C’E’ UN TEMPO PER TUTTO

concert

L’altro giorno, o forse qualche mese fa, per ben la seconda volta nel giro di pochi anni, il mio amico Ale ha buttato lì un commento come se niente fosse, non rendendosi conto di sganciare una bomba all’idrogeno e aprire un pozzo buio e senza fondo di ricordi e paranoie, di quelli in cui un povero sprovveduto come me viene subito risucchiato senza rimedio con conseguenti scompiglio, tormento e subbuglio interiore. Volete sapere qual era il commento disinvolto di Ale? Ve lo dico.

Si parlava di una band degli anni Novanta e Ale ha detto: “Quelli li vidi dal vivo… nel periodo giusto.”

Ah, lo so, non ditemi niente!

Certamente capiterà spesso anche a voi d’interrogarvi sulla questione profondamente esistenziale del periodo giusto in cui amare una band. Perché badate bene: viviamo in un mondo libero; nulla c’impedisce di amare una band o un musicista in qualunque momento. Ma sappiamo bene c’è una sola epoca, una sola!, in cui è perfetto farlo.

Quale sia, questa epoca, dipende: dalla band stessa, dalla storia e in piccola parte anche da noi stessi.

È la convergenza di queste diverse trame a creare la tempesta perfetta.

A me la questione, lo avrete intuito, sta a cuore; non in maniera maniacale, ma insomma ci penso più o meno una mezza dozzina di volte alla settimana.

Qual è ‘sto periodo giusto? Lasciando perdere la nostra prospettiva personale e stando sul generale, è quel momento in cui l’artista o la band…

  • … sta arrivando all’apice del proprio potenziale artistico, ma non l’ha ancora toccato; perché quando tocchi il massimo, in quell’istante stesso inizia la discesa. E noi non vogliamo mica innamorarci di gente in discesa giusto? Pensate scoprire i Duran Duran nel 1989. O i Rolling Stones nel 1975. O Prince nel 1992.
  • … sta avviandosi a raggiungere l’apice della propria fama, ma manca ancora qualcosa. Insomma bisogna coltivare la sensazione di essere fra i primi arrivati. Perché se scopri una band insieme alla massa, è come se ti presentassi quando i fuochi d’artificio sono già iniziati e l’unico punto dove riesci a prendere posto è quello con la visuale coperta da un albero, di fianco alla cacca di cane e al bambino che piange. Il bonus, in questo caso, sta nel poter raccontare (con snobismo dissimulato) di “quando vidi Nick Cave coi Birthday Party nell’82”, sapendo benissimo che nessuno vide Nick Cave coi Birthday Party nell’82.
  • … è rilevante rispetto all’epoca e al contesto in cui esiste; ovvero, è figlio del proprio tempo, ti fa sentire partecipe di qualcosa di vivo e in movimento. Perché non c’è nulla di male ad ascoltare be bop o rock & roll al giorno d’oggi. Però se la musica pop è espressione di una cultura generazionale, fate attenzione a non ritrovarvi a litigare con il babbo sulla lunghezza dei capelli. Con voi che gli rimproverate di portarli troppo lunghi.

Okay, facciamo un esempio.

Beatles

(presente?)

Presente i Beatles? I quattro ragazzi di Liverpool. Sì, loro.

Cominciamo dalla ‘scoperta’.

Il periodo migliore per scoprire i Beatles è forse fra il ’59 e il ’61, quello dei concerti al mitico (l’aggettivo è d’obbligo) Cavern di Liverpool o magari addirittura ad Amburgo, che fa ancora più figo. Con Pete Best alla batteria. Con Stu Sutcliffe. Prima ancora della pubblicazione di Love Me Do. Perché? Ma per la sindrome dell’early bird, ovvio.

Chi ha scoperto i Beatles al Cavern o ad Amburgo non mancherà sicuramente di raccontarlo fino allo sfinimento a ogni occasione possibile, diventando immancabilmente l’eroe della serata, quello dagli aneddoti irresistibili, quello che “dai Toni, raccontaci ancora di quando George Harrison all’uscita dal Cavern ti chiese una sigaretta!”

