CONVERSIONE RELIGIOSA

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Mi ricordo nitidamente, come fosse ieri, quel pomeriggio soleggiato del 2005 (o era una mattina nuvolosa del 2004?) nell’ufficio di Segrate. Il collega Damiano era tutto emozionato perché la sera (o era l’indomani?) sarebbe andato a vedere i Rolling Stones in concerto a Milano. Ricordo che lo guardai con quell’accondiscendenza che di solito si riserva all’anziano vicino di casa i cui neuroni sono sempre più missing in action. Sorridendo gli chiesi: “I Rolling Stones? Ma non sono un po’ vecchi?”

Ebbene, sono passati dodici (o tredici) anni da quel giorno, da quando Damiano andò a vedere i Rolling Stones. I quali nel frattempo non sono più “un po’ vecchi”: hanno chiaramente raggiunto lo stadio delle mummie, degli animali imbalsamati, dei fossili che vanno datati col metodo del carbonio 14. Nel prossimo film della serie di Jurassic Park, tre Keith Richards creati in laboratorio verranno liberati insieme a otto velociraptor e cinque diplodochi in un’isola remota del Pacifico, ma uno dei Keith Richards riuscirà, dopo aver sbranato gli altri dinosauri, a nascondersi in una petroliera di passaggio e sbarcare a Los Angeles, dove semina il panico. Ecco, questo è quel che sono diventati i Rolling Stones.

E io, oggi, nell’anno del Signore 2017, sono eccitato come non mi capitava dalle elementari: perché finalmente li andrò a vedere! per la prima volta in vita mia!

“Ma non sono un po’ vecchi?”, vi chiederete.

Vorrei rispondervi ma non ho tempo per domande così sciocche. Sono concentratissimo a fare in modo di godere al meglio di questa rara esperienza.

Per cominciare, da un mese a questa parte non ascolto altro che Rolling Stones. Ogni volta che mi avvicino allo stereo, la Babs sospira rassegnata e si lascia scappare un “oh no… ancora loro?”

Ascolto in continuazione perfino Blue and Lonesome, la loro raccolta di cover di vecchi classici del blues, una delle operazioni musical-commerciali più paracule concepite dai tempi di USA for Africa.

E poi mi sono (ri)visto il documentario Crossfire Hurricane, che racconta la storia della band dagli esordi fino all’inizio della fase-museo degli anni Ottanta. Mi sono limitato a quello perché faceva poco tempo che avevo rivisto il film-concerto Shine a Light di Scorsese e pure Gimme Shelter, altro documentario, questa volta dedicato al disastroso mega-concerto gratuito che gli Stones tennero ad Altamont in California nel 1969 (doveva essere “la Woodstock dell’Ovest”, finì con un fan ucciso dagli Hell’s Angels, disgraziatamente assunti per gestire la sicurezza e pagati con casse di birra; ma dico, se li dovete pagare con la birra, quanto meno non pagateli anticipatamente!)

In breve, la mia adrenalina pre-concerto cresce smodatamente, finché, nei giorni immediatamente precedenti alla gran serata, mi ritrovo a pormi domande tipo “come ho potuto pensare per tutti questi anni che esistessero altre canzoni degne di essere ascoltate oltre a Jumpin Jack Flash?” e roba del genere; insomma, con il senno di poi, sto accusando una lieve perdita di lucidità.

Arrivate infine le due di un mite e soleggiato pomeriggio sul finire dello scorso ottobre, mentre mi accuccio accanto alle transenne di fronte all’arena insieme a qualche decina di fan incalliti, la mia eccitazione raggiunge i livelli da “Paolo Rossi dopo il terzo gol al Brasile nel 1982” o anche “Giulio Cesare che sta pensando a una frase da lasciare ai posteri mentre scuote i sandali per togliere la ghiaia del Rubicone.”

Ma insieme a questa eccitazione si affacciano i dubbi.

Se erano un po’ vecchi quando io, praticamente bambino, lavoravo alla Microsoft a Segrate, in che condizioni saranno oggi? Negli anni trascorsi da quella chiacchierata con Damiano, io ho giusto fatto in tempo a trasferirmi a Parigi una prima volta, tornare a Milano, riprendere l’università per studiare giornalismo, fare il giornalista per diversi anni, ri-trasferirmi a Parigi, partire per Haiti, tornare a Parigi e restarci per tre anni con i Dottorini senza confini, ripartire e ritornare di nuovo… insomma: per sintetizzare i miei dubbi, citerò l’amica O., la quale, saputo che mi troverò quasi sotto al palco, teme che da quella distanza io possa vedere la maschera mortuaria di Keith Richards troppo da vicino e restarne traumatizzato.

