ACQUA E SALE

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Dove eravamo rimasti? Ah, già: io e la Babs nel bel mezzo del nulla, dispersi fra le Ande nel nord dell’Argentina. E dove ci ritroviamo? Sempre nel mezzo dello stesso nulla, ancora dispersi fra le Ande. Ed è tempo di avviarsi sulla strada del ritorno alla civiltà. Non troppo in fretta, ma insomma siamo al giro di boa: lasciato il villaggio incantato di Iruya, la nostra Clio bianca ci deve riportare indietro. È qui che cominciamo a pentirci di averla trattata così male finora.

Spero che vi piaccia il sale, perché dove si va ce n’è tanto. Ma tanto, così tanto che se avete problemi di pressione io al posto vostro non ci metterei manco piede. Le Salinas Grandes, come dice il nome, sono delle saline grandi: ma grandi! Sono un mare bianco e piatto. Ma piatto! Un’asse da stiro che si estende a perdita d’occhio.

Per andare a vederle faremo base a Purmamarca, un villaggio indio che di questa regione dell’Argentina è un po’ “backpacker central”. Cosa intendo? Intendo gli ex-paesini sperduti e sconosciuti, che una volta erano un perfetto idillio di vita indigena lontano dalle folle del turismo di massa, finché i backpacker non se ne sono accorti e hanno cominciato a sbarcare a migliaia, attratti dall’autenticità di una cultura indigena perfettamente intatta, desiderosi di scoprire un angolo non ancora corrotto dal vile denaro dello straniero, salvo poi rimanerci male perché in paese non c’è neanche un Irish pub o un ostello in cui cantare le canzoni di Bob Marley con l’immancabile chitarra da viaggio e non si trova neanche uno spacciatore di fumo perché come fai a cantare Bob Marley in ostello senza farti le canne, e poi insomma è buona la zuppa di lama però se potessimo avere uova strapazzate con pancetta a colazione, per favore, e già che ci siamo un locale con un po’ di musica occidentale per quando ci siamo stufati di bere e suonare la chitarra in ostello… e in men che non si dica, la popolazione dei backpacker di passaggio eccede numericamente (e in termini di potere d’acquisto, decibel, produzione di rifiuti, traffico, insomma in tutto e per tutto) quella residente, e in paese si ascolta più Bob Marley che musica locale, e l’Irish pub finisce la serata alle due di notte con revival di rock alternativo americano anni 90, e il vile denaro dello straniero scorre a fiumi; a quel punto, i backpacker che hanno colonizzato il posto si lamenteranno che non c’è più autenticità, non c’è più nulla di genuino e di tradizionale, si lamenteranno soprattutto della commercializzazione della cultura locale e del fatto che gli indios si sono fatti furbi e hanno triplicato il prezzo del loro artigianato e ora lo fanno produrre nelle fabbriche del Bangladesh. E cercheranno un altro villaggio indigeno incontaminato da colonizzare.

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(colonialismo moderno)

Oh, a me piace Bob Marley eh! Però, ecco… piano piano, a forza di andare alla ricerca dell’autenticità e degli angoli incontaminati, i backpacker stanno trasformando il Vietnam, il Nepal, il Perù e ora anche angoli dell’Argentina in un unico, grande simulacro di un quartiere hipster di Melbourne. Non so se mi siano più simpatici loro o i pullman del “Circolo Culturale di Vigevano” con trenta allegri anziani che seguono la guida con l’ombrellino e prenotano la tavolata al ristorante dove si trovano le pappardelle al ragù anche se sei a Phnom Penh.

Purmamarca non è per niente brutta, ma dopo la pace di altri posti non sentiamo il bisogno di restarci oltre il minimo indispensabile; già il pomeriggio del nostro arrivo quindi, si fa una scappata alle saline, tanto per dare una prima occhiata con la luce del tramonto (domani ci torneremo per vederle col sole radioso del mattino).

Di nuovo in macchina quindi, e vai di tornanti. Lasciata Purmamarca da un’ora abbondante, superato l’ennesimo passo oltre quota 4000, le vediamo apparire: mancano ancora decine di chilometri, ma una macchia bianca splende all’orizzonte e ci acceca da lontano.

“Wow!”, diciamo in coro io e la Babsie.

Una volta arrivati, resistiamo alla tentazione di metterci a correre a caso come dei beoti, ma non a quella di prendere un grumo da terra e metterlo in bocca: confermo, non è zucchero!