Ma fin lì si tratta di scoprire i Beatles. Se uno li avesse scoperti al Cavern ma poi se li fosse dimenticati e non si fosse comprato Revolver, beh, sarebbe come ritrovarsi seduti in prima fila prima che i fuochi d’artificio comincino… per poi andarsene e perderseli perché nessuno ti ha avvisato che stavano per iniziare. E sentire la gente che fa “oooohhhhh…” dal gabinetto della brasserie in cui sei entrato a bere un’acqua e menta. Che sfigato.

Quindi ‘scoprire’ è una bella cosa. È bello scoprire qualcosa prima di tutti. Ma non è fondamentale. Quel che è fondamentale è esserci al momento giusto.

Questo, per i Beatles, dovrebbe corrispondere ai pochi anni che vanno dall’esplosione planetaria (diciamo dalla conquista dell’America nel ’64?) fino alla fase imperiale di Sgt. Pepper’s (’67). Ovviamente fino alla fine i Beatles sono rimasti i migliori ma se uno non era già a bordo per Revolver e Sgt. Pepper’s… beh, mi spiace… accomodati laggiù… sì, laggiù, fra la cacca di cane e il bambino che piange. Non vedi bene? Peccato.

Andiamo avanti.

E diciamo che in fondo questo dilemma, con i Beatles, non me lo sono mai posto. No, non mi sono mai rammaricato di non avere conosciuto i Beatles quando dominavano il mondo, più di quanto non mi spiaccia, pur essendo un amante degli animali, di non essere stato testimone dell’epoca in cui dominavano i tirannosauri. Che sono un po’ i Beatles del mondo animale: i number one.

Né mi strappo i capelli per non avere visto Hendrix in un pub di Londra, o i Sex Pistols in barca sul Tamigi. O perfino Bowie – sì, il mio fuckin’ Bowie – quella volta che suonò al Friars Aylesbury Club nel settembre 1971 (prima volta con gli Spiders From Mars, che ancora non si chiamavano così).

Perché non mi struggo lacrimosamente per non avere partecipato ai loro momenti giusti? Ma ovvio, perché non esistevo ancora. Che ci posso fare? Non ha senso il rimorso per qualcosa che succedeva prima che fossimo nati. Sarebbe come se mi rammaricassi di non aver marciato a favore dei diritti civili negli anni Sessanta, o di non aver denunciato la persecuzione di Antonio Gramsci.

Avrete capito che qui bisogna passare dal discorso oggettivo all’aspetto personale.

Facciamo un salto a qualche anno dopo.

Per farla breve, gli anni Ottanta li ho vissuti proprio come si deve: da Duraniano, fatto e finito, con tanto di gel nei capelli, poster in camera e perfino un concerto – francamente per andare a vedere i Duran Duran dal vivo bisognava proprio voler loro tanto bene. E io gliene volevo.

DD

(questo è esattamente il poster che avevo in camera. Passavo le ore a decidere quale fra i loro tagli di capelli avrei adottato la prossima volta)

E poi avevo Michael Jackson (non ridete: quello di Thriller e Bad spaccava il mondo) e Bruce Springsteen e Prince. Dai, ce li avevo tutti. Perfino Madonna. Ma andiamo oltre, perché il bello sta per arrivare.

I primi anni Novanta corrispondono ai miei 18-25: quella è l’epoca fondamentale per esserci, musicalmente parlando. È lì che si provocano i traumi, che si aprono ferite mai più sanabili. Che si fa o si disfa una vita.

Ero appena maggiorenne quando esplose il grunge. Ero appena ventenne quando esplose il Britpop.

E mentre tutto esplodeva io c’ero?

Le due situazioni sono ben diverse.

