AMORE BIZZARRO

Prince - 1980S

“I can’t fucking breathe right now” disse Questlove.

Questlove è un musicista americano. Uno dei più brillanti, a mio parere. Come la band con cui ha fatto cose meravigliose, i Roots. E non lo dico solo perché fa molto figo amare i Roots, davvero. Insomma quel che poco più di un anno fa lasciò Questlove con il fiato mozzato fu sapere che Prince era stato trovato morto stecchito dentro un ascensore. Non è che te la saresti aspettata, da lui, una reazione così drammatica: anzi in passato Questlove aveva preso in giro Prince, e neanche troppo alla leggera, per le sue disastrose esperienze con rap e hip hop – cose di cui Prince, diciamolo, non ci ha mai capito niente. Ma che, in quanto nero, deve aver sentito il bisogno di frequentare. “Quando Prince fa rap, mi ricorda i candidati Repubblicani settantenni e ricchi sfondati che vanno nei quartieri neri e poveri a stringere la mano a un po’ di gente davanti alle telecamere… è opportunismo, pubblicità.”

Io non penso che fosse opportunismo; Prince probabilmente era talmente megalomane da non sentire di dover ricorrere all’opportunismo. Credo che pensasse davvero di doversi confrontare con quei generi musicali da “nero”, per dimostrare che lui sapeva/poteva fare tutto. Peccato che non fosse vero. “My name is Prince / and I am funky” va per forza annoverata fra le cinque frasi più stupide e imbarazzanti mai pronunciate da un essere umano.

Fatto sta che Questlove lo prese in giro ben bene, salvo poi aggiungere che “anche se Prince non sa fare l’hip hop, tutti ma proprio tutti gli artisti hip hop, da Public Enemy a 2pac fino a Notorius B.I.G., hanno imparato qualcosa da lui. O l’hanno direttamente campionato. Il modo in cui Prince usava la drum machine nel 1982 è stato ripreso dall’hip hop dieci anni dopo”, dice Questlove. Che quindi perdona a Prince il peccato veniale da candidato parruccone dei Repubblicani e ne ammira il genio. Fino a dire, nel sapere che Prince è morto: “I can’t fucking breathe right now.”

Non è mica facile spiegare, a colui che non si nutre emotivamente con l’arte, perché ci si può legare a un artista e soffrire personalmente per la sua scomparsa. Bowie, Prince, Chris Cornell. Per me pure Scott Weiland, e anni fa Mark Linkous. Per altri Lemmy e Cohen. O magari John Lennon o Chuck Berry. O un attore, o un pittore.

Non c’entrano nulla la dimensione personale dell’artista o le sue qualità umane. Del resto nemmeno il fatto che negli ultimi anni Prince si fosse messo a fare porta a porta coi testimoni di Geova per le strade di Chanhassen, Minnesota (ci sono testimonianze di gente che la domenica mattina apre la porta e si trova davanti Prince che cerca di convertirli – riuscite a pensare a una cosa peggiore che vi possa capitare la domenica mattina?) arriva a regalare a Prince una parvenza di umanità; caso mai conferma quel che tutti sappiamo: cioè che era un pazzo psicotico. Capace d’iniziative benefiche a Minneapolis di cui non ha mai parlato coi giornali, certo, come di andare a fare shopping nel negozio di dischi del quartiere (che ora, morto Prince, certamente fallirà) ma pur sempre un pazzo psicotico. Non uno con cui sarei voluto andare a cena, ecco. Neanche Bowie se è per questo era una persona con cui sarei andato volentieri a cena. Robert Smith dei Cure invece sì, orsacchiotto!

Ma in fondo io Prince non l’ho mai capito.