Trascorse sei ore tranquillamente assiepato all’esterno dell’arena (sono volate, fra l’altro, equipaggiato com’ero con gli ultimi tre numeri di Rock & Folk), seguo la coda che si anima d’improvviso all’apertura dei cancelli, comportandomi come un bravo cittadino fino a quando ho superato tutti i controlli, momento nel quale mi trasformo in un Usain Bolt con la cattiveria del wrestler The Undertaker; e, sprintando e sgomitando come in una finale olimpica, prendo posto vicino al palco come speravo. Non proprio sotto il palco, eh, perché quella sezione è riservata ai fortunati possessori dei biglietti della categoria “Pappone”, venduti a circa due milioni di euro l’uno, perché il rock è proletario e popolare, si sa. Ma mi ritrovo insomma abbastanza avanti da rendere fondati i timori dell’amica O. circa l’impressione che mi faranno le rughe e la bava agli angoli della bocca di Keith.

Il pubblico intorno a me, a occhio, va dai diciassette ai settantacinque anni. A quest’ultima fascia di età appartiene probabilmente un signore scozzese di cui ho dimenticato il nome, nonostante si sia presentato stringendomi la mano come un gentleman mentre minacciava di darmi una testata (un “bacio alla maniera di Glasgow”, si dice un Scozia) perché gli ho pestato la punta dello stivale.

Ma bando ai convenevoli, inizia la musica.

La band di supporto si chiama Cage the Elephant e sarà nota ai più incalliti musicofili fra voi; fa quel genere di rock alternativo e indipendente tipo giovani fichissimi di belle speranze troppo cool per essere commerciali ma anche troppo accattivanti per non avere un modico successo, almeno presso quella fetta di umanità un po’ patetica e in via d’estinzione che ancora fa cose ridicole come comprare riviste musicali. E ci danno dentro, i Cage the Elephant, ci danno dentro di brutto: corrono saltano rotolano e spaccano con volume altissimo; e in altre circostanze, forse, avrebbero tenuto un concerto strepitoso e conquistato il mondo.

Ma stasera no, poverini; stasera, con tutto quel darsi da fare, fanno quasi tenerezza, perché non possono che sottolineare la loro piccolezza, la loro impotente nullità di fronte al Moloch, al Leviatano, alla Morte Nera che we, the people, siamo venuti qui a vedere.

Assistere all’esibizione dei Cage the Elephant prima degli Stones è come venire a un incontro di boxe a Las Vegas e osservare un bambino mingherlino di otto anni che mette un paio di guantoni troppo grandi e mima goffamente diretti, ganci e montanti, mentre Mike Tyson quietamente si concentra nell’ombra.

Mi sto lasciando trasportare?

Ma no! Non dimentichiamo un particolare fondamentale.

Se mi permettete una divagazione ve lo spiego (e so che me la permettete, perché l’articolo l’ho già scritto e pubblicato).

Prendiamo tre nomi: Elvis Presley. Beatles. Rolling Stones.

È come dire, per un appassionato di scienza: Galileo, Newton e Copernico.

O per un filosofo, Socrate, Platone e Aristotele.

Magari non saranno i nomi più in voga al momento, ma sono la storia! È l’inizio di quello che siamo! È qualcosa che va oltre la musica.

C’è dell’altro.

La storia del rock l’hanno fatta anche Chuck Berry e Little Richard, Jimi Hendrix e gli Who. Ma il problema di Chuck Berry e degli Who è che mia nonna non li ha mai sentiti nominare. Se uno spacciatore di trash nazional-popolare tipo Amadeus o il compianto Gianfranco Funari citasse quei nomi nella sua emissione, metà dell’audience non saprebbe di chi stiamo parlando e dell’altra metà, in molti non saprebbero fare il titolo di una canzone. Dai, citate il titolo di un pezzo di Chuck Berry senza usare Google. Meglio (o peggio) ancora, canticchiatelo. Ecco. E lo sapevate che è morto quest’anno?

Se la massaia di Cinisello ha un’idea, per quanto vaga, di chi siano Elvis Presley, i Beatles e i Rolling Stones, è perché quei nomi stanno nel gotha della musica rock di tutti i tempi, ma anche in quello della cultura popolare di massa. L’unica persona che ho conosciuto in vita mia che non avesse mai sentito nominare i Beatles è un anziano dipendente di uno zuccherificio di Mosul, Iraq (e non me lo sto nemmeno inventando, è proprio vero!)

Chuck Berry e gli Who, invece, stanno nel gotha della musica rock di tutti i tempi, ma non in quello della cultura popolare di massa. Nel mondo della scienza, loro sono i Keplero, i coniugi Curie, gli Enrico Fermi. In quello della filosofia sono gli Spinoza, gli Hume e i Kierkegaard.

Ah, c’è ancora una cosa!

Dimenticavo quasi di rivelarvi che Mick Jagger è dio.

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Fermi, con quella fatwa! Non intendo quel Dio; intendo un dio pagano, un dio del rock. Ma un dio, nientemeno.

Di questo sono certo. Quel che non so spiegare è perché lo sia. Forse una spiegazione razionale e articolabile in una frase compiuta non esiste.

In generale, non so dire cosa faccia di certe rockstar delle divinità. Ma quando capita, lo sai.

