MARADONA, LE MAMME E GLI ALTRI

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Plaza de Mayo a Buenos Aires è un po’ come piazza del Quirinale mescolata con piazza Colonna di fronte a Palazzo Chigi. Ogni giovedì pomeriggio a Plaza de Mayo si riunisce un pugno di donne anziane col fazzoletto bianco in testa legato stretto intorno al mento. Fanno qualche volta il giro della piazza, leggono un appello di nomi che resta senza risposta e tornano a casa.

Da quarant’anni.

Queste donne sono quel che resta di un gruppo più numeroso. Le altre sono invecchiate e morte, alcune sostituite nel raduno da altri familiari. S’incontrano da quattro decenni di fronte al palazzo della presidenza argentina una volta alla settimana per chiedere al governo una risposta sulla sorte dei propri figli desaparecidos. Sono quei ragazzi e ragazze, uomini e donne che durante l’epoca della dittatura venivano presi e “spariti”. Vi ricordate la barzelletta di Berlusconi sul dittatore Videla, che portava la gente in aereo sul Rio de la Plata e a un certo punto lanciava fuori dal finestrino un pallone, dicendo “dai, andate a giocare”, e poi buttava fuori pure loro? Ecco, quelli.

Le loro mamme chiedono che qualcuno renda conto della fine che hanno fatto.

“Madres de la plaza, el pueblo las abraza”, cantano centinaia di persone che magari non hanno figli scomparsi ma danno man forte. A un certo punto un ragazzo lo fa letteralmente: lui è molto giovane e ha i lineamenti vagamente indio, la pelle un po’ scura, è in jeans e maglietta. Lei è bianca candida, anziana, grassa, con i capelli bianchi. Lei inizia a piangere, lui le vede e le si butta addosso, la stringe per dieci, venti secondi, un vero abbraccio con i volti nascosti nel collo l’uno dell’altra.

Poi ricominciano, lei a fare il girotondo con le altre, lui a cantare lo slogan.

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(love, death & the presidential palace)

È diventato anche uno spettacolo per turisti, sì, è inutile negarlo. Altrimenti non sarei qui a scrivere queste parole. Anche se si vuol credere che un turista (o viaggiatore, come ci piace snobisticamente definirci per distinguerci dalla brutta immagine di noi stessi) che viene a Plaza de Mayo il giovedì pomeriggio lo faccia anche un po’ per amore e non solo per voyeurismo. Chissà. Chissà se in me c’è più l’una o più l’altra cosa.

San Telmo invece non c’entra con la politica. È un quartiere bello, e la cosa va sottolineata perché a Buenos Aires non ce ne sono molti di quartieri belli. Interessanti, vivaci, seducenti sì, e molti; ma belli nel senso letterale del termine, quello puramente estetico, belli cioè come la fotomodella senza cervello, no. San Telmo lo è. In più è anche molto affascinante quindi insomma è il partner ideale. Solo che è troppo turistico. È come il partner ideale che però ha il vizio di andare con tutti. Nessuno è perfetto.

A San Telmo la gente (quella brava) balla il tango in piazza. Lo spettacolo è appassionante anche se poi bisogna dare il gettone. Ci sono burattinai e gelatai, artigiani e arraffoni. C’è un mercato di strada e ce n’è un altro dentro una meravigliosa struttura in ferro, come quei mercati coperti di tanti anni fa; oggi ci sono ancora fruttaroli e macellai e le pesche sono grosse come palle da bowling e il mango è di un giallo che sembra la pubblicità della Kodak negli anni Ottanta. Ci sono anche caffè hipster dove ordinare un 100% arabica eco-responsabile colombiano oppure una birra artigianale con retrogusto di mirtillo selvatico e oli essenziali.

A San Telmo un (altro) turista ci ferma e ci attacca un bottone che non finisce più. Dopo venti minuti di monologo sappiamo tutto di lui, e per fortuna lui niente di noi. È serbo e vive in Canada, ama Buenos Aires perché secondo lui è quel che le città europee dovrebbero essere (vorrei dirgli che lo erano già, ottant’anni fa), ha capito tutto della vittoria di Trump e ci fa una rapida analisi politica della situazione, ci spiega che il problema dell’Europa è l’immigrazione (certamente, per lui che se ne è andato, il problema non è stato l’emigrazione) e poi una serie di altre teorie socio-cultural-economico-religiose che ora non ricordo, ma che hanno tutte tantissimo senso. Lasciamo il nostro serbo-canadese promettendo di riflettere a come migliorare l’Europa in cui lui non vive più e noi sì. Passeggiamo.

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(to sausage or not to sausage, that is the question)

Alla Boca, invece, bisogna andare preparati. Per due ragioni.

