VITA DA GUANACO

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“Maddai, queste le ha fatte suo cugino, sono sicuro!”, dico.

“Piantala, devi sempre fare il cinico!”, mi rimbrotta la Babs.

“Ma che cinico, guarda! Queste manate sono della settimana scorsa, al massimo due settimane fa, si vede chiaramente… è il cugino della guida, hanno messo su un business insieme…”

Restiamo in silenzio. contempliamo.

Sulla roccia, di fronte a noi, centinaia di mani.

O meglio: impronte di mani, fatte in negativo, cioè appoggiando il palmo sulla roccia e buttandoci una specie di vernice sopra. Grandi e piccole, maschili e femminili, fatte usando il rosso, il nero, il giallo, perfino il blu.

Toni, la guida che abbiamo seguito per un paio d’ore lungo il fondo di un canyon, fino ad arrivare a questa grotta, declama il valore inestimabile di queste antiche opere d’arte. La Lonely Planet (ma che avrà mai di così “solitario”, in questo pianeta?) conferma: risalgono a diverse migliaia di anni fa. Le hanno datate col Carbonio 14, capite. Neolitico o giù di lì. La colorazione, pare, fu estratta da piante, frammenti e altri coloranti naturali. A me in verità sembrano vernici di Castorama, tipo fatte la settimana scorsa.

Vecchie o nuove che siano, queste “manate” sono la grande attrazione della zona. Siamo nei dintorni di Perito Moreno, un paesino sperduto nel cuore della Patagonia, dove “Perito” si riferisce al titolo professionale, tipo “perito assicurativo”, e Moreno è un cognome; il nome del paese infatti è stato scelto in onore a un tizio realmente vissuto e alla sua professione (come se in Italia esistesse il comune di Ragionier Brambilla).

Eh sì, non ve l’avevo detto, ma finalmente siamo in Patagonia! Sulla mitica Ruta 40! Ma come sarebbe “E che è ‘sta Ruta 40”? È un po’ come la Route 66 dell’Argentina, ma meglio! In totale è lunga ben cinquemila chilometri e unisce il nord al sud del paese, da un capo all’altro. Il tutto (essendo una semplice strada statale) su una sola corsia per senso di marcia. Ah, e in lunghi tratti è pure sterrata. E nota bene, non esistono alternative, né autostrade né superstrade. La Ruta 40 non è una scelta per i romantici che hanno tempo da perdere e possono passare quattordici ore in viaggio per fare cinquecento chilometri. È l’unica opzione.

Noi ce non la sciroppiamo tutta, perché non possiamo invecchiare in Argentina; ci accontentiamo dei duemila chilometri del tratto Patagonico, da Esquel in giù, verso la fine del mondo. Fanno solo tre giorni che andiamo a zonzo per quest’immensa lingua di terra e già ci sentiamo rinati.

Ah, a proposito di Esquel: segnatevi il nome, perché questo villaggio insignificante, sconosciuto, bistrattato e sistematicamente saltato da tutti i viaggiatori è il posto più fico e patagonico di tutta la Patagonia. A renderlo tale contribuiscono una serie di caratteristiche, tutte ugualmente importanti. L’aria leggera e frizzantina; il cielo di un blu abbagliante, grazie all’assenza d’inquinamento e a un simpatico buco nell’ozono che ti abbronza meglio di Bilboa di Cadey; l’assetto urbanistico tipico dei posti costruiti senza porsi il problema dello spazio, con le case belle distanziate e le strade rettilinee, così perfettamente dritte che in fondo, per quanto lunghe siano, intravedi sempre il vuoto della steppa arida e affascinante oltre i limiti urbani; e soprattutto le mute di cani randagi che pattugliano capillarmente le vie.

Cani!

Sono ovunque, a zonzo per villaggi e cittadine: a Esquel, a Perito Moreno e in ogni altro angolo della Patagonia in cui si rassembri un po’ di umanità. Ci seguono a frotte, questi curiosi quadrupedi. Sono liberi come l’aria, vagano e cagano manco bisognasse sbrigarsi prima che passi di moda. Per nostra fortuna si mostrano stranamente pacati. Ma è sempre meglio non perderli d’occhio.