La rilevanza del grunge è fuor di dubbio: fra le bolle di sapone effimere e colorate degli anni Ottanta e l’età d’oro di Internet a fine anni Novanta, quando ancora il web era il futuro radioso e non un luogo d’adescamento per pedofili e un mezzo per vendere la vostra anima a un inserzionista pubblicitario, l’inizio degli anni Novanta fu quel periodo d’inevitabile reflusso in cui si mandava un po’ tutto affanculo.

Purtroppo, per quanto riguarda il grunge, ho paura che la mia posizione sia piuttosto debole.

Vedder

(lo guardai passare senza salire a bordo)

Tutti sapevamo che il grunge stava succedendo, d’accordo; i video dei Nirvana e dei Pearl Jam passavano in continuazione su MTV nel ‘91; chi non sapeva a memoria la melodia di Smells Like Teen Spirit? E chi non sapeva fare il “yeah-yeee-yeaah” di Lithium? E qualche anno dopo il video di Black Hole Sun (pace all’anima sua), quante volte ci ha impressionato?

Sì, va bene. Ma io… io! Io in realtà rimasi a guardare. A guardare in piedi, di fronte al televisore della cucina, attratto dagli occhi spiritati di Eddie Vedder che canta “Jeremy spoke in class today”. “Sdoppiai” su una cassetta un album degli Screaming Trees. Ma non andai oltre. Non ricordo di aver comprato nemmeno uno di quei dischi – non fino a molti anni dopo, quando con i miei stipendi borghesi passai direttamente all’edizione deluxe con lati B, pezzi inediti, le mutande usate del bassista e un pidocchio originale imbalsamato risalente alla scuola elementare frequentata dal figlio del vicino di casa del batterista.

Mi sembrava carino il grunge, tutto quel rumore melodico, quel piano/forte, pulito/sporco, quel look da “oh scusa non ce l’hai mille lire per il biglietto dell’autobus per favore?” Come tutti, facevo head-banging di fronte alla mia birra appena nel pub si diffondeva la voce di Kurt Cobain. Basta? Certo che no.

Confesso che me lo lasciai scorrere addosso il grunge, con pigrizia. Lo guardavo ma non andai verso di lui. E questo, capite, è un fardello che mi porterò dietro per tutta la vita. Compagni di liceo e di università, dove eravate quando avevo bisogno del vostro aiuto?

oasis

(you’d better be there)

Per il Britpop il discorso è diverso e ancora più delicato.

Da ascoltatore di dischi, da lettore di giornaletti musicali e senza pretesa di dire niente di sensato, affermerò che il Britpop arrivò a giocare un ruolo sul piano culturale più generale, ben al di là dei generi musicali, in una maniera che ha alcuni precedenti (ancora più) illustri nella storia della musica pop britannica. Come nella Swingin’ London e nell’epoca di Anarchy in the U.K., fra il ’92 e il ’97 in Gran Bretagna la musica fece più che accompagnare una rivoluzione: contribuì a darle colore e personalità.

Semplificando, mi viene da dire così: che Suede e Blur prima, Oasis e Pulp poi, con la manforte di una caterva di altre band più o meno interessanti, furono tanto artefici del successo travolgente del New Labour quanto Blair stesso e il suo spin doctor Alastair Campbell (detto The Twat). E che quella musica, quella cultura, hanno ridefinito l’immagine della nazione – almeno della sua parte più mediaticamente sexy, visibile ed esportabile.

Quindi, il Britpop si presta più che mai al discorso del “momento giusto”, perché se ascolti il Britpop mentre si afferma, sei al tempo stesso partecipe di un fenomeno cultural-popolare bla bla bla…

E poi il tutto si presta anche al discorso soggettivo nel mio caso, perché negli anni del Britpop avevo quell’età musicalmente perfetta in cui non ti devi ancora vergognare se nelle canzoni cerchi il senso della tua vita. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti? E io, ho fatto quagliare la maionese?

