PANE, AMORE E SATANISMO

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Lo so che vi chiedete tutti, da sempre, com’è un concerto di Marilyn Manson.

No, non serve a niente negare, non fingetevi indignati. No, non giratevi dall’altra parte; non fate risolini sarcastici. Siamo fra noi, non ci vede nessuno: avanti, ammettetelo. Vi sentirete meglio. Fidatevi. Fatto? Bravi. Vi sentite meglio? Ve l’avevo detto.

Certo è difficile parlare di Marilyn Manson. Perché appena uno si azzarda a biascicarne il nome, si ritrova in mezzo al fuoco incrociato di due fazioni che sembrano le contrade della Chioccola e della Tartuca al Palio di Siena. Provate ad aggirarvi per la Chiocciola con i colori della Tartuca e capirete (ma non vivrete per raccontarlo). In confronto, Roma-Lazio è un gemellaggio.

La prima delle fazioni, nel caso di Manson, è quella che “Oddio, il diavolo, l’anti-Cristo, chi salverà i nostri poveri figli!” (una reazione, bisogna dire, che fa molto metà anni Novanta).

La seconda è quella che “Ma sono solo buffonate, è puro marketing, è tutto finto!” (una reazione più in linea con i primi anni Duemila).

Entrambe le reazioni, naturalmente, sono fuori strada.

Sono fuori strada perché non colgono il senso del discorso. Il rock è spettacolo e creazione di personaggi fin da quando Elvis si riempì i capelli di gel e Johnny Cash si mise a vestirsi solo di nero. Buddy Holly decise che cantare con gli occhiali lo avrebbe distinto dagli altri, Little Richard suonava il pianoforte in piedi e con il viso truccato. I Beatles si lasciarono crescere i capelli sulla fronte, il manager dei Rolling Stones ebbe la geniale idea di coniare la famosa frase “lascereste vostra figlia sposare un Rolling Stone?”; Peter Gabriel e i Genesis andavano in scena vestiti e truccati come fiori, Bowie era diventato un alieno dal sesso indefinito, i punk s’infilavano spille da balia dappertutto e i Cure si riempivano le labbra di rossetto sbavato.

Tutto ciò è spettacolo. Lo è, indipendentemente dal fatto che alcuni musicisti siano stati più “se stessi” anche attraverso il loro personaggio pubblico (questione importante per la nozione un po’ “old school di rock come musica pura, ribelle, sovversiva; ma irrilevante dal punto di vista artistico). E questo spettacolo non è un’appendice, una mera confezione: è parte integrante del rock (e del pop).

Serve anche a vendere? Ci mancherebbe. Nessun musicista aspira a fare il postino per mantenersi mentre scrive canzoni. Lode ai duri e ai puri, ma alcuni fra i più grandi musicisti rock di sempre, artisti di valore assoluto, si sono messi a fare musica sognando di girare in Rolls Royce, fare il bagno nello champagne e sfasciare camere d’albergo, lasciando in fondo a ogni tournée una denuncia per danni di quindici fantastiliardi.

Non importa se Johnny Cash, leggendo la Settimana Enigmistica la domenica mattina in casa sua, non si vestisse di nero. Non per questo diventa meno interessante il Johnny Cash che suonava a San Quintino o Folsom Prison.

Anche Paul McCartney racconta, da adorabile primadonna qual è, di essere stato lui il primo a (s)pettinarsi i capelli in quel modo; gli altri tre lo copiarono perché capirono che quella zazzera faceva proprio figo. Non pensavano mica che il taglio di capelli avrebbe migliorato la qualità delle loro armonie eh: pensavano alle ragazze e al successo. Questo rende la zazzera dei Beatles meno rivoluzionaria? No, perché in fin dei conti, riuscì nell’essere una provocazione forse anche più di quanto si aspettassero (il web pullula d’interviste ai Beatles in cui giornalisti dall’aria inorridita o sarcastica chiedono loro “quando pensate di andare a tagliarvi i capelli? sperate di essere ancora di moda l’anno prossimo?”).

Che poi il posto nella storia della musica i Beatles se lo siano conquistato più con le canzoni che con le zazzere è innegabile; ma quale, fra le due cose, abbia più contribuito alla rivoluzione culturale (giovanile) di cui la band è stata co-artefice, resta da vedersi. E comunque non è utile porsi la domanda: torneremmo all’abbaglio della contrapposizione fra “musica = valore artistico” e “immagine = marketing”. Che è un abbaglio perché il rock non è solo canzoni, ma anche immagine, personaggi, simbologia, ritualità. Spettacolo, appunto.

Quel che fa il signor Brian Warner, quando si trasforma in Marilyn Manson, è questo. Che ne abbia beneficiato in popolarità, è un’evidenza; che l’abbia pagato in credibilità è altrettanto palese.

Comunque, bando a questo rapido preambolo: il concerto, dicevamo!

Una rapida occhiata intorno a me, fin dal primo passo all’interno dell’orribile, freddo, sporco palazzetto di Bercy (un Forum di Assago parigino, per i milanesi), mostra una confortante eterogeneità socio-demografica. Forse è la prima volta da quando vidi i Duran Duran nell’87 che ho l’impressione di vedere più donne che uomini. Anzi, più ragazze che ragazzi dovrei dire,  perché i giovani sembrano più numerosi di noi dodicenni di mezza età (if you know what I mean). Ogni tanto spunta qualcuno vestito di pelle e truccato a dovere, ma sono pochi. Il che, pensandoci, è normale. Quando vai a vedere un film western, mica ti aspetti che il pubblico sia fatto di pistoleri.