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(l’ho assaggiato – ci si può condire tanta insalata)

Aspetteremmo volentieri il tramonto, ma il cielo sparisce dietro una lenzuolata grigia e pesante e comincia a piovere, sempre più forte. Andiamo avanti e indietro una mezz’oretta in macchina, lungo la strada che fiancheggia le saline, solo per goderci ancora un po’ di quest’atmosfera oltremondana, incontriamo un gruppo di lama che restiamo per un po’ a molestare e infine torniamo a Purmamarca. “Domani, con la luce del mattino, sarà ancora più bello!” pensiamo ad alta voce.

La sera, mentre consumiamo il nostro pasto cannibale (scusa, fratello bue! munch munch…) al suono del folk andino, ci scambiamo sguardi silenziosi che dicono molto: nemmeno il flauto di pan può coprire il rumore dei tuoni là fuori.

Chi vincerà, l’acqua o il sale?

La mattina dopo il mare di sale è diventato un lago puro e semplice. L’acqua e il sale hanno pareggiato: lui non si è sciolto, ma lei non si è assorbita. Le saline sono sempre là sotto, ma invisibili: nascoste sotto uno specchio che è bello anche lui, neh, ma è un po’ come le risaie a Pavia. Le ho già viste, ci sono cresciuto accanto, ho avuto relazioni amorose con le zanzare che ci abitavano dentro. Ora volevo le saline.

“Per fortuna ci siamo venuti ieri sera!”, ci diciamo. “Altrimenti non le avremmo viste proprio!”

Bene, ora è davvero ora di scendere di nuovo verso Salta, anche se abbiamo ancora tre giorni a disposizione per arrivarci. Dalle saline a Cachi, dove vorremmo fermarci la notte, ci sono due strade. Una, più diretta ma tutta sterrata e quindi più lenta, è la mitica Ruta 40: ve la ricordate? sì, dai, in Patagonia… ecco, è la stessa strada, ma cinquemila chilometri più a nord; l’altra strada è più lunga e asfaltata, e in fin dei conti ti fa arrivare prima.

Poiché sentiamo l’approssimarsi della fine dell’avventura, tendiamo naturalmente a scegliere l’opzione lenta e sterrata per prolungare questo fase errabonda e zingaresca del viaggio.

“Nooooo!!!!”, fa la Babsie, “Vuoi fare quella mulattiera con la Clio? Uffa!!! Ma non possiamo viaggiare più comodamente?”

Okay, forse non siamo entrambi su quella lunghezza d’onda. Ma sono io che sto al volante! ed è la Ruta 40! è come essere a Milano e trovare l’altro estremo di un panino che avevi addentato a Napoli… come fai a non dargli un morso?

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(il bello delle strade sterrate)

La prima parte dello sterrato sembra darmi ragione: piatta e larga, riusciamo a filare veloci fingendo di non sentire le botte dei sassi che le gomme proiettano sul telaio e la carrozzeria. Ogni tanto rallentiamo per fare foto, tutti contenti quando un branco di vigogne appare all’improvviso.

Quando cominciano gli attraversamenti delle piccoli paludi fangose, allo slittare delle ruote posteriori che fanno mettere la Clio leggermente di traverso, si apre ufficialmente la fase del dubbio. Faccio finta di niente, ma anche la Babsie si accorge quando stiamo andando avanti col culo storto. All’improvviso ci rendiamo conto che fanno due ore che siamo in viaggio e in tutto abbiamo incrociato una sola macchina. Quando poi ci fermiamo di fronte a un torrentello da guadare, è il momento di porsi domande serie.

“Mmhhh…”, faccio io.

“Mmhhh…”, fa la Babsie.

Organizziamoci! L’uomo è dotato di pollice opponibile, non può essere sconfitto da un semplice torrentello. Il problema è che non sappiamo quanto sia profondo e cosa ci sia là sotto: sassi? O infide sabbie mobili? Quel che vorrei evitare è che la povera Babsie sia costretta a spingere la macchina mentre le ruote slittano e io le faccio una statua di fango. Non lascerei mai che lei possa essere anche solo sfiorata dalla vile melma!

Poco dopo, la Babsie, scarpe in mano e calzoni arrotolati sopra il ginocchio, l’acqua a metà stinco, mi grida: “E’ un po’ molle, ma dovrebbe andare bene!”

La guardo dalla riva asciutta, ci penso su. “Sei sicura?”

Ci viene un’idea brillante. Ci mettiamo a cercare arbusti da sradicare e gettare nel punto del guado. L’idea è di creare una specie di reticolo di rami per rendere meno viscido il fondo. Intelligenti, eh?

Non è facile trovare arbusti da queste parti, perché anche se non siamo più alle saline, il terreno è comunque desertico e non ci cresce molta roba. Passiamo una ventina di minuti a raccogliere quel che si trova. Tiriamo, strappiamo, sradichiamo, rivoltiamo la terra. Alla fine abbiamo comunque messo insieme una discreta catasta, che portiamo sul bordo del ruscello.

