E ALLORA TANGO

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«Sei sicuro che sia qui?» mi chiede la Babs.

«Più o meno», rispondo.

La strada è buia e immobile. Non ci sono passanti. Nessun movimento.

Stiamo osservando da cinque minuti un campanello senza nomi di fianco a una porta metallica scusa senza insegne. Lo premo e aspetto.

Un rumore annuncia l’apertura di uno sportellino che non avevamo notato, proprio in mezzo alla porta. Una faccia invisibile mi scruta dall’interno.

«Parola d’ordine?», dice la faccia.

«Sylvia Plath», faccio.

Lo spioncino si chiude. Un attimo dopo la porta metallica si apre verso una piccola corte interna: vuota. Tranne per questo tizio meticcio che indica una cabina telefonica nell’angolo.

«Componete il numero 1243, poi aspettate che si apra il retro della cabina, quella è l’entrata.»

Mamma mia, uscire la sera a Buenos Aires è complicatissimo!

Il fatto è che gli argentini, almeno quelli della capitale, sono dei romantici e hanno un debole per gli speakeasy: quei locali segreti dell’epoca proibizionista americana, quando si doveva bere di nascosto e prima di trovare un bar bisognava far perdere le proprie tracce alla polizia.

Ïn Argentina al giorno d’oggi non sarebbe necessario, perché l’alcol si vende e si consuma tranquillamente nei bar, per strada e negli asili nido; ma la moda dello speakeasy è più viva che mai. E attenzione, se questo genere di locali fosse spuntato a Milano, Parigi o Londra, mi starebbe subito sulle scatole come ennesima manifestazione di snobismo, hipsterismo, provincialismo e piovegovernoladro. Ma siccome siamo in Sudamerica, dove anche gli hipster hanno la faccia o da narcotrafficante o da competitore nella celebre gara del salto della frontiera (con o senza asta, in lungo, in alto o anche di traverso pur di atterrare dall’altra parte), guardiamo al fenomeno con occhio indulgente; anzi, ci facciamo prendere proprio: fico!

E quindi, cercando indizi e risolvendo indovinelli disseminati sui social media, ce l’abbiamo fatta anche noi.

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Oddio, l’inizio non era stato promettente. C’è anche da dire che io e la Babs eravamo stati forse troppo ambiziosi. Pretendere di buttarsi a caccia già la sera del nostro arrivo era francamente irrealistico; per di più, con la botta del jet lag, tirare l’ora in cui si va negli speakeasy di Buenos Aires (in genere dopo l’una di notte) era impresa ardita. Finito di cenare, verso le undici, quando per i nostri corpi erano già le tre del mattino, per di più con una notte in bianco sull’aereo alle spalle, fiaccati dalle birre d’aperitivo e dal Malbec della cena, ci siamo detti: «Andiamo a casa a fare un pisolino e tra un paio d’ore usciamo.»

Ancora adesso, mentre scrivo queste parole, non riesco a credere che le abbiamo pronunciate. Ma vi giuro che è stato così.

Tornati nell’appartamento preso con Airbnb, il pisolino l’abbiamo fatto, sì: vestiti, buttati sul letto, schiantati di sasso con la bolla al naso prima ancora di chiudere gli occhi. Quando all’una di notte è suonata la sveglia, la Babsie ha detto: «Urgh… chi bussa?», e io ho risposto: «Ergh… mi sembrano gli Oasis. Ah no, è ora di uscire»; e lei: «Okay.» Saggiamente, abbiamo deciso di richiudere gli occhi ancora un momento. Quando li abbiamo riaperti il sole già alto filtrava dalle tende. È andata così.

Serata numero 2: siamo più riposati e abbiamo un piano!

Dopo cena, per ingannare il tempo andiamo in una milonga, quel genere di locale in cui gli argentini ballano il tango. Anche alle milonghe in verità si consiglia di arrivare tardi: l’azione si concentra fra l’una e le cinque del mattino. Noi arriviamo verso mezzanotte ma c’è già molta gente in pista.

