LA FABBRICHETTA SULLA RIVE GAUCHE

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L’altra sera mi sono ritrovato a ridere fra me e me. Il che, per inciso, è un problema. Perché stavo cercando di prendere sonno: era tardi, ero a letto, ero stanco. Non volevo ridere, volevo dormire.

Ma era più forte di me. Stavo scorrendo le opzioni dell’app di suoni zen che ho scaricato sul telefono per addormentarmi più facilmente. Dopo i prevedibili “pioggia nel pineto”, “campane tibetane”, “onde che s’infrangono sulla battigia in Polinesia” (ma non era più economico registrarle a Lignano Sabbiadoro?), “fuoco scoppiettante”, “grilli e cicale”, mi aspettavo cose sempre più zen e rilassanti, tipo: “monaco in meditazione”, “cotone che cresce”, “gatto narcotizzato col valium che dorme su cuscino posato sopra materasso” e così via.

Invece sono arrivati (giuro): rumori del traffico, macchine sull’autostrada e – tenetevi forte – aspirapolvere. Chi non è mai andato dal vicino del piano di sopra per dire “Scusi, non riesco a prendere sonno, può passare un po’ di aspirapolvere?”

Ripresomi dallo choc, mi sono detto: questi ultimi devono essere i suoni zen per far addormentare il milanese imbruttito.

Siccome però, da quando sto a Parigi, il milanese imbruttito non lo frequento più molto (e quasi mi manca… quasi), e siccome poi di questi tempi bisogna pur difendere l’onore della Patria in guerra diplomatica con la Francia, anziché accanirmi contro i milanesi, mi dico: parliamo dei parigini imbruttiti.

Fenomeno paradossale, direte voi. Che i milanesi s’imbruttiscano, si può capire: un panorama urbano che nessuno rischia di confondere con Praga o Venezia, nebbia e gelo d’inverno, afa e zanzare d’estate, il Mercedes che ti ringhia perché in quanto pedone gli stai sui maroni a prescindere… a ben vedere, la misantropia a Milano è una via di mezzo fra tecnica di sopravvivenza e corrente di pensiero.

Milano non ti offendere, ti voglio bene! Però è vero e lo sai.

Ma nella Ville Lumière? Nella città dell’amore? Sotto la torre Eiffel e le campane di Notre Dame, lungo la Senna e sui gradini di Montmartre, come si fa a imbruttirsi? Perfino il Gobbo di Notre Dame, cesso letterario per antonomasia, è un eroe romantico.

E invece. Pure il parigino s’imbruttisce. Eccome. In confronto, il milanese imbruttito è un Teletubby.

Tanto per cominciare dai classici: i camerieri. Farsi maltrattare dal cameriere a Parigi è un’esperienza turistica. A Londra i turisti aspettano il cambio della guardia a Buckingham Palace. A Parigi, si piazzano davanti a una brasserie e aspettano l’insulto al cliente.

Le specialità riconosciute dalla federazione francese dei camerieri sono: Passaggio ignorante (nel senso di ignorare il cliente mentre gli passi davanti – la base, direi), Sbattimento della saliera sul tavolo, Commento ironico durante l’annotazione dell’ordine, Sbuffo mentre si servono i piatti e, per i più virtuosi, Lo sfanculamento diretto. Quest’ultimo è raro, l’ho visto coi miei occhi una sola volta: il cameriere aveva appena servito due calici di rosso. Incazzato non si sa perché, li ha ripresi e ha invitato i clienti a togliersi dai piedi. È successo in un bar che si chiama “Rendez-vous des amis”. Ritrovo degli amici. Chissà se fossero stati i nemici.

Il pensiero spontaneo di noi immigrati è: ce l’ha con me perché sono straniero. Ma no. Lo fa con tutti. È fatto così. Amici francesi confermano: il cameriere parigino non ha pregiudizi, gode nel torturare senza distinzione di razza, credo religioso e orientamento sessuale. È selezionato geneticamente per essere aggressivo, come il pitbull.

Il cameriere, insomma, lo conosciamo. Da lui ci aspettiamo il peggio. Quello a cui non siamo preparati è il resto.

Prendiamo i mezzi pubblici. Lì, il parigino imbruttito lo riconosci subito.

Prendere una metropolitana a Parigi richiede allenamento, prontezza di riflessi e la disponibilità a gettare il proprio bebè sotto il treno, piuttosto che perdere il momento buono per salire o scendere dal vagone.

Primo ostacolo: l’entrata. Questa inizia con le scale che scendono nel ventre oscuro della città. In superficie, le bellissime inferriate art nouveau che fanno la gioia di Instagram. Ma appena inizia la discesa agli inferi, l’atmosfera cambia.

“Pardon!”, ti grida nell’orecchio un’ottuagenaria con le stampelle perché tu non stai scendendo abbastanza veloce. Ti sfreccia accanto saltando sui gradini e spintonandoti con destrezza, finge lo scontro casuale però intanto ti ha levato una scarpa e dato una botta al fegato.

