I LIBERI E I RANDAGI

DSC_0552

Perché gli animali sul ciglio della strada, all’approssimarsi di un veicolo, decidono sempre che la salvezza sta dall’altra parte della carreggiata?

L’interrogativo senza risposta mi rimbalza da un angolo all’altro della testa (provocando un inquietante rimbombo) mentre corro veloce sul mio fido destriero (okay, una Renault Clio in affitto) con la Babsie al mio fianco.

Ah già, non ve l’ho detto: finalmente sono al volante!

Per l’amor d’Iddio, sia chiaro: ho amato profondamente la poltiglia organica accumulata nelle fessure fra i sedili dei pullman argentini che ci hanno scarrozzato per migliaia di chilometri in Patagonia; ho adorato incondizionatamente l’odore di carburante sulle barche che ci hanno traghettato su e giù per la Terra del Fuoco; ho perfino moderatamente apprezzato la mollica umidiccia farcita con gli scarti della produzione di wurstel e formaggini che ci hanno spacciato per panini sulle linee aeree argentine.

Ma in ogni viaggio arriva un momento in cui sono io che guido.

Una macchina, uno scooter, una bici, poco importa.

Quel che conta è che svolto dal lato che mi pare, mi fermo quando voglio per guardare meglio, rallento o accelero secondo i comodi miei (e della Babsie). Un lama sul bordo della strada o un cactus immobile sotto al sole: stop, guardiamolo un po’.

E ancora più di questo, il bello della macchina è che passando davanti a un paesino che ti garba puoi dire: alt, fermi, restiamo qui. Non sei costretto a vederlo scorrere velocemente fuori da un finestrino, a sospirare rassegnato, a fare appena in tempo a pensare: “…”.

Viaggiare in questo modo è libertà.

È così che ci possiamo fermare a mangiare a Tilcara e cazzeggiare per ore in questo incantevole borgo, decidendo noi a che ora ripartire. Oddio, son tutti bellissimi i villaggi, da queste parti. Sembra di essere sulle Ande. Anzi no, ci siamo proprio sopra! Siamo in pieno sulle Ande. Ma chissà perché non riesco facilmente ad associare queste Ande quasi peruviane o boliviane all’idea che ho dell’Argentina, tutta piatta e piena di gauchos che giocano a calcio con una bistecca in mano.

DSC_0520

(morbido e pungente)

Approfittando fino all’ultimo dei privilegi dell’essere automuniti, decidiamo improvvisamente di fare tappa per la notte a Humahuaca, un ancor più affascinante villaggio indio, dove la sera, dopo la birra d’ordinanza, andiamo in cerca di un locale per mangiare e possibilmente assistere a una peña. La peña è una specie di concerto di musica folklorica locale che… aspettate, fermi: lo so, lo so, ho detto musica folklorica andina. Vengono subito in mente gli Inti Illimani e altre catastrofi naturali. Ma vedi alle voci “bere il mate”, “masticare il qat” e tutte quelle altre forme di autolesionismo cui ci sottoponiamo solo perché così si usa in loco.

In realtà il gruppo che suona stasera a Humahuaca non è per niente male, anzi: sono quasi una via di mezzo fra la peña e il rock. Vabbè, tre parti di peña e due di rock. Quasi rock. Rock latino, via.

Comunque non dispiacciono. Hanno anche un cantante-mandolinista panciuto e barbuto come un vecchio pirata. Un tipo veramente forte, almeno finché non annuncia che “la prossima canzone è per mia nonna… nonna, ti voglio tanto bene, tu sai sempre quando è il momento di mollarmi uno sganassone”.

M’immagino la nonna di Sid Vicious che gli molla uno sganassone, e lui le dà una coltellata nell’addome.

Poco dopo il panzuto cantante rilancia spiegando che “la prossima canzone è dedicata al muratore, che lavora sempre duro per costruire le case degli altri e non finisce mai di costruire la propria.” Mi si spezza il cuore, ma ho voglia di correre in camera a fumare crack ascoltando Search and Destroy degli Stooges a palla.

DSC_0478

(ricordati che devi morire)

Il giorno dopo, sempre in barba agli orari fissi e alle tabelle di marcia, facciamo rotta per l’ancora più piccolo, isolato, dimenticato paesino di Iruya. Ci hanno assicurato che ci serve una jeep 4×4, perché per arrivare a Iruya devi spupazzarti cinque ore di tornanti sterrati con diversi guadi di torrente in alta montagna (passando oltre i 4mila metri). Ma noi abbiamo fiducia nella nostra Clio. Oddio, nostra… ecco forse se fosse proprio nostra non la sottoporremmo a questa tortura. Ma siamo sicuri che a Europcar non spiacerà. Anche perché non lo sapranno mai, muhahahahah!!!

Iruya, scusate se vado sul romantico, è un posto magico. Da favola. No, davvero. Fidatevi di me. Vi ho mai mentito? No fermi, non rispondete! Fidatevi e basta.

