DOPO DI ME, IL DILUVIO

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È il momento tanto atteso: la fine! Perché è meglio essere preparati alla fine, visto che arriva sempre. Al termine di queste cinque settimane di pellegrinaggi, ci aspetta un ennesimo incontro con la maestà della natura: dopo il ghiacciaio immenso del Perito Moreno, dopo l’arrampicata verso il monte Fitzroy, dopo le solitudini della Terra del Fuoco (Ushuaia esclusa)… le cascate di Iguazù!

Va bene, in realtà dopo le cascate avremo ancora un paio di giorni a Buenos Aires: abbastanza per godere del carnevale (confesso, il viaggio che sto raccontando è finito da un pezzo). E il carnevale di Buenos Aires val la pena di vederlo, perché è il 42.534esimo più bel carnevale del mondo: al primo posto c’è Rio de Janeiro, poi giù giù a scalare fino al 18.987esimo posto dove c’è quello di Canneto Pavese, poi al 32.684esimo posto c’è quello di Pieve Porto Morone, e via fino a quello di Buenos Aires, che si colloca fra quello di Poggibonsi e quello di Roseto degli Abruzzi.

Ma di Buenos Aires abbiamo già parlato, quindi il nostro viaggio raccontato lo facciamo finire qui: alle meravigliose cataratas di Iguazù! Un angolo incantato fra Brasile, Argentina e Paraguay. Solo che siccome il Paraguay si deve confermare sfigato fino all’ultimo, i suoi confini si arrestano a una decina di chilometri dalle cascate: e quindi non ne gode né in prestigio, né in giro d’affari. Brasile e Argentina si spartiscono il malloppo, come sempre.

Iguazù è lo spettacolo più bello che ci sia al mondo. Sul serio! Acqua infinita che si getta in un abisso invisibile con una forza devastante. Per chilometri e chilometri. Andiamo a vederlo!

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Che idillio perfetto: siamo solo io, la Babsie e sette miliardi di altri esseri umani.

Eh sì, perché non c’è dubbio: tutto il pianeta ha deciso di visitare le cascate proprio oggi. Ma tutti eh, fino all’ultimo boscimano del deserto del Kalahari.

E non c’è niente di male, per l’amor d’Iddio. Tutti hanno lo stesso mio diritto di essere qui, e io lo rispetto. Solo che un’ora prima che aprano l’accesso al parco c’è già una coda lunga fuori dai cancelli. E io, gentilmente, li vorrei tutti morti.

Canottiere sudate, ascelle pezzate, capelli appiccicati alla fronte, sciabattamento selvaggio, selfie fino alla morte. I sudamericani poi si scattano foto nelle pose ridicole che noi occidentali blasé ormai schifiamo, tipo Fonzie che fa OK con entrambe le mani o ragazza di tre quarti che inarca la schiena sollevando il piedino all’indietro o ancora ragazzi che fanno la V orizzontale con le dita e si mettono gli occhiali da sole a metà del naso.

Per fortuna dentro c’è talmente tanto spazio da perdere le tracce del gruppo. C’è da girare per due giornate intorno alle cascate, per vederle tutte, e da prospettive diverse: si cammina lungo il lato brasiliano e poi il giorno dopo lungo quello argentino. Si marcia in mezzo alla selva intricata finché, dietro una curva del sentiero, lo sguardo si apre improvvisamente su un salto di sessanta metri con la larghezza di un condominio, oppure una serie di salti che spruzzano sulle rocce e ti fanno una morbida doccia.

Il culmine di questo universo acquatico è la “garganta del diablo”, cioè la gola del diavolo: un anfiteatro da cui milioni di metri cubi d’acqua bianca e spumosa finiscono verso un fondo che non si riesce manco a intravedere, tanto è alta e densa la nuvola di vapore sollevata dall’impatto. Siamo tutti lì, a bocca aperta. Che momento mistico.

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Poi un bambino butta un dépliant giù per la cascata.

Che pirla: non lo vedrà neanche cadere, finisce subito inghiottito dalla nuvola di vapore acqueo.

“L’unica speranza per il mondo è l’estinzione del genere umano”, sentenzia la Babsie un po’ à la Sartre, delusa dal fatto che i genitori del piccolo mostro non gettino subito anche l’inutile figlio giù per le cascate.

Io, con un approccio più pacato, mi limito a osservare che basterebbe mettere delle regole di buon senso. Tipo: non a tutti è permesso di viaggiare. No, la licenza di viaggio dovrebbe essere assegnata in base a una serie di requisiti stabiliti da un comitato di saggi, gente dotata d’intelletto e senso di civiltà. Insomma da un gruppo di professori universitari scandinavi, ecco. Fuori da quella cerchia, non vedo molto buon senso al mondo. A capo di questo comitato ci vedrei bene me, che non sono né professore né scandinavo ma proprio per questo in grado di equilibrare con un pizzico di vita vissuta sudeuropea un’analisi che altrimenti resterebbe troppo accademica. Sarei l’eccezione che conferma la regola, il cacio sui maccheroni, la ciliegina sulla torta.

Ecco, se proprio il mondo insistesse, o se i professori scandinavi mi supplicassero, potrei fornire io stesso una serie di regole. Semplici, condivisibili, ovvie. Tipo. Come. Per esempio.

Vietato viaggiare a tutti coloro che si muovono in gruppi superiori alle cinque persone.

Vietato viaggiare a tutti coloro che prenotano il volo in agenzia.

Vietato viaggiare a tutti i gruppi con la guida che parla al microfono in pullman.

Vietato viaggiare a tutte le famiglie dotate di padre che mette moglie e prole in posa per le foto-ricordo.

Vietato anche solo pensare di viaggiare a tutti quelli che si fanno i selfie.

Vietato anche solo possedere un passaporto a tutti coloro che possiedono il selfie stick.

Vietato viaggiare a tutti coloro che vanno fino in Patagonia per passare le giornate a suonare Bob Marley dentro un ostello.

Vietato viaggiare a tutti coloro che mangiano nei fast food in Mongolia e in Zambia.

Vietato viaggiare a chi preferisce un hippie bar pieno di australiani ubriachi a un bar di gente locale, che sia a Varsavia o a Bombay.

Vietato viaggiare a chi pretende di saperla più lunga degli altri sul come si debba viaggiare.

Vietato viaggiare a chi poi pubblica le foto di viaggio su Facebook, soprattutto se se la tira pensando che siano foto da reportage e non semplici foto di vacanze.

Vietato viaggiare a chi pretende di dettare regole su chi abbia diritto di viaggiare e chi no.

Vietato viaggiare a chi racconta i propri viaggi in un blog come se fossero più belli di quelli altrui.

Vietat… oh no… aiut…

(buio)

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ACQUA E SALE

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Dove eravamo rimasti? Ah, già: io e la Babs nel bel mezzo del nulla, dispersi fra le Ande nel nord dell’Argentina. E dove ci ritroviamo? Sempre nel mezzo dello stesso nulla, ancora dispersi fra le Ande. Ed è tempo di avviarsi sulla strada del ritorno alla civiltà. Non troppo in fretta, ma insomma siamo al giro di boa: lasciato il villaggio incantato di Iruya, la nostra Clio bianca ci deve riportare indietro. È qui che cominciamo a pentirci di averla trattata così male finora.

Spero che vi piaccia il sale, perché dove si va ce n’è tanto. Ma tanto, così tanto che se avete problemi di pressione io al posto vostro non ci metterei manco piede. Le Salinas Grandes, come dice il nome, sono delle saline grandi: ma grandi! Sono un mare bianco e piatto. Ma piatto! Un’asse da stiro che si estende a perdita d’occhio.

