha ingraziato questo posto è che sono tutti gentilissimi. Forse perché non hanno altro modo di passare il giorno: l’economia locale sembra ruotare intorno alle passeggiate e alla siesta; come riescano a ricavarne soldi, non sono riuscito a capirlo.

Il nostro piano di passare due giorni seduti in un bar a guardare il mare e le nuvole naufraga miseramente quando ci rendiamo conto che in paese c’è un solo bar, che non sta sul mare ed è troppo piccolo per passarci due giorni: nel senso che ha solo un tavolino, e se io e la Babs lo occupassimo tutto quel tempo, saremmo un po’ egoisti.

Ma il bar non è certo il problema principale: ci tocca andare letteralmente a bussare alle porte per chiedere ospitalità, perché l’unico B&B esistente è diventato famoso e bastano quattro turisti perché non ci sia più una camera libera in paese.

Troviamo infine alloggio presso una famiglia in cui la componente di sangue equino deve essere particolarmente elevata; ma anche la gentilezza non è da meno. Vogliono mettere su un B&B anche loro ma ancora non sono pronti, quindi ci lasciano una camera enorme ma ancora non completa a un prezzo di favore.

(Un angolo di camera nostra, nell’allegro B&B della famiglia Addams. Ci sono una vanga e una batteria, insomma tutto l’indispensabile)

La mattina dopo, mentre stiamo scarpinando per l’ennesimo trekking (c’è una montagna con una bandiera del Cile in cima, come si fa a non andarci?), incontriamo i nostri padroni di casa con zii, cugini e parentado vario, sono assiepati in una radura ai margini del sentiero: stanno preparandosi per il barbecue della domenica. O di ogni giorno, a giudicare dalla loro taglia. Comunque qui il barbecue si chiama asado, sappiatelo.

Ci vedono passare, ci dicono: “Mi raccomando, quando tornate in giù passate di qui.”

Sembrano sinceri, ma c’è qualcosa di strano. Nessuno ci sorride mentre ci stanno invitando, mi ricordano un po’ quei tizi in Un tranquillo weekend di paura che a un certo punto rapiscono gli incauti viaggiatori.

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(l’attacco è sferrato)

Ora lo confesso, anche alla Babsie a cui non l’ho detto prima: da quel momento, non ho fatto altro che pensare al barbecue che ci attendeva. Ho perfino misurato il passo del trekking e le pause in modo da capitare alla magnata al momento giusto: non troppo presto, perché fa brutto, sembra che ci siamo imbucando senza vergogna. Ovviamente non troppo tardi, quando non ci sarà più niente da bere e mangiare. L’ideale è a due terzi della sessione, quando c’è ancora roba e gli altri si sono calmati e tu fai la parte di quello che passava di lì per caso.

Arrivati in cima al Cerro Bandera (questo il nome della montagna con… beh, la bandiera), controllo l’orario. Tutto bene. Forse. O bisogna far passare ancora del tempo? Meglio far passare ancora un quarto d’ora.

“Andiamo fin là sulla quella roccia”, dico alla Babsie. “Andiamo a vedere se da là si vedono i picchi dietro la montagna.”

Andiamo sulla roccia. Rivediamo il ragazzo israeliano che abbiamo incontrato in barca. Quello che per noi è l’intero programma della giornata (asado a parte), per lui è solo l’inizio: ha intenzione di farsi tutto il circuito del trekking, vivendo cinque giorni da solo into the wild.

Oddio, mi è passato il tempo e non me ne sono accorto! Siamo in ritardo per il nostro passaggio casuale al barbecue della famiglia equina!

“Torniamo!”, grido.

Facciamo la via del ritorno, in discesa, come fosse lo slalom gigante alle Olimpiadi. Se durante la salita salutavamo sorridendo gli altri camminatori, ora li tolgo con una spallata dal mio cammino. Le costolette! L’asado! Forza, forza!

Arriviamo, secondo i miei calcoli, a quattro quinti della sessione di barbecue: in teoria troppo tardi. Da noi, resterebbe solo un petto di pollo stopposo e crudo in mezzo. Qui a occhio e croce c’è un mezzo quintale di roba: carcasse di almeno cinque specie animali arrostiscono lentamente sopra una griglia che ha la superficie di piazza San Marco a Venezia.

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(ci sarebbero ancora due avanzi…)

Sto per avventarmi su una costola di tirannosauro come Conan il Barbaro quando il nostro padrone di casa dice: “Prima la zuppa”. E ci porge due scodelle con altrettanti pollici infilati nel brodo. Le unghie sono nere, chissà se di sporco o di tanto infilare le dita nelle zuppe altrui.

Però devo ammetterlo, è squisita: anche perché c’è un pezzo di grasso grande come la Pietà di Michelangelo mezzo sciolto dentro. O forse è il suo dito che insaporisce. Magari lo sa e lo fa apposta. Un gesto di cortesia, diciamo.

Due ore dopo siamo ancora lì. Avevo sottostimato la durata degli asados sudamericani e la perseveranza delle mandibole locali. Non invento niente, giuro che una volta raccolti gli avanzi, sparecchiato e tornati a casa, non abbiamo fatto in tempo a mettere piede oltre l’uscio che la nonna, una vecchia balenottera azzurra più rugosa del Grand Canyon, infila la mano nel pentolone, afferra una braciola cruda con le mani e comincia a staccarne un pezzo coi molari, che i canini e gli incisivi ormai ballano dentro le gengive come Tony Manero il sabato sera.

Chi l’avrebbe detto, pure in Cile si sta bene.

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