Credo che fosse veramente interessato, hip hop a parte, alla questione razziale. Che oggi l’America ha deciso di seppellire sotto il tappeto eleggendo un presidente per cui neri e poveri devono essere tipo zanzare da schiacciare. Se poi si è neri e poveri insieme, lascia perdere. No, Prince non aveva il talento lirico di un Kendrick Lamar, per dire, quindi suonava un po’ goffo quando cantava “Qualcuno ci sente pregare per Michael Brown e Freddy Gray?”, riferendosi a due giovani neri uccisi dalla polizia come tanti altri loro coetanei e compagni di razza. È anche vero che in Baltimore, il pezzo in cui canta quella frase, poi dice anche: “La pace è più che assenza della guerra.” Dai, non è male. Ci ridiamo sopra perché l’ha detta Prince, ma se l’avesse detta, che so, Derrida, chissà. Comunque ascoltate The Blacker the Berry di Kendrick e poi saprete come si scrive un pezzo sulla condizione dei neri d’America negli anni Dieci (di questo secolo).

Un’altra cosa in cui credo è l’importanza della mescolanza etnica e di genere (compreso l’orientamento sessuale) che ha sempre regnato all’interno delle band di Prince: uomini e donne, bianchi e neri, etero e gay. In tutte le possibili combinazioni. Non so bene perché, ma sento che conta. Che alla fine, di riffa o di raffa, questa mescolanza viene distillata e la ritrovi nella musica. Come quando in Sign “O” the Times passi da un pezzo blues a uno gospel, dal pop elettronico al rockabilly. Di nuovo: chissà.

L’anno scorso per me è stato uno di quegli anni… come un amante della musica classica che nel giro di quattro mesi vede scomparire Mozart e Beethoven. Anzi, prima Beethoven e poi Mozart (perché Bowie è chiaramente un Beethoven, mentre Prince è sicuramente un Mozart).

Ma torniamo al fatto che Prince non l’ho mai capito. Dico sul serio.

Una star più sfuggente, indecifrabile e gelosa della sua dimensione personale non esiste. Un mistero. La sua voce mi è tanto familiare quando canta quanto mi suona quasi sconosciuta quando parla. Perché un’intervista di Prince è come il passaggio della cometa di Halley la notte durante un’eclissi totale di Luna mentre muore un Papa.

Lo scorso anno, guardando su internet le immagini di quella reggia da film genere horror/fantascienza che è Paisley Park, il suo regno-studio di registrazione nel Minnesota, mi rendevo conto di quanto poco si sappia di lui, al di fuori del Prince performer, insomma del musicista.

Eppure, contraddizione delle contraddizioni, Paisley Park era in realtà tutt’altro che un covo segreto; anzi, Prince ci teneva regolarmente concerti, e del tipo più onesto e semplice che si possa immaginare: prezzi politici (a volte anche solo dieci simbolici dollari), di fatto rivolti soltanto alla popolazione locale, perché i biglietti non erano venduti su internet ma all’entrata, mettendosi in coda alla cassa come al cinema Astoria di Milano (oggi è diventato un porno). Mamme e bambini di Minneapolis riuscivano così a vedere Prince in un concerto per cento persone al massimo, a pochi metri di distanza, e magari fare un tour dei suoi studi di registrazione privati. Non è un modo di dire: ho letto reportage di giornalisti presenti al concerto che avevano incontrato mamma e figlio in questione, raccogliendo storie tipo “io faccio la cassiera in un supermercato a Minneapolis, volevo far sentire a mio figlio l’artista con cui ho passato l’adolescenza”.

Roba che ti sogni, anche con quei simpaticoni affabili di Springsteen e compagnia.

Poi certo, siccome abbiamo detto che Prince era un pazzo psicotico, ai concerti di Paisley Park si poteva bere solo acqua o succo di frutta (sicuramente senza zuccheri aggiunti), perché va bene bombarsi di oppiacei antidolorifici, ma guai a bere una birra o a esagerare con gli zuccheri. Prince, dammi retta, era meglio se ti facevi una bottiglia di Montepulciano ogni tanto.

