AL DI LA’ DELLA FINE

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Eravamo rimasti a Ushuaia, Terra del Fuoco: la fine del mondo, la città più a sud del globo, un paradiso remoto e incantevole – se non fosse per i miliardi di turisti americani e giapponesi che sbarcano ogni giorno da gigantesche navi da crociera. E naturalmente se non fosse per noi: altrettanto numerosi e parassitari, ma con la scusante che arriviamo via terra al termine di un lungo tragitto, sentendoci per questo in diritto di considerarci come “viaggiatori autentici”, quelli che non impestano il prossimo.

La priorità mia e della Babsie, dopo un paio di giorni qui, è trovare quel che Ushuaia non è: l’autentica fine del mondo, il vero avamposto remoto e dimenticato, ultimo bastione prima delle acque gelide dove regnano le orche.

“Puerto Williams, partenze ogni giorno tranne domenica”.

Io e la Babs guardiamo il cartello da un quarto d’ora; stiamo facendo finta di pensarci su, ma sappiamo bene entrambi che la decisione è già presa. Perché Puerto Williams, dovete sapere, è un microscopico, sonnacchioso villaggio nella Terra del Fuoco cilena. E si trova oltre il Canale di Beagle, ovvero ancora più a sud di Ushuaia (seppure marginalmente). È, in altre parole, “l’autentica fine del mondo, il vero avamposto remoto e dimenticato, ultimo bastione prima delle acque gelide dove regnano le orche.” Mmmhh, dove l’ho già sentita questa?

Per di più a Puerto Williams non si va né in autobus né in aereo, ma in barca: e cosa c’è di più esploratore-friendly di un bel viaggio in barca nel canale di Beagle, per andare in culo ai lupi?

Sì, Puerto Williams fa al caso nostro. E anche se andarci costa un occhio della testa, cioè uno della mia testa e uno di quella della Babsie, ci accechiamo entrambi volentieri pur di vedere questo posto che nei nostri pensieri ha qualcosa di profondamente mistico.

“Andiamo a Puerto Williams e per due giorni restiamo seduti in un barettino di fronte al mare a guardare le onde e le nuvole!” esultiamo in coro.

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(la belva minacciosa difende il territorio)

Come ogni altra tappa di questo viaggio, anche la traversata per Puerto Williams si rivela estenuante. È il suo bello, eh, per carità. Ma le lunghe attese sfiancano.

Cile e Argentina sono buoni vicini e partner commerciali, io francamente li vedo un po’ come quelle accoppiate tipo Svezia e Norvegia: due paesi che fra di loro si considerano probabilmente assai diversi, ma dai, visti da qui son la stessa roba. Non dico in termini di cultura e carattere della gente, ma insomma, con tutto quel confine che hanno in comune, mica possono formalizzarsi troppo per gli attraversamenti.

Mi aspetto, quindi, che passare dall’uno all’altro sia come andare da piazza piazza del Duomo a piazza della Scala a Milano: due passi in galleria e via. Si dovrebbe passare “come una lettera alla posta”, come dicono i francesi (si vede che in Francia la posta funziona).

E invece no. Questa frontiera è solo moderatamente meno impervia di Checkpoint Charlie fra Berlino Est e Ovest nel 1980.

Il Cile non accetta per esempio che si porti all’interno dei propri confini nessun cibo fresco proveniente dall’Argentina. Biscotti confezionati o lattine vanno bene, ma se hai una mela o una banana, i cartelli minacciano la prigione. E uno zelante dipendente delle dogane ci fruga gli zaini. Aggiungi tutti i classici disguidi con i mezzi di trasporto di due paesi che diciamolo, non sono certo terzo mondo ma neanche esattamente primo, e passi le ore a osservare le mute di cani randagi – quelli, sì, veri padroni della regione, da ambo i lati della frontiera.

Quelli cileni sembrano meno aggressivi di quelli argentini, e la cosa devo dire vale in genere anche per le persone. Ma in entrambi i casi, bisogna restare all’erta. Qui succede roba strana.

Tanto per cominciare i cileni hanno una specie di erre moscia; non alla francese, ma un po’ come se fossero americani che parlano spagnolo. Ma sono in tanti ad avercela, eh! Forse anche a Puerto Williams, come a Rio Gallegos in Argentina, son tutti parenti e questa erre è un difetto di famiglia.

Il che ci starebbe, perché la popolazione locale è costituita da una manciata di persone che si assomigliano tutte e dai cavalli che pascolano tranquilli nella piazza del Comune. Tra l’altro, a occhio e croce gl’incroci a scopo riproduttivo attraversano anche i confini della specie.

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(beh? che c’è di strano?)

Ma la cosa che più di ogni altra ci ha ingraziato questo posto è che sono tutti gentilissimi. Forse perché non hanno altro modo di passare il giorno: l’economia locale sembra ruotare intorno alle passeggiate e alla siesta; come riescano a ricavarne soldi, non sono riuscito a capirlo.

