ROCK AROUND THE WORLD

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Se vi capita di passare in Argentina, Rio Gallegos è sicuramente un posto da non perdere: singolarmente brutta, lontana da tutto, fredda e umida come un calzino bagnato sul balcone d’inverno. Appena arrivati, una rapida occhiata alla popolazione dice che il tasso di analfabetismo deve essere intorno al 40%, quello di disoccupazione al 65% e quello di obesità al 100%. Sempre a occhio e croce, preso il 35% di abitanti che non è disoccupato, la grande maggioranza sembrerebbe lavorare come posteggiatore abusivo.

«C’è sole, usciamo in maglietta!», dice la Babsie. Ha ragione, il cielo terso ci guarda attraverso la finestra e ci fa venire l’acquolina in bocca.

Purtroppo non sappiamo ancora che, oltre al gioco di indovinare le coppie di mariti e mogli consanguinei per la strada, l’altra grande attrattiva del posto è il vento ghiacciato che soffia dall’Atlantico. Torniamo in camera a prendere le giacche a vento e ricominciamo.

Vaghiamo senza meta in mezzo alle sterpaglie che crescono fra le crepe nell’asfalto e le case abbandonate: ce ne sono una quantità spropositata, soprattutto sul lungomare. Devono essere sintomo di un’epoca di relativa prosperità finita in miseria. O quello, o siamo finiti in un film dell’orrore che sta iniziando proprio adesso; forse tra poco uno di noi avrà l’idea di entrare in una di quelle case e troverà una scala che porta nello scantinato. A quel punto io dirò: «Dividiamoci! Tu vai di là e io di qua».

Le quotazioni dell’ipotesi horror movie schizzano alle stelle quando arriviamo di fronte a una scuola elementare. Una simpatica casetta bianca e celeste. Un cancello sulla strada. Un muretto con decine d’impronte di manine innocenti. Non so se avete presente la Strega di Blair. Rimaniamo pietrificati per un quarto d’ora. Il concetto di «Vai in punizione nell’angolo» prende tutto un altro sapore. Di sangue.

Andiamo oltre.

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(Le lezioni di storia della strega di Blair – presto sui vostri schermi)

Una coppia di ragazze, a occhio e croce sorelle oltre che madre e figlia e probabilmente una è anche zia dell’altra, ci viene incontro. Hanno entrambe un gelato in mano. Ha l’aria invitante (il gelato, non la coppia). Pochi metri più avanti c’è un’insegna con un cono disegnato, dice: “Grido”. Entriamo.

La gelateria è piena di clienti, tutti paziente attesa al bancone. Il più leggero peserà novanta chili. Ma solo perché ha dodici anni: crescendo, raggiungerà la taglia degli altri. E come fargliene una colpa: con gusti dei gelati tipo “cioccolato al tacchino del giorno del ringraziamento con mascarpone”, questo non è un paese per diabetici.

Uscendo in strada con i nostri gelati all’arancino di riso e cassata siciliana, passiamo di fronte a un negozio di dischi.

«Meraviglia delle meraviglie!», dico io.

Dovete sapere che ho appena letto Vernon Subutex, un romanzo francese in due volumi della Virginie Despentes… dai, quella di Scópami, presente? No? Vabbè, è un romanzo di quelli pop-metropolitani, la storia di un tizio che ha un negozio di dischi a Parigi: un giorno il negozio fallisce e un passo dopo l’altro lui finisce per vivere per strada, proprio come un clochard.

Non è una storia drammatica: Vernon in realtà è circondato da un sacco di amici, avrebbe varie occasioni di tirarsi fuori dai guai; riesce perfino a rimediare qualche storia di sesso, la vive bene insomma, la sua situazione. Al punto che è lui a non voler tornare a una vita normale: si lascia trascinare dagli eventi, ci sguazza.

Naturalmente, Vernon è un tipo rock fino al midollo: il suo negozio era una sorta di tempio in cui si riunivano in adorazione tutti gli appassionati di rock alternativo, controcorrente, ingenuamente fedeli al Verbo, quelli che ci credono insomma… vabbè morale della favola, ho Vernon Subutex fresco in testa e ora mi trovo di fronte a un negozio di dischi in un ricettacolo di fenomeni da baraccone dove avrei detto che si vendono solo grassi saturi e mannaie!

Ingurgito gli ultimi due chili di gelato che mi restano e varco la soglia insieme alla Babsie.

Dietro il bancone c’è il mio Vernon patagonico: occhi a mandorla come quegli indios che potrebbero anche essere coreani, capelli lisci, lunghi fin sotto le spalle, così unti che non ce ne sono due che stanno insieme, un pizzetto con una densità di tre peli per centimetro quadrato.

Ci guardiamo, ci stiamo subito simpatici, ma nessuno parla.

Già, cosa voglio da lui? Sono entrato di getto, senza pensarci.

Beh, in ogni paese in cui viaggio mi piace ascoltare musica locale. Ma non quella tradizionale o folklorica: mi piace il rock in versione locale. Voglio dire che se un congolese o un cambogiano venisse in Italia, secondo me dovrebbe ascoltare gli Afterhours e i Verdena, magari Vasco e la prima Carmen Consoli, non Claudio Villa o Peppino di Capri. Ecco, io voglio il rock argentino. Voglio il rock argentino!

«Voglio il rock argentino!», dico a voce alta; poi, dopo aver tossicchiato un paio di volte: «Cioè, vorrei un consiglio su qualche band rock argentina… qualcosa da scoprire… perché io, ecco… non conosco nulla. Di argentino. Rock.»