Ma Prince era un “figlio autentico” del Minnesota. Non è mai andato a vivere a Los Angeles o New York o in qualche altro posto che avesse più senso. È rimasto nella neve, lui coi suoi miliardi, a sciropparsi gl’inverni a meno trenta in quell’angolo di tundra nel nord degli Stati Uniti in cui t’immagini debba vivere lo yeti.

Anche in concerto era una delle rockstar più abbordabili. Ogni volta che l’ho visto dal vivo è finita infallibilmente nel bordello totale, saltavano le marcature, tirava sul palco un po’ di gente a caso dalle prime file invitandoli a ballare e cantare con lui, gomito a gomito, altro che bodyguard e paura degli stalker.

Come quella sera al Forum di Assago nel 2010, in cui a un certo punto un milanese in giacca e cravatta (come si fa a andare a un concerto rock in giacca e cravatta? solo a Milano. Ma dico, anche se stai andandoci direttamente dall’ufficio, cambiati prima di uscire! Entra nei bagni in giacca e cravatta ed escine in jeans e maglietta, no? O cambiati nel parcheggio, regala la cravatta alla Caritas, insomma fai qualcosa!)… allora, dicevo di questo milanese in giacca e cravatta sul palco del Forum, a lato di Prince, che stringe il microfono cantando A Love Bizarre. E poi c’è quella volta al Palatrussardi che Prince mette dieci persone in fila sul palco e cerca d’insegnare loro una coreografia (mentre noi ci strappiamo i capelli nel vedere così stupidamente sprecati preziosi minuti di concerto).

Per essere così vicino (anche fisicamente) al suo pubblico, Prince è stato in compenso di una stitichezza da primato olimpico con i media. Nello show, era tutto per noi. Ma cosa faceva il sabato sera, quando non suonava? Forse non lo sapeva neanche la sua mamma.

Insomma Prince è uno che facevi meglio a lasciar stare le curiosità collaterali e prenderlo solo come artista, per quello che era.

Il che mi è sempre caduto a fagiolo perché l’unica cosa che m’interessava e m’interessa, di Prince, sta tutta racchiusa in quei pezzi rotondi di plastica che il mio stereo ha sempre saputo decifrare benissimo. I dischi. Quelli, e il lavoro che ci stava dietro. Se preferisse la pancetta o la mortadella non me ne è mai fregato nulla.

E quei dischi, quel lavoro, per me è l’opera di Mozart. Un Mozart del rock, via. Per me Prince è sempre stato quello. Almeno per come vedo Mozart, nel mio immaginario ignorante: come il prodigio istintivo che ancora bambino incanta la corte senza neanche rendersi conto della sua bravura. Questo era Prince: il genio leggero, spontaneo e incontenibile; il talento puro, straripante, privo d’intellettualizzazione, quasi infantile. Uno che non sa un granché del mondo che lo circonda, e neanche si sforza di saperlo. Prende in mano uno strumento, uno qualunque, e lo suona come un Dio. Per me Prince era uno che se scoreggiava, la sparava in Fa maggiore settima più.

Non scriveva solo di donne e bagordi, ma quando scriveva di donne e bagordi era un fenomeno. E secondo me, abbiamo tutti sottovalutato l’importanza di cantare cose tipo “un corpo come il tuo dovrebbe stare in carcere, perché è sulla soglia dell’oscenità”.

Perché io non capisco niente di cultura nera, ma insomma non ho mai potuto fare a meno di pensare che anche se la “negritudine” di Prince non sia mai stata particolarmente discussa, fosse importante. E in questa cultura da ragazzo afroamericano figlio di padre jazzista di colore, cresciuto in una città grande ma provinciale come Minneapolis, che non è proprio una perla del Rinascimento, secondo me la sensualità e la fisicità hanno un senso diverso.

Quale senso, non saprei dirlo con esattezza.

