ANTARTICO

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Su quest’ameno pianeta si osserva una certa inflazione di “fini del mondo”. Lasciamo perdere la variante cinematografica (film sui virus letali, le calamità naturali o le invasioni degli alieni); lasciamo stare soprattutto l’attualità (il terrorismo internazionale o magari la Terza Guerra Mondiale, nella quale i Curdi invadono il Regno Unito per crearsi una propria patria, ma scendendo dall’Eurostar si scontrano con l’esercito del Movimento Cinque Stelle che volendo uscire dall’Unione Europea ha trovato più facile invadere un paese neo-extracomunitario piuttosto che formare un governo in Italia con l’attuale legge elettorale, salvo accorgersi che Londra è piena di jihadisti, cosa che spinge Beppe Grillo a chiedere l’intervento di Donald Trump per lanciare una guerra preventiva contro le Guardie di Buckingham Palace, tranne che Trump, il quale a sua volta vuole l’aiuto di Putin, telefona al Cremlino da una volgare cabina telefonica perché sarà anche il presidente ma non è proprio una lenza, e viene quindi intercettato dall’intelligence di D’Alema, il quale, sentendo un accento americano, è convinto di avere intercettato Renzi che manovra per spodestarlo dal cavallino della giostra di Pontassieve su cui è saldamente insediato e da cui tiene sotto controllo tutto il parco giochi fino agli autoscontri, e quindi pensa subito di reagire alla guerra intestina al PD puntando come sempre sul fido alleato Berlusconi, solo che cercando distrattamente nella sezione “Dittatori” della sua rubrica telefonica mentre la giostra gira veloce, D’Alema per sbaglio avvisa la Corea del Nord, la quale per non saper né leggere né scrivere spara un missile nucleare, il quale però sbaglia percorso perché il navigatore satellitare è fabbricato in Bangladesh da un bambino di sette anni, e quindi, fra continue suppliche di “fare inversione a U appena possibile”, il missile finisce sul giardino del Vaticano, attirando le ire d’Iddio sull’umanità e quindi un nuovo Diluvio Universale, proprio quando il Califfo di ISIS Al Baghdadi stava per dichiarare la sua conversione agli Hare Krishna e la fine delle ostilità…)

No, limitiamoci alla fine del mondo applicata alla geografia.

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Il fatto innegabile è questo: ogni piccolo sobborgo di questa sfera celeste dista al massimo un pugno di chilometri da una “fine del mondo”.

Ce ne sono in Cornovaglia, in Bretagna, in Spagna e in Portogallo per restare vicino a casa. Ce ne sono in qualunque angolo di terra emersa con una propaggine di qualche tipo – cioè quasi tutti.

Ma Ushuaia, nella Terra del Fuoco, è speciale. Dai, Ushuaia è la vera Fine del mondo.

Nessun altro posto al mondo è così a sud (e nord e sud, a differenza di est e ovest, sono concetti assoluti, quantomeno all’interno del nostro relativismo antropocentrico). Guardate l’America Latina: ammirate il suo estinguersi in questa punta protesa e sottile, solitaria, misticamente tesa verso il nulla.

Siamo a un tiro di schioppo dall’Antartide: un luogo che per quanto ci riguarda è come fosse Venere o Marte. Un altro pianeta.

E poco importa se in effetti, a ben guardare, la latitudine di Ushuaia non è così folle: se prendessimo il parallelo corrispondente nell’emisfero nord, saremmo più o meno in Polonia. Paese settentrionale, certo, ma non è mica roba da yeti e orsi polari. Però il paragone non vale. Perché l’emisfero nord è più affollato e smandrappato, c’è vita civilizzata fin dentro al circolo polare artico (più o meno: si potrebbe discutere se sia civile vivere a certe temperature); mentre in fondo a sud abbiamo questo grande continente di ghiaccio e un’infinita superficie di mare con foche, pinguini e balene.

La Terra del Fuoco evoca i nomi di Darwin e Magellano.

Oh, insomma, basta: Ushuaia è l’autentica fine del mondo, punto.

Ecco, queste sono le premesse.

Ah no, ce n’è un’altra.

Ci abbiamo messo dieci giorni per arrivare qui. Da Esquel, nel nord della Patagonia, a Ushuaia, Terra del Fuoco, ci siamo sciroppati 2000 kilometri di strada normale e a volte sterrata sulla mitica Ruta 40, fermandoci in paesini dimenticati da Dio lungo la rotta, andando a esplorare la grotta delle mani, flirtando coi guanachi e i cani randagi, marciando per ore fino al monte Fitzroy, passeggiando sul ghiacciaio Perito Moreno. Abbiamo attraversato lo stretto di Magellano, cercando inutilmente di fotografare i delfini bianconeri che ci facevano le pernacchie dal pelo dell’acqua.

Abbiamo fatto apposta ad andare piano, prendendola comoda, assaporando il tragitto. Perché alla “fine del mondo” non ci si arriva così, come nulla fosse. Bisogna volerla, guadagnarsela. Bisogna conquistarla.

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E noi l’abbiamo fatto. Ce ne abbiamo messo di tempo, ma siamo arrivati in quest’angolo sperduto, remoto e solitario… Darwin che cerca le origini della vita… Magellano che sfida le acque inesplorate…

«PERMESSO, PERMESSO! Fate passare, spostatevi!»

