IL DIAVOLO E IL CARAVAGGIO

download

L’altra sera, finalmente, ho colmato una grave lacuna nella mia vita e ho passato due ore meravigliose insieme a Nick Cave (e ad altre seimila persone). Ma fermi un attimo! Torniamo indietro di poco più di una ventina d’anni.

C’è un pezzo di Nick Cave del 1994 che s’intitola Red Right Hand. E fin qui niente di strano. Ma se cito quella canzone, un motivo c’è. Ed è questo: che Red Right Hand mi è sempre sembrata un esempio da manuale della proverbiale capacità del buon vecchio Nick di giocare al Diavolo. Vi spiegherò tra un attimo cosa intendo, ma se non conoscete il pezzo, vale la pena di andare ad ascoltarlo (e guardarne il video):

https://www.youtube.com/watch?v=RrxePKps87k

Per essere un artista i cui testi citano molto più spesso Dio e gli angeli che il demonio (anche se lo fanno in maniera poco convenzionale, coltivando sempre l’arte del dubbio e una visione dualistica delle cose), parrebbe strano pensare che Cave possa emanare tutto quest’odore di zolfo. Ma in fondo di strano non c’è nulla, perché non era Lucifero stesso un angelo caduto? E lasciamo pure stare le parole e i testi; guardatelo, Nick: sono la sua voce, che arriva dal sottosuolo; il suo sguardo, nero e profondo come un pozzo senza fine; e la sua figura, snella e dinoccolata, che evocano il Demonio.

Che Nick Cave abbia sempre gigioneggiato (“ci abbia un po’ fatto dentro”, come si diceva nei pomeriggi nebbiosi delle campagne pavesi ai miei tempi) con quest’idea di impersonare un satanasso è innegabile; essendo poi lui un artista immenso e un genio nella costruzione dei personaggi, la cosa gli è riuscita anche molto bene.

Però, però…

… ebbene, c’è sempre stato qualcosa che per me è rimasto poco chiaro, in questo suo interpretare un alter ego diabolico. Qualcosa che ha a che fare con la contrapposizione fra l’interpretare e l’essere. Anche qui mi spiego con un esempio, che è più facile.

C’è un pezzo dei Cure che s’intitola Pornography. È un vecchio pezzo dell’82, di un’epoca in cui la band toccava un vertice assoluto sul piano artistico mentre i suoi membri, in quanto individui, toccavano il punto più basso delle proprie vite sul piano personale (forse le due cose sono collegate, come ci piace romanticamente pensare di tanti artisti).

Ecco, Robert Smith dei Cure non ha mai giocato a interpretare il diavolo; tra l’altro, nonostante tutti i soldi che spendeva e tutt’ora spende in trucco, non ne avrebbe proprio l’aspetto. Un diavolo cicciottello, non si è mai visto! Poco importa; anche perché in realtà, con Pornography, i Cure fanno di meglio che interpretare il personaggio diabolico: ti schiudono le bocche dell’inferno, ti spingono a infilarci la testa e ti tengono lì per il tempo sufficiente a dare una bella occhiata, lunga e dolorosa, a quel che sta là dentro.

Una rivista – non ricordo quale – definì l’album Pornography (stesso titolo della canzone) come “the ultimate fuck-off record”: ovvero, quel disco che concepisci con la determinazione ferrea di spedire un “fanculo definitivo” al mondo. Un’operazione suicida, commercialmente parlando: un disco tetro, angosciante, pieno di sofferenza e di canzoni senza un motivo orecchiabile o un ritornello che resti in testa. Presente quando Guccini cantava “non comprate i miei dischi e sputatemi addosso”? Ecco, quella cosa lì.

Ora vi metto un bel link per ascoltare Pornography (solo la canzone, tranquilli, non tutto il disco). Fateci caso: le voci confuse che introducono il pezzo sono quelle dei dannati, che parlano lingue demoniache, incomprensibili a noi vivi; la musica prende avvio lentamente, è cupa e senza vie d’uscita. La batteria picchia e sprona ad avanzare come Caronte con il remo. Siamo già all’inferno, prima che Robert Smith abbia pronunciato una sillaba: la voce entra in scena dopo più tre minuti. Non è, insomma, un’interpretazione del Diavolo; caso mai, è un prenderci per mano e portarci al suo cospetto:

https://www.youtube.com/watch?v=kCKIS7TVQKs

Insomma: se Nick Cave “fa” il diavolo, Pornography “è” l’inferno. È un miracolo se nessuno dei Cure si sia suicidato in quegli anni. Probabilmente li hanno salvati la birra e il calcio, di cui erano tutti appassionati.

Ecco le cose che pensavo. E badate, non è un giudizio: parlo da persona che adora Nick Cave, che ha tutti i suoi dischi, letto le sue biografie… ecc ecc. E poi Nick Cave era messo peggio dei Cure: era un eroinomane bello e buono. Qui insomma non si parla della persona, né si fa la mitologia (odiosa) del “artista tanto più grande quanto più è infelice e sbandato”. Voglio dire, Shakespeare era un signore benestante e rispettabile, abile imprenditore, veniva dalla campagna e si godeva la sua agiatezza. Eppure ha scritto Macbeth, che è la Pornography del teatro d’inizio XVII Secolo.

