IL GIORNO DELLE COLF

JH

Sto guardando i funerali di Johnny Hallyday in televisione e non so perché.

Mi rendo conto, ma già lo sapevo bene, che non conosco nemmeno una canzone di Hallyday. Nemmeno una. Né un titolo, né un motivo da fischiettare. È più che dire che non mi è mai piaciuto: non ho mai avvertito la minima curiosità nei suoi confronti, mai il desiderio di ascoltarlo giusto per farmi un’idea. E tutto ciò, nonostante io abbia da sempre un debole per il trash.

Scopro oggi che era l’idolo dei biker francesi (immaginate gli Hell’s Angels, ma che alle risse preferiscono il sidro e il Camembert). Scopro anche che Sylvie Vartan è stata sua moglie perché un giornalista lo sottolinea, vedendola entrare nella chiesa della Madeleine in centro a Parigi.

L’unica cosa che so di Johnny Hallyday, nelle immortali parole di una mia collega di Medici senza frontiere una sera a Mosul, è che si trattava del “rock delle donne delle pulizie” (absit iniuria verbis.)

Non ha avuto i funerali ufficiali di Stato, mi dicono dalla TV, solo perché la famiglia li ha rifiutati, assecondando i suoi desideri pseudo-rock, da ribelle con il lifting. Immaginatelo sepolto al Panthéon, fra Voltaire, Rousseau, Hugo e Zola. Invece no. Ma ha avuto comunque l’omaggio dello Stato, ha avuto presidenti ed ex presidenti che fanno discorsi, tutti gli attori e le attrici francesi che contino qualcosa, e gli Champs-Elysées e la Place de la Concorde bloccati per un corteo di polizia impressionante, roba che manco JFK.

“Cari compatrioti…”, inizia Emmanuel Macron, commosso e solenne, infilando nel discorso funebre una citazione di Victor Hugo. E pensare che Hallyday non era nemmeno un vero francese! Era mezzo belga!

C’è qualcosa di vagamente surreale nel vedere Monsieur Le Président accanto ai predecessori Sarkozy e Hollande, tutti e tre con l’aria rattristata, mentre settecento motociclisti ultracinquantenni con il giubbotto di pelle sfilano fra due ali di folla che intona le sue canzoni (incidentalmente, hanno tutti la faccia da donna delle pulizie, anche i maschi).

La prefettura, che come sanno i manifestanti italiani si tiene sempre bassa su queste cifre, stima che un milione di persone abbiano partecipato all’evento. Gli organizzatori non danno i numeri. Ecumenicamente, stavolta sono tutti d’accordo.

No, dico: immaginate il centro di Roma bloccato per i funerali di Vasco Rossi, Mattarella sul sagrato di San Pietro con l’occhio lucido che ricorda il clamore di Vita Spericolata a Sanremo mentre qualche metro più in là Berlusconi, Renzi e Grillo si stringono nelle larghe intese della canzone popolare.

Bowie e Prince, l’anno scorso, si sono dovuti accontentare di un sobrio tweet da parte dei loro rispettivi capi di Stato e di governo.

Sono troppo cinico? Mannò, in fondo sono qui a guardare i funerali in televisione, anche se continuo a non sapere perché: c’è un sole splendido là fuori, Montmartre mi sorride.

A dire il vero, non credo sia Hallyday a interessarmi in questo momento (a dire ancora più il vero, lo sapevo fin dall’inizio). È il vedere tante persone raccolte intorno a un momento unico che non mi lascia mai indifferente. Mi spinge, in qualche modo, a stare lì anch’io, magari da lontano (soprattutto quando fa freddo), senza peraltro partecipare per forza a quel che sentono e che pensano.

E non parlo di un concerto musicale, o di uno stadio pieno di tifosi. Quelle dei fan a un concerto o dei tifosi allo stadio sono tribù. La tribù è qualcosa di bello, perché unisce delle persone intorno a una passione o a un’identità comune, ma è anche qualcosa di chiuso: o fai parte della tribù o ne sei escluso. Destinato a non capire e non essere capito.

Attorno a momenti di passaggio come questo, invece, momenti che abbracciano una fetta più ampia e indistinta di popolazione, unita solo da quest’espressione da donna delle pulizie, io vedo il fenomeno (nel senso di manifestazione osservabile) del nostro essere, come diceva Montesquieu, animali sociali. Ecco cosa mi attrae. Ecco cosa mi rende quasi drogato di questi momenti.

Forse ho bisogno di questi momenti per vedere la società umana oltre la sua riduzione a entità atomizzata oltre ogni speranza, oltre la solitudine spirituale a cui l’esasperazione dell’individualismo degli ultimi trent’anni ci ha un po’ condannati.

In realtà, quindi, sono ancora più pappamolla dei fan di Johnny Hallyday.

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