Per andare a vederle faremo base a Purmamarca, un villaggio indio che di questa regione dell’Argentina è un po’ “backpacker central”. Cosa intendo? Intendo gli ex-paesini sperduti e sconosciuti, che una volta erano un perfetto idillio di vita indigena lontano dalle folle del turismo di massa, finché i backpacker non se ne sono accorti e hanno cominciato a sbarcare a migliaia, attratti dall’autenticità di una cultura indigena perfettamente intatta, desiderosi di scoprire un angolo non ancora corrotto dal vile denaro dello straniero, salvo poi rimanerci male perché in paese non c’è neanche un Irish pub o un ostello in cui cantare le canzoni di Bob Marley con l’immancabile chitarra da viaggio e non si trova neanche uno spacciatore di fumo perché come fai a cantare Bob Marley in ostello senza farti le canne, e poi insomma è buona la zuppa di lama però se potessimo avere uova strapazzate con pancetta a colazione, per favore, e già che ci siamo un locale con un po’ di musica occidentale per quando ci siamo stufati di bere e suonare la chitarra in ostello… e in men che non si dica, la popolazione dei backpacker di passaggio eccede numericamente (e in termini di potere d’acquisto, decibel, produzione di rifiuti, traffico, insomma in tutto e per tutto) quella residente, e in paese si ascolta più Bob Marley che musica locale, e l’Irish pub finisce la serata alle due di notte con revival di rock alternativo americano anni 90, e il vile denaro dello straniero scorre a fiumi; a quel punto, i backpacker che hanno colonizzato il posto si lamenteranno che non c’è più autenticità, non c’è più nulla di genuino e di tradizionale, si lamenteranno soprattutto della commercializzazione della cultura locale e del fatto che gli indios si sono fatti furbi e hanno triplicato il prezzo del loro artigianato e ora lo fanno produrre nelle fabbriche del Bangladesh. E cercheranno un altro villaggio indigeno incontaminato da colonizzare.

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(colonialismo moderno)

Oh, a me piace Bob Marley eh! Però, ecco… piano piano, a forza di andare alla ricerca dell’autenticità e degli angoli incontaminati, i backpacker stanno trasformando il Vietnam, il Nepal, il Perù e ora anche angoli dell’Argentina in un unico, grande simulacro di un quartiere hipster di Melbourne. Non so se mi siano più simpatici loro o i pullman del “Circolo Culturale di Vigevano” con trenta allegri anziani che seguono la guida con l’ombrellino e prenotano la tavolata al ristorante dove si trovano le pappardelle al ragù anche se sei a Phnom Penh.

Purmamarca non è per niente brutta, ma dopo la pace di altri posti non sentiamo il bisogno di restarci oltre il minimo indispensabile; già il pomeriggio del nostro arrivo quindi, si fa una scappata alle saline, tanto per dare una prima occhiata con la luce del tramonto (domani ci torneremo per vederle col sole radioso del mattino).

Di nuovo in macchina quindi, e vai di tornanti. Lasciata Purmamarca da un’ora abbondante, superato l’ennesimo passo oltre quota 4000, le vediamo apparire: mancano ancora decine di chilometri, ma una macchia bianca splende all’orizzonte e ci acceca da lontano.

“Wow!”, diciamo in coro io e la Babsie.

Una volta arrivati, resistiamo alla tentazione di metterci a correre a caso come dei beoti, ma non a quella di prendere un grumo da terra e metterlo in bocca: confermo, non è zucchero!

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(l’ho assaggiato – ci si può condire tanta insalata)

Aspetteremmo volentieri il tramonto, ma il cielo sparisce dietro una lenzuolata grigia e pesante e comincia a piovere, sempre più forte. Andiamo avanti e indietro una mezz’oretta in macchina, lungo la strada che fiancheggia le saline, solo per goderci ancora un po’ di quest’atmosfera oltremondana, incontriamo un gruppo di lama che restiamo per un po’ a molestare e infine torniamo a Purmamarca. “Domani, con la luce del mattino, sarà ancora più bello!” pensiamo ad alta voce.

La sera, mentre consumiamo il nostro pasto cannibale (scusa, fratello bue! munch munch…) al suono del folk andino, ci scambiamo sguardi silenziosi che dicono molto: nemmeno il flauto di pan può coprire il rumore dei tuoni là fuori.

Chi vincerà, l’acqua o il sale?

La mattina dopo il mare di sale è diventato un lago puro e semplice. L’acqua e il sale hanno pareggiato: lui non si è sciolto, ma lei non si è assorbita. Le saline sono sempre là sotto, ma invisibili: nascoste sotto uno specchio che è bello anche lui, neh, ma è un po’ come le risaie a Pavia. Le ho già viste, ci sono cresciuto accanto, ho avuto relazioni amorose con le zanzare che ci abitavano dentro. Ora volevo le saline.

“Per fortuna ci siamo venuti ieri sera!”, ci diciamo. “Altrimenti non le avremmo viste proprio!”

Bene, ora è davvero ora di scendere di nuovo verso Salta, anche se abbiamo ancora tre giorni a disposizione per arrivarci. Dalle saline a Cachi, dove vorremmo fermarci la notte, ci sono due strade. Una, più diretta ma tutta sterrata e quindi più lenta, è la mitica Ruta 40: ve la ricordate? sì, dai, in Patagonia… ecco, è la stessa strada, ma cinquemila chilometri più a nord; l’altra strada è più lunga e asfaltata, e in fin dei conti ti fa arrivare prima.

Poiché sentiamo l’approssimarsi della fine dell’avventura, tendiamo naturalmente a scegliere l’opzione lenta e sterrata per prolungare questo fase errabonda e zingaresca del viaggio.

“Nooooo!!!!”, fa la Babsie, “Vuoi fare quella mulattiera con la Clio? Uffa!!! Ma non possiamo viaggiare più comodamente?”

Okay, forse non siamo entrambi su quella lunghezza d’onda. Ma sono io che sto al volante! ed è la Ruta 40! è come essere a Milano e trovare l’altro estremo di un panino che avevi addentato a Napoli… come fai a non dargli un morso?

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(il bello delle strade sterrate)

La prima parte dello sterrato sembra darmi ragione: piatta e larga, riusciamo a filare veloci fingendo di non sentire le botte dei sassi che le gomme proiettano sul telaio e la carrozzeria. Ogni tanto rallentiamo per fare foto, tutti contenti quando un branco di vigogne appare all’improvviso.

Quando cominciano gli attraversamenti delle piccoli paludi fangose, allo slittare delle ruote posteriori che fanno mettere la Clio leggermente di traverso, si apre ufficialmente la fase del dubbio. Faccio finta di niente, ma anche la Babsie si accorge quando stiamo andando avanti col culo storto. All’improvviso ci rendiamo conto che fanno due ore che siamo in viaggio e in tutto abbiamo incrociato una sola macchina. Quando poi ci fermiamo di fronte a un torrentello da guadare, è il momento di porsi domande serie.

“Mmhhh…”, faccio io.

“Mmhhh…”, fa la Babsie.

Organizziamoci! L’uomo è dotato di pollice opponibile, non può essere sconfitto da un semplice torrentello. Il problema è che non sappiamo quanto sia profondo e cosa ci sia là sotto: sassi? O infide sabbie mobili? Quel che vorrei evitare è che la povera Babsie sia costretta a spingere la macchina mentre le ruote slittano e io le faccio una statua di fango. Non lascerei mai che lei possa essere anche solo sfiorata dalla vile melma!

Poco dopo, la Babsie, scarpe in mano e calzoni arrotolati sopra il ginocchio, l’acqua a metà stinco, mi grida: “E’ un po’ molle, ma dovrebbe andare bene!”

La guardo dalla riva asciutta, ci penso su. “Sei sicura?”

Ci viene un’idea brillante. Ci mettiamo a cercare arbusti da sradicare e gettare nel punto del guado. L’idea è di creare una specie di reticolo di rami per rendere meno viscido il fondo. Intelligenti, eh?

Non è facile trovare arbusti da queste parti, perché anche se non siamo più alle saline, il terreno è comunque desertico e non ci cresce molta roba. Passiamo una ventina di minuti a raccogliere quel che si trova. Tiriamo, strappiamo, sradichiamo, rivoltiamo la terra. Alla fine abbiamo comunque messo insieme una discreta catasta, che portiamo sul bordo del ruscello.

“Pronti?”, dico.

“Vai”, mi fa la Babsie. “Gettiamo tutto lì”, aggiunge, indicando il punto che abbiamo deciso essere il meno profondo.

“Uno, due, tre!”

Lanciamo la catasta di rami e arbusti nel torrente, trattenendo il fiato. Prontamente, la corrente porta tutto via.

La nostra catasta fa rotta verso ovest.

“Vabbè, attraversiamo lo stesso!”