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L’altro animale tipico della Patagonia, a parte il cane, è il guanaco: la risposta argentina al lama. E non sputa nemmeno! Lungo il tragitto per il canyon delle mani, a Perito Moreno, ne vediamo diversi: meravigliosi, col loro pelo rossiccio, pascolano liberi in spazi sconfinati.

“Il guanaco è un animale particolare”, ci spiega Toni (la guida per la grotta delle mani). “È una specie protetta, assolutamente intoccabile. Non si può mangiare. Anche se la carne di guanaco è deliziosa. Ma io naturalmente non ne so niente, l’ho solo sentito dire.”

Sulla Ruta 40, lungo i due lati della strada, appena visibile, corre una protezione formata da tre robusti fili di ferro sostenuti da paletti a intervalli regolari. Serve a impedire che gli animali attraversino di corsa la strada causando incidenti. Stiamo guardando distrattamente fuori dalla macchina di Toni, quando di fronte ai nostri occhi si prospetta una scena raccapricciante: un guanaco mezzo decomposto penzola dalla barriera lungo la strada, il corpo metà di qua e metà di là, evidentemente rimasto a metà durante il tentativo di saltarla.

“Oddio, poverino! Sarà rimasto impigliato nel salto ed è morto di fame e di sete!”, sale il grido straziato della Babs.

“No, tranquilli”, ci rassicura Toni. “È morto in fretta e non ha quasi sofferto. Il guanaco è così abituato alla libertà che se rimane impigliato in qualcosa va in uno stato di stress enorme e nel giro di pochi secondi schiatta d’infarto.”

Minchia!

“Eh già”, prosegue la guida. “Il guanaco non bisogna spaventarlo perché ogni spavento potrebbe fargli venire un colpo al cuore. Pensate che ogni anno le autorità autorizzano la tosatura di un certo numero di capi, ma a condizione che l’operazione sia assistita da veterinari specialisti che accarezzano l’animale per calmarlo, e che questo venga lasciato andare ai primi segni di stress, per evitargli il collasso.”

A un certo punto osserviamo un gruppo di guanachi intorno a una collinetta; un esemplare solitario se ne sta sulla cima mentre gli altri pascolano sotto.

“Vedete quello là? È il maschio, che sta sulla cima e rinuncia a mangiare per tenere d’occhio il territorio, nel caso arrivino altri maschi. Il guanaco maschio deve costantemente sorvegliare il suo harem, non può rilassarsi un secondo per il rischio che arrivi un concorrente.”

Ragazzi, il guanaco è un animale stressatissimo!

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(un classico esemplare di guanaco che comincia a entrare in ansia)

Ma dico, a che serve essere animali selvatici nell’infinita steppa patagonica se devi avere la fragilità cardio-vascolare di un milanese cinquantenne che lavora in Borsa e da quando era bambino fuma due pacchetti di Marlboro rosse al giorno?

A parte cani, guanachi e, nel caso di Perito Moreno, mani sulle rocce, in questa fetta di Patagonia non c’è assolutamente niente da vedere: il che ne è il pregio principale. La totale assenza d’interesse turistico infatti ne preserva l’immacolatezza, tenendo ben lontane le orde che si accalcano più a sud, nelle zone dei grandi ghiacciai e delle montagne da scalare.

Esquel e Perito Moreno, con la loro assenza totale di azione, sono il genere di posti che t’invita immediatamente a camminare più lentamente e che provoca una voglia abnorme di sedersi e farsi una birra; meglio cedere subito a questi impulsi del tutto naturali. E così, dai nostri tavolini sul marciapiede assaporiamo la brezzolina serale studiando questa variante di argentini ben diversa da quella dei locali cool di Buenos Aires. Pelli più olivastre, zigomi più pronunciati, occhi quasi a mandorla, stivali da vaquero, che poi sarebbe il cowboy locale, gambe a parentesi tonda tipo Pierre Littbarski. Insomma è una specie di Far West in versione sudamericana.

Duemila chilometri di steppa e brughiera protesa verso l’Antartide, un mondo estremo in tutti i sensi, popolato da cani randagi, guanachi stressati e gente che lascia le manate sulle rocce: cosa volete di più?

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