E non parliamo nemmeno di “verità nell’arte”, un altro concetto che non dice nulla e che probabilmente non ha senso.

Caso mai, si parla di efficacia. Io quando guardo un attore in scena non penso che sia veramente Romeo (o Giulietta); non mi sfugge che calato il sipario, andrà a farsi una pizza col resto della compagnia, pensando alla rata del mutuo o a cosa ha fatto la Fiorentina col Bologna (il famoso derby dell’Appennino). L’importante è che finché lui sta in scena, io gli creda.

Ecco, io pur amando Nick Cave, mi sentivo un po’ come quegli amanti che sanno di essere traditi ma fanno finta di niente, perché in fondo il tuo partner libertino/a ti regala comunque momenti di eccezionale felicità (o quanto meno prestazioni sessuali indimenticabili).

images

Due anni fa, come sanno i bene informati, Nick Cave ha perso un figlio, morto in un incidente assurdo. L’anno scorso è apparso il suo disco Skeleton Tree. Che non è propriamente nato da quella tragedia (gran parte del materiale era già stato scritto) ma sembra risentirne fortemente, nella realizzazione e nell’interpretazione. È un disco fra i più oscuri e intimisti che Cave abbia mai pubblicato, ed è meraviglioso. Il genere di lavoro che t’immagini vada suonato a tarda notte nel retro di una piccola taverna, di fronte a pochi spettatori assorti, le facce appena schiarite da una luce gialla e fioca; lì, in quella sorta di quadro caravaggesco, Nick potrà inscenare il suo proverbiale “gioco del Diavolo.”

Invece il mio biglietto diceva: “Nick Cave – Le Zénith”.

Orrore! Lo Zénith è una roba tipo palazzetto dello sport. Sarei andato a trovare il vecchio Nick insieme ad altre seimila persone circa. Come se il tuo famoso amante di cui sopra ti desse appuntamento, sì, ma a una cena di vecchi compagni di classe, dove prende posto al capo opposto della tavolata; così vicino, così lontano.

Poi c’è che è la prima volta che vado a vedere Nick Cave, e questa è colpa mia. Ho un ritardo criminale. Non sono giustificabile. Lasciamo pure perdere gli anni Ottanta, in cui oggettivamente non l’avrei apprezzato per ragioni anagrafiche. Ma perché non sono andato a vederlo negli anni Novanta, dopo quel lavoro magnifico che fu Let Love In? o dopo le sue Murder Ballads? Mistero. Sono un pazzo.

Meglio tardi che mai, d’accordo. Ma ora me lo becco nel palazzetto dello sport, e insomma qualche dubbio ce l’ho. Quel che non ho, è la scelta. Così sia.

Preso posto molto presto di fronte ai cancelli (perché voglio poterlo riconoscere, quel mio vecchio amante là sul palco), atteso pazientemente mentre il sole pomeridiano scende sempre più giù, arriva finalmente al momento in cui le luci di sala si spengono…

… e ogni dubbio scompare. Come ha mai potuto esistere, tale dubbio?

Non sono i testi, né i vestiti o le mosse; non è nemmeno la coscienza della sofferenza di cui è intriso quel disco dello scorso anno, che esegue quasi integralmente dal vivo.

È semplicemente lui: Nick, sessantenne, stempiatissimo, sudato. Prende il microfono, apre la bocca e convoca un sabba con tutte le streghe. È arte, è genio, è interpretazione, è quello che deve essere.

Non bisogna confinarlo al retro male illuminato di una taverna, perché la sua aura riempie il palazzetto e va oltre. La sua anima resta punk e nera e vibra, facendo vibrare tutti insieme a lei.

La musica più recente e più sotterranea vive perfettamente a fianco dei vecchi pezzi più stralunati, da From Her to Eternity a Tupelo. A proposito di Tupelo: chi, se non il Diavolo, poteva realizzare questo “film noir in musica” in cui una storica alluvione degli anni Trenta, il lato più tragico del mito di Elvis Presley e l’Apocalisse di Giovanni si abbracciano in un’armonia perversa? Sentirlo cantare quei versi… ecco, artista, ti ho creduto: sei Romeo, sei Macbeth. Sei Belzebù.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in musica e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a IL DIAVOLO E IL CARAVAGGIO

  1. pulsartist ha detto:

    Complimenti per l’articolo e per la “materia” scelta. Nick… o diavolo o angelo ha comunque a che fare con altri mondi. E’ da sempre dentro un suo cerchio e naviga lì e quando esce fuori (nei concerti o tra le pareti di casa) vieni magnetizzato dentro la sua indiscutibile bellezza espressiva, è un ricercato di bellezza e ha variato in tutta la sua carriera da devastato a bastardo, da angelo innamorato a poeta etereo.

  2. pulsartist ha detto:

    Pornography dei Cure e tutto il lavoro dei Cure… è altro mondo anche quello, è bello saperli altrove, soli con la loro espressione pura e lontani dal fare musica senz’anima.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...