La Babsie, che ormai è piena di fango fino alle ginocchia, passa a piedi. Io prendo la rincorsa con la Clio e mi butto. Quando arrivo al dunque, non mi ricordo più in quale punto abbiamo detto che era meglio attraversare. Sarà lì? oppure lì è dove c’era il masso enorme sotto il pelo dell’acqua? o era dove c’era la buca gigantesca?

Non posso rallentare, troppo tardi! Via! Come i fratelli Duke! La macchina s’invola sull’acqua… e ci ricade dentro… tutta la vita mi scorre davanti… sto sollevando un mare di fango! Per fortuna almeno questo l’avevamo previsto, e la Babsie si era tenuta lontana. Quando riapro gli occhi, sono sull’altra sponda.

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(incontri sulla Ruta 40)

A San Antonio de los Cobres (paesello orrendo in cui ci fermiamo a mangiare una empanada per pranzo) c’è un’altra biforcazione: si può proseguire lungo la perigliosa strada sterrata che stiamo percorrendo, o prendere una deviazione verso una specie di statale asfaltata che abbiamo snobbato. Nonostante mille indagini, siamo incapaci di ottenere informazioni affidabili sullo stato della sterrata più avanti. Sappiamo solo che si fa più dura e si sta mettendo a piovere.

“Dai, siamo ragionevoli” dice la Babsie.

“Sì, hai ragione”, dico io. “Non sarebbe ragionevole abbandonare la Ruta 40 proprio ora, eh?”

“$*%&#£@§!!!!!”, risponde la Babsie.

Non ci sappiamo decidere. Andiamo avanti senza aver scelto, tanto il bivio è più avanti. Come si fa sempre nella vita.

“Sì, andate tranquilli, io l’ho fatta ieri ed era in buono stato!”, dice uno.

“Siete pazzi, con quella macchina? Non ce la farete mai!”, dice un altro.

A un certo punto, uscendo dal paese, la via è interrotta: un cartello di lavori stradali ci sbarra il passo, un segnale di deviazione ci fa scendere lungo il fianco di un terrapieno e come per magia, ci ritroviamo a viaggiare nel letto di un fiume asciutto. Asciutto ma non estinto: ci sono ancora i segni della corrente sul terreno.

“Eh… boh… io sto seguendo la deviazione” dico.

“Eh, lo so…” dice la Babsie. “Però è un po’ strano”.

Ne convengo. Anche perché la pioggia si fa più insistente e… io non sono esperto di fiumi, pioggia e montagne ma…

“Minchia! un flash flood!”

Avete presente quando si mette a piovere forte in montagna, l’acqua scende verso valle e all’improvviso il letto asciutto di un torrente si riempie? No? Neanche noi, fino a questo momento. In questo preciso istante stiamo guidando la Clio sul greto sabbioso, osservando, come in un film, un’inondazione-lampo riempirlo d’acqua marrone, formando una cascatella di un metro (la profondità approssimativa del greto).

“Inversione, inversione!”, grido. “Indietro tutta!”

“Non ce la facciamo a fare inversione!”

“Dobbiamo tentare!”

“Mamma mia!”

“Salve o Regina!”

Seguono momenti in cui solo l’istinto di sopravvivenza m’impedisce di andare nel panico. Non voglio drammatizzare, ma vi giuro che essere in macchina sul letto di un fiume che si sta riempiendo in fretta è una cosa brutta, molto brutta.

Per fortuna la Clio fa inversione, mi butto indietro a tutta forza mentre già l’acqua ci sta circondando, riprendo la rampa che ci riporta sul terrapieno appena prima che la profondità dell’acqua e la viscidità del fondo ci creino problemi. Quando riapro gli occhi, siamo di nuovo ai cartelli di lavori in corso. “Senti, io me ne fotto dei lavori”, dico io. “Anche io me ne fotto”, dice la Babsie. Continuiamo sulla strada asfaltata, sopra il terrapieno; per fortuna i lavori non erano niente di invalicabile, e d’incanto il cielo si apre.

Scorriamo morbidi sull’asfalto liscio, il sole splende, le montagne riprendono i loro colori. Andiamo avanti.

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I LIBERI E I RANDAGI

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Perché gli animali sul ciglio della strada, all’approssimarsi di un veicolo, decidono sempre che la salvezza sta dall’altra parte della carreggiata?

L’interrogativo senza risposta mi rimbalza da un angolo all’altro della testa (provocando un inquietante rimbombo) mentre corro veloce sul mio fido destriero (okay, una Renault Clio in affitto) con la Babsie al mio fianco.

Ah già, non ve l’ho detto: finalmente sono al volante!

Per l’amor d’Iddio, sia chiaro: ho amato profondamente la poltiglia organica accumulata nelle fessure fra i sedili dei pullman argentini che ci hanno scarrozzato per migliaia di chilometri in Patagonia; ho adorato incondizionatamente l’odore di carburante sulle barche che ci hanno traghettato su e giù per la Terra del Fuoco; ho perfino moderatamente apprezzato la mollica umidiccia farcita con gli scarti della produzione di wurstel e formaggini che ci hanno spacciato per panini sulle linee aeree argentine.

Ma in ogni viaggio arriva un momento in cui sono io che guido.

Una macchina, uno scooter, una bici, poco importa.

Quel che conta è che svolto dal lato che mi pare, mi fermo quando voglio per guardare meglio, rallento o accelero secondo i comodi miei (e della Babsie). Un lama sul bordo della strada o un cactus immobile sotto al sole: stop, guardiamolo un po’.

E ancora più di questo, il bello della macchina è che passando davanti a un paesino che ti garba puoi dire: alt, fermi, restiamo qui. Non sei costretto a vederlo scorrere velocemente fuori da un finestrino, a sospirare rassegnato, a fare appena in tempo a pensare: “…”.

Viaggiare in questo modo è libertà.

È così che ci possiamo fermare a mangiare a Tilcara e cazzeggiare per ore in questo incantevole borgo, decidendo noi a che ora ripartire. Oddio, son tutti bellissimi i villaggi, da queste parti. Sembra di essere sulle Ande. Anzi no, ci siamo proprio sopra! Siamo in pieno sulle Ande. Ma chissà perché non riesco facilmente ad associare queste Ande quasi peruviane o boliviane all’idea che ho dell’Argentina, tutta piatta e piena di gauchos che giocano a calcio con una bistecca in mano.

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(morbido e pungente)

Approfittando fino all’ultimo dei privilegi dell’essere automuniti, decidiamo improvvisamente di fare tappa per la notte a Humahuaca, un ancor più affascinante villaggio indio, dove la sera, dopo la birra d’ordinanza, andiamo in cerca di un locale per mangiare e possibilmente assistere a una peña. La peña è una specie di concerto di musica folklorica locale che… aspettate, fermi: lo so, lo so, ho detto musica folklorica andina. Vengono subito in mente gli Inti Illimani e altre catastrofi naturali. Ma vedi alle voci “bere il mate”, “masticare il qat” e tutte quelle altre forme di autolesionismo cui ci sottoponiamo solo perché così si usa in loco.

In realtà il gruppo che suona stasera a Humahuaca non è per niente male, anzi: sono quasi una via di mezzo fra la peña e il rock. Vabbè, tre parti di peña e due di rock. Quasi rock. Rock latino, via.

Comunque non dispiacciono. Hanno anche un cantante-mandolinista panciuto e barbuto come un vecchio pirata. Un tipo veramente forte, almeno finché non annuncia che “la prossima canzone è per mia nonna… nonna, ti voglio tanto bene, tu sai sempre quando è il momento di mollarmi uno sganassone”.

M’immagino la nonna di Sid Vicious che gli molla uno sganassone, e lui le dà una coltellata nell’addome.

Poco dopo il panzuto cantante rilancia spiegando che “la prossima canzone è dedicata al muratore, che lavora sempre duro per costruire le case degli altri e non finisce mai di costruire la propria.” Mi si spezza il cuore, ma ho voglia di correre in camera a fumare crack ascoltando Search and Destroy degli Stooges a palla.