“Pronti?”, dico.

“Vai”, mi fa la Babsie. “Gettiamo tutto lì”, aggiunge, indicando il punto che abbiamo deciso essere il meno profondo.

“Uno, due, tre!”

Lanciamo la catasta di rami e arbusti nel torrente, trattenendo il fiato. Prontamente, la corrente porta tutto via.

La nostra catasta fa rotta verso ovest.

“Vabbè, attraversiamo lo stesso!”

La Babsie, che ormai è piena di fango fino alle ginocchia, passa a piedi. Io prendo la rincorsa con la Clio e mi butto. Quando arrivo al dunque, non mi ricordo più in quale punto abbiamo detto che era meglio attraversare. Sarà lì? oppure lì è dove c’era il masso enorme sotto il pelo dell’acqua? o era dove c’era la buca gigantesca?

Non posso rallentare, troppo tardi! Via! Come i fratelli Duke! La macchina s’invola sull’acqua… e ci ricade dentro… tutta la vita mi scorre davanti… sto sollevando un mare di fango! Per fortuna almeno questo l’avevamo previsto, e la Babsie si era tenuta lontana. Quando riapro gli occhi, sono sull’altra sponda.

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(incontri sulla Ruta 40)

A San Antonio de los Cobres (paesello orrendo in cui ci fermiamo a mangiare una empanada per pranzo) c’è un’altra biforcazione: si può proseguire lungo la perigliosa strada sterrata che stiamo percorrendo, o prendere una deviazione verso una specie di statale asfaltata che abbiamo snobbato. Nonostante mille indagini, siamo incapaci di ottenere informazioni affidabili sullo stato della sterrata più avanti. Sappiamo solo che si fa più dura e si sta mettendo a piovere.

“Dai, siamo ragionevoli” dice la Babsie.

“Sì, hai ragione”, dico io. “Non sarebbe ragionevole abbandonare la Ruta 40 proprio ora, eh?”

“$*%&#£@§!!!!!”, risponde la Babsie.

Non ci sappiamo decidere. Andiamo avanti senza aver scelto, tanto il bivio è più avanti. Come si fa sempre nella vita.

“Sì, andate tranquilli, io l’ho fatta ieri ed era in buono stato!”, dice uno.

“Siete pazzi, con quella macchina? Non ce la farete mai!”, dice un altro.

A un certo punto, uscendo dal paese, la via è interrotta: un cartello di lavori stradali ci sbarra il passo, un segnale di deviazione ci fa scendere lungo il fianco di un terrapieno e come per magia, ci ritroviamo a viaggiare nel letto di un fiume asciutto. Asciutto ma non estinto: ci sono ancora i segni della corrente sul terreno.

“Eh… boh… io sto seguendo la deviazione” dico.

“Eh, lo so…” dice la Babsie. “Però è un po’ strano”.

Ne convengo. Anche perché la pioggia si fa più insistente e… io non sono esperto di fiumi, pioggia e montagne ma…

“Minchia! un flash flood!”

Avete presente quando si mette a piovere forte in montagna, l’acqua scende verso valle e all’improvviso il letto asciutto di un torrente si riempie? No? Neanche noi, fino a questo momento. In questo preciso istante stiamo guidando la Clio sul greto sabbioso, osservando, come in un film, un’inondazione-lampo riempirlo d’acqua marrone, formando una cascatella di un metro (la profondità approssimativa del greto).

“Inversione, inversione!”, grido. “Indietro tutta!”

“Non ce la facciamo a fare inversione!”

“Dobbiamo tentare!”

“Mamma mia!”

“Salve o Regina!”

Seguono momenti in cui solo l’istinto di sopravvivenza m’impedisce di andare nel panico. Non voglio drammatizzare, ma vi giuro che essere in macchina sul letto di un fiume che si sta riempiendo in fretta è una cosa brutta, molto brutta.

Per fortuna la Clio fa inversione, mi butto indietro a tutta forza mentre già l’acqua ci sta circondando, riprendo la rampa che ci riporta sul terrapieno appena prima che la profondità dell’acqua e la viscidità del fondo ci creino problemi. Quando riapro gli occhi, siamo di nuovo ai cartelli di lavori in corso. “Senti, io me ne fotto dei lavori”, dico io. “Anche io me ne fotto”, dice la Babsie. Continuiamo sulla strada asfaltata, sopra il terrapieno; per fortuna i lavori non erano niente di invalicabile, e d’incanto il cielo si apre.

Scorriamo morbidi sull’asfalto liscio, il sole splende, le montagne riprendono i loro colori. Andiamo avanti.

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