QUELLA MACCHINA LA’…

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Salta, Salta! No, fermi, cosa avete capito! Salta non è un imperativo, è una città! Ed è bellissima.

Si trova in Argentina, molto ma molto a nord (verso la Bolivia). Eh sì, abbiamo preso un aereo. Vabbè, fatti duemila chilometri di strada per scendere, non avevamo voglia di farne cinquemila per salire.

Fra le principali attrattive di Salta abbiamo: primo, un centro storico straboccante di meravigliosa architettura coloniale (che bellezza! ma perché non radiamo al suolo tutti i centri storici del mondo e li ricostruiamo con quello stile? dai, anche a Lodi, anche a Gubbio, anche a Ostuni!); secondo, una cucina locale molto diversa da quella del resto dell’Argentina, con nuovi e insoliti animali pelosi da macellare (ma anche tanta roba vegetariana: lo sapevate che la quinoa viene da qui? per noi è l’ultima moda fighetto-milanese, ma gli indigeni, poveri loro, la ingurgitano da una vita!); e ultimo, ma non da meno, un bel museo dei bambini essiccati sotto vuoto.

Uhm, quest’ultima va spiegata.

Il fatto è, come vi ho detto (se siete stati attenti), che Salta sta molto a nord, in quella zona delle Ande che fa da spartiacque fra Bolivia, Cile e Argentina. E non lontana dal Perù. Quassù, centinaia di anni fa, gli Inca costruivano città sacre, scambiavano amuleti e sacrificavano allegramente bambini innocenti agli dei. Dicevano loro: “Vieni, dai, che lo zio ti porta in montagna! No, lascia stare la giacca a vento, vedrai che fa bello!” (“Ma nonno, è inverno e andiamo a seimila e cinquecento metri!”)

Poi rovesciavano una specie di acquavite di mais giù per le innocenti trachee di questi pargoli per ricoglionirli, li portavano su fino in cima e li seppellivano tre metri sotto il cielo e anche sottoterra. A quel punto immagino che le divinità fossero soddisfatte del sacrificio e tutti vivessero felici e contenti, tranne i bambini.

Per raccontare questa gloriosa ancorché truculenta civiltà, a Salta hanno creato un museo dove è possibile osservare morbosamente alcuni di questi cadaverini; sono ottimamente conservati perché a seimila metri c’è poca umidità. Non ho fotografato niente là dentro perché mi sarebbe sembrato un po’ violento, ma andate su Google e cercate “Salta niña del rayo” per avere un’idea.

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Per riprenderci dell’esperienza andiamo a bere una cosa al Macondo, la sera. Il Macondo è un locale notturno fichissimo che prende il nome dal paesino immaginario creato da Gabriel García Márquez per Cent’anni di solitudine, cioè da una cosa che non c’entra niente. Ma non importa, perché come dice l’insegna, il Macondo è un “Resto, bar y rockería”. Macondo rocks! Pazienza se i clienti sono pochi e la serata ha l’aria stanca. Il problema è un altro, e cioè che il rock latino, come sanno quelli che hanno letto le puntate precedenti, ha la tendenza a suonare sdolcinatamente melodico anche quando vuol essere punk. In altre parole, alla rockería Macondo ci tocca una nuova overdose di “per teeeee… amore mio… il mio cuore sanguinaaaaaa…”, ma da duri, con le spille da balia infilate nel naso.

Meglio andare sul sicuro, dico io. E in Argentina, di sicuro c’è la bistecca. Andiamo a nutrirci di un povero bue innocente dal Viejo Jack, cioè il Vecchio Jack, un altro nome che non c’entra niente, ma che non delude. Andando in bagno, infatti, passo davanti alla zona della griglia (che è separata dal resto della cucina) e scorgo il cuoco che prende selvaggiamente a pugni le nostre bistecche. BAM, BAM! E poco dopo le riconosco, ancora con le forme delle sue nocche, ma saporitissime e tenere come burro.

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Il cameriere è affabile e volteggia intorno a noi con frequenza. Dopo un paio di voli radenti sul nostro tavolo finalmente riesce ad attaccarci il bottone. Si comincia con le solite cose (“da dove venite, quanto vi fermate, quanti ne siete, un fiorino…”), finché si finisce a parlare di musica (e questa volta, credeteci o no, è lui che attacca il discorso).

“Eh sì”, dice, “mi piace la musica britannica, ma roba vecchia, classici, roba tipo Alan Parsons Project, Emerson Lake and Palmer…”

Apperò, penso, hai capito il vecchio Jack!

“Quando vengono dei turisti inglesi mi metto a parlare con loro dei Rolling Stones e dei Pink Floyd, quando vengono gli americani dei Red Hot Chili Peppers…”

Ammazza! Questo simpatico signore avrà una sessantina d’anni, ma è un rockettaro…

“… con i turisti australiani parlo degli A-ha…”

Eh? Morten Harket, australiano? Lui, con il suo bel fisico da salmone nordico? Qui forse si è un po’ confuso.

“… ma mi piace anche la musica italiana, sai, come si chiamava quello degli anni Novanta, era veramente forte…”

A quel punto provo a suggerire: Vasco Rossi? Jovanotti? BluVertigo? Afterhours?

“No… era… ah sì, ora mi ricordo! Francesco Salvi!”

La mia faccia si sgretola e cade a pezzi;

“Francesco Salvi! Dai!”

Un fiotto di bava mi schizza dall’orbita oculare sinistra.

“Bello, eh? Salvi, Francesco! Era forte il rock italiano di quell’epoca, no?”

Sono sgomento. Umiliato, mortificato. Ammaino la bandiera.

Guardo la Babsie, come a cercare di capire se ho sentito bene. Il suo sguardo mi conferma che ho sentito proprio bene.

“Sì, dai, Salvi, come faceva…”

Io canto la canzone più corta del mondo, che c’ha una nota sola che fa: A.

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Una risposta a QUELLA MACCHINA LA’…

  1. Cristina Moioli ha detto:

    ahahaah…. hiiii hii .. no mi hai fatto troppo ridere.. tra tutti quelli che poteva dire proprio salvi noooo… è un Diesel???… ahahah

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