Secondo la vulgata, i Blur hanno inventato il Britpop nel 1992 con Popscene e l’hanno ucciso nel 1997 con il loro album Blur (ma OK Computer dei Radiohead è un altro forte indiziato della strage). Nel ’93, il movimento era decisamente cool e ancora relativamente alternativo (Modern Life… il primo degli Suede), nel ’94 la sua popolarità esplose con Parklife dei Blur e il debutto degli Oasis e il secondo degli Suede. Il ’95 fu l’anno della massificazione del fenomeno, artisticamente ancora vitale (il secondo degli Oasis, Different Class dei Pulp, primo dei Supergrass, Elastica), ma già gravato dai concerti oceanici mentre i tabloid si appropriavano della narrazione di quel mondo. Nel ’96 era diventato una macchina da soldi ma a livello artistico non aveva più idee e nel ’97, mentre Blair entrava a Downing Street, i Blur erano passati ad altro e le Spice Girls si erano appropriate della simbologia del genere, a cominciare dalla Union Jack.

Conquistata infine la dimensione di fenomeno culturale e le pagine dei giornali della domenica, il Britpop come fenomeno musicale era morto e sepolto.

Lasciamo perdere la politica: pro o contro Blair, non è il punto. Il punto è che essere nel Regno Unito in quegli anni e non accorgersi del Britpop e del suo legame con quel senso di rinascita della Gran Bretagna (autentico? ingannevole? poco importa) e di come i politici preferivano incontrare i cantanti piuttosto che i giornalisti (anzi, l’ideale era incontrare cantanti di fronte ai giornalisti) sarebbe come essere a una cena di Natale e chiedersi che cazzo hanno tutti da aprire pacchetti.

Per uno che viveva a Londra in quegli anni, per quanto distratto e svagato come me, era quindi impossibile perdersi. Questa fu la mia fortuna.

Anzi, prima ancora, ci fu Morena che mi consigliò Modern Life Is Rubbish dei Blur. Non esisteva internet per dargli un assaggio prima di decidere, quindi lo comprai a scatola chiusa (’93). Fin dal primo ascolto divenne una delle cose più belle che avessi mai visto o sentito in vita mia.

E ci furono Phil e Ribo, che mi portarono a vedere gli Oasis al Rolling Stone di Milano freschi di primo album, quando Wonderwall era una parola sconosciuta. A ventitré anni di distanza, Phil e Ribo, grazie!

Mamma mia che cos’è scoprire la musica che ami, quando hai vent’anni e quando questa musica sembra che debba cambiare il mondo! È un’esperienza mistica, un’epifania, una cosa che auguro a tutti.

pulp

(Very Uncommon People)

Guidare con la mia Fiat Uno intorno all’Hammersmith roundabout con Common People dei Pulp al massimo del volume mentre sembrava che tutta Londra facesse la stessa cosa, rappresenta l’apice del “io c’ero”.

Domanda.

Abbiamo bisogno dell’auto-validazione del rito di massa per sapere di esistere?

Basta, lasciamola senza risposta, che qui altrimenti si complicano le cose.

Nell’autunno ’94, prendere la District Line per andare all’università (22 fermate, da East Putney a Mile End), quando i sedili luridi e bisunti di quella stessa District Line erano ritratti nell’artwork di Modern Life Is Rubbish e (cosa fondamentale!) quest’ultimo era ancora fresco nelle vetrine dei negozi di dischi, beh, era il massimo. Se ripenso a quel coglione che mi fece l’esame d’inglese per la selezione delle borse Erasmus e mi disse che secondo lui avevo un accento americano! L’avrei colpito con una nice cup of tea sul mento ma era troppo anziano.

MLIR2

(ah, quei sedili…)

I Blur, i Pulp (quel disco, soprattutto), gli Oasis, i primi Radiohead (Britpop-affini, o comunque guitar pop) e qualche altro nome, c’erano. Ci sono. Ce li ho.

