LA LUNGA MARCIA

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Andiamo tutti al villaggio del pesce!

Villaggio? Ma non è il mercato del pesce?

Mercato? Ma non è la lavorazione del pesce che andiamo a vedere?

Ma poi, quale pesce? Quello essiccato! Ah, allora è tutto chiaro.

Insomma: è un tranquillo (per ora) venerdì mattina, che qui in Bangladesh equivale alla domenica. Sappiamo che stiamo uscendo di casa a piedi e sappiamo che si va verso la zona del porto a vedere del pesce, ma non sappiamo molto altro. La verità è che stiamo inseguendo una leggenda metropolitana. Anche se in fin dei conti la metropoli in questione è un paesone di pescatori. Ma le dimensioni non contano: una leggenda è una leggenda. E per noi, il villaggio (o mercato, o lavorazione) del pesce è sicuramente una leggenda, e di quelle che ti fanno fantasticare grandi avventure.

Quaranta minuti dopo… Stiamo ancora camminando. Siamo perduti in una vasta e desolata terra di nessuno, sotto un sole tropicale che ci ammazza. Ogni tanto incrociamo dei bambini che ci guardano come fossimo scemi, ridono, ci gridano dietro qualcosa di poco rispettoso.

Ed effettivamente, ai loro occhi lo siamo, scemi. E non poco! Perché nel Terzo Mondo, dove il lavoro fisico e la fatica non sono ancora stati epurati dalla vita quotidiana, il concetto di camminare giusto fare una passeggiata, come quello di andare a correre per salutismo, è pura follia masochistica. Perché camminare, dicono qui, quando puoi prendere un mezzo di trasporto? Ricordo ancora i colleghi africani in Costa d’Avorio che ridevano a crepapelle, vedendo gli expatriate europei che la mattina andavano a correre: perché correre, se poi tornate al punto di partenza? Puro autolesionismo.

Insomma camminiamo, sudiamo, siamo derisi. L’avventura comincia a puzzare.

Aspetta.

C’è decisamente puzza nell’aria, ma non è l’avventura. È… è… è puzza di pesce! Ci siamo!

Di fronte ai nostri occhi si stende una città di pesce essiccato.

Non sto esagerando: tutto, intorno a noi, sembra fatto di pesce essiccato.

Il sentiero, che poco fa tagliava in due una landa desolata, ora si addentra stretto fra lunghe staccionate che lo delimitano su ogni lato; da queste staccionate, decine di migliaia di occhi ci guardano inespressivi: sono gli occhi del pesce secco. Pesce secco appeso alle palizzate, per la precisione.

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(La classica staccionata di pesce essiccato. Come nei loft newyorchesi.)

C’infiliamo attraverso uno di questi recinti:  all’interno, decine di lunghi tavoli da lavoro coperti di pesce, lasciato a essiccare sotto il sole violento del Golfo del Bengala.

Qua e là, uomini e donne smanettano intorno al pesce. Non è chiaro cosa facciano: a me sembra che lo stiano girando da un lato all’altro, a mo’ di carne sulla brace. In questo caso la “brace” è un’immensa palla d’idrogeno ed elio a 5.500 gradi centigradi che splende a circa 150 milioni di chilometri da noi. E funziona alla perfezione.

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(Essiccando, essicando…)

Continuiamo a camminare.

Pesce, pesce… pesce!

Non si vede altro che pesce essiccato. Predomina una specie di aguglia, lunga e stretta e argentea. Centinaia di migliaia di aguglie. Tonnellate di aguglie, secche secche. Con gli occhi sbarrati. In verticale, appese alle staccionate. Orizzontali, sui lunghi tavoli. Ammucchiate in angoli della strada.

Va da sé che la puzza è ovunque. Ci stiamo quasi abituando, ma non vogliamo prendere rischi: respiriamo piano per paura di svenire.

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(Avete già l’acquolina in bocca?)

Cammina cammina, rischiamo di svenire davvero. Aspetta, qui qualcosa non torna. Questa puzza non è la stessa.

Guarda meglio e in effetti… ci stanno venendo incontro delle acque nere, o meglio noi stiamo andando incontro a loro. Acque nere stagnanti, nere come la pece. Solo che non è la pece a renderle tali. Deve essere un misto di spazzatura fermentata, scarico di fogne a cielo aperto e tutto quel che d’immondo esiste sul pianeta: cacca vomito pipì caccole pus il nero sotto le unghie e tutto quel che Elio elencava in Silos. C’è da svenire, giuro.