Prima di Manson, ci tocca il consueto “gruppo di spalla”. Che in questo caso non è un gruppo ma un tizio con un Mac, che si mette sul palco e comincia a selezionare canzoni da iTunes. Sì, tutto qui. Avrei potuto farlo io e francamente ci sarebbe andata meglio a tutti, perché ‘sto tizio sceglie solo pezzi ambient-elettronici manco buoni per ballare, tanto sono lenti. Diverse volte la gente si mette a fischiare: non una o due persone, ma tanti, tantissimi: fischi che piovono manco fossimo a San Siro, quando Centofanti sbagliava un cross. Un’ostilità del genere non si vedeva probabilmente dall’81, quando Prince fece da spalla ai Rolling Stones, vestito in questo modo:

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Capite che per il pubblico dal vivo degli Stones nell’81, composto da rocker bianchi fra i trenta e i quaranta, amanti della birra Bud e delle auto di grossa cilindrata, l’unica reazione logica di fronte a un nero in autoreggenti e perizoma tigrato che faceva musica funk era di cacciarlo dal palco a bottigliate, e così fecero.

Ecco, il nostro tizio con il Mac sul palco non prende le bottigliate ma viene sommerso da bordate di fischi, per altro ben meritati. Se fossi il Dittatore Mondiale (Altruista e Benevolo), nell’interesse dell’umanità proibirei di andare in scena con un computer. Di qualsiasi marca.

Ma quel che rovina sempre un po’ le cose, ai concerti, sono i telefonini. E qui in Francia, devo aggiungere, le chiacchiere. Perché la gente va ai concerti per guardare lo spettacolo attraverso un telefonino e chiacchierare? E’ molto più comodo farlo a casa propria! Quelli che poi trasmettono in diretta su Facebook, ma v’immaginate? Sono andato a un concerto, e perché? Per farlo vedere agli altri.

Se fossi il Dittatore Mondiale (Altruista e Benevolo), nell’interesse dell’umanità, proclamerei una legge che obbliga ad andare ai concerti da soli e senza telefonini. Così, niente chiacchiere, niente foto, niente video. Tra l’altro, sarebbe molto più propizio a un pieno godimento dello show.

La sacralità blasfema dello spettacolo è alquanto sabotata dallo sfortunato incidente che ha visto il nostro buon Brian/Marilyn rompersi una caviglia di recente, proprio durante un concerto: se immaginate un metallaro satanico-gotico di mezza età che si barcamena fra stampella e sedia a rotelle, capirete cosa intendo.

Da consumato uomo di spettacolo, comunque, lui se la gioca furbamente, perché si sa che fra una caviglia rotta e l’essere malato di mente / indemoniato, il passo è breve. Quindi, avendo bisogno di qualcuno che lo aiuti negli spostamenti da un trespolo all’altro sul palco, tanto vale rinunciare a nascondere l’aiutante, anzi: vestiamolo da medico! E facciamo la scenetta dello psicolabile sorvegliato a vista in un manicomio! Al prezzo di qualche goffo rallentamento, quindi, la faccia è salva. E comunque, fra questo pubblico satanista-gotico-mangiatore di pipistrelli, la compassione sembra prevalere sulla voglia di sangue.

Del resto, era chiaro fin da prima del concerto. Ne avevo perfino avuta una dimostrazione.

La scena: saranno le sei e mezzo-sette, sto seguendo la coda lungo il percorso transennato verso l’ingresso del palazzetto. A una ventina di metri da noi, un signore sta sbraitando contro gli agenti di sicurezza perché vorrebbe attraversare la piazza per rientrare verso casa, ma le transenne lo obbligano a un giro lungo che gli farà perdere preziosi minuti.

“È uno scandalo, sono un cittadino onesto che paga le tasse, è una vergogna, un sopruso, io denuncio tutti!”

Quelli della sicurezza sono inflessibili. Pioviggina e fa freddo. La figlia del malcapitato, che a occhio e croce avrà otto anni, osserva sconsolata senza osare lamentarsi. Probabilmente questo sarà uno dei pochi ricordi di quell’età che le rimarranno, tristemente, per tutta la vita, traumatizzandola. Il padre continua; e urla così forte che noi, dalla coda, non possiamo fare a meno di girarci tutti a vedere cosa succede.

“Ma non si rende conto che sta tenendo sua figlia in ostaggio della sua scenata, col freddo e la pioggia? Ma non ha cuore per la bambina?” fa il ragazzo davanti a me nella coda. Indossa uno spolverino di pelle nero, un collare borchiato e il rossetto pure lui nero.

Stiamo cominciando a pensare che il tizio voglia passare la serata a litigare con la sicurezza, quando, a un certo punto, insperatamente, lo vediamo girare i tacchi. Se ne va. Ma non appena ha preso qualche metro di distanza dalla ragazza addetta ai controlli, vigliaccamente le grida “ta gueule!” (vagamente traducibile dal francese come “vaffanculo”).

“Buuuuuh!!!”, gli fanno in coro tre o quattro ragazzi intorno a me nella fila, manco fosse un altro terzino dell’Inter, facciamo Gresko o Cirillo, che sbaglia un altro cross a San Siro (succedeva spesso).

“Oh”, dice uno dei tre ragazzi, “come si permette di insultare così una persona che sta facendo solo il suo lavoro!”

Ma sono a un concerto di Marilyn Manson o Cristina d’Avena? Non ci sono più i satanisti di una volta.

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