DEI TORI E DEI SUINI

Magaluf-11

Non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta: finalmente! Siamo arrivati anche noi a Magaluf! L’Eldorado! La Terra Promessa! Lo Shangri-là! Un autentico Paese dei Balocchi in cui ci aspetta una falange allegra e compatta d’inglesi ubriachi, grassi e moderatamente pericolosi; i più brillanti dei quali sono arrivati alla licenza media con tante lacrime e sangue (dei professori).

È bellissimo!!! Insomma… ehm, con alcune precisazioni. Mi spiego.

Per chi non fosse al corrente, Magaluf è un ridente villaggio dell’isola di Maiorca, nelle Baleari. Fino a qualche decennio fa, mi dicono, era anche un posto molto tranquillo, graziato da uno scenario naturale eccezionale anche per gli standard già molto alti delle isole del Mediterraneo.

Un bel giorno, narra la leggenda, il padrone di un’agenzia di viaggi di Birmingham si rese conto che gli elementi meno raffinati della curva dell’Aston Villa avevano esaurito tutti gli spazi disponibili della penisola iberica in cui andare in estate a demolire le proprie ossa e cellule cerebrali, nonché una discreta quantità di beni mobili e immobili.

Come fare?

Ogni angolo libero della costa peninsulare era già sfruttato al massimo; Ibiza era occupata dalla numerosa famiglia di Sandy Marton e a Formentera si erano accampati due milioni di milanesi, hinterland compreso, che facevano lo sciopero dell’aperitivo per protestare contro il caro-ombrelloni.

A quel punto, l’intraprendente uomo d’affari si mise alla ricerca di spazi vergini e inesplorati; e capitò in quel piccolo paradiso abbandonato che era Magaluf.

Fast-forward ai giorni nostri e…

https://www.youtube.com/watch?v=2cQX_Jb044A

Ogni estate a Maiorca atterrano in media cinque voli al giorno dalla Gran Bretagna; voli, da da sé, che guadagnano più con i drink venduti a bordo che con il valore dei biglietti; e riversano la crème de la crème in questo paesino che è grande come Camogli e nel giro di tre mesi vede un consumo d’alcol e droghe equivalente a quello di un paese di dieci milioni di abitanti che sono tutti Keith Richards (clonato dieci milioni di volte).

In questo caso però i nostri malcapitati, una volta in preda al delirio e alle visioni indotti dagli eccessi, non scriveranno un fantastico riff di chitarra tipo Brown Sugar o Honky Tonk Women; ma faranno una delle seguenti cose:

  1. denudarsi e correre per strada
  2. denudarsi e vomitare per strada
  3. denudarsi e vomitare correndo per strada

finendo, di solito privi di coscienza, in posizione fetale sul marciapiede per un periodo di 24-36 ore.

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Naturalmente non si può non andare a vedere un posto così! Perché è vero che passare una vacanza a Magaluf è come un po’ violare da soli i propri diritti umani, ma passarci una serata è un’esperienza al tempo stesso esilarante e istruttiva, uno studio sociologico, psicologico e anche un po’ psichiatrico. Se poi vuole il caso che ti trovi a pochi chilometri da lì, come non approfittarne?

Almeno così la penso io; la Babsie è un po’ meno convinta, ma alla fine cede alla mia persuasione, fatta di argomenti razionali, pianto isterico e strappamento dei capelli. E così finisce che convinciamo i nostri amici maiorchini ad accompagnarci nella tana dei probito.

Iniziamo a camminare per la strada principale di Magaluf.

La prima impressione è che ci siano solo pub (dove andare a bere fino a non ricordarsi come fai di nome), discoteche (dove andare a ballare quando sei così ubriaco da vincere la tua naturale riluttanza British), negozi di tatuaggi (dove andare a farsi scrivere “VIVA LA…” in fronte dopo che hai continuato a bere in discoteca) e fast food (dove andare a sfogare la fame chimica durante un intermezzo fra le tappe precedenti).

Evitando con destrezza gli energumeni ubriachi, le pozze di vomito e l’occasionale bottiglia volante, arriviamo fino in fondo alla strada e ci rendiamo conto che in effetti è tutta così.

A essere veramente onesti, non sono solo inglesi i possessori dei colli taurini e delle cosce suine che affollano lo struscio notturno; c’è anche qualche est-europeo come sempre in tragico ritardo su tutto e perfino qualche ventenne della provincia italiana che aspira, dopo tanti tentativi falliti, a perdere la verginità.

Ma insomma, questi ultimi sono solo turisti: gli inglesi invece sono a casa propria, questo è un piccolo fazzoletto di Essex asportato e trapiantato.

Ci facciamo lo struscio avanti e indietro, in cerca di un locale dove fermarci a bere qualcosa; uno di noi ha la malaugurata idea di dire: “Scegliamo un posto che non sembri troppo una grossa inchiappettata per turisti ubriachi”, il che elimina praticamente tutti i bar in città.

Ci sarebbe anche da dire che essendo inizio ottobre, Magaluf è più tranquilla di come l’avremmo trovata qualche settimana prima, in alta stagione; c’è abbastanza gente da affollare tutti i locali, ma per strada si riesce a camminare facilmente: a differenza, ci dicono gli amici di Maiorca, di luglio e agosto, quando la via è un muro umano odorante di sudore e cattivo alcol. Non manchiamo comunque d’incappare nel classico esemplare di “morto apparente”, un tizio accasciato per terra e buttato in avanti, come se volesse scrutare attentamente i microbi al suolo; solo che ha gli occhi chiusi ed è completamente incosciente.

Finalmente decidiamo che, fregatura o meno, bisogna sedersi a bere qualcosa. Ci sediamo a un tavolino per strada, così da poter bene osservare quel che succede intorno.

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Arriva una ragazza-hooligan di cento chili che sembra volerci spaccare la faccia; invece è la cameriera e ci chiede cosa vogliamo ordinare; di fronte all’entrata, un’altra ragazza seminuda si getta sui passanti come fossero tutti suoi vecchi amici; la osserviamo letteralmente caricarsi sulla schiena un uomo che è il doppio di lei e portarlo di peso (giuro) all’interno del locale.

Ordiniamo birre, qualcuno opta per una coca o un succo. Tutto arriva, e come ci aspettavamo è abbondantemente sgasato e annacquato. Meglio così! È questa l’autentica Magaluf experience! Non vieni mica qui per bere del vino buono o una birra artigianale!

La ragazza seminuda all’ingresso intanto carica un altro uomo sulla schiena e porta dentro anche lui. La cameriera passa a chiedere se vogliamo un altro giro ma le facce al tavolo intorno a me mi lanciano sguardi infuocati: ordina un’altra birra e ti carichiamo direttamente sulle spalle della tipa. Rinuncio.

È l’ora di abbandonare questo paese delle meraviglie e tornare alla grigia esistenza quotidiana. Riprendiamo la strada della macchina.

Passando davanti a un locale nella zona più triste e solitaria della città, quella semideserta in questa bassa stagione, una ragazza con perfetto accento cockney ci propone di entrare in una discoteca dove a occhio e croce l’ultimo cliente l’hanno visto nel 2012. Rifiutiamo gentilmente.

“Ah, mi sa proprio che non siete inglesi, allora!”, dice mentre ci allontaniamo.

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