Lui, è come se gli avessero cambiato la pila. Si mette a ballare da un piede all’altro e parla a raffica: «Sì fratello, rock argentino, vuoi rock argentino! Che genere di rock, eh, che cosa ti piace? Che ne dici di un bel post-punk? Cold wave, ti piace la cold wave? O preferisci il nu metal? Vuoi acid house, hardcore, garage, cosa vuoi, cosa vuoi? Eh? Eh?» Da un piede all’altro, da un piede all’altro, come un grillo cocainomane.

Oddio, e che gli dico ora… non ero preparato.

«Mah, rock… anche punk va bene… qualcosa di rock, insomma. Argentino. Rock.»

«OK, ti sistemo io fratello, ascolta qui, è roba tosta, ti presento qualcosa di speciale.»

Prende un cd, lo inserisce nel lettore. Sono tutto un fremito.

Parte la canzone. È una cosa… non so come descriverla… più che post punk… o grunge… ecco, mi ricorda Piccola Katy dei Pooh.

«Ehm, non hai una cosa più… rock? Voglio dire… se anche fosse un po’ meno melodico, un po’ più duro… non guasterebbe eh…»

«Dammi dei nomi, dammi dei nomi fratello! Cosa ascolti? Cosa ti fa muovere il sangue dentro?»

Oddio, il sangue… e che gli dico ora… lascio perdere il sangue e cerco di pensare a qualcosa di rock, che non sia proprio metal o punk perché Dio mi scampi e liberi da una caricatura latina dei Black Sabbath o dei Sex Pistols (El Sabado Negro? Las Carabinas del Sexo?), ma voglio comunque qualcosa di un po’ abrasivo, leggermente orecchiabile ma non troppo melodico, con una giusta dose di distorsione che nasconde sempre tutte le pecche…

«Mah… My Bloody Valentine, PJ Harvey, Pixies… boh, cose così…»

Lui fa una piroetta elettrica, attacca a smanettare con una cassa piena di cd e mi rivolge la seguente domanda (giuro su quello che ho di più caro al mondo, la Babsie mi è testimone):

«Nella scena di Manchester, sei più tipo da Stone Roses o da Oasis?»

Ripenso ai clienti obesi e consanguinei della gelateria. Cerco d’immaginare Ian Curtis dei Joy Division che lecca un gelato sul lungomare di Rio Gallegos e poi s’impicca. Mi pare d’intuire perfino una certa consequenzialità fra le due cose.

«Stone Roses», dico d’impulso, e non so perché, visto che è falso. In realtà sono semplicemente interdetto. Non rispondo più di me.

«Bene, bene. Stone Roses»

«… ehm, ma non fissiamoci necessariamente su Manchester eh…»

Annaspo. Non so più cosa dire.

«Okay, okay, ti ho inquadrato fratello, ti ho radiografato, ti ho fatto una TAC. Senti questa, dimmi se non ti entra dentro come una lama affilata.»

Parte una cosa che sembra il duo Mietta-Amedeo Minghi, ma quando avevano dodici anni.

«S-Senti…», balbetto, «dammi un p-paio di cd, quelli che v-vuoi… li ascolto a c-casa con c-c-c-calma…»

Ma lui è fuori controllo ormai.

«Questi erano tipo brigate rosse, tu sei italiano no? Questi altri erano trozkisti dinamitardi… questo qui è uno che ha lavorato coi narcos in Colombia… questo ha tentato di sparare al presidente Menem…»

Non so perché pensi che voglia ascoltare un criminale; in ogni caso, tutto quel che mi fa ascoltare suona esattamente come Julio Iglesias. Come un 45 giri di Julio Iglesias suonato a 33 giri.

Alla fine della discussione esco dal negozio con tre cd, di cui uno doppio: è una raccolta “indispensabile” (definizione sua) dei Sumo, il “punto di riferimento di tutto il rock argentino” (sempre definizione sua). Per ironia della sorte, nessuna delle tre band di cui ho comprato un album fanno parte della roba che mi ha fatto ascoltare in negozio. Meglio, così ho ancora un barlume di speranza.

Torniamo in hotel, con i miei tre cd, pensando a questo Vernon Subutex del profondo sud che speriamo non finisca anche lui sul lastrico. O riciclato come gelataio.

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4 risposte a ROCK AROUND THE WORLD

  1. Cristina Moioli ha detto:

    I tuoi racconti sono sempre uno spettacolo. Mi sto appassionando al vostro viaggio … ma quanto starete via?… bellissimo viaggio mi sà.
    P.s. quando torni a casa vorrei un tuo consiglio perchè vorrei comprare un giradischi ma non sò da che parte partire?…. inoltre non vorrei spendere molto è il mio primo giradischi …

    • alidimepu ha detto:

      Ciao Cristina, grazie per le tue parole! Il viaggio purtroppo è già finito, sto scrivendo sulla base degli appunti che ho preso… in tutto è durato cinque settimane e confermo, l’Argentina è spettacolare. Anche i posti tipo Rio Gallegos, che magari non offrono la bellezza classica di altri luoghi ma ti colpiscono per la loro unicità.
      Ma veramente vuoi un consiglio sul giradischi? Io posso parlarti di quello che ho comprato io da poco, mi trovo benissimo… ma non sono un esperto!
      un saluto

      • Cristina Moioli ha detto:

        In base alla tua esperienza… Per non prendere delle fregature.. Spendendo poco e poi dovrò iniziare a comprare dei dischi oltre quelli di mia madre da giovane che ho già… Tutti anni 60… È un mio desiderio che prima o poi riuscirò a mettere in pratica.

  2. alidimepu ha detto:

    Una marca eccezionale è la Project, io ne ho uno e sono contentissimo. Altrimenti Audio Technica, altra garanzia di ottima qualità. Ti consiglio di metterlo in pratica, questo desiderio… ne vale la pena!

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