Non è questione di talento. Keith Richards, per esempio, ne ha altrettanto: ma non è un dio.

Nei Beatles, McCartney certamente non è un dio, mentre Lennon forse sì. Cosa li differenzia? Paul McCartney era secondo me il miglior musicista puro della band; Lennon era probabilmente più grande come artista in senso generale: visione, irrequietezza creativa, bisogno di rischiare. È per questo che Lennon era un dio? Chissà.

La personalità deve averci qualcosa a che fare. McCartney mi è più simpatico. Lennon aveva più carisma. Forse la simpatia non fa un dio, mentre il carisma sì: il dio del rock deve essere un po’ alieno e distante, non un bonaccione con cui scambiare battute davanti a un caminetto (chi ha letto/sentito/visto le interviste di McCartney, sa di cosa parlo).

Mick Jagger è quasi sempre sorridente; ma è il sorriso della canaglia, non del bonaccione. Se quello di McCartney è un sorriso che una ragazza vorrebbe presentare ai genitori, quello di Jagger è il genere di sorriso che farebbe correre i genitori a comprare una cintura di castità.

Non è neanche questione di gusti: agli Stones preferisco Prince, o Bowie, ma né l’uno né l’altro sono un dio. Anche se Bowie, per qualche anno, avrebbe potuto aspirare a esserlo. Quel che l’ha allontanato dalla divinità più di ogni altra cosa, probabilmente, sono certe discutibili scelte di abbigliamento negli anni Ottanta.

Se dovessi citare un altro dio, direi Robert Plant. Quando lo penso giovane, con la sua voce sovrumana, a petto nudo, i capelli lunghissimi, a frustare l’aria con il filo del microfono su quelle canzoni dal suono atomico, mi dico che forse Robert Plant era un dio.

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Ma quando lo vedo oggi (mi è capitato, in concerto, un paio d’anni fa), non mi fa più quell’impressione. Forse ha smesso di essere un dio quando si è lasciato crescere la barba. Al contrario del Dio di fattura giudaico-cristiana, infatti, non è immaginabile un dio del rock con la barba. La barba nella cultura occidentale moderna fa hipster, nonno o comunista: tutti e tre incompatibili con la divinità.

È questione di età? Esiste oggi un dio del rock giovane? Non credo. Ma non è questione di età in senso stretto; è piuttosto una questione di epoca. Oggi non può più nascere un dio del rock perché sono il rock e il mondo a essere cambiati.

All’epoca in cui nascevano gli dei del rock come Elvis, Jagger e Lennon, il rock era ancora quella cosa rivoluzionaria che faceva sognare i giovani e spaventava i genitori. Era quella cosa che trasformava la cultura popolare e provocava gli scontri generazionali più forti che la società occidentale avesse conosciuto (al di fuori dei romanzi di Jane Austen). Era quella cosa che ridava fiato e gioia dopo la seconda guerra mondiale e i suoi cento milioni di morti. Era quella cosa che ti faceva appendere un poster in camera e mimare la chitarra elettrica, non per vincere un videogioco online ma per dare un senso alla vita. Era quell’epoca in cui si poteva dire, senza ridere, che il rock fa la rivoluzione. Allora, le madri inveivano contro i capelli lunghi e spettinati di John, Paul, George e Ringo come oggi forse inveiscono contro le provocazioni di Miley Cyrus.

La differenza è che i Beatles sembravano fare qualcosa di puro.

Vabbè. Quali che siano le condizioni o le definizioni, poco importa: quando una rockstar è un dio, lo sai e basta.

E poiché Elvis è morto, i Beatles non esistono più e Robert Plant si è fatto crescere la barba, i Rolling Stones sono l’unica possibilità per un comune mortale al giorno d’oggi di avvicinarsi alla Trascendenza. A un mondo a metà fra la storia e la fiaba. Un mondo a cui noi, che non eravamo ancora nati, oggi non crederemmo, se non ci fossero chilometri di nastro e di video a documentarlo.

Insomma: starò diventando un povero vecchio sentimentale, ma l’idea di trovarmi fisicamente nello stesso edificio in cui si trovano Mick Jagger e Keith Richards mi dà i brividi, ecco.

Poi inizia il concerto.

Inizia con delle percussioni, quelle che conoscete tutti benissimo: l’inizio di Sympathy For the Devil. Mick entra in scena.

Whoo-ooh!

Keith, Charlie e Ronnie.

Da lì in poi non vi racconto più niente, è un delirio. Lo scozzese dietro di me sarà prelevato e portato via dalla sicurezza durante Jumpin Jack Flash (io non c’entro, giuro). Tutti gli altri urlano e ballano fino all’ultimo.

Tanti anni fa, quando a Segrate posi la famosa domanda a Damiano (“ma non sono un po’ troppi vecchi?”), lui rispose: “Saranno anche vecchi, ma quando la chitarra di Keith attacca gli accordi di Honky Tonk Women…”

Damiano, ovunque tu sia, oggi finalmente ho capito cosa volevi dire.

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