Al termine di una strada che in effetti ha costretto la povera Clio a dare il tutto per tutto, il villaggio ci appare come fosse incastonato nel fianco della montagna.

A Iruya facciamo il giro del paese cinque volte. Camminando con calma, ci vogliono venti minuti.

Ci vuole più tempo a cucinare la zuppa di mais che mangiamo su una terrazza, guardando il fianco della montagna con un ventaglio di colori carnevalesco.

DSC_0658

(mondo colorato)

Ci starebbe proprio bene un caffè ma qui non si usa. Quando lo chiediamo, ci guardano come se avessimo ordinato un orecchio di eschimese alla piastra.

Usciamo, ma non ci sono bar… no aspetta, forse… ne troviamo uno! Signora, lo fa il caffè? Sì, lo fa! Bene, ce ne porti due per favore.

La donna sparisce per venti minuti (il tempo di fare cinque volte il giro del paese) mentre noi guardiamo una telenovela alla TV. Lei è una ragazza bellissima di famiglia nobile. Lui è un ragazzo bellissimo ma povero e vestito da spazzacamini, anche se sta in spiaggia. O viceversa. Insomma uno è ricco e uno è povero, ma la storia potrebbe funzionare perché entrambi sono belli e si esprimono con un vocabolario di venti parole, tutte prese dal libro di Barbie.

Intravedo la padrona del bar in cucina che gira un cucchiaio in un pentolino. Cerco di pensare a una regione del mondo, un’epoca, un universo del Signore degli Anelli in cui si faccia il caffè in quel modo. Non me ne viene in mente nessuno.

Non importa, coffee is overrated. Fa tanto anni Ottanta. A Iruya si può fare di meglio, tipo tirare l’ora dell’aperitivo per farsi una birra fresca e leggera sulla terrazza della simpatica vecchietta che ci ha dato ospitalità, lanciando languide occhiate ai condor che ogni tanto lasciano il nido in cima alla parete della montagna per farsi portare dal vento. Ah, bello eh? Eh sì, bello. Bellissimo. Son quei momenti che ti “fanno” un viaggio, dico io. Ce ne sono tre o quattro al massimo, anche se stai in giro cinque settimane. Sono speciali, li riconosci.

A Iruya ci facciamo anche un nuovo amico: un cane randagio! Espulso dalla muta, ramingo, con il sorriso triste alla Ringo Starr, il classico cane bastonato!

lo troviamo appollaiato in cima alla collinetta da cui si gode una vista sul paese e su tutta la valle. Ci giochiamo un pochino dopo che la Babsie mi ha convinto che le pulci non si attaccano agli uomini perché non abbiamo il pelo (e i capelli? Aaarghhh! Troppo tardi l’ho toccato!!!). Ci si affeziona subito. E quando decidiamo di rincasare, lui ci segue.

DSC_0675

(diventiamo amici? eh? dai, diventiamo amici?)

Mi fa una pena terribile ma dove lo porto? Siamo in Argentina in vacanza, mica ci viviamo (purtroppo). Dobbiamo girare ancora diversi giorni in macchina e poi prendere un aereo… dobbiamo pure passare da Iguazù, e se poi mi cade dentro le cascate? No, non posso portarti con me, caro mio. Mi faccio indurire il cuore e giro i tacchi. Cammino con fare risoluto, come quando devi lasciare una persona a cui vuoi ancora bene e sai che se ti giri a guardarla, cederai. Mi giro lo stesso. Io non cedo, ma nemmeno lui: ci segue.

E vabbè, che vuoi fare. Lasciamo pure che ci segua fino in paese, lì nella folla lo potremo seminare.

Arriviamo alla piazza del mercato. La folla non c’è: è proprio l’ora di mezzo, quella in cui il mondo non fa assolutamente nulla. Passiamo accanto a un gruppo di altri cani randagi, più grossi e cattivi del nostro. Non degnano me e la Babsie di uno sguardo, ma dopo un paio di ringhiate esploratrici si lanciano verso il poverello, che fa un’inversione a U come Bo e Luke Duke e corre, corre per la vita, verso la direzione da cui è venuto… su per la cima della collina, verso quel luogo solitario, ventoso e freddo dove vive esiliato.

E io e la Babsie ci guardiamo, consapevoli di aver tradito il nostro nuovo compagno, di avere mancato, nei suoi confronti, al più basilare dovere dell’amicizia: quello della lealtà.

DSC_0674

(mi ami troppo quindi mi lasci?)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Viaggi e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a I LIBERI E I RANDAGI

  1. Cristina Moioli ha detto:

    bellissimo… quegli occhioni chissà che strazio averlo dovuto lasciare li…. io che mi affeziono a qualsiasi cane.. ma qui ogni cane ha il suo padrone.. vederne tanti randagi senza padrone mi avrebbe fatto stare male… Ma stano bene si vede dal loro pelo questo mi rasserena un po’ di piu.
    Ciao

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...