A FIORENZO

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Per la cronaca, questa è la seconda parte di un post che è diventato una mini conversazione con l’amico Fiorenzo. La prima parte del post la trovate qui: IL GUSTO DELLA SPESA VINTAGE

E il commento di Fiorenzo, si trova qui.

Caro Fiorenzo,

è ovvio che quando parliamo di generi musicali in base ai decenni (anni ‘70, ‘80, ‘90 e così via), stiamo creando suddivisioni stilistiche e temporali artificiali; e l’idea stessa che un artista un bel mattino si alzi (nel caso di Keith Richards: si alza la sera) e si metta a creare musica completamente “nuova” è una forzatura. Si tratta di semplificazioni e vanno prese come tali: altrimenti adotteremmo un approccio ragionieristico-contabile destinato a dissanguare ogni discorso intorno al Tempo e all’Uomo. Del resto, il concetto stesso di tempo è una convenzione arbitraria e se arrotondare gli “evi” musicali al decennio ti pare troppo, cosa dovremmo dire delle ere preistoriche, che si arrotondano al milione di anni! Lo stegosaurus, per esempio, è vissuto nel Giurassico Superiore, cioè fra 161 e 145 milioni di anni fa. Mica si sono estinti tutti gli stegosauri alla mezzanotte del 144,999,999 avanti Cristo (o forse sì). Ma abbiamo bisogno di queste semplificazioni, anche per creare la nostra personale storia romantica del mondo (i Favolosi anni ’60, i Roaring Twenties, “l’eroina degli anni ’70″…). E se alla musica rock togliamo il romanticismo, cosa resta?

Quello del creare musica poi, è un concetto quanto meno relativo, arbitrario. Anzi, direi che forse quel che conta, in realtà, è l’intenzione. Cos’ha in testa un artista quando è di fronte a se stesso (può eventualmente usare uno specchio, se lo aiuta)? Ha intenzione di creare musica o di copiare musica? Sul piano ideale, s’intende. Che poi in pratica il confine è labile… quanto al risultato del suo sforzo, lascio ad altri giudicare: troppo difficile. A me basta sapere quali siano le intenzioni, grosso modo, che l’hanno spinto.

E in queste intenzioni, qualcosa è cambiato negli anni, non c’è dubbio. Più o meno “nuovi” che fossero, i generi musicali che hanno dominato la scena dai primi vagiti del blues di Robert Johnson (1911-1938) alla New Wave (a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 – ah, ecco un genere che ci obbliga a rompere l’ordine preciso dei decenni!), abbiamo visto nascere e più o meno crescere suoni e ritmi spesso originali e “freschi” (meglio “freschi” di “nuovi”?).

A fine anni ’80, per la prima volta, si è prodotto un fenomeno strano. Band come gli Stone Roses (che peraltro adoro) hanno cominciato a fare musica cercando di ricreare suoni e stilemi del recente passato. Attenzione, non è la riscoperta del passato la novità: il Classicismo fra il XVII e il XIX secolo ne è una dimostrazione mostruosamente evidente. Ma il Classicismo riprendeva un gusto appartenente a un’epoca passata da secoli – tanti. Gli Stone Roses invece riprendevano suoni degli anni Sessanta, ovvero presenti nella memoria vivente. Un clamoroso riciclone di quel che avevano (quasi) vissuto. Da quel momento, più o meno, ogni genere (e ogni epoca musicale) ha conosciuto il suo revival. Anzi, si è affermato quasi un processo automatico secondo il quale passati ventanni, ogni genere acquista una dignità “storica” e merita di essere rivisitato. Perfino la musica plasticosa degli anni Ottanta – attenzione, ancora una volta, non prendiamo una definizione “contabile” della musica anni Ottanta, comprensiva di tutti i dischi pubblicati durante quel decennio, che ha visto, fra l’altro, l’avvento degli Smiths e l’uscita di alcune delle cose più belle di Tom Waits, Nick Cave, dei Cure e di Prince – quest’ultimo avrebbe anche potuto perdere l’udito dopo il 1988, per quanto mi riguarda… anzi, fermi tutti! Ci sono! Forse è proprio quel che è successo! Sì, ne sono certo! Questo spiegherebbe finalmente tutto! Prince ha perso l’udito nell’autunno 1988, ecco! Ma torniamo a noi: quando parlo di musica anni Ottanta intendo dire quella che “definisce” gli anni Ottanta, quella nata in quel periodo e intimamente associata a quel decennio: non “Rain Dogs” di Tom Waits, insomma, ma il pop plasticoso. Ecco, perfino questa musica viene riscoperta – e da qualche tempo ormai (sono passati da mo’ i fatidici vent’anni della riabilitazione culturale). Tutta roba che un tempo ci affrettammo (giustamente) ad archiviare e dimenticare, e che qualcuno furbamente ha riesumato, disseppellito, riproposto. Ci sono mille e mille esempi ma quello del pop plasicoso degli anni Ottanta per me è il più chiaro, lampante. È semplicemente passato abbastanza tempo perché ci dimenticassimo di quanto schifo ci avesse fatto; ora è tempo di farcelo piacere. Lo senti nella musica nuova che esce (nei suoni, nei ritmi, negli effetti una volta giudicati imbarazzanti) e lo vedi nell’astuta creazione di nuove nicchie di mercato per quei dischi, quelli stessi che uscirono allora; in parte è nostalgia, in parte basta “scoprire” (cioè inventare retroattivamente) una definizione di genere musicale d’epoca, anche se all’epoca in effetti non esisteva, dargli un nome fico, stabilire (con l’aiuto di un critico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete) che quegli album ne fanno parte e aspettare che gli hipster arrivino a sfruculiare i cartoni con i vinili usati; se la cosa funziona, il passo successivo è smettere di vendere vinili usati e a 7-8 euro l’uno e ristampare il tutto in vinile da 180 grammi rimasterizzato a 30 euro e aspettare che gli hipster ripassino per comprarlo di nuovo. Naturalmente, il primo a cascarci sono io: altrimenti non sarebbe divertente.

Forse la musica rock, come scrive Simon “Le Bon” Reynolds, non finirà con i botti, tipo grande esplosione, ma lentamente soffocata sotto il peso di un ennesimo cofanetto deluxe il cui quinto cd non sei mai arrivato ad ascoltare perché ucciso dalla noia dopo la sesta canzone del quarto cd, che poi sarebbe la quarta versione alternativa di una canzone che in fondo non ti piaceva più di tanto neanche quando era nuova…

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