Il nostro piano di passare due giorni seduti in un bar a guardare il mare e le nuvole naufraga miseramente quando ci rendiamo conto che in paese c’è un solo bar, che non sta sul mare ed è troppo piccolo per passarci due giorni: nel senso che ha solo un tavolino, e se io e la Babs lo occupassimo tutto quel tempo, saremmo un po’ egoisti.

Ma il bar non è certo il problema principale: ci tocca andare letteralmente a bussare alle porte per chiedere ospitalità, perché l’unico B&B esistente è diventato famoso e bastano quattro turisti perché non ci sia più una camera libera in paese.

Troviamo infine alloggio presso una famiglia in cui la componente di sangue equino deve essere particolarmente elevata; ma anche la gentilezza non è da meno. Vogliono mettere su un B&B anche loro ma ancora non sono pronti, quindi ci lasciano una camera enorme ma ancora non completa a un prezzo di favore.

(Un angolo di camera nostra, nell’allegro B&B della famiglia Addams. Ci sono una vanga e una batteria, insomma tutto l’indispensabile)

La mattina dopo, mentre stiamo scarpinando per l’ennesimo trekking (c’è una montagna con una bandiera del Cile in cima, come si fa a non andarci?), incontriamo i nostri padroni di casa con zii, cugini e parentado vario, sono assiepati in una radura ai margini del sentiero: stanno preparandosi per il barbecue della domenica. O di ogni giorno, a giudicare dalla loro taglia. Comunque qui il barbecue si chiama asado, sappiatelo.

Ci vedono passare, ci dicono: “Mi raccomando, quando tornate in giù passate di qui.”

Sembrano sinceri, ma c’è qualcosa di strano. Nessuno ci sorride mentre ci stanno invitando, mi ricordano un po’ quei tizi in Un tranquillo weekend di paura che a un certo punto rapiscono gli incauti viaggiatori.

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(l’attacco è sferrato)

Ora lo confesso, anche alla Babsie a cui non l’ho detto prima: da quel momento, non ho fatto altro che pensare al barbecue che ci attendeva. Ho perfino misurato il passo del trekking e le pause in modo da capitare alla magnata al momento giusto: non troppo presto, perché fa brutto, sembra che ci siamo imbucando senza vergogna. Ovviamente non troppo tardi, quando non ci sarà più niente da bere e mangiare. L’ideale è a due terzi della sessione, quando c’è ancora roba e gli altri si sono calmati e tu fai la parte di quello che passava di lì per caso.

Arrivati in cima al Cerro Bandera (questo il nome della montagna con… beh, la bandiera), controllo l’orario. Tutto bene. Forse. O bisogna far passare ancora del tempo? Meglio far passare ancora un quarto d’ora.

“Andiamo fin là sulla quella roccia”, dico alla Babsie. “Andiamo a vedere se da là si vedono i picchi dietro la montagna.”

Andiamo sulla roccia. Rivediamo il ragazzo israeliano che abbiamo incontrato in barca. Quello che per noi è l’intero programma della giornata (asado a parte), per lui è solo l’inizio: ha intenzione di farsi tutto il circuito del trekking, vivendo cinque giorni da solo into the wild.

Oddio, mi è passato il tempo e non me ne sono accorto! Siamo in ritardo per il nostro passaggio casuale al barbecue della famiglia equina!

“Torniamo!”, grido.

Facciamo la via del ritorno, in discesa, come fosse lo slalom gigante alle Olimpiadi. Se durante la salita salutavamo sorridendo gli altri camminatori, ora li tolgo con una spallata dal mio cammino. Le costolette! L’asado! Forza, forza!

Arriviamo, secondo i miei calcoli, a quattro quinti della sessione di barbecue: in teoria troppo tardi. Da noi, resterebbe solo un petto di pollo stopposo e crudo in mezzo. Qui a occhio e croce c’è un mezzo quintale di roba: carcasse di almeno cinque specie animali arrostiscono lentamente sopra una griglia che ha la superficie di piazza San Marco a Venezia.

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(ci sarebbero ancora due avanzi…)

Sto per avventarmi su una costola di tirannosauro come Conan il Barbaro quando il nostro padrone di casa dice: “Prima la zuppa”. E ci porge due scodelle con altrettanti pollici infilati nel brodo. Le unghie sono nere, chissà se di sporco o di tanto infilare le dita nelle zuppe altrui.

Però devo ammetterlo, è squisita: anche perché c’è un pezzo di grasso grande come la Pietà di Michelangelo mezzo sciolto dentro. O forse è il suo dito che insaporisce. Magari lo sa e lo fa apposta. Un gesto di cortesia, diciamo.

Due ore dopo siamo ancora lì. Avevo sottostimato la durata degli asados sudamericani e la perseveranza delle mandibole locali. Non invento niente, giuro che una volta raccolti gli avanzi, sparecchiato e tornati a casa, non abbiamo fatto in tempo a mettere piede oltre l’uscio che la nonna, una vecchia balenottera azzurra più rugosa del Grand Canyon, infila la mano nel pentolone, afferra una braciola cruda con le mani e comincia a staccarne un pezzo coi molari, che i canini e gli incisivi ormai ballano dentro le gengive come Tony Manero il sabato sera.

Chi l’avrebbe detto, pure in Cile si sta bene.

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