FROZEN

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“Guardalo lì”, dice Toni, un giovane argentino con il ciuffo alla Bobby Solo e gli occhiali da Blues Brothers. Sta osservando un panzuto turista tedesco piantato davanti al minibus su cui salgono, uno dopo l’altro, i compagni di viaggio. “Mamma mia com’è tedesco… sta controllando che tutto vada secondo i piani, che nessuno sia in ritardo, che ognuno si sieda al suo posto e non a quello di un altro… son proprio tedeschi eh? Eh eh!”

Toni è una simpatica canaglia, ma per me e la Babsie è già ora di voltare pagina: addio Perito Moreno, addio grotta delle mani, partiamo per El Chaltén!

La Patagonia si fa sempre più profonda.

Arriviamo all’alba, dopo una notte in pullman. Ci accolgono pioggia e nebbiolina e questa è una pessima notizia: non solo perché al di fuori di Avalon e dei santuari dei gorilla di Diane Fossey non dovrebbero esistere luoghi con pioggia e nebbiolina; ma anche perché l’unica ragione valida per venire a El Chaltén è fare trekking su per i monti. E fare trekking in alta montagna con pioggia e nebbiolina è divertente quanto stare in macchina coi finestrini chiusi nel parcheggio del Lidl di Cinisello Balsamo, il 1 agosto all’una di pomeriggio.

Il nostro obiettivo si chiama monte Fitzroy e misura 3400 metri. Calma, non dobbiamo scalarlo! Ci basta fare la camminata che porta proprio sotto la vetta e guardarla stagliarsi di fronte a noi, oltre le acque azzurre di un bellissimo lago, mangiando un panino. Fanno solo nove ore di trekking in alta quota. Ah e l’ultimo chilometro è da spaccare anche la resistenza dei Tamagochi più tenaci, dicono.

Non so perché facciamo queste cose, io e la Babsie.

Mica siamo gente da montagna, noi. Siamo molto più bravi a fare trekking sul boulevard, con frequenti pause alcoliche.

Eppure siamo qui, senza chiederci troppo perché.

Ci siamo arrivati macinando altre centinaia di chilometri lungo la Ruta 40, facendo passare il tempo ammirando splendidi esemplari di guanaco. Ve lo ricordate, il guanaco? Ma sì, dai, la risposta argentina al lama! Quell’animale dal morbido manto rossiccio e l’indole paranoica, soverchiato da una colossale sindrome da accerchiamento, così angosciato che non può sopportare di restare un minuto impigliato in una staccionata pena l’infarto, stressatissimo perché il maschio deve tenere d’occhio dieci femmine un po’ zoccole mentre gli maschi un po’ mandrilli vorrebbero farsi avanti. Il guanaco, l’animale che passa tutta la vita in ansia!

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(un guanaco preda della classica crisi d’ansia)

Una volta arrivati a El Chaltén però, la fauna cambia: i branchi di guanachi lasciano il posto alle mute di cani randagi. Ve li ricordate almeno i cani randagi? Ce n’erano migliaia a Esquel, milioni a Perito Moreno e apparentemente miliardi a El Chaltén. Sono ovunque! E c’è da fare attenzione eh, perché lo sai come sono gli animali selvatici: imprevedibili! Chissà che fra loro non si annidi un dogo argentino, famosa arma letale a quattro zampe, terrore delle steppe, che in confronto il rottweiler puoi tenerlo in tasca e usarlo per soffiarti il naso.

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(una muta di cani randagi con atteggiamento tipicamente aggressivo)

Assieme ai cani randagi, la fauna non autoctona di El Chaltén è costituita dai backpacker: quegli spiriti errabondi con lo zaino in spalla che si fanno i dreadlock e dormono negli ostelli della gioventù e alla fine dimenticano di uscire a vedere cosa c’è fuori perché han passato tutto il giorno strafatti nella caffetteria dell’ostello a suonare canzoni di Bob Marley con una chitarra scordata che era senza dubbio la cosa più importante da portarsi in un viaggio così.

Oh, mica sto criticando i backpacker. Anche perché tecnicamente lo siamo anche noi: sia io che la Babs stiamo trascinando voluminosi zainoni sulle nostre povere spalle da un angolo all’altro dell’Argentina, bivaccando in stazioni dei pullman, improvvisando il programma del viaggio di giorno in giorno. Però al posto della chitarra abbiamo portato qualche ricambio di mutande in più.