La prima è che, come ti ricordano minacciosamente mille testimonianze su internet (molte sono di argentini), se ti distrai o prendi la strada sbagliata alla Boca ti rapinano, stuprano e uccidono (non necessariamente in quell’ordine).

La seconda è che devi sapere cosa vai a vedere. Quel che tutti, ma dico proprio tutti e anche i loro fratelli, vanno a vedere alla Boca è il famoso Caminito: una stradina pittoresca che sembra fatta apposta come un presepe. E in effetti lo è. Le casette sono proprio come se le costruivano i portuali cento anni fa, con gli avanzi di materiali e vernici del porto: lamiera, assi di legno e mille colori, con un effetto cromatico e plastico irresistibilmente fotogenico. Purtroppo in quelle casette, a occhio e croce, non vive più nessuno. Sono quasi certo che le gestisce l’assessorato al Turismo di Buenos Aires; e fa bene, perché è un bel business. A un capo della via c’è una lunga colonna di pullman parcheggiati, ne scendono folle agguerrite di turisti americani, italiani, spagnoli, giapponesi e di altre nazionalità con gli occhi a mandorla che non sono capace di distinguere. Hanno l’aria agguerrita, vogliono vedere, comprare, mangiare.

Passeggiano lungo il Caminito, restando impigliati ai ristoranti turistici di quelli dove il cameriere ti sbatte il menù in mano quasi con violenza e ti chiama dotto’ (in italiano). Sul bordo della strada, svariati sosia di Maradona (che si fanno più vecchi, brutti e grassi mano a mano che procedi) cercano maldestramente di palleggiare prima di perdere il pallone sotto il tavolo di un ristoranti col menù turistico. Coppie di ballerini avvenenti fermano coppie di turisti molto meno avvenenti e propongono loro di fare due passi di tango, coi partner incrociati: il ballerino con la turista, la ballerina con il turista. Alla fine dicono: “Fanno cinquanta euro per la lezione. A testa, grazie.”

Superato il Caminito, quando entri nel territorio in cui secondo le testimonianze in rete dovrebbero saltarti addosso gli Apache e farti lo scalpo, scopri in quartiere inaspettatamente piacevole. Basta entrare in un caffè per tornare indietro nel tempo. Intorno alla Bombonera, lo stadio del Boca Juniors di Maradona, friggono salsicce sul marciapiede a ogni ora del giorno. Avendole provate garantisco che sono altrettanto buone di quelle di San Siro. Ti siedi su una seggiolina messa lì sulla strada, dove non passano macchine, e te la mangi con una birra in santa pace. Su un tavolino ci sono le varie salse, ci si serve da sé. Non mi sembra gente che stupra e uccide, questa qui, ma teniamo gli occhi aperti che non si sa mai.

Ah, e se per caso aveste in mente di andare a Montevideo, non ce n’è bisogno! Ci siamo stati noi per conto vostro e direi che non ci sono ragioni irrinunciabili per visitarla. Non che sia brutta, eh! Tutt’altro. Nel costruire certi angoli del centro storico, anzi, si direbbe che abbiano preso a modello una cartolina di Parigi, con i tetti in ardesia e tutto il resto. Purtroppo, dico io, uno stile che funziona perfettamente a casa propria può non essere altrettanto efficace altrove. Immaginate un gruppo di giamaicani vestiti alla tirolese che cantano “yolalahihuuuuuu”. O dei tirolesi rasta. Insomma io più che le “Parigi del Sudamerica” amo il caro vecchio stile coloniale, quello dai colori pastello e i lunghi porticati con le grosse travi in legno. Sono razzista per questo?

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(Specchio, specchio delle mie brame… assomiglio un po’ a Parigi? O almeno a Buenos Aires?)

Va aggiunto che anche a Montevideo hanno il mare; ma l’acqua è tossica solo a guardarla. C’è poi un ex mercato coperto trasformato in maxi-ristorante specializzato in grigliate di carne. E ovunque si trova il chivito, il classico panino al filetto col formaggio fuso. E una birra locale. Ecco, insomma, di cose interessanti ne hanno in Uruguay. La maggior parte delle quali, più che all’apprezzamento dei nostri occhi sono destinate al buio del nostro stomaco e alla spietata crudeltà dei nostri succhi gastrici.

La sera, nel l’aliscafo che ci riporta a Buenos Aires in solo… due ore e tre quarti, penso che è stata proprio una giornata piacevole. Magari un po’ lunga. Un filo massacrante, anche. Ma piacevole. Un po’ come andare da Milano a fare due passi a Legnano, prendendo un calesse che fa il giro dalla tangenziale di Brescia.

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(hipster, alla maniera dell’Uruguay)

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