Gli Suede li ho avuti, ma a un certo punto è come se avessi battuto le palpebre e perso un pezzo. Ancora una volta registravo in cassetta, ascolticchiavo. Sono certo che li seguissi perché ricordo Morena, durante la lezione di Economia delle Aziende Industriali e Commerciali, che s’incazzava perché la sera prima su MTV avevano passato il video Animal Nitrate e la veejay aveva accennato (ironicamente, secondo Morena) al fatto che fosse una “gay song”. Non toccatele Brett Anderson. Anzi non toccatelo manco a me. Brett, fico!

Comunque, perché mi persi gli Suede per strada? Dopo due album stratosferici uscì Coming Up e non era il momento di abbandonarli, perché c’era la stupenda Trash. Quella che dice “siamo spazzatura, io e te”, ma ovviamente l’intenzione è quella di dire esattamente il contrario, perché quando ti definisci spazzatura in un mondo un po’ malato in realtà tu sei la crème de la crème. Eh, Brett? Vecchio volpone snob! Ma perché non ho fatto come con i Pulp? Perché non ho fatto venti giri dell’Hammersmith roundabout gridando “We’re traaaaaash, you and me”? perché mi sono perso ai tempi di Coming Up? Anni dopo trovai Head Music in un negozio di dischi in Messico e lo comprai e ovviamente mi fece schifo (perché fa schifo) e quindi non mi spinse a tornare agli Suede e per colpa di Head Music non ho scoperto Trash e Coming Up se non di recente, avendo rivisto Brett Anderson più che quarantenne alla Cigale di Montmartre.

suede

(ancora bello)

A inquinare le mie orecchie c’era sempre il fatto che io, fondamentalmente, non capivo una mazza di musica. Senza i preziosi consigli dei miei amici, lasciato a me stesso, prendevo subito la strada sbagliata. Lontano dai commenti di Ribo e Morena sui banchi degli studi, durante i mesi dello scambio Erasmus, sulla mia scrivania, mentre ripassavo Econometria, c’era un cd con José Carreras che cantava arie da West Side Story e dai Pagliacci di Leoncavallo. Presente “riiiiidiiiii pagliaaaacciooooo”? bellissima eh, ma cribbio avrei potuto lasciarmela per i settant’anni e non cambiava niente. E un paio d’anni dopo, mentre facevo il pendolare fra Hammersmith e Wimbledon, nella mia autoradio girava soprattutto London Heart 106.2 FM. Ovvero la crema del soul-pop più sciropposo e commerciale. Quelle canzoni che mia nonna, fosse stata al posto del passeggero, avrebbe detto “niente male questa, piace anche a me!”

Ne sono sicuro, nonna. Il dramma è che sulla stazione accanto stanno dando i Supergrass e io non me ne accorgo. E questo, nonna, è un trauma che a quarant’anni suonati mi porterà ad aprire un blog per scrivere minchiate inutili ma lunghissime indirizzate al mondo intero.

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2 risposte a C’E’ UN TEMPO PER TUTTO

  1. Cristina Moioli ha detto:

    Che bello leggerti.. sopratutto adesso che finalmente mi hanno regalato un giradischi per il mio compleanno.. niente di che per cominciare … ma la cosa bella è stata questo w.e. andare in un negozio di usato e spulciare nei dischi tanti tantissimi usati… E portarseli a casa come se mi avessero regalato un bracciale di cartier. Io e mio marito ci siamo divertiti un mondo.
    E poi noto che io e te abbiamo circa la stessa età… e la stessa passione Duran duran… i famosi anni 80 la musica migliore. Ecco non ho trovato un vinile dei Duran Duran ma mi sono portata a casa uno degli spandau .. costava veramente poco… anche se io sono sempre stata più Duran Duran che spandau.
    Grazie comunque di farmi scoprire nuove cose sulla musica perchè sono molto ignorante in merito…. Ma mi piace questa mia nuova passione.

    • alidimepu ha detto:

      Anche io, pur da Duraniano, ho dato spazio anche agli Spandau. Il bello è che, come dire, non devono essere gelosi, noi abbiamo abbastanza affetto per entrambi! E goditi il giradischi 🙂

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