A costo di fare una caricatura, e sapendo che sto per entrare in una di quelle frasi che a metà ti rendi conto che era meglio stare zitto, dirò che in qualche modo quella seguita da Prince attraverso i suoi testi è la strada attraverso cui passa una sorta di riscatto, di bisogno di espressione individuale, di affermazione di un’identità culturale e (perché no?) razziale. Tanto funk, tanto R&B, tanta disco, a ben vedere, parlano anche di questo. James Brown per esempio. Pensate se Sex Machine l’avessero cantata gli Eagles.

Oddio, direte, che cavolo ne so io, bianco europeo che preferisce il single malt scozzese torbato, di cose di rocker neri. Però non sopravvalutiamo le barriere culturali. Possiamo sforzarci di capire anche noi. In fondo i due musicisti che suonavano con Hendrix (dandogli la ritmica! la ritmica, dico!) erano bianchi come il cotone.

E comunque, quatto quatto, Prince ogni tanto parlava anche di AIDS, di guerra, di dipendenza dal crack, di emarginazione e di razzismo. A modo sempre un po’ suo, certo… ogni tanto prendeva le difese della madre single di colore che vive nel ghetto e non riesce a tirare su i figli perché l’America capitalista ha tagliato le spese sociali, e poi era capace di gioire dell’elezione di Reagan. Denunciava la persecuzione degli afroamericani ma non mi avrebbe stupito, fosse rimasto in vita, se avesse votato Trump. Sarebbe stato assolutamente coerente con il personaggio.

Ripeto, cosa avesse in testa non l’ho mai capito e ho rinunciato da tanto tempo a capirlo.

Quasi da subito. Quanto subito?

Non mi ricordo di 1999 (il disco che uscì nel 1982). Sinceramente ero troppo piccolo, dai. Io a quelli che dicono “a sette anni vidi i Velvet Underground dal vivo in un bordello di Caracas e la mia vita cambiò” non ci credo. Ricordo quando uscì Purple Rain nell’84 anche se i miei gusti erano ancora acerbi. Ero fermo ai Duran e agli Spandau (ci sono rimasto, in parte). Ricordo che i giornali parlavano di Prince con l’ignoranza e la pigrizia di sempre, quelle con cui affrontano qualunque argomento; montavano tutta questa minchiata dell’anti-Michael Jackson, perché poco prima Thriller aveva conquistato la Terra e, si dice, alcuni fra i pianeti meno distanti.

A proposito. Che Prince e Jackson fossero rivali, non c’è dubbio: come rivaleggiano due giganti che al tempo stesso si stimano reciprocamente e non hanno altro che ammirazione per il talento dell’altro. Almeno guardando le cose dal lato di Prince, non c’è dubbio: le volte che ha interpretato pezzi di Jackson dal vivo non si contano. E uno non rovinerebbe mica il suo concerto infilandoci di proposito musica di merda no?

Come i Beatles e gli Stones. Rivali? Ma mi faccia il piacere! I Beatles hanno fatto di tutto per aiutare Jagger e Richards. Hanno scritto musica per loro, li hanno aiutati a trovare il manager che li ha lanciati, li hanno raccomandati. I Beatles e gli Stones si amavano, si frequentavano, si studiavano reciprocamente per imparare, basta con le panzane.

E Prince amava Jackson. Certo poi Michael ha cominciato a sbiadire e le loro strade si sono separate.

Quindi torniamo a noi. Nell’84 uscì Purple Rain ma onestamente non riuscii a rendermene troppo conto. Nell’85 invece, Paisley Park e Raspberry Beret andavano su Radio Deejay e ricordo distintamente che cominciai a pensare “fico!” Nell’86 Kiss, Girls & Boys e Mountains erano tormentoni e a quel punto canticchiavo e ballicchiavo quando lo sentivo alla radio.

Poi nell’87 uscì Sign “O” the Times e finalmente m’innamorai.