A El Chaltén c’è perfino una statua del backpacker, anche se la Babs cerca di convincermi che in realtà il monumento non è al backpacker ma all’esploratore, ovvero al pioniere; insomma, a colui che in epoca tardo-coloniale ha scalato le vette delle Ande e le ha tutte rinominate, ignorando i nomi che gli indigeni avevano usato per centinaia di anni prima di lui. Come se domani un turista americano vedesse il Monte Rosa e dicesse: “Oh, what a beautiful mountain! I shall call it Starsky & Hutch!”, e da quel momento, il Monte Rosa diventa il monte Starsky & Hutch. Ecco, il nome “Fitzroy”, come potete immaginare, non l’ha scelto un argentino.

Anche io e la Babs siamo esploratori dentro, e quindi partiamo per il nostro trekking di nove ore, decisi a rinominare subito qualunque sasso possa vagamente intrigarci.

Via, si parte! Che aria frizzantina, che bei colori!

Sulle ali dell’entusiasmo, i primi cinquecento metri li faccio con un passo da Pietro Mennea; per i secondi cinquecento adotto un’andatura più da 3000 siepi; quindi decido di scalare a marcialonga, poi shopping in Corso Buenos Aires a Milano, indi passeggiata col gelato a Santa Margherita, infine al passo da “spesa all’Esselunga, corsia delle marmellate”, quando devi studiare il contenuto di zuccheri di ogni barattolo.

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(un altro temibile cane randagio mostra i denti con ferocia)

… quattro ore dopo…

Sudato fradicio. Stanco. I miei quadricipiti sono flessibili quanto un pezzo di legno, i polpacci sono di cartongesso. Dentro lo zainetto della macchina fotografica è andato a vivere Shrek con tutta la famiglia. Ma c’è di peggio.

Comincio ad avere paura. Della Babsie. No, non per la Babsie: della Babsie. La quale, ogni volta che ci apprestiamo a fare un trekking, o anche una passeggiata lungo il Ticino, non manca di ricordarmi come lei abbia sempre detestato le camminate all’aria aperta, chiarendo subito di chi è la colpa.

Ma è tardi.

Abbiamo camminato per ore, abbiamo quasi raggiunto l’obiettivo. Purtroppo la parte più dura ci aspetta nell’ultimo chilometro di salita, tutto fatto di quei massi enormi che ti fanno scoppiare le ginocchia come pop corn. Ma non possiamo mollare.

A onor del vero la mia paura della Babsie per ora non ha ragion d’essere: non è neanche entrata nella prima fase. Ah, non ve l’ho detto. Di solito, in circostanze come questa, la Babsie attraversa tre fasi.

La prima: con tono di misurato scoramento comincia a osservare che abbiamo sottostimato lo sforzo, che la difficoltà dell’impresa va oltre le nostre aspettative, che dobbiamo prenderla più piano altrimenti lei molla il colpo. Di per sé, questa fase non è niente di drammatico; solo che io ci riconosco immediatamente le avvisaglie di quel che verrà, come gli uccelli che volano basso perché sentono il temporale.

La seconda fase: “Non ce la faccio. Non ce la posso fare.” Lo scoramento ha la meglio, il cervello si arrende, il disfattismo trionfa con una punta di isteria. Si ferma e mi dice “Vai avanti da solo”, anche se sappiamo bene tutti e due che non posso abbandonarla a morire lì. Ogni tentativo di rabbonirla o di calmarla è inutile, non può che innervosirla ancora di più e accelerare il passaggio (comunque inevitabile) alla…

… terza fase, quella tremenda: è quando ringhia, alitando fiamme di fuoco: “VORREI SAPERE CHI CAZZO ME L’HA FATTO FARE”.

Solo che lo sappiamo benissimo chi gliel’ha fatto fare. I suoi occhi infatti scagliano fulmini dritti su di me. La quantità di rancore che esprimono non è descrivibile. Hanno la ferocia di un tigre maschio a cui hai appena chiuso un testicolo nella portiera della macchina, un istante dopo che si è ripreso dal dolore. In quel momento posso solo cercare riparo.

Oggi invece la Babsie tiene duro e affronta il Fitrzoy con coraggio. Fino in fondo. Eccolo, il Fitzroy. Ci siamo proprio sotto, siamo arrivati. Finalmente è nostro. Grande e grosso. Meraviglioso.

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Superata anche la prova di El Chaltén, si riprende un pullman verso sud. Fanno cinque giorni che andiamo verso sud ma non si arriva mai. Miii, la Patagonia è lunghissima!