Casino pazzesco. Un vecchio ciccione con il cappellino con lo swoosh della Nike mi spintona. I vigili si sbracciano, alzano la voce per sovrastare il vociare confuso. Tutto intorno, turisti americani. Centinaia, con facce da convention della National Rifle Association. Hanno la polo infilata dentro i bermuda, calzini bianchi di spugna, scarpe Nike e cappellino da baseball. Si ammonticchiano sul marciapiede, appena fuori dal porto turistico: sono sbarcati da una nave da crociera grossa come la provincia di Campobasso.

Gli uomini portano la macchina fotografica appesa al collo (con la cinghia regolata in modo che l’apparecchio sia comodamente appoggiato sulla pancia sporgente). Sono in attesa di attraversare la strada da venti minuti e bisogna capire: per un americano, attraversare la strada all’estero è sovente un’impresa fatale. Quando poi sono così tanti, l’incrocio rischia di diventare una tonnara.

E allora il comune di Ushuaia interviene. Perché il capitale va protetto. Quando una nave da crociera attracca nel piccolo porto, una task force di vigili urbani parte in missione speciale. E si piazza all’uscita del porto turistico, a controllare il traffico durante una traversata che pare la migrazione degli gnu nel National Geographic.

E io mi ci trovo in mezzo, come una gazzella presa nella mandria degli gnu che rischia, senza volerlo, di seguirli fino in Kenya. Ero andato al porto per contrattare un giro in barca nel canale Beagle, quello che prende il nome dalla barca di Darwin. Volevo andare a vedere migliaia di pinguini sulle isolette e invece sto vedendo centinaia di trichechi sul marciapiede.

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Devo cercare riparo. Devo scappare da qui. Lascio il porto, mi butto in una stradina in salita che va verso l’interno della cittadina. Mi ritrovo su una specie di via dello struscio. Più che la fine del mondo, la fine della mia speranza. C’è un Hard Rock Cafè alla mia destra ma non faccio in tempo a sospirare di tristezza che una carovana di giapponesi quasi mi spiaccica sull’asfalto sotto centinaia di scarpe di Prada. In testa, una donna con l’ombrellino fucsia impartisce ordini manco fosse il maestro del Kobra Kai in Karate Kid – Per vincere domani.

Scappo ancora più lontano, ancora più in alto lungo il fianco della montagna su cui la città è affastellata. Mi vengono incontro mute di cani randagi: evviva! Finalmente qualcosa che mi ricorda la Patagonia e la Terra del Fuoco: i cani randagi! Ve li ricordate? Ne abbiamo incrociati a migliaia, io e la Babsie, scendendo qui. Sono il segnale più sicuro che sei nel posto giusto. Penso quasi di accarezzarne uno. Lascio perdere.

La signora Rosario sta bevendo un mate. È un intruglio cattivissimo di erbe amarissime che offende le papille gustative. Me ne offre del suo: accetto subito. Perché dovete capire che il mate è una di quelle cose orribili che fai con idiota entusiasmo solo perché sei in un posto dove si usa così.

Quando ero in Yemen masticavo qat, quando andai in Perù masticai foglie di coca, in Africa ho mangiato le larve piene di sabbia comprate nel mercatino del colera. Siccome sono in Argentina, bevo il mate offerto con amore dalla mia padrona di casa. Mi aiuta a dimenticare gli americani della nave da crociera.

Andiamo a cena vicino al porto. Le navi da crociera ripartono prima del tramonto, finalmente si sta tranquilli. Senza pensarci, chissà perché, mi metto a canticchiare Just Like Heaven dei Cure. Sarà la quiete ritrovata, sarà questa bella sensazione di calma che accompagna l’oscurità… la notte, lungi dall’evocare il timore delle tenebre, mi fa sempre pensare al benessere dell’intimità. E le note dei Cure…

«La devi proprio cantare tutta?», m’interrompe la Babsie quando non ne può più.

Vabbè, mi zittisco. In realtà non ce l’ha con me. È solo uno sfogo perché è incazzata con la sua pastasciutta. La Babsie non ha capito che non bisogna mai ordinare la pastasciutta passata Ventimiglia. Si ostina, dice che qui sono tutti nipoti degli italiani e la sanno fare. Con i frutti di mare. Sarà. Intanto però le hanno fatto la pasta corta. Poi, l’hanno cotta almeno una mezza giornata. Se tiri un rigatone contro il muro, puoi usarlo per incollarci un poster. Infine l’hanno buttata in bianco nel piatto, e ci hanno rovesciato una mestolata di sugo sopra: giratela tu, cliente, che mi si raffredda il mate. Anche io al posto suo sarei incazzato, ma non l’avrei neanche ordinata. E non me la sarei presa con i Cure.

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Ragazzi, sarà anche la fine del mondo, ma di giorno Ushuaia è presa d’assalto come la Rinascente sotto Natale. Si fatica a camminare. Non mi dispiace del tutto: c’è ancora qualcosa, nell’architettura in stile pescivendolo-naif, che cattura; al di là della baia ci sono ancora le case in assi di legno su collinette spazzate dal vento. La sera, quando le crociere sono ripartite, si sta bene. Anche vicino al mare. A bere una birra scura in uno dei locali da marinai (cioè, da turisti che vogliono far finta di essere in un locale da marinai).

Però qui urge un rimedio. Se vogliamo trovare la propaggine estrema e il villaggio sperduto, bisogna andare ancora più giù. Facile a dirsi, ma cosa c’è ancora più a sud della città più a sud del mondo?

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