I DISSOCIATI

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Avete presente quando si dice che i “musulmani buoni” dovrebbero dissociarsi da Isis e indignarsi e denunciarli, ogni volta che Isis commette un attentato a Parigi o Londra? Ecco, avevo questa polemica in testa l’altro giorno, mentre passeggiavo coi miei pensieri, quando sono incappato in Mohammed. Chi è Mohammed? È uno dei traduttori che lavorano con me. Arabo, iracheno. Ha la mia età, anche se modestamente io sembro suo figlio. Ha dei modi un po’ noiosi a volte, con il suo venire sempre a stringermi la mano e dire “God bless you, God bless you”. Trovo discutibile il suo mettersi in continuazione le dita nel naso, soprattutto quando lo fa appena prima di stringermi la mano, il che capita spesso. E poi è troppo grasso e con queste caldazze puzza sempre di sudore. Insomma ne fa, Mohammed, per non farsi invitare spesso nel mio ufficio.

Ma al di là di queste pecche veniali, Mohammed secondo me rientra indubbiamente nella categoria dei “musulmani buoni”. Lavora sodo con gli umanitari e quindi penso sia la persona ideale da interrogare: vorrei tanto chiedergli se in quanto musulmano si sente in dovere di dissociarsi da Isis e dai suoi attacchi all’Occidente. Soprattutto lui, che ha vissuto a Mosul durante l’occupazione: voglio dire, chiunque abbia vissuto nel sedicente Califfato di Isis deve pur essere considerato un po’ sospetto no? Perché non se n’è andato? Come si fa a voler restare con loro se non ti stanno almeno un po’ simpatici?

Mi avvicino e gli faccio: Mohammed, tu eri a Mosul quando c’era Isis?

Mi risponde: sì, ero a Mosul quando c’era Isis.

Chiedo: e perché ci sei rimasto?

Dice: perché non è che prendevi il treno e andavi via. Hanno chiuso le strade.

Dico: e come ci hai vissuto sotto Isis?

Dice: non lo chiamerei vivere.

Dico: e come lo chiameresti?

Dice: morire.

Dico: in che senso?

Dice: una settimana dopo il loro arrivo, sono venuti a cercarmi a casa perche’ non andavo piu’ al lavoro alla ditta di cui ero responsabile marketing.

Dico: perche’ non andavi più al lavoro?

Dice: perché avevo paura di uscire di casa.

Dico: ma sei musulmano, no?

Dice: io sì ma loro no. Quelli, se non gli piace la forma della mia barba mi ammazzano.

Dico: vabbè dicevi che sono venuti a casa tua. E poi?

Dice: mi hanno detto: torna a lavorare o ti mettiamo in carcere e facciamo passare un guaio alla tua  famiglia.

Dico: e tu?

Dice: ho cercato tutte le scuse: “mia moglie è malata, mio padre deve essere accudito, non ho più benzina, non mi ricordo più come si fa quel lavoro…”

Dico: ha funzionato?

Dice: credevo di sì, perché sono andati via. Il giorno dopo sono tornati e mi hanno portato in prigione. Ci sono stato due mesi. Un giorno sì e uno no, durante i due mesi, mi hanno frustato.

Dico: ‘azz!

Dice: no guarda, ho avuto fortuna. La mia famiglia, un po’ meno.

Dico: cioè?

Dice: avevano promesso che le avrebbero fatto passare un guaio. Ricordi?

Dico: sì. E che guaio hanno passato?

Dice: mentre ero in carcere, hanno pestato mio padre, che aveva più di settant’anni. Gli hanno rotto tutte le ossa delle mani, sono passati due anni ma ancora non può reggere in mano un bicchier d’acqua. Hanno pesatato mia moglie, le hanno messo un coltello alla gola. E poi hanno visto mio figlio di un anno che piangeva, urlava, perché stavano torturando sua madre sotto i suoi occhi.

Dico: e che hanno fatto? Hanno smesso?

Dice: no, hanno tagliato la gola. A mio figlio. Di un anno.

Dico:

Dice: ma lui si è salvato, e questo prova due cose. La prima che Dio esiste. La seconda che non sta dalla loro parte. Ma io sapevo entrambe le cose, perchè Dio esiste di sicuro e non può stare con delle bestie, coi figli del diavolo.

Dico: madonna, Mohammed. Come hai fatto ad andare avanti.

Dice: e poi hanno preso tutto quel che avevamo in casa di valore. Soldi, gioielli, vestiti, le provviste in cucina, tutto. Non sapevamo più neanche cosa mangiare.

Dico: e quando è finito quest’incubo?

Dice: quando l’esercito iracheno è arrivato.

Dico: allora tutto è andato a posto?

Dice: quasi. Prima abbiamo perso quel poco che restava.

Dico: come perso quel che restava? Ma non vi hanno liberato?

Dice: quando sono iniziati i combattimenti, cadevano bombe e colpi di mortaio dappertutto. Avevamo paura anche solo delle nostre ombre. Per 41 giorni ci siamo chiusi in uno scantinato: io, mia moglie, i miei figli e mio padre. Una sola stanza sottoterra in cui vivevamo, mangiavamo, facevamo i nostri bisogni in un angolo. Tutti nella stessa stanza. Sai quanto è umiliante? Per 41 giorni i nostri bisogni si sono accumulati in quella stanza e noi ci dormivamo e ci mangiavamo pure. Poi un giorno abbiamo sentito un boato più forte degli altri. È venuto giù tutto. E poi silenzio. Ero coperto di calce, non vedevo più niente, chiamavo il nome dei miei figli senza risposta. Poi ho cominciato a vedere qualcosa, ho trovato una via d’uscita, mi sono ritrovato all’aperto. Ho sentito la risata di mia moglie. Rideva come una pazza isterica. Ho guardato intorno. Tutte le case erano crollate, una montagna di macerie. La mia macchina, che era rimasta fuori tutto questo tempo, sembrava una lattina di tonno bruciata. Ma il soffitto del nostro scantinato aveva più o meno tenuto. Ci eravamo salvati. Dopo aver perso il lavoro, quasi la vita mia e di mio figlio, e tutti i soldi che avevo, ora avevo perso anche la casa e la macchina. Ma eravamo felici, perché eravamo salvi.

Mi sembra che volessi chiedere a Mohammed qualcosa, ma non ricordo più cosa.

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Una risposta a I DISSOCIATI

  1. Cristina Moioli ha detto:

    Ah ci credo… mi sono dimenticata anche io. Rimango scioccata da questi racconti… noi non ci rendiamo nemmeno conto di cosa ha vissuto certa gente.

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