SENZA SENSO

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Feci a malapena in tempo ad acchiappare i “Chips” e Starsky & Hutch per la coda. E comunque, quel poco che vidi di entrambi i telefilm non mi convinse: bei mezzi di trasporto tutti e due, certo; ma io fra donne e motori non avevo dubbi, già a quell’età. Sarà per questo che invece seguivo religiosamente le Charlie’s Angels (netta preferenza per le more). E poi anche Magnum PI, che in realtà si dovrebbe scrivere Magnum, P.I. (dove P.I. sta per Private Investigations, come la canzone dei Dire Straits), e questo non tanto per i baffoni di Tom Selleck, le facce di Higgins o la Ferrari, quanto perché alle Hawaii, una mezz’ora al giorno la passavi volentieri.

Senza dimenticare l’A-Team, il telefilm dal titolo più sfigato di sempre. Salvato da personaggi come Hannibal Smith (il più famoso Hannibal prima di Lecter, con buona pace dei cartaginesi), Murdoch il Pazzo e P.E. Baracus. Vorrei essere stato una mosca sulla parete, osservatore inosservato della sessione di brainstorming che ha portato alla scelta del titolo.

Consulente alla produzione numero uno: “Uh… un manipolo di avventurieri del genere, una squadra di sgherri senza patria, deve avere un nome forte… originale… provocatorio… cosa dici, consulente alla produzione numero due?”

Consulente alla produzione numero due: “… scusa? Stavo sistemandomi i risvolti dei jeans della Best Company… ah, il nome? Boh, A-Team?”

Consulente alla produzione numero uno: “Ma fa schifo… vabbè raga, devo andare, ho appuntamento dal parrucchiere per rifinire il mullet… boh, lascia pure A-Team per ora. Poi lo cambiamo.”

E poi si scordano di cambiare. È andata bene che negli anni Ottanta eravamo tutti più ingenui e anche un titolo così rozzo, abborracciato alla meno peggio, poteva accontentarci. Perfino piacerci.

A proposito, nella versione originale anglofona P.E. Baracus era B.A. Baracus: ovvero, secondo Wikipedia, Bad Attitude; secondo me, Bad Ass. In ogni caso, “Pessimo Elemento” è un altro esempio di macelleria linguistica dei traduttori. In seguito (o in contemporanea? La memoria fatica, confesso) arrivarono Simon & Simon, Riptide, Hardcastle & McCormick. Mi piacevano tutti. Evidentemente avevo un debole per gli ambienti esotici e le trame da “poliziesco per idioti”.

Passano gli anni e i telefilm diventano serie tv. Qual è la differenza? Suppongo, di primo acchito, il fatto che le serie tv hanno una trama che si sviluppa. Mentre con i telefilm, era tutto un ricominciare, o forse un mai-cominciare. Insomma i telefilm iniziavano e finivano lì. Potevi seguirli o saltare le puntate, era sempre la stessa cosa. Ogni volta i buoni sono in difficoltà, ma alla fine ce la fanno. A meno di non prendere i telefilm-commedia: in quel caso c’è sempre un momento in cui qualcuno ci rimane male, ma alla fine ci si vuole bene.

Nelle serie tv invece, le trame sembrano film di Wim Wenders. Ci vogliono blog, siti internet e podcast con i pareri degli esperti per decifrarle – per capire, in buona sostanza, cosa diavolo succede. La serie tv, è evidente, punta in alto. Punta a essere arte. A volte ci arriva. Anche a costo di fare sì che dopo dieci puntate non hai ancora capito se il personaggio è vivo o se è morto e stai assistendo a un lunghissimo flashback. Anzi, meno capisci e più ti affascina.

Insomma non siamo più a Love Boat.

Io, a dire il vero, sono rimasto piuttosto legato alla mia formazione giovanile: e anche nel mondo delle serie televisive più recenti, quelle della generazione Netflix insomma, mi sono attaccato istintivamente a quelle più fedeli al formato dell’eterna ripartenza, della giornata che si ripete come un giorno della marmotta. Quelle che sbeffeggiano la nostra società (ma “nostra” di chi, poi?) con ironia tagliente, magari crudele. Come You are the worst, oppure Arrested Development, o Better off Ted (che non so nemmeno se siano di Netflix, peraltro, ma non è il punto). Insomma quelle serie tv che attualizzano il discorso del vecchio telefilm, nei toni e nei contenuti, rispettandone i canoni dal punto di vista del linguaggio e del prodotto televisivo.