Mi ricordo ancora che in quegli anni post-paninari a Pavia si era creato questo gruppo ibrido fra il liceo classico e lo scientifico. Io ero dal lato dello scientifico (una delle tante scelte nella mia vita che francamente non sono mai riuscito a spiegarmi). Uno amico del classico, tale Nicola, cominciò a passarmi, su mia richiesta, tutti gli album di Prince. Me li registrava in una cassetta; diciamo. O forse me li prestava e li registravo io. Mmhhh. Non sono sicuro. Memoria debole. Manca fosforo. Poco grave, quel che conta è che mano a mano che ascoltavo i dischi e mi piacevano, li compravo. Riempivo le lacune nel mio passato di bambino dell’hinterland milanese incapace di apprezzare uno gnomo nero androgino che si divertiva a tenere concerti in perizoma e reggicalze.

Imparavo che sapeva usare una chitarra o un basso come i migliori specialisti, quelli che dedicano tutta la vita a perfezionare l’arte di quell’unico strumento e lo fanno come dei maestri: lui però ne suonava tanti altri, si registrava i dischi da solo incidendo uno strumento per volta, uno dopo l’altro, per poi sovrapporre le tracce in una canzone. E componeva, cantava, ballava, si produceva i dischi.

Nell’88 uscì Lovesexy e finalmente lo comprai come si deve: andando al negozio quando esce, e non anni dopo, quando lo conosci già. Fu il primo disco di Prince che comprai quando era ancora fresco di stampa.

Quell’anno Prince portò una tournée-monstre in giro per il mondo e il concerto di Dortmund lo diedero sulla Rai. Lo vidi in diretta, a casa. Io, mia sorella e Matteo (il vicino). Errore tattico pazzesco! Infatti non mi aspettavo che Prince ci andasse così pesante sugli ammiccamenti sessuali. Quando s’infilò il microfono fra le gambe, volevo sotterrarmi dalla vergogna.

Nel capodanno ’88-’89, in vacanza coi miei a Parigi, ascoltavo l’album Sign “O” the Times con il walkman. Scoprii così quella che rimane tutt’oggi la mia canzone preferita di Prince, Adore. Allora avevo scritto male il titolo sulla cassetta e credevo si chiamasse Ardore. Come l’ardore, quello degli Alpini. Prince che butta giù un grappino e si lancia coraggiosamente contro il nemico nel 1918. Rimasi un po’ male quando mi resi conto che c’era una R di troppo. Mi piaceva il concetto dell’ardore. Ma anche adorare non era male.

Ero così invasato che credetti di poter far piacere Prince anche al “don”, il prete che ci insegnava religione al liceo. Portavo a Don Matteo le cassette di Prince, gli dicevo di ascoltare dei pezzi in cui lui cantava “ti slappo tutta baby”, e qualcosa mi spingeva a credere che al “don” sarebbero piaciuti. Non funzionò. Gli tradussi anche il testo di Anna Stesia, perché in quella canzone Prince parla di Cristo e della sua fede… ma solo dopo essersi dilungato a dire che certe volte ha una voglia matta di farsi una tipa. O un tipo. Oh insomma, di farsi quello che capita. Al “don” non piacque nemmeno quella.

Da lì in poi le cose hanno cominciato ad andare, scusate il termine, a puttane; non per me né tanto meno per Don Matteo, ma per Prince. Gli anni Novanta sono stati un calvario, artisticamente. La sua discografia è una disgrazia, un museo degli orrori. Negli anni 2000 si è ripreso e nel decennio successivo ha perso di nuovo smalto. Io naturalmente ero sempre lì, al capezzale della sua creatività morente, a incoraggiarlo. Ma non ho potuto molto. Geova è stato più forte. Quando ha smesso di cantare “ti slappo tutta baby”, Prince non ha più saputo bene di che cosa cantare.

Non so perché ora mi torna in mente Prince, che è morto più di un anno fa. Forse perché di Chris Cornell non ho abbastanza aneddoti da raccontare, anche se mi fa tanta tristezza che sia morto pure lui, che mi ha tenuto compagnia dalle strade del pavese al mare di Celebes.

Vabbè, così stanno le cose.

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