Ma nemmeno queste acque nere stagnanti, che cerchiamo pazientemente e penosamente di evitare con le nostre povere scarpe da ginnastica, sembrano spiegare il fetore nauseabondo che ci sta soffocando.

“A destra o a sinistra?”, chiede Mark, il bravo responsabile della logistica, un ragazzone del Kentucky che fa due metri di altezza.

“DOVE VUOI BASTA CHE TI MUOVI!!!”, imploriamo io e Marie, trattenendo letteralmente i conati.

Ma cosa può puzzare tanto? Cerchiamo di muoverci in fretta per lasciare quest’inferno olfattivo, ma dobbiamo stare attenti a non mettere i piedi nelle pozze di acqua nera… guardo avanti, guardo a sinistra, guardo a destra…

NO!!! PERCHÉ HO GUARDATO A DESTRA?!?! ORRORE!

Una carcassa di cane mi guarda, a non più di dieci metri da me.

È stecchito, rigido: giace sul fianco, le zampe protratte nell’aria come bastoni. Il torso, gonfio, è già in decomposizione. Tutta la mia vita mi passa davanti agli occhi in un istante.

L’istinto di sopravvivenza ha la meglio: non morirò qui! Non farò compagnia al cane!

Faccio appena in tempo a vedere la donna che, a non più di cinque metri dalla carcassa, dispone il pesce a essiccare su un tavolo, e allungo il passo. Avanziamo a testa bassa, l’unico scopo è trovarsi in fretta da un’altra parte. Non importa dove. Altrove.

Un attimo dopo ci sembra di essere in paradiso.

Forse siamo morti soffocati e siamo davvero nell’Aldilà.

Oppure siamo sbucati sulla spiagga, dove lo spazio aperto e battuto dal vento odora di mare, e non più di decomposizione.

Sì, qualcosa mi dice che siamo sulla spiaggia. Deve essere tutta la sabbia che ho sotto i piedi e la massa d’acqua che ho di fronte, a perdita d’occhio.

Sulla sinistra ci sono barche: bellissime, fatte di legno e con una forma quasi a mezzaluna. Sembrano navi vichinghe. Sono diverse, sparpagliate nella baia, alcune a riva, altre in mare. Gente che armeggia alle reti, ai carichi, alle ancore. Sulla spiaggia, un viavai di pescatori.

“Sembra il porto di Boston, duecento anni fa!” dice Mark, che evidentemente è ancora intossicato dai fumi del cane morto.

Oddio, non ha tutti i torti in realtà. Non sembra Boston, no, nemmeno duecento anni fa. Ma sembra uno di quei vecchi porti dei pescherecci di un’altra epoca, questo sì. A me fa venire in mente certe tele fiammighe. Anche io devo essere ancora intossicato dai fumi della putrefazione.

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(Boston? Rotterdam? basta che non ci sia il cane morto…)

Siamo felici, di fronte al mare, lontano dal cane morto. Restiamo ad assistere allo spettacolo del carico e scarico delle barche, del viavai sulla battigia. L’arena è coperta da reti stese ad asciugare, qualcuno ripara con pazienza le maglie danneggiate.

Decidiamo di tornare. Senza troppe discussioni ci troviamo d’accordo sul prendere una via alternativa. Continuiamo lungo la spiaggia, taglieremo verso l’interno quando saremo sicuri di aver superato il cane e le acque nere.

Presto un manipolo di bambini-pescatori ci si mette alle calcagna. Ci tira la manica da un lato e dall’altro, vogliono farci da guide turistiche. Da bravi occidentali educati alla diffidenza e alla parsimonia, ci guardiamo bene dal lasciarci guidare. E ci perdiamo due o tre volte, ritrovandoci praticamente in casa di gente. A un certo punto siamo in un vicolo cieco che porta alle latrine del villaggio. Ma perseveriamo nel non farci guidare dai bambini.

Cammina cammina, ritroviamo la strada principale.

All’estremità del villaggio opposta alla spiaggia, troviamo alcuni tuk tuk in attesa di clienti. Negoziamo in fretta, spuntiamo un prezzo ragionevole per dei visi pallidi, saltiamo sopra e diamo l’indirizzo di un bar climatizzato dove fanno lo smoothie di mango. E sfrecciamo veloci nel vento, sul nostro tuk tuk.

Perché camminare sotto il sole, quando puoi prendere un mezzo, è da scemi.

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