Poi ci sono i tornelli di convalida del biglietto.

Ora, ogni turista e anche una buona parte di persone normali possono avere un istante di debolezza ai tornelli: prendi il biglietto già convalidato, cerchi l’abbonamento nella tasca sbagliata, hai un momento d’esitazione sulla direzione da prendere.

In quei momenti, infallibilmente, una parigina di mezza età, bellissima, shabby chic, capelli lunghi legati in una morbida coda, smalto scarlatto, occhi da Ivan Drago, sbuffa forte appena dietro di te. Ti sta così attaccata che senti l’alito sul collo. Ma la sentiresti anche a dieci metri di distanza, perché sbuffa forte, con intenzione: vuole essere sicura che tu la senta bene, perché lo sbuffo è come dire “coglione”. C’è più gusto nel dare del coglione a qualcuno, se quello ti sente.

E mentre non sai più dove avevi messo il biglietto e ti affanni fra una tasca e l’altra e tutta la vita ti passa davanti, lei si sposta sul tornello accanto, sibilando, sbuffando e sbattendo i tacchi per assicurarsi che anche il bigliettaio addormentato si svegli e assista alla tua umiliazione.

Una volta sulla banchina, ti asciughi le perle di sudore dalla fronte mentre aspetti il treno. Non c’è da rilassarsi: il parigino imbruttito ti sta studiando e con gli occhi ti fa capire che ovunque ti piazzi, gli starai fra i piedi. Cerchi un angolo solitario, per farti dimenticare. Inutile.

Arriva il treno. È pieno. Gente schiacciata contro le porte del vagone. Come previsto, ti accorgi di stare sul passaggio di qualcuno che vuole salire. Anche se stavi lì per primo, in qualche modo, la colpa è tua. Lo capisci da come ti guarda.

Quando le porte si aprono, com’è come non è, ti ritrovi a bloccare anche quelli che scendono: un anziano signore di colore ti squadra come un imbecille dalla soglia del vagone, mentre dietro di te si è creato un capannello di gente che sbuffa.

Finalmente ce l’hai fatta, non sai come. Sei salito a bordo. Il treno arriva a République. Entra in stazione, rallenta. Nel vagone, nessuno si muove e tu pensi: “Non scende nessuno.” Il treno rallenta ancora un po’, rallenta sempre più. Ancora nessun movimento all’interno. Si continua a leggere un libro, giocare col telefono, chattare con la bisnonna YouTuber in una località della Borgogna.

Il treno si ferma. Si aprono le porte: è come se il conducente avesse sparato il colpo del via nei cento metri piani, finale olimpica. In un istante, i libri si chiudono, i telefoni spariscono nelle tasche, le nonne balzano in piedi laggiù in fondo, in un angolino lontano dalle porte.

“Pardon!” “Pardon!” “Pardon!”

Il parigino imbruttito lo riconosci da come ulula “pardon”. Come se pronunciasse una formula magica: detto quello, vale tutto. Ogni suo gesto violento è scusato. A quel punto, sul vagone della metro, lo vedi abbassare il baricentro, mettere la spalla in avanti e partire verso l’uscita come un rugbista neozelandese. Ogni cosa sul suo cammino sarà spianata. Naturalmente, sul suo cammino ci sei tu.

Ancora un “pardon!” e arriva una fitta alle costole seguita dalla sensazione di calore all’orecchio (a casa scoprirai che hai riportato una leggera abrasione e ti ha portato via il piercing). Raccogli gli occhiali da terra, pagando caro l’aver abbassato la guardia: un altro “pardon!” ti stende allungato al suolo. L’ottuagenaria con le stampelle ti passa sopra e fa appena in tempo a lanciarti un’altra occhiata fra fastidio e pietà prima di allontanarsi sulla banchina. Le porte si richiudono, il vagone riparte.

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Finalmente arrivi al supermercato. Dove le cose peggiorano.

Finché navighi per le corsie, sei in salvo. È come quando sali sullo scalino giocando a “rialzo”, nessuno ti farà del male. Ma quando arrivi alla cassa è come se corressi la staffetta per la medaglia d’oro.

Se la cassa numero dodici si libera e tu non scatti come un ghepardo a digiuno, dietro di te una parigina bellissima con lo smalto scarlatto e i tacchi da venti centimetri ti sbuffa così forte sul collo che prendi un colpo d’aria. Dietro di lei, un cinquantenne in giacca e cravatta che ha comprato dieci rotoli di carta igienica ti dice: “Monsieur, va o non va?”, come se tu avessi fatto la spesa per finta, per fare tutta la fila alla cassa e alla fine dire: “No, scherzavo, non prendo niente.”

