LE STRADE DEL BENGALA

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In Bangladesh, il traffico ricorda un po’ quello di Milano all’ora di punta, ma di più.

Per esempio: qui non si parcheggia in doppia fila, ma in tripla o quadrupla. E quando qualcuno lascia l’auto dove non si deve, anziché fare una multa (che tanto qui non si usa neanche portare la targa e quindi come lo ritrovi poi, il colpevole?) il poliziotto passa con un grosso bastone di legno nodoso e picchia una botta forte sulla portiera, lasciando un simpatico ‘bollo’ sulla carrozzeria.

Il sistema di solito funziona; non tanto perché la bastonata rovina la macchina (le macchine sono già tutte ammaccate, che differenza vuoi che faccia una botta più, una botta meno); quanto perché il più delle volte, il conducente, che si trova all’interno dell’auto, si era semplicemente appisolato in mezzo all’incrocio. Vedendosi ormai la pennichella rovinata, l’autista si rassegna a rimettere in moto e sgomberare la strada. Meglio di una multa che non verrà mai pagata, non siete d’accordo?

(Che poi i poliziotti si lascino prendere la mano e picchino bastonate anche sulle auto in sosta regolare è un altro discorso, che in effetti andrebbe a un certo punto affrontato.)

Quanto agli autobus, ho notato che non hanno i fanali posteriori. Ma proprio niente! Laddove dovrebbe trovarsi la plastica colorata del fanale, si trova una toppa di lamiera. Fa un po’ impressione, credetemi. Immaginate una persona che al posto degli occhi ha una toppa di pelle a coprire le orbite vuote: vagamente horror, no? Ho chiesto a un collega del posto il perché di questa stranezza. Mi ha risposto: “Incidenti.”

In che senso, incidenti?

Nel senso, mi ha spiegato pazientemente, come se fossi un cretino, che l’autobus è un mezzo di trasporto così grosso e ingombrante che chi guida non riesce mica a vedere cosa ci sta dietro. Di solito il conducente è minorenne e senza patente, è già tanto se arriva ai pedali, figuriamoci se ce la fa a guardare negli specchietti. E quindi, quando fanno retromarcia, gli autobus non fanno altro che sbattere in qualcosa (muri, semafori, bambini). Ora, in Bangladesh nessuno ha l’assicurazione: se si dovessero riparare i fari posteriori dei bus ogni volta che si rompono, i trasporti locali andrebbero in fallimento. Meglio allora toglierli del tutto e mettere delle toppe di lamiera. La legge lo consente.

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(Il panorama dal mio terrazzino. Gabbia compresa.)

Sì, avete capito bene: non si fa l’assicurazione auto, qui. Ci si scontra, si dice “Così ha voluto Dio” e si prosegue, ognuno a casa sua. Chi ha i soldi, ripara il danno a spese proprie. Il restante 99,9% della popolazione viaggia in automobili di cui non riconosci neanche più la marca o il colore.

Ogni cultura ha le sue convenzioni sociali: l’importante e’ che siano condivise e accettate per funzionare (altrimenti scatta la violenza, direbbe Abatantuono). La convenzione qui vuole che quando capita un incidente, non si guardi a dettagli insignificanti tipo “di chi è la colpa”. Del resto, quando fai un incidente alla settimana, statisticamente un po’ di colpa sarà tua e un po’ degli altri. Dunque, porta pazienza e sappi che tu non devi risarcire nessuno, ma nessuno ti risarcisce.

Shit happens, dicono gli inglesi.

Il clacson a Milano si usa spesso, ma di solito in funzione reattivo-difensiva: uno ti taglia la strada e tu dai una bella clacsonata per dire: “Imbecille!” Così torni a casa contento perché ti avranno anche mancato di rispetto, ma tu non hai perso l’onore e hai insultato per bene.

In Bangladesh invece, il clacson ha funzione preventivo-aggressiva. Per esempio: ti butti nel classico sorpasso ad minchiam mentre in senso opposto arrivano auto, biciclette e uno scuolabus (contemporaneamente, tutti affiancati). E tu che fai? Spari una bella clacsonata a getto continuo per dire: “Levatevi di mezzo, screanzati, non vedete che sto sorpassando in curva a occhi chiusi in una strada a una sola corsia?”

Siccome lo fanno tutti in continuazione, di sorpassare in quella maniera, il clacson diventa una colonna sonora costante sulle strade del Bangladesh. Giorno e notte. Perché altro che New York, il Bangladesh è il paese che non dorme mai. La notte, infatti, tutti sono impegnati ad arrivare là dove avevano inutilmente cercato di arrivare al mattino e al pomeriggio.

Giorno e notte. Giorno e notte. Giorno e notte. Clacson ventiquattr’ore al giorno. Non vedo l’ora di tornare sulle tangenziali di Parigi per ritrovare il silenzio e il contatto con la natura.

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(Tutto sommato, il mezzo di trasporto più sicuro in Bangladesh.)

Quel che però manca a noi europei, sono i tuk tuk e i risciò. Chi ha viaggiato in India o nel sudest asiatico sa che tuk tuk e risciò sono il modo più pratico e divertente di spostarsi e di flirtare con la morte. I tuk tuk sono come delle Apecar per il trasporto dei passeggeri. Sfrecciano rapidamente contromano, eseguono rapidi zig-zag nel bel mezzo dell’ingorgo all’ora di punta e spesso non finiscono schiacchiati come lattine di Coca fra i paraurti di due camion. I passeggeri dei tuk tuk chiacchierano allegri come maiali stipati nei TIR sull’Autostrada del Sole.

I risciò sono invece la forma di trasporto più bio, organica ed ecoresponsabile che esista. L’unica forma di scarico che producono sono le feci del poveretto che deve pedalare per farli muovere. Curiosamente, a osservarli per strada, diresti che i risciò siano la forma di trasporto preferita dagli obesi. Di solito, per un bizzarro capriccio della natura, più è grasso il passeggero, più è magro il ciclista che lo trascina. Ecco perché ogni dieci corse, l’autista di risciò deve fare un trapianto di cuore.

Ma non pensate che sia triste per questo. Siccome qui in Bangladesh si crede fermamente nella famosa legge della fisica enunciabile nella seguente forma: “Se sorridi, il mondo ti sorride”, i risciò sono decorati con splendidi disegni, pieni di colori e di fantasia. La bellezza dei risciò è tale che alla fine t’invoglia perfino a chiudere un occhio quando ti ritrovi intrappolato in una colonna di auto che procede a passo d’uomo perché la strada è larga un metro e mezzo e in testa alla colonna ci sta un poveretto che trascina una famiglia di obesi e pedala, pedala, pedala… per i prossimi dodici chilometri.

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Profughi Rohingya raccolgono l’acqua da un pozzo scavato vicino al campo. Secondo le analisi, nel 70% dei casi l’acqua dei pozzi è contaminata da materia fecale, agente di malattie quali colera ed epatite.

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