IL RISVEGLIO DI MEPU

Cosa penserebbe Jimi Hendrix di tutto questo? E Kurt Cobain?

Aggirandomi fra le bancarelle, sono circondato da campane tibetane, sonagli che suonano in sanscrito, cd audio con il cinguettio degli uccelli indonesiani all’alba, libri sulla variante vegana della cucina crudista, rossetti della slow cosméthique, buste di caffè eco-solidale e barattoli di semi di lino commestibili. E non posso fare a meno di chiedermi se le anime nere e maledette del rock, come Jim Morrison e Amy Winehouse, approverebbero la fiera del bio.

“Che bello, che manna, che nettare degli dei!”, grida la Babs, o almeno lo gridano i suoi occhi silenziosamente.

Io sto scivolando verso uno stato di moderato panico.

Senza titolo

(Chi non ha mai usato cosmetici a base di bava di lumaca? Notate l’indicazione nel bollino sulla sinistra: “bava raccolta a mano” – si accettano donazioni di cucchiaini)

Non ho mai visto delle barbe così strane e così tanti turbanti. Tutti hanno l’aria illuminata tranne me. Cerco una bancarella dove potermi affaccendare qualche minuto, spero di incappare in un prodotto che possa avere uno straccio di possibilità di essere un giorno utile nelle mie mani.

Invano.

Tutto quel che vedo sembra essere concepito con lo scopo di essere, una volta in mio possesso, troppo fragile, complicato o inutile. Grani di canapa indiana da cui però è stato tolto il principio attivo della cannabis. Ombrelli di carta proveniente da progetti anti-deforestazione. Miele fatto da api che godono di vari benefit, tipo cellulare aziendale e assicurazione medica. Un manuale di yoga che t’insegna a tenere per sei ore la posizione del picchio dopo esserti spalmato tutto il corpo di curcuma.

Attenzione! Ecco uno stand di musica! Finalmente! Cosa sarà la musica bio? Janis Joplin che fuma uno spinello di hashish organico? Sticky Fingers dei Rolling Stones con i jeans di copertina fatti di cotone organico da lavoratori maggiorenni e ben pagati? No. La massa di cd che si stende di fronte a me è immensa. Ma le uniche musiche ammesse sono quelle delle arpe celtiche e dei temibili flauti di Pan, oltre al canto delle balene gravide nel Mar dei Sargassi e agli stornelli dell’antico folklore babilonese.

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(l’indispensabile sbobba proteica “Il Risveglio del Buddha”: the breakfast of champions!)

La Babs sta facendo la lista mentale di tutti gli elettrodomestici salutisti che possiamo comprare con la certezza assoluta che non li useremo mai. La priorità viene data a quelli costosi e ingombranti.

“L’estrattore, l’estrattore!”, dice.

“Ma quante volte abbiamo usato quello che abbiamo a casa?”

“Ma quello è un frullatore, cretino, questo è l’estrattore!”

Scambia uno sguardo esasperato con la nostra amica. Mi sento come il cane da passeggio che ha appena fatto la cacca per terra in gioielleria.

A un certo punto ci ritroviamo a discutere dell’opportunità di comprare uno spremiagrumi che se usato bene, non uccide le arance ma le manda direttamente nel Nirvana, mentre alla nostra sinistra un signore panciuto ci sta spiegando che se non ci strofiniamo tutti i giorni la faccia con le radici spappolate di questa pianta carnivora, siamo proprio ignoranti e destinati ad avere rughe profonde, calli ai piedi, sette anni di sfortuna e l’assicurazione auto che scade in permanenza.

Mi guardo intorno, attonito. Perfino nel reparto assorbenti e pannolini del supermercato sarebbe più facile che trovi qualcosa per me.

Nella mia testa sento una voce canticchiare “if you like piña colada and getting caught in the rain, if you’re not into yoga, if you have half a brain”… e sto per capitolare e tuffarmi di testa nelle toilette secche, coi trucioli di segatura al posto delle condotte di scarico.

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(Nelle toilette secche, l’acqua che esce dal rubinetto del lavandino è pipì riciclata proveniente dai gabinetti)

Ma la mia è solo la debolezza di un attimo.

Perché il potere ipnotico della fiera del bio vince, sempre. Basta aspettare il segnale. E il segnale arriva anche per me: si chiama Ben.

Ben è la luce. Ben è la bancarella che sbanca.

Lo vedo e non posso più smettere di guardarlo. È praticamente un sosia sputato del Mago Otelma, ha solo qualche chilo in meno e un filo di barba in più. Forse anche lui fonderà un partito; lo voterei di certo, perché con quello sguardo e quel turbante mi ha ammaliato. Solo stargli vicino mi provoca un desiderio fortissimo di fare un bagno nell’olio di argan e mangiare un chilo di pastone iperproteico della marca “Il risveglio del Buddha”. Osservo gli anelli che espone in vendita: sono fatti di metalli importati dalla terza luna di Saturno e ciascuno ha una sua storia, possiede un’energia diversa e soprattutto tutti sono utilissimi per grattare via la striscia argentata dei gratta e vinci.

Ben, fai di me quello che vuoi! Vendimi un bongo fatto con pelle di renna vegana biodegradabile non inquinante! Un televisore schermo piatto a quaranta pollici in cui le immagini le devi fare tu con le ombre cinesi mentre gli altri guardano! Un diffusore d’incenso che non consuma elettricità perché l’incenso, eco-responsabilmente, salta giù da solo!

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(il meraviglioso Ben, dal vivo e in foto: si assomiglia)

Sono conquistato: ancora pochi minuti e mi ritrovo a trangugiare marmellata bio di arance alla curcuma, spalmarmi le mani di unguenti al profumo di rosa e sto per comprare a soli 40 euro una crema di radici che dovrebbe curare l’artrosi, ma la Babs mi trattiene con la motivazione pretestuosa che non ho mai avuto problemi d’artrosi in vita mia.

Per consolarmi, mi metto ad assaggiare sistematicamente tutti i vini e i formaggi negli stand alimentari, pure allo stand italiano con l’olio pugliese e i pecorini sardi.

Troppo presto arriva il momento di tornare a casa. Lancio un ultimo, languido sguardo a un sapone agli aromi naturali di ginestra muschiata che idrata la pelle, cura le verruche, fa crescere i capelli e le unghie più forti, migliora la tenuta dei pneumatici sotto la pioggia e allunga la durata delle puntate più belle delle tue serie tv preferite… e addio, fino al prossimo anno.

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