Due minuti dopo, stai freneticamente buttando nei sacchetti i vasetti di yogurt, le birre e il sapone, mentre la cassiera ti guarda come se stessi occupando abusivamente lo spazio pubblico. Vede benissimo che entrambe le braccia che la natura ti ha dato in dotazione sono impegnate completamente a insacchettare, ma ti ripete ossessivamente: “Fanno quarantacinque euro e dodici centesimi”, come se a forza d’insistere, ti facesse spuntare un terzo braccio dallo sterno con cui prendere la carta di credito e pagare. Quando già il livello di stress è alto e il vasetto di olive ti cade di mano, la parigina bellissima di mezza età con gli occhi di Ivan Drago sbuffa di nuovo: continua a tallonarti, sta aspettando che ti levi dalle scatole per pagare.

Cedendo alla pressione, interrompi l’insacchettamento, prendi la carta di credito, paghi: speri così di ottenere clemenza, ma quando la carta ci mette un po’ a essere letta e sbagli un paio di volte il pin per il nervosismo, perdi ogni speranza. Finisci più in fretta che puoi, impacciato, col sudore che ti appanna la vista. Esci di corsa e solo in quel momento ti accorgi di aver lasciato il salmone e il vino alla cassa, insieme all’abbonamento della metro, la tessera sanitaria e la foto dei tuoi figli alla cresima. Disposto a sacrificare il tutto pur di non rischiare di nuovo la pelle nel supermercato, prosegui rassegnato.

Rassegnato… ma non sconfitto. Non puoi mollare. Ti aspetta la boulengerie. Ah, le boulangerie parigine! L’odore di pane, i tortini alla cipolla, il croissant, le baguette…

Sei in coda (c’è sempre la coda, nelle boulangerie). Hai ripassato mentalmente la parte per un quarto d’ora, ma quando arrivi finalmente al banco, scatta il vuoto di memoria. Disperato, farfugli: “Argh.. buonasera, avete… urgh… il pane ai c-cereali?”

“No.”

È il worst case scenario. Non hanno la tua prima scelta.

Il tono del “no” è secco, lo sguardo della panettiera è duro. Esiti mezzo secondo, aspetti che lei aggiunga “mi spiace”, o un qualunque altro suono che indichi intenzioni pacifiche. Ma è come avere di fronte un iceberg. Appurato che lei non aggiungerà altro, passi freneticamente in rassegna tutti i tipi di pane esistenti ma non te ne viene in mente nessuno. Cetrioli… no, non va bene… chiave inglese… no, non si mangia… stai per dire “mi dia quello che vuole” quando…

… dietro di te, una parigina di mezza età coi tacchi e i jeans aderenti e il rossetto scarlatto sbuffa così forte che ti spettina.

Qualcuno paga le parigine belle di mezza età per intimidire la gente in coda.

Avvilito, esci dalla boulangerie con la tua torta di albicocche (che ti fa schifo fin da quando eri bambino) e decidi di prendere la bicicletta per fare un giro.

Montato in sella ti senti già meglio. Impugni il manubrio baldanzosamente, dai la prima pedalata, arrivi sul boulevard, inforchi la corsia per le biciclette. Passano dieci secondi.

“Driiiiin!” Driiiiin!” “Driiiiin!”

Cominciano i campanelli. Dietro di te. La corsia per le bici è stretta, ma non c’è da rischiare: il “driiiin” della bicicletta è come il “pardon” del pedone. Un manifesto programmatico di genocidio.

Ti fai più a destra che puoi, correndo il rischio (accettabile, date le circostanze) di urtare lo scalino del marciapiede e cadere faccia avanti.

Un convoglio di biciclette ti sfreccia accanto. Lo spostamento d’aria è così forte che rischia di sfilarti il giubbotto. Passano nell’ordine: anziana con stampelle legate nel portapacchi, che tira il gruppo. Ragioniere su bici da corsa, cravatta al vento. Studentessa su Graziella monomarcia, che fa mulinare le gambe come le pulegge di una locomotiva. Stai per riprendere il centro della corsia quando ti sfiora, quasi ti travolge, e infine ti sorpassa, una parigina di mezza età, bellissima, capelli raccolti in coda al vento, jeans stretch, tacchi. Ti dà una scampanellata che sembra la festa di San Martino.

Quando sei certo che siano passati tutti, ma proprio tutti, riprendi timidamente il centro della corsia, giusto in tempo per trovarti di fronte un giovane con gli occhi incollati al telefono che attraversa la pista ciclabile senza accorgersene. Suoni, lo eviti per un pelo (al modico prezzo di prendere un palo della luce con il gomito, contusione guaribile in tre settimane), lui ti guarda come se avessi disturbato Einstein sul punto di scrivere la formula della relatività.

Torni a casa. Casa. Salvo. Ti butti sul divano. Accendi il televisore, scorri i canali. Danno “Il favoloso mondo di Amélie.” Ti succhi il pollice rannicchiato in posizione fetale. Guardi. Piano piano, ti distendi. Amélie fa la spesa, Amélie passeggia a Montmartre. Va tutto bene. Quasi quasi, ti dici, domani ci riprovo. Oggi ho avuto sfortuna.

Arriva la  scena dei sassi sul Canal Saint Martin.

La metropolitana è un ricordo lontano.

Che città romantica è Parigi…

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