DOPO DI ME, IL DILUVIO

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È il momento tanto atteso: la fine! Perché è meglio essere preparati alla fine, visto che arriva sempre. Al termine di queste cinque settimane di pellegrinaggi, ci aspetta un ennesimo incontro con la maestà della natura: dopo il ghiacciaio immenso del Perito Moreno, dopo l’arrampicata verso il monte Fitzroy, dopo le solitudini della Terra del Fuoco (Ushuaia esclusa)… le cascate di Iguazù!

Va bene, in realtà dopo le cascate avremo ancora un paio di giorni a Buenos Aires: abbastanza per godere del carnevale (confesso, il viaggio che sto raccontando è finito da un pezzo). E il carnevale di Buenos Aires val la pena di vederlo, perché è il 42.534esimo più bel carnevale del mondo: al primo posto c’è Rio de Janeiro, poi giù giù a scalare fino al 18.987esimo posto dove c’è quello di Canneto Pavese, poi al 32.684esimo posto c’è quello di Pieve Porto Morone, e via fino a quello di Buenos Aires, che si colloca fra quello di Poggibonsi e quello di Roseto degli Abruzzi.

Ma di Buenos Aires abbiamo già parlato, quindi il nostro viaggio raccontato lo facciamo finire qui: alle meravigliose cataratas di Iguazù! Un angolo incantato fra Brasile, Argentina e Paraguay. Solo che siccome il Paraguay si deve confermare sfigato fino all’ultimo, i suoi confini si arrestano a una decina di chilometri dalle cascate: e quindi non ne gode né in prestigio, né in giro d’affari. Brasile e Argentina si spartiscono il malloppo, come sempre.

Iguazù è lo spettacolo più bello che ci sia al mondo. Sul serio! Acqua infinita che si getta in un abisso invisibile con una forza devastante. Per chilometri e chilometri. Andiamo a vederlo!

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Che idillio perfetto: siamo solo io, la Babsie e sette miliardi di altri esseri umani.

Eh sì, perché non c’è dubbio: tutto il pianeta ha deciso di visitare le cascate proprio oggi. Ma tutti eh, fino all’ultimo boscimano del deserto del Kalahari.

E non c’è niente di male, per l’amor d’Iddio. Tutti hanno lo stesso mio diritto di essere qui, e io lo rispetto. Solo che un’ora prima che aprano l’accesso al parco c’è già una coda lunga fuori dai cancelli. E io, gentilmente, li vorrei tutti morti.

Canottiere sudate, ascelle pezzate, capelli appiccicati alla fronte, sciabattamento selvaggio, selfie fino alla morte. I sudamericani poi si scattano foto nelle pose ridicole che noi occidentali blasé ormai schifiamo, tipo Fonzie che fa OK con entrambe le mani o ragazza di tre quarti che inarca la schiena sollevando il piedino all’indietro o ancora ragazzi che fanno la V orizzontale con le dita e si mettono gli occhiali da sole a metà del naso.

Per fortuna dentro c’è talmente tanto spazio da perdere le tracce del gruppo. C’è da girare per due giornate intorno alle cascate, per vederle tutte, e da prospettive diverse: si cammina lungo il lato brasiliano e poi il giorno dopo lungo quello argentino. Si marcia in mezzo alla selva intricata finché, dietro una curva del sentiero, lo sguardo si apre improvvisamente su un salto di sessanta metri con la larghezza di un condominio, oppure una serie di salti che spruzzano sulle rocce e ti fanno una morbida doccia.

Il culmine di questo universo acquatico è la “garganta del diablo”, cioè la gola del diavolo: un anfiteatro da cui milioni di metri cubi d’acqua bianca e spumosa finiscono verso un fondo che non si riesce manco a intravedere, tanto è alta e densa la nuvola di vapore sollevata dall’impatto. Siamo tutti lì, a bocca aperta. Che momento mistico.

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Poi un bambino butta un dépliant giù per la cascata.

Che pirla: non lo vedrà neanche cadere, finisce subito inghiottito dalla nuvola di vapore acqueo.

“L’unica speranza per il mondo è l’estinzione del genere umano”, sentenzia la Babsie un po’ à la Sartre, delusa dal fatto che i genitori del piccolo mostro non gettino subito anche l’inutile figlio giù per le cascate.

Io, con un approccio più pacato, mi limito a osservare che basterebbe mettere delle regole di buon senso. Tipo: non a tutti è permesso di viaggiare. No, la licenza di viaggio dovrebbe essere assegnata in base a una serie di requisiti stabiliti da un comitato di saggi, gente dotata d’intelletto e senso di civiltà. Insomma da un gruppo di professori universitari scandinavi, ecco. Fuori da quella cerchia, non vedo molto buon senso al mondo. A capo di questo comitato ci vedrei bene me, che non sono né professore né scandinavo ma proprio per questo in grado di equilibrare con un pizzico di vita vissuta sudeuropea un’analisi che altrimenti resterebbe troppo accademica. Sarei l’eccezione che conferma la regola, il cacio sui maccheroni, la ciliegina sulla torta.

Ecco, se proprio il mondo insistesse, o se i professori scandinavi mi supplicassero, potrei fornire io stesso una serie di regole. Semplici, condivisibili, ovvie. Tipo. Come. Per esempio.

Vietato viaggiare a tutti coloro che si muovono in gruppi superiori alle cinque persone.

Vietato viaggiare a tutti coloro che prenotano il volo in agenzia.

Vietato viaggiare a tutti i gruppi con la guida che parla al microfono in pullman.

Vietato viaggiare a tutte le famiglie dotate di padre che mette moglie e prole in posa per le foto-ricordo.

Vietato anche solo pensare di viaggiare a tutti quelli che si fanno i selfie.

Vietato anche solo possedere un passaporto a tutti coloro che possiedono il selfie stick.

Vietato viaggiare a tutti coloro che vanno fino in Patagonia per passare le giornate a suonare Bob Marley dentro un ostello.

Vietato viaggiare a tutti coloro che mangiano nei fast food in Mongolia e in Zambia.

Vietato viaggiare a chi preferisce un hippie bar pieno di australiani ubriachi a un bar di gente locale, che sia a Varsavia o a Bombay.

Vietato viaggiare a chi pretende di saperla più lunga degli altri sul come si debba viaggiare.

Vietato viaggiare a chi poi pubblica le foto di viaggio su Facebook, soprattutto se se la tira pensando che siano foto da reportage e non semplici foto di vacanze.

Vietato viaggiare a chi pretende di dettare regole su chi abbia diritto di viaggiare e chi no.

Vietato viaggiare a chi racconta i propri viaggi in un blog come se fossero più belli di quelli altrui.

Vietat… oh no… aiut…

(buio)

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Una risposta a DOPO DI ME, IL DILUVIO

  1. Cristina Moioli ha detto:

    leggere i tuoi post… mi rende la giornata piu allegra…. mi fate ridere tu e la babs….
    ahahah… e il tuo decalogo del viaggiatore è perfetto… Ti parla una che se tutti in agosto vanno al mare io vado da tutta altra parte… se sento che tutti vanno a vedere una cosa io vado in una meno famosa… basta che non ci sia la calca da te descritta sopra che soffro e li vorrei uccidere tutti anche io, meno male che viaggio in camper e posso scappare dalla calca.

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