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(ricordati che devi morire)

Il giorno dopo, sempre in barba agli orari fissi e alle tabelle di marcia, facciamo rotta per l’ancora più piccolo, isolato, dimenticato paesino di Iruya. Ci hanno assicurato che ci serve una jeep 4×4, perché per arrivare a Iruya devi spupazzarti cinque ore di tornanti sterrati con diversi guadi di torrente in alta montagna (passando oltre i 4mila metri). Ma noi abbiamo fiducia nella nostra Clio. Oddio, nostra… ecco forse se fosse proprio nostra non la sottoporremmo a questa tortura. Ma siamo sicuri che a Europcar non spiacerà. Anche perché non lo sapranno mai, muhahahahah!!!

Iruya, scusate se vado sul romantico, è un posto magico. Da favola. No, davvero. Fidatevi di me. Vi ho mai mentito? No fermi, non rispondete! Fidatevi e basta.

Al termine di una strada che in effetti ha costretto la povera Clio a dare il tutto per tutto, il villaggio ci appare come fosse incastonato nel fianco della montagna.

A Iruya facciamo il giro del paese cinque volte. Camminando con calma, ci vogliono venti minuti.

Ci vuole più tempo a cucinare la zuppa di mais che mangiamo su una terrazza, guardando il fianco della montagna con un ventaglio di colori carnevalesco.

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(mondo colorato)

Ci starebbe proprio bene un caffè ma qui non si usa. Quando lo chiediamo, ci guardano come se avessimo ordinato un orecchio di eschimese alla piastra.

Usciamo, ma non ci sono bar… no aspetta, forse… ne troviamo uno! Signora, lo fa il caffè? Sì, lo fa! Bene, ce ne porti due per favore.

La donna sparisce per venti minuti (il tempo di fare cinque volte il giro del paese) mentre noi guardiamo una telenovela alla TV. Lei è una ragazza bellissima di famiglia nobile. Lui è un ragazzo bellissimo ma povero e vestito da spazzacamini, anche se sta in spiaggia. O viceversa. Insomma uno è ricco e uno è povero, ma la storia potrebbe funzionare perché entrambi sono belli e si esprimono con un vocabolario di venti parole, tutte prese dal libro di Barbie.

Intravedo la padrona del bar in cucina che gira un cucchiaio in un pentolino. Cerco di pensare a una regione del mondo, un’epoca, un universo del Signore degli Anelli in cui si faccia il caffè in quel modo. Non me ne viene in mente nessuno.

Non importa, coffee is overrated. Fa tanto anni Ottanta. A Iruya si può fare di meglio, tipo tirare l’ora dell’aperitivo per farsi una birra fresca e leggera sulla terrazza della simpatica vecchietta che ci ha dato ospitalità, lanciando languide occhiate ai condor che ogni tanto lasciano il nido in cima alla parete della montagna per farsi portare dal vento. Ah, bello eh? Eh sì, bello. Bellissimo. Son quei momenti che ti “fanno” un viaggio, dico io. Ce ne sono tre o quattro al massimo, anche se stai in giro cinque settimane. Sono speciali, li riconosci.

A Iruya ci facciamo anche un nuovo amico: un cane randagio! Espulso dalla muta, ramingo, con il sorriso triste alla Ringo Starr, il classico cane bastonato!

lo troviamo appollaiato in cima alla collinetta da cui si gode una vista sul paese e su tutta la valle. Ci giochiamo un pochino dopo che la Babsie mi ha convinto che le pulci non si attaccano agli uomini perché non abbiamo il pelo (e i capelli? Aaarghhh! Troppo tardi l’ho toccato!!!). Ci si affeziona subito. E quando decidiamo di rincasare, lui ci segue.

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(diventiamo amici? eh? dai, diventiamo amici?)

Mi fa una pena terribile ma dove lo porto? Siamo in Argentina in vacanza, mica ci viviamo (purtroppo). Dobbiamo girare ancora diversi giorni in macchina e poi prendere un aereo… dobbiamo pure passare da Iguazù, e se poi mi cade dentro le cascate? No, non posso portarti con me, caro mio. Mi faccio indurire il cuore e giro i tacchi. Cammino con fare risoluto, come quando devi lasciare una persona a cui vuoi ancora bene e sai che se ti giri a guardarla, cederai. Mi giro lo stesso. Io non cedo, ma nemmeno lui: ci segue.

E vabbè, che vuoi fare. Lasciamo pure che ci segua fino in paese, lì nella folla lo potremo seminare.

Arriviamo alla piazza del mercato. La folla non c’è: è proprio l’ora di mezzo, quella in cui il mondo non fa assolutamente nulla. Passiamo accanto a un gruppo di altri cani randagi, più grossi e cattivi del nostro. Non degnano me e la Babsie di uno sguardo, ma dopo un paio di ringhiate esploratrici si lanciano verso il poverello, che fa un’inversione a U come Bo e Luke Duke e corre, corre per la vita, verso la direzione da cui è venuto… su per la cima della collina, verso quel luogo solitario, ventoso e freddo dove vive esiliato.

E io e la Babsie ci guardiamo, consapevoli di aver tradito il nostro nuovo compagno, di avere mancato, nei suoi confronti, al più basilare dovere dell’amicizia: quello della lealtà.

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(mi ami troppo quindi mi lasci?)

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QUELLA MACCHINA LA’…

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Salta, Salta! No, fermi, cosa avete capito! Salta non è un imperativo, è una città! Ed è bellissima.

Si trova in Argentina, molto ma molto a nord (verso la Bolivia). Eh sì, abbiamo preso un aereo. Vabbè, fatti duemila chilometri di strada per scendere, non avevamo voglia di farne cinquemila per salire.

Fra le principali attrattive di Salta abbiamo: primo, un centro storico straboccante di meravigliosa architettura coloniale (che bellezza! ma perché non radiamo al suolo tutti i centri storici del mondo e li ricostruiamo con quello stile? dai, anche a Lodi, anche a Gubbio, anche a Ostuni!); secondo, una cucina locale molto diversa da quella del resto dell’Argentina, con nuovi e insoliti animali pelosi da macellare (ma anche tanta roba vegetariana: lo sapevate che la quinoa viene da qui? per noi è l’ultima moda fighetto-milanese, ma gli indigeni, poveri loro, la ingurgitano da una vita!); e ultimo, ma non da meno, un bel museo dei bambini essiccati sotto vuoto.

Uhm, quest’ultima va spiegata.

Il fatto è, come vi ho detto (se siete stati attenti), che Salta sta molto a nord, in quella zona delle Ande che fa da spartiacque fra Bolivia, Cile e Argentina. E non lontana dal Perù. Quassù, centinaia di anni fa, gli Inca costruivano città sacre, scambiavano amuleti e sacrificavano allegramente bambini innocenti agli dei. Dicevano loro: “Vieni, dai, che lo zio ti porta in montagna! No, lascia stare la giacca a vento, vedrai che fa bello!” (“Ma nonno, è inverno e andiamo a seimila e cinquecento metri!”)

Poi rovesciavano una specie di acquavite di mais giù per le innocenti trachee di questi pargoli per ricoglionirli, li portavano su fino in cima e li seppellivano tre metri sotto il cielo e anche sottoterra. A quel punto immagino che le divinità fossero soddisfatte del sacrificio e tutti vivessero felici e contenti, tranne i bambini.

Per raccontare questa gloriosa ancorché truculenta civiltà, a Salta hanno creato un museo dove è possibile osservare morbosamente alcuni di questi cadaverini; sono ottimamente conservati perché a seimila metri c’è poca umidità. Non ho fotografato niente là dentro perché mi sarebbe sembrato un po’ violento, ma andate su Google e cercate “Salta niña del rayo” per avere un’idea.

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Per riprenderci dell’esperienza andiamo a bere una cosa al Macondo, la sera. Il Macondo è un locale notturno fichissimo che prende il nome dal paesino immaginario creato da Gabriel García Márquez per Cent’anni di solitudine, cioè da una cosa che non c’entra niente. Ma non importa, perché come dice l’insegna, il Macondo è un “Resto, bar y rockería”. Macondo rocks! Pazienza se i clienti sono pochi e la serata ha l’aria stanca. Il problema è un altro, e cioè che il rock latino, come sanno quelli che hanno letto le puntate precedenti, ha la tendenza a suonare sdolcinatamente melodico anche quando vuol essere punk. In altre parole, alla rockería Macondo ci tocca una nuova overdose di “per teeeee… amore mio… il mio cuore sanguinaaaaaa…”, ma da duri, con le spille da balia infilate nel naso.