Ora sappiate che a Buenos Aires ci sono due modi di vedere ballare il tango, se mai vi dovesse venire voglia. Il primo sono gli spettacoli nei ristoranti turistici, un po’ come quando a Roma vai al ristorante dove c’è quello con la chitarrina che canta “E benvenuti a ‘sti frocioni…” Il vantaggio di questa modalità è che i ballerini sono professionisti e la bravura è garantita; lo svantaggio è che si tratta di una montatura per turisti e non c’entra niente con il tango come lo vivono gli argentini “veri”. Un po’ come in genere, i romani de Roma non vanno nei ristoranti dove si canta “E benvenuti a ‘sti frocioni…”

Il secondo modo è la milonga: ovvero una specie di balera. Non c’è niente di raffinato o esclusivo nelle milonghe: alcune sono allestite in palestre, altre nell’equivalente locale dei circoli Arci, altre ancora in vecchie sale che ricordano quelle del liscio in paese. Il vantaggio è che si tratta di un’esperienza autentica, corrispondente al modo di vivere il tango della “gente normale”; lo svantaggio è che la gente normale non possiede necessariamente le doti dei grandi ballerini, e assomiglia molto spesso a tuo nonno che pestava i piedi alla tua povera nonna durante la mazurca alla sagra della porchetta. Certo che se hai culo puoi trovare anche gente brava alla milonga.

Scegliendo sempre e comunque la via della Verità, io e la Babs abbiamo preferito questa seconda possibilità. Che conferma le attese circa il livello furiosamente variabile di abilità dei ballerini ma soprattutto ci aiuta a far passare il tempo fino al momento di raggiungere il nostro vero obiettivo: gli speakeasy!

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Quando viene il momento di andare a caccia, quindi, seguiamo le tracce che ho cercato pazientemente nel pomeriggio su Twitter. E troviamo non solo l’indirizzo di questo locale nascosto nel quartiere glamour di Palermo Soho (a Buenos Aires c’è un quartiere che si chiama Palermo, diviso in Palermo Soho e Palermo Hollywood; non sto inventando niente, giuro, googolatelo se non mi credete), ma anche la parola d’ordine che ci permette di superare l’ostacolo del temibile gorilla sulla porta: il nome della poetessa Sylvia Plath, appunto (chi l’ha scelta ha ottimo gusto. Probabilmente non è stato il gorilla).

Una volta all’interno, attraversata la squallida corte e passati per la vetusta cabina telefonica, ci sembra di precipitare a Chicago negli anni Trenta (tralasciando il piccolo particolare che non abbiamo la più pallida idea di come fosse Chicago negli anni Trenta, o in qualunque anno se è per questo). Insomma l’ambiente e l’arrendamento fanno pensare che Al Capone sia lì da qualche parte con la faccia di De Niro e la buoncostume possa fare irruzione da un momento all’altro. Fantastico!

Più che soddisfatti da questo primo approccio, la sera dopo ovviamente vogliamo fare il bis in altri locali.

Ormai allineato il nostro fuso orario biologico agli orari locali, andiamo a cena alle dieci come si usa qui, finendo a mezzanotte. Saltando stavolta la milonga, parte subito la caccia allo speakeasy. Cominciamo da un locale facile (semplicemente senza insegna né scritte sulla porta); per poi passare, un’ora più tardi, a un altro più complicato: cui si accede entrando in una gelateria deserta e lanciando un’occhiata d’intesa alla cassiera, la quale lascia la cassa e ci accompagna in fondo alla sala, spostando una tendina e rivelando una porta perfettamente mimetizzata nel muro di mattoni rossi (vero!). Passando così (letteralmente) attraverso la gelateria deserta entriamo in un locale minimal-industrial fichissimo, dove ancora una volta argentini di ogni età (i sudamericani non perdono la voglia di uscire con l’avanzare degli anni) butta giù cocktail come se non ci fosse un domani. Perfino la musica è bella!

A questo punto, sulle ali dell’Entusiasmo, questa forza miracolosa e inspiegabile capace di galvanizzare le nostre vecchie membra, decidiamo d’impulso di concludere la notte andando a ballare. Insomma è andata più o meno così. Quasi. Il concetto di “impulso” è da intendersi con una certa elasticità. Oh, insomma, per dirla tutta io avevo iniziato a sbattere i piedi per terra e trattenere il fiato fino a diventare blu già qualche settimana prima di partire, per convincere la Babs ad andare in disco a Buenos Aires. Fatto sta che è il momento di agire.

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Arrivati al “Kika”, ho qualche dubbio. Una piccola fila di persone si sottopone con disciplina al vaglio del buttafuori. Mi sembra di stare in Corso Como a Milano. Sì, lo so, è orribile. Io poi non sopporto di fare la fila per entrare in un locale. Sono io il cliente, diamine. Perché io valgo.

Ora, è vero che anche entrare negli speakeasy richiede un certo sforzo, ma è solo un gioco: chiunque trovi gli indizi entra senza problemi. E quindi, pur avendo fatto la fila (che per fortuna è corta e si muove