Ora però ho trovato l’eccezione.

Su consiglio (interessato) di mia moglie, mi sono messo a guardare qualche puntata di Sense8…

… e in un batter d’occhio mi sono fumato due stagioni (le uniche due, purtroppo). Binge watching, lo chiamano quelli della Netflix generation.

All’inizio ho faticato: perché Sense8 non c’entra niente con le serie che piacciono a me. Anzi è tutto il contrario delle serie che piacciono a me. Infatti una sera ho chiamato la Babs piagnucolando: “Ma Babs, uffa… non mi piace Sense8, non si capisce niente, è complicatissimo, e poi è tutto soprannaturale…”

(Inciso: non ho niente contro il soprannaturale di per sé. Soltanto che nel mondo delle trame, televisive, cinematografiche o letterarie, trovo che il soprannaturale offra scappatoie troppo facili. Un personaggio muore, ah no aspetta risorge, e non aspetta nemmeno il terzo giorno. Un altro è in difficoltà… no, aspetta, esprime un desiderio e si tele-trasporta in un altro mondo. Insomma, quando ci metti di mezzo il soprannaturale, non ci sono più limiti, tutto è possibile e quindi ogni cosa è meno intessante. Una morte ha meno peso, se si può risorgere; un’invincibile armata fa meno impressione, se puoi sconfiggerla evocando una forza misteriosa di dubbia natura. E così via. In questo senso, la serie Lost era iniziata in maniera entusiasmante e dopo la prima serie è diventata quella che negli ambienti artistici si definisce una ciofeca.)

Torniamo a noi, e a Sense8.

La Babs, paziente, mi fa: “Ma no, vedrai, vai avanti un po’. Guarda qualche altra puntata.”

Siccome di solito fra noi due la Babs ha ragione, ho seguito il suo consiglio.

E ho adorato la serie.

Prima di tutto, una volta addentratomi fra i personaggi e le loro storie, ho capito che la trama è così sfilacciata, implausibile e circolare (un modo sofisticato per dire che non la capivo) che conviene dimenticarla subito. E così ho fatto. Smettere di voler capire, ecco dove sta la chiave della liberazione.

Non ti chiedere quali sinapsi telepatiche, olistiche e idiosincratiche facilitino il fenomeno delle “visite” reciproche che si fanno i nostri personaggi cerebralmente interconnessi. Goditi semplicemente il modo in cui il tamarro tedesco riesce a baciare l’indiana mentre questa sta a cena con la zia a Bombay e lui vende diamanti rubati a un buzzurro a Berlino. Divertiti mentre la coreana, chiusa in isolamento in carcere a Seul, spacca la faccia a una gang di criminali kenyoti nelle bidonville di Nairobi.

L’estetica contro la logica. Oscar Wilde contro Cartesio. Beccalossi contro Oriali.

Hanno ragione i produttori netflixiani, mannaggia a loro e alla loro vita a bordo piscina: nella realizzazione di Sense8 c’è dell’arte.

Le scene sono girate così bene, i personaggi così attraenti, le musiche così perfette che il resto non conta. Potresti guardare le puntate nell’ordine sbagliato e funziona lo stesso. Lo so con certezza, perché l’ho fatto. No, non apposta: non sono così anticonformista. Sono solo molto distratto.

E poi quegli elementi, quei “temi” di fronte ai quali mi sciolgo come burro in padella. L’internazionalismo, l’intrecciarsi di vite e destini attraverso mondi diversi e lontani (anzi lontanissimi, come direbbe Battiato). Fammi passare da Londra a Città del Messico a Nairobi a Seul in due scene, e io faccio il ruttino contento come un neonato.

E infine la connessione, quell’idea di teste che si cercano e si trovano. Di persone che stanno insieme. Insieme. Ce le abbiamo anche noi, nella vita, a pensarci bene, persone così. Sono i nostri amici. I nostri Sense8.

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