Meglio andare sul sicuro, dico io. E in Argentina, di sicuro c’è la bistecca. Andiamo a nutrirci di un povero bue innocente dal Viejo Jack, cioè il Vecchio Jack, un altro nome che non c’entra niente, ma che non delude. Andando in bagno, infatti, passo davanti alla zona della griglia (che è separata dal resto della cucina) e scorgo il cuoco che prende selvaggiamente a pugni le nostre bistecche. BAM, BAM! E poco dopo le riconosco, ancora con le forme delle sue nocche, ma saporitissime e tenere come burro.

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Il cameriere è affabile e volteggia intorno a noi con frequenza. Dopo un paio di voli radenti sul nostro tavolo finalmente riesce ad attaccarci il bottone. Si comincia con le solite cose (“da dove venite, quanto vi fermate, quanti ne siete, un fiorino…”), finché si finisce a parlare di musica (e questa volta, credeteci o no, è lui che attacca il discorso).

“Eh sì”, dice, “mi piace la musica britannica, ma roba vecchia, classici, roba tipo Alan Parsons Project, Emerson Lake and Palmer…”

Apperò, penso, hai capito il vecchio Jack!

“Quando vengono dei turisti inglesi mi metto a parlare con loro dei Rolling Stones e dei Pink Floyd, quando vengono gli americani dei Red Hot Chili Peppers…”

Ammazza! Questo simpatico signore avrà una sessantina d’anni, ma è un rockettaro…

“… con i turisti australiani parlo degli A-ha…”

Eh? Morten Harket, australiano? Lui, con il suo bel fisico da salmone nordico? Qui forse si è un po’ confuso.

“… ma mi piace anche la musica italiana, sai, come si chiamava quello degli anni Novanta, era veramente forte…”

A quel punto provo a suggerire: Vasco Rossi? Jovanotti? BluVertigo? Afterhours?

“No… era… ah sì, ora mi ricordo! Francesco Salvi!”

La mia faccia si sgretola e cade a pezzi;

“Francesco Salvi! Dai!”

Un fiotto di bava mi schizza dall’orbita oculare sinistra.

“Bello, eh? Salvi, Francesco! Era forte il rock italiano di quell’epoca, no?”

Sono sgomento. Umiliato, mortificato. Ammaino la bandiera.

Guardo la Babsie, come a cercare di capire se ho sentito bene. Il suo sguardo mi conferma che ho sentito proprio bene.

“Sì, dai, Salvi, come faceva…”

Io canto la canzone più corta del mondo, che c’ha una nota sola che fa: A.

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AL DI LA’ DELLA FINE

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Eravamo rimasti a Ushuaia, Terra del Fuoco: la fine del mondo, la città più a sud del globo, un paradiso remoto e incantevole – se non fosse per i miliardi di turisti americani e giapponesi che sbarcano ogni giorno da gigantesche navi da crociera. E naturalmente se non fosse per noi: altrettanto numerosi e parassitari, ma con la scusante che arriviamo via terra al termine di un lungo tragitto, sentendoci per questo in diritto di considerarci come “viaggiatori autentici”, quelli che non impestano il prossimo.

La priorità mia e della Babsie, dopo un paio di giorni qui, è trovare quel che Ushuaia non è: l’autentica fine del mondo, il vero avamposto remoto e dimenticato, ultimo bastione prima delle acque gelide dove regnano le orche.

“Puerto Williams, partenze ogni giorno tranne domenica”.

Io e la Babs guardiamo il cartello da un quarto d’ora; stiamo facendo finta di pensarci su, ma sappiamo bene entrambi che la decisione è già presa. Perché Puerto Williams, dovete sapere, è un microscopico, sonnacchioso villaggio nella Terra del Fuoco cilena. E si trova oltre il Canale di Beagle, ovvero ancora più a sud di Ushuaia (seppure marginalmente). È, in altre parole, “l’autentica fine del mondo, il vero avamposto remoto e dimenticato, ultimo bastione prima delle acque gelide dove regnano le orche.” Mmmhh, dove l’ho già sentita questa?

Per di più a Puerto Williams non si va né in autobus né in aereo, ma in barca: e cosa c’è di più esploratore-friendly di un bel viaggio in barca nel canale di Beagle, per andare in culo ai lupi?

Sì, Puerto Williams fa al caso nostro. E anche se andarci costa un occhio della testa, cioè uno della mia testa e uno di quella della Babsie, ci accechiamo entrambi volentieri pur di vedere questo posto che nei nostri pensieri ha qualcosa di profondamente mistico.

“Andiamo a Puerto Williams e per due giorni restiamo seduti in un barettino di fronte al mare a guardare le onde e le nuvole!” esultiamo in coro.

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(la belva minacciosa difende il territorio)

Come ogni altra tappa di questo viaggio, anche la traversata per Puerto Williams si rivela estenuante. È il suo bello, eh, per carità. Ma le lunghe attese sfiancano.

Cile e Argentina sono buoni vicini e partner commerciali, io francamente li vedo un po’ come quelle accoppiate tipo Svezia e Norvegia: due paesi che fra di loro si considerano probabilmente assai diversi, ma dai, visti da qui son la stessa roba. Non dico in termini di cultura e carattere della gente, ma insomma, con tutto quel confine che hanno in comune, mica possono formalizzarsi troppo per gli attraversamenti.

Mi aspetto, quindi, che passare dall’uno all’altro sia come andare da piazza piazza del Duomo a piazza della Scala a Milano: due passi in galleria e via. Si dovrebbe passare “come una lettera alla posta”, come dicono i francesi (si vede che in Francia la posta funziona).

E invece no. Questa frontiera è solo moderatamente meno impervia di Checkpoint Charlie fra Berlino Est e Ovest nel 1980.

Il Cile non accetta per esempio che si porti all’interno dei propri confini nessun cibo fresco proveniente dall’Argentina. Biscotti confezionati o lattine vanno bene, ma se hai una mela o una banana, i cartelli minacciano la prigione. E uno zelante dipendente delle dogane ci fruga gli zaini. Aggiungi tutti i classici disguidi con i mezzi di trasporto di due paesi che diciamolo, non sono certo terzo mondo ma neanche esattamente primo, e passi le ore a osservare le mute di cani randagi – quelli, sì, veri padroni della regione, da ambo i lati della frontiera.

Quelli cileni sembrano meno aggressivi di quelli argentini, e la cosa devo dire vale in genere anche per le persone. Ma in entrambi i casi, bisogna restare all’erta. Qui succede roba strana.

Tanto per cominciare i cileni hanno una specie di erre moscia; non alla francese, ma un po’ come se fossero americani che parlano spagnolo. Ma sono in tanti ad avercela, eh! Forse anche a Puerto Williams, come a Rio Gallegos in Argentina, son tutti parenti e questa erre è un difetto di famiglia.

Il che ci starebbe, perché la popolazione locale è costituita da una manciata di persone che si assomigliano tutte e dai cavalli che pascolano tranquilli nella piazza del Comune. Tra l’altro, a occhio e croce gl’incroci a scopo riproduttivo attraversano anche i confini della specie.

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(beh? che c’è di strano?)

Ma la cosa che più di ogni altra ci ha ingraziato questo posto è che sono tutti gentilissimi. Forse perché non hanno altro modo di passare il giorno: l’economia locale sembra ruotare intorno alle passeggiate e alla siesta; come riescano a ricavarne soldi, non sono riuscito a capirlo.

Il nostro piano di passare due giorni seduti in un bar a guardare il mare e le nuvole naufraga miseramente quando ci rendiamo conto che in paese c’è un solo bar, che non sta sul mare ed è troppo piccolo per passarci due giorni: nel senso che ha solo un tavolino, e se io e la Babs lo occupassimo tutto quel tempo, saremmo un po’ egoisti.

Ma il bar non è certo il problema principale: ci tocca andare letteralmente a bussare alle porte per chiedere ospitalità, perché l’unico B&B esistente è diventato famoso e bastano quattro turisti perché non ci sia più una camera libera in paese.

Troviamo infine alloggio presso una famiglia in cui la componente di sangue equino deve essere particolarmente elevata; ma anche la gentilezza non è da meno. Vogliono mettere su un B&B anche loro ma ancora non sono pronti, quindi ci lasciano una camera enorme ma ancora non completa a un prezzo di favore.