Prossimo stop: El Calafate.

Quasi.

Prima, in verità, si buca una gomma. Non noi: il pullman. Buca una gomma e non ha quella di scorta. Ehi, amigo, chi se ne fotte della gomma di scorta? In fondo siamo solo in Patagonia, su strade bruttissime in cui s’incontra un villaggio ogni trecento chilometri!

Per fortuna El Calafate era già vicina e così l’autista riesce a convincere la società di trasporti a inviargli una ruota di scorta. Finisce bene, dai. Dobbiamo solo aspettare qualche ora a bordo strada. Facciamo un po’ di foto al nulla.

A destinazione, l’avrete immaginato, ci accoglie una muta di cani randagi locali. Ci chiedono come stanno i loro cugini di El Chaltén, e una volta rassicurati sulle buone condizioni di questi ultimi riprendono la strada. Cani, cani dappertutto! Cagando come se non ci fosse un domani.

A El Calafate si viene per vedere il ghiacciaio Perito Moreno. Sì, si chiama Perito Moreno pure lui: come il paesino dove, se siete stati attenti, siamo passati qualche giorno fa.

Immaginate se in Italia chiamassero un ghiacciaio “Ingegner Giannelli”. Perché, come ho spiegato, “Perito Moreno” è un titolo professionale e un cognome.

“Andiamo sulla Marmolada?” “Sì, dai, a vedere il ghiacciaio Ingegner Giannelli!”

Ora, in realtà il ghiacciaio Perito Moreno non è proprio come quello della Marmolada. Oh, io amo le Dolomiti eh! Però, per farsi un’idea, la superficie del Perito Moreno è circa centoventi volte quella della Marmolada. È un ghiacciaio lungo una trentina di chilometri, di larghezza variabile fra i cinque e i dieci chilometri. Ma la cosa più spettacolare è il fronte: un muro di ghiaccio alto sessanta metri, perfettamente verticale, a picco sul mare, che fa cinque chilometri da un estremo all’altro.

È una meraviglia assoluta, una cosa dell’altro mondo.

E noi, tanto per continuare quest’opera di snaturamento masochistico, ci facciamo pure un trekking sopra! Che farà mai, camminare qualche ora sul ghiaccio? Basta stare attenti a non finire dentro un sumidero, come li chiamano qui, cioè un buco che l’acqua ha scavato nel ghiaccio e che precipita per… ah, lo strato di ghiaccio del Perito Moreno è profondo fino a settecento metri. Immaginate di fare lo scivolo per settecento metri e quando arrivate in fondo, beh, meglio trovare casa e lavoro là sotto perché non ne uscirete mai!

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(non si capisce dalla foto, ma una persona ci passa comodamente; ed è profondo più o meno settecento metri)

E mentre studio le venature blu profondo del ghiaccio, penso a quel che disse una mia prozia la prima volta che vide il mare.

Ora, dovete sapere che questa prozia crebbe nell’entroterra toscano all’epoca in cui non è come oggi, che uno piglia Easy Jet e Lonely Planet e va a mangiare i churros a Copenaghen (perché poi succede così, a forza di viaggiare, che uno va a cercare i churros a Copenaghen e s’incazza pure perché non li trova). Una volta i toscani di terra erano gente di terra e non si mischiavano coi toscani di mare. Fatto sta che la prozia vide il mare per la prima volta in vita sua a quarant’anni. Quarant’anni! Immaginate quale deve essere lo choc. Ecco, questa prozia, mi racconta mia madre, corse sul bagnasciuga, si buttò nell’acqua profonda quattro centimetri e si mise a gridare: “E’ ANCHE MIO!!!!”

Ecco, cazzarola, il Mar Tirreno era anche suo, aveva ragione. E anche mio, e vostro. Anche se siete Slovacchi. È il nostro pianeta, mannaggia. È tutto nostro. Lasciamo stare la politica e gli immigrati che rubano i posti di lavoro, ma insomma, il pianeta, il pianeta! Il pianeta è di tutti. Anche il ghiaccio che ci sta sopra. L’Unesco dice: Patrimonio dell’umanità. La mia prozia, più burinamente, diceva: “è anche mio!”. Ma il concetto è lo stesso. E io sono felice di essere un pezzo di un pianeta così strabiliante, cazzo, dove un ghiacciaio lungo trenta chilometri mi guarda col suo muso alto sessanta metri, come una balena azzurra che guarda un gamberetto.

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E’ anche mio! E allora ci camminiamo sopra.

 

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