(Un angolo di camera nostra, nell’allegro B&B della famiglia Addams. Ci sono una vanga e una batteria, insomma tutto l’indispensabile)

La mattina dopo, mentre stiamo scarpinando per l’ennesimo trekking (c’è una montagna con una bandiera del Cile in cima, come si fa a non andarci?), incontriamo i nostri padroni di casa con zii, cugini e parentado vario, sono assiepati in una radura ai margini del sentiero: stanno preparandosi per il barbecue della domenica. O di ogni giorno, a giudicare dalla loro taglia. Comunque qui il barbecue si chiama asado, sappiatelo.

Ci vedono passare, ci dicono: “Mi raccomando, quando tornate in giù passate di qui.”

Sembrano sinceri, ma c’è qualcosa di strano. Nessuno ci sorride mentre ci stanno invitando, mi ricordano un po’ quei tizi in Un tranquillo weekend di paura che a un certo punto rapiscono gli incauti viaggiatori.

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(l’attacco è sferrato)

Ora lo confesso, anche alla Babsie a cui non l’ho detto prima: da quel momento, non ho fatto altro che pensare al barbecue che ci attendeva. Ho perfino misurato il passo del trekking e le pause in modo da capitare alla magnata al momento giusto: non troppo presto, perché fa brutto, sembra che ci siamo imbucando senza vergogna. Ovviamente non troppo tardi, quando non ci sarà più niente da bere e mangiare. L’ideale è a due terzi della sessione, quando c’è ancora roba e gli altri si sono calmati e tu fai la parte di quello che passava di lì per caso.

Arrivati in cima al Cerro Bandera (questo il nome della montagna con… beh, la bandiera), controllo l’orario. Tutto bene. Forse. O bisogna far passare ancora del tempo? Meglio far passare ancora un quarto d’ora.

“Andiamo fin là sulla quella roccia”, dico alla Babsie. “Andiamo a vedere se da là si vedono i picchi dietro la montagna.”

Andiamo sulla roccia. Rivediamo il ragazzo israeliano che abbiamo incontrato in barca. Quello che per noi è l’intero programma della giornata (asado a parte), per lui è solo l’inizio: ha intenzione di farsi tutto il circuito del trekking, vivendo cinque giorni da solo into the wild.

Oddio, mi è passato il tempo e non me ne sono accorto! Siamo in ritardo per il nostro passaggio casuale al barbecue della famiglia equina!

“Torniamo!”, grido.

Facciamo la via del ritorno, in discesa, come fosse lo slalom gigante alle Olimpiadi. Se durante la salita salutavamo sorridendo gli altri camminatori, ora li tolgo con una spallata dal mio cammino. Le costolette! L’asado! Forza, forza!

Arriviamo, secondo i miei calcoli, a quattro quinti della sessione di barbecue: in teoria troppo tardi. Da noi, resterebbe solo un petto di pollo stopposo e crudo in mezzo. Qui a occhio e croce c’è un mezzo quintale di roba: carcasse di almeno cinque specie animali arrostiscono lentamente sopra una griglia che ha la superficie di piazza San Marco a Venezia.

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(ci sarebbero ancora due avanzi…)

Sto per avventarmi su una costola di tirannosauro come Conan il Barbaro quando il nostro padrone di casa dice: “Prima la zuppa”. E ci porge due scodelle con altrettanti pollici infilati nel brodo. Le unghie sono nere, chissà se di sporco o di tanto infilare le dita nelle zuppe altrui.

Però devo ammetterlo, è squisita: anche perché c’è un pezzo di grasso grande come la Pietà di Michelangelo mezzo sciolto dentro. O forse è il suo dito che insaporisce. Magari lo sa e lo fa apposta. Un gesto di cortesia, diciamo.

Due ore dopo siamo ancora lì. Avevo sottostimato la durata degli asados sudamericani e la perseveranza delle mandibole locali. Non invento niente, giuro che una volta raccolti gli avanzi, sparecchiato e tornati a casa, non abbiamo fatto in tempo a mettere piede oltre l’uscio che la nonna, una vecchia balenottera azzurra più rugosa del Grand Canyon, infila la mano nel pentolone, afferra una braciola cruda con le mani e comincia a staccarne un pezzo coi molari, che i canini e gli incisivi ormai ballano dentro le gengive come Tony Manero il sabato sera.

Chi l’avrebbe detto, pure in Cile si sta bene.

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ANTARTICO

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Su quest’ameno pianeta si osserva una certa inflazione di “fini del mondo”. Lasciamo perdere la variante cinematografica (film sui virus letali, le calamità naturali o le invasioni degli alieni); lasciamo stare soprattutto l’attualità (il terrorismo internazionale o magari la Terza Guerra Mondiale, nella quale i Curdi invadono il Regno Unito per crearsi una propria patria, ma scendendo dall’Eurostar si scontrano con l’esercito del Movimento Cinque Stelle che volendo uscire dall’Unione Europea ha trovato più facile invadere un paese neo-extracomunitario piuttosto che formare un governo in Italia con l’attuale legge elettorale, salvo accorgersi che Londra è piena di jihadisti, cosa che spinge Beppe Grillo a chiedere l’intervento di Donald Trump per lanciare una guerra preventiva contro le Guardie di Buckingham Palace, tranne che Trump, il quale a sua volta vuole l’aiuto di Putin, telefona al Cremlino da una volgare cabina telefonica perché sarà anche il presidente ma non è proprio una lenza, e viene quindi intercettato dall’intelligence di D’Alema, il quale, sentendo un accento americano, è convinto di avere intercettato Renzi che manovra per spodestarlo dal cavallino della giostra di Pontassieve su cui è saldamente insediato e da cui tiene sotto controllo tutto il parco giochi fino agli autoscontri, e quindi pensa subito di reagire alla guerra intestina al PD puntando come sempre sul fido alleato Berlusconi, solo che cercando distrattamente nella sezione “Dittatori” della sua rubrica telefonica mentre la giostra gira veloce, D’Alema per sbaglio avvisa la Corea del Nord, la quale per non saper né leggere né scrivere spara un missile nucleare, il quale però sbaglia percorso perché il navigatore satellitare è fabbricato in Bangladesh da un bambino di sette anni, e quindi, fra continue suppliche di “fare inversione a U appena possibile”, il missile finisce sul giardino del Vaticano, attirando le ire d’Iddio sull’umanità e quindi un nuovo Diluvio Universale, proprio quando il Califfo di ISIS Al Baghdadi stava per dichiarare la sua conversione agli Hare Krishna e la fine delle ostilità…)

No, limitiamoci alla fine del mondo applicata alla geografia.

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Il fatto innegabile è questo: ogni piccolo sobborgo di questa sfera celeste dista al massimo un pugno di chilometri da una “fine del mondo”.

Ce ne sono in Cornovaglia, in Bretagna, in Spagna e in Portogallo per restare vicino a casa. Ce ne sono in qualunque angolo di terra emersa con una propaggine di qualche tipo – cioè quasi tutti.

Ma Ushuaia, nella Terra del Fuoco, è speciale. Dai, Ushuaia è la vera Fine del mondo.

Nessun altro posto al mondo è così a sud (e nord e sud, a differenza di est e ovest, sono concetti assoluti, quantomeno all’interno del nostro relativismo antropocentrico). Guardate l’America Latina: ammirate il suo estinguersi in questa punta protesa e sottile, solitaria, misticamente tesa verso il nulla.

Siamo a un tiro di schioppo dall’Antartide: un luogo che per quanto ci riguarda è come fosse Venere o Marte. Un altro pianeta.

E poco importa se in effetti, a ben guardare, la latitudine di Ushuaia non è così folle: se prendessimo il parallelo corrispondente nell’emisfero nord, saremmo più o meno in Polonia. Paese settentrionale, certo, ma non è mica roba da yeti e orsi polari. Però il paragone non vale. Perché l’emisfero nord è più affollato e smandrappato, c’è vita civilizzata fin dentro al circolo polare artico (più o meno: si potrebbe discutere se sia civile vivere a certe temperature); mentre in fondo a sud abbiamo questo grande continente di ghiaccio e un’infinita superficie di mare con foche, pinguini e balene.

La Terra del Fuoco evoca i nomi di Darwin e Magellano.

Oh, insomma, basta: Ushuaia è l’autentica fine del mondo, punto.

Ecco, queste sono le premesse.

Ah no, ce n’è un’altra.

Ci abbiamo messo dieci giorni per arrivare qui. Da Esquel, nel nord della Patagonia, a Ushuaia, Terra del Fuoco, ci siamo sciroppati 2000 kilometri di strada normale e a volte sterrata sulla mitica Ruta 40, fermandoci in paesini dimenticati da Dio lungo la rotta, andando a esplorare la grotta delle mani, flirtando coi guanachi e i cani randagi, marciando per ore fino al monte Fitzroy, passeggiando sul ghiacciaio Perito Moreno. Abbiamo attraversato lo stretto di Magellano, cercando inutilmente di fotografare i delfini bianconeri che ci facevano le pernacchie dal pelo dell’acqua.

Abbiamo fatto apposta ad andare piano, prendendola comoda, assaporando il tragitto. Perché alla “fine del mondo” non ci si arriva così, come nulla fosse. Bisogna volerla, guadagnarsela. Bisogna conquistarla.

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E noi l’abbiamo fatto. Ce ne abbiamo messo di tempo, ma siamo arrivati in quest’angolo sperduto, remoto e solitario… Darwin che cerca le origini della vita… Magellano che sfida le acque inesplorate…

«PERMESSO, PERMESSO! Fate passare, spostatevi!»

Casino pazzesco. Un vecchio ciccione con il cappellino con lo swoosh della Nike mi spintona. I vigili si sbracciano, alzano la voce per sovrastare il vociare confuso. Tutto intorno, turisti americani. Centinaia, con facce da convention della National Rifle Association. Hanno la polo infilata dentro i bermuda, calzini bianchi di spugna, scarpe Nike e cappellino da baseball. Si ammonticchiano sul marciapiede, appena fuori dal porto turistico: sono sbarcati da una nave da crociera grossa come la provincia di Campobasso.

Gli uomini portano la macchina fotografica appesa al collo (con la cinghia regolata in modo che l’apparecchio sia comodamente appoggiato sulla pancia sporgente). Sono in attesa di attraversare la strada da venti minuti e bisogna capire: per un americano, attraversare la strada all’estero è sovente un’impresa fatale. Quando poi sono così tanti, l’incrocio rischia di diventare una tonnara.

E allora il comune di Ushuaia interviene. Perché il capitale va protetto. Quando una nave da crociera attracca nel piccolo porto, una task force di vigili urbani parte in missione speciale. E si piazza all’uscita del porto turistico, a controllare il traffico durante una traversata che pare la migrazione degli gnu nel National Geographic.

E io mi ci trovo in mezzo, come una gazzella presa nella mandria degli gnu che rischia, senza volerlo, di seguirli fino in Kenya. Ero andato al porto per contrattare un giro in barca nel canale Beagle, quello che prende il nome dalla barca di Darwin. Volevo andare a vedere migliaia di pinguini sulle isolette e invece sto vedendo centinaia di trichechi sul marciapiede.

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Devo cercare riparo. Devo scappare da qui. Lascio il porto, mi butto in una stradina in salita che va verso l’interno della cittadina. Mi ritrovo su una specie di via dello struscio. Più che la fine del mondo, la fine della mia speranza. C’è un Hard Rock Cafè alla mia destra ma non faccio in tempo a sospirare di tristezza che una carovana di giapponesi quasi mi spiaccica sull’asfalto sotto centinaia di scarpe di Prada. In testa, una donna con l’ombrellino fucsia impartisce ordini manco fosse il maestro del Kobra Kai in Karate Kid – Per vincere domani.

Scappo ancora più lontano, ancora più in alto lungo il fianco della montagna su cui la città è affastellata. Mi vengono incontro mute di cani randagi: evviva! Finalmente qualcosa che mi ricorda la Patagonia e la Terra del Fuoco: i cani randagi! Ve li ricordate? Ne abbiamo incrociati a migliaia, io e la Babsie, scendendo qui. Sono il segnale più sicuro che sei nel posto giusto. Penso quasi di accarezzarne uno. Lascio perdere.

La signora Rosario sta bevendo un mate. È un intruglio cattivissimo di erbe amarissime che offende le papille gustative. Me ne offre del suo: accetto subito. Perché dovete capire che il mate è una di quelle cose orribili che fai con idiota entusiasmo solo perché sei in un posto dove si usa così.

Quando ero in Yemen masticavo qat, quando andai in Perù masticai foglie di coca, in Africa ho mangiato le larve piene di sabbia comprate nel mercatino del colera. Siccome sono in Argentina, bevo il mate offerto con amore dalla mia padrona di casa. Mi aiuta a dimenticare gli americani della nave da crociera.

Andiamo a cena vicino al porto. Le navi da crociera ripartono prima del tramonto, finalmente si sta tranquilli. Senza pensarci, chissà perché, mi metto a canticchiare Just Like Heaven dei Cure. Sarà la quiete ritrovata, sarà questa bella sensazione di calma che accompagna l’oscurità… la notte, lungi dall’evocare il timore delle tenebre, mi fa sempre pensare al benessere dell’intimità. E le note dei Cure…

«La devi proprio cantare tutta?», m’interrompe la Babsie quando non ne può più.

Vabbè, mi zittisco. In realtà non ce l’ha con me. È solo uno sfogo perché è incazzata con la sua pastasciutta. La Babsie non ha capito che non bisogna mai ordinare la pastasciutta passata Ventimiglia. Si ostina, dice che qui sono tutti nipoti degli italiani e la sanno fare. Con i frutti di mare. Sarà. Intanto però le hanno fatto la pasta corta. Poi, l’hanno cotta almeno una mezza giornata. Se tiri un rigatone contro il muro, puoi usarlo per incollarci un poster. Infine l’hanno buttata in bianco nel piatto, e ci hanno rovesciato una mestolata di sugo sopra: giratela tu, cliente, che mi si raffredda il mate. Anche io al posto suo sarei incazzato, ma non l’avrei neanche ordinata. E non me la sarei presa con i Cure.

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Ragazzi, sarà anche la fine del mondo, ma di giorno Ushuaia è presa d’assalto come la Rinascente sotto Natale. Si fatica a camminare. Non mi dispiace del tutto: c’è ancora qualcosa, nell’architettura in stile pescivendolo-naif, che cattura; al di là della baia ci sono ancora le case in assi di legno su collinette spazzate dal vento. La sera, quando le crociere sono ripartite, si sta bene. Anche vicino al mare. A bere una birra scura in uno dei locali da marinai (cioè, da turisti che vogliono far finta di essere in un locale da marinai).

Però qui urge un rimedio. Se vogliamo trovare la propaggine estrema e il villaggio sperduto, bisogna andare ancora più giù. Facile a dirsi, ma cosa c’è ancora più a sud della città più a sud del mondo?

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ROCK AROUND THE WORLD

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Se vi capita di passare in Argentina, Rio Gallegos è sicuramente un posto da non perdere: singolarmente brutta, lontana da tutto, fredda e umida come un calzino bagnato sul balcone d’inverno. Appena arrivati, una rapida occhiata alla popolazione dice che il tasso di analfabetismo deve essere intorno al 40%, quello di disoccupazione al 65% e quello di obesità al 100%. Sempre a occhio e croce, preso il 35% di abitanti che non è disoccupato, la grande maggioranza sembrerebbe lavorare come posteggiatore abusivo.

«C’è sole, usciamo in maglietta!», dice la Babsie. Ha ragione, il cielo terso ci guarda attraverso la finestra e ci fa venire l’acquolina in bocca.

Purtroppo non sappiamo ancora che, oltre al gioco di indovinare le coppie di mariti e mogli consanguinei per la strada, l’altra grande attrattiva del posto è il vento ghiacciato che soffia dall’Atlantico. Torniamo in camera a prendere le giacche a vento e ricominciamo.

Vaghiamo senza meta in mezzo alle sterpaglie che crescono fra le crepe nell’asfalto e le case abbandonate: ce ne sono una quantità spropositata, soprattutto sul lungomare. Devono essere sintomo di un’epoca di relativa prosperità finita in miseria. O quello, o siamo finiti in un film dell’orrore che sta iniziando proprio adesso; forse tra poco uno di noi avrà l’idea di entrare in una di quelle case e troverà una scala che porta nello scantinato. A quel punto io dirò: «Dividiamoci! Tu vai di là e io di qua».

Le quotazioni dell’ipotesi horror movie schizzano alle stelle quando arriviamo di fronte a una scuola elementare. Una simpatica casetta bianca e celeste. Un cancello sulla strada. Un muretto con decine d’impronte di manine innocenti. Non so se avete presente la Strega di Blair. Rimaniamo pietrificati per un quarto d’ora. Il concetto di «Vai in punizione nell’angolo» prende tutto un altro sapore. Di sangue.

Andiamo oltre.

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(Le lezioni di storia della strega di Blair – presto sui vostri schermi)

Una coppia di ragazze, a occhio e croce sorelle oltre che madre e figlia e probabilmente una è anche zia dell’altra, ci viene incontro. Hanno entrambe un gelato in mano. Ha l’aria invitante (il gelato, non la coppia). Pochi metri più avanti c’è un’insegna con un cono disegnato, dice: “Grido”. Entriamo.

La gelateria è piena di clienti, tutti paziente attesa al bancone. Il più leggero peserà novanta chili. Ma solo perché ha dodici anni: crescendo, raggiungerà la taglia degli altri. E come fargliene una colpa: con gusti dei gelati tipo “cioccolato al tacchino del giorno del ringraziamento con mascarpone”, questo non è un paese per diabetici.

Uscendo in strada con i nostri gelati all’arancino di riso e cassata siciliana, passiamo di fronte a un negozio di dischi.

«Meraviglia delle meraviglie!», dico io.

Dovete sapere che ho appena letto Vernon Subutex, un romanzo francese in due volumi della Virginie Despentes… dai, quella di Scópami, presente? No? Vabbè, è un romanzo di quelli pop-metropolitani, la storia di un tizio che ha un negozio di dischi a Parigi: un giorno il negozio fallisce e un passo dopo l’altro lui finisce per vivere per strada, proprio come un clochard.

Non è una storia drammatica: Vernon in realtà è circondato da un sacco di amici, avrebbe varie occasioni di tirarsi fuori dai guai; riesce perfino a rimediare qualche storia di sesso, la vive bene insomma, la sua situazione. Al punto che è lui a non voler tornare a una vita normale: si lascia trascinare dagli eventi, ci sguazza.

Naturalmente, Vernon è un tipo rock fino al midollo: il suo negozio era una sorta di tempio in cui si riunivano in adorazione tutti gli appassionati di rock alternativo, controcorrente, ingenuamente fedeli al Verbo, quelli che ci credono insomma… vabbè morale della favola, ho Vernon Subutex fresco in testa e ora mi trovo di fronte a un negozio di dischi in un ricettacolo di fenomeni da baraccone dove avrei detto che si vendono solo grassi saturi e mannaie!

Ingurgito gli ultimi due chili di gelato che mi restano e varco la soglia insieme alla Babsie.

Dietro il bancone c’è il mio Vernon patagonico: occhi a mandorla come quegli indios che potrebbero anche essere coreani, capelli lisci, lunghi fin sotto le spalle, così unti che non ce ne sono due che stanno insieme, un pizzetto con una densità di tre peli per centimetro quadrato.

Ci guardiamo, ci stiamo subito simpatici, ma nessuno parla.

Già, cosa voglio da lui? Sono entrato di getto, senza pensarci.

Beh, in ogni paese in cui viaggio mi piace ascoltare musica locale. Ma non quella tradizionale o folklorica: mi piace il rock in versione locale. Voglio dire che se un congolese o un cambogiano venisse in Italia, secondo me dovrebbe ascoltare gli Afterhours e i Verdena, magari Vasco e la prima Carmen Consoli, non Claudio Villa o Peppino di Capri. Ecco, io voglio il rock argentino. Voglio il rock argentino!

«Voglio il rock argentino!», dico a voce alta; poi, dopo aver tossicchiato un paio di volte: «Cioè, vorrei un consiglio su qualche band rock argentina… qualcosa da scoprire… perché io, ecco… non conosco nulla. Di argentino. Rock.»

Lui, è come se gli avessero cambiato la pila. Si mette a ballare da un piede all’altro e parla a raffica: «Sì fratello, rock argentino, vuoi rock argentino! Che genere di rock, eh, che cosa ti piace? Che ne dici di un bel post-punk? Cold wave, ti piace la cold wave? O preferisci il nu metal? Vuoi acid house, hardcore, garage, cosa vuoi, cosa vuoi? Eh? Eh?» Da un piede all’altro, da un piede all’altro, come un grillo cocainomane.

Oddio, e che gli dico ora… non ero preparato.

«Mah, rock… anche punk va bene… qualcosa di rock, insomma. Argentino. Rock.»

«OK, ti sistemo io fratello, ascolta qui, è roba tosta, ti presento qualcosa di speciale.»

Prende un cd, lo inserisce nel lettore. Sono tutto un fremito.

Parte la canzone. È una cosa… non so come descriverla… più che post punk… o grunge… ecco, mi ricorda Piccola Katy dei Pooh.

«Ehm, non hai una cosa più… rock? Voglio dire… se anche fosse un po’ meno melodico, un po’ più duro… non guasterebbe eh…»

«Dammi dei nomi, dammi dei nomi fratello! Cosa ascolti? Cosa ti fa muovere il sangue dentro?»

Oddio, il sangue… e che gli dico ora… lascio perdere il sangue e cerco di pensare a qualcosa di rock, che non sia proprio metal o punk perché Dio mi scampi e liberi da una caricatura latina dei Black Sabbath o dei Sex Pistols (El Sabado Negro? Las Carabinas del Sexo?), ma voglio comunque qualcosa di un po’ abrasivo, leggermente orecchiabile ma non troppo melodico, con una giusta dose di distorsione che nasconde sempre tutte le pecche…

«Mah… My Bloody Valentine, PJ Harvey, Pixies… boh, cose così…»

Lui fa una piroetta elettrica, attacca a smanettare con una cassa piena di cd e mi rivolge la seguente domanda (giuro su quello che ho di più caro al mondo, la Babsie mi è testimone):

«Nella scena di Manchester, sei più tipo da Stone Roses o da Oasis?»

Ripenso ai clienti obesi e consanguinei della gelateria. Cerco d’immaginare Ian Curtis dei Joy Division che lecca un gelato sul lungomare di Rio Gallegos e poi s’impicca. Mi pare d’intuire perfino una certa consequenzialità fra le due cose.

«Stone Roses», dico d’impulso, e non so perché, visto che è falso. In realtà sono semplicemente interdetto. Non rispondo più di me.

«Bene, bene. Stone Roses»

«… ehm, ma non fissiamoci necessariamente su Manchester eh…»

Annaspo. Non so più cosa dire.

«Okay, okay, ti ho inquadrato fratello, ti ho radiografato, ti ho fatto una TAC. Senti questa, dimmi se non ti entra dentro come una lama affilata.»

Parte una cosa che sembra il duo Mietta-Amedeo Minghi, ma quando avevano dodici anni.

«S-Senti…», balbetto, «dammi un p-paio di cd, quelli che v-vuoi… li ascolto a c-casa con c-c-c-calma…»

Ma lui è fuori controllo ormai.

«Questi erano tipo brigate rosse, tu sei italiano no? Questi altri erano trozkisti dinamitardi… questo qui è uno che ha lavorato coi narcos in Colombia… questo ha tentato di sparare al presidente Menem…»

Non so perché pensi che voglia ascoltare un criminale; in ogni caso, tutto quel che mi fa ascoltare suona esattamente come Julio Iglesias. Come un 45 giri di Julio Iglesias suonato a 33 giri.

Alla fine della discussione esco dal negozio con tre cd, di cui uno doppio: è una raccolta “indispensabile” (definizione sua) dei Sumo, il “punto di riferimento di tutto il rock argentino” (sempre definizione sua). Per ironia della sorte, nessuna delle tre band di cui ho comprato un album fanno parte della roba che mi ha fatto ascoltare in negozio. Meglio, così ho ancora un barlume di speranza.

Torniamo in hotel, con i miei tre cd, pensando a questo Vernon Subutex del profondo sud che speriamo non finisca anche lui sul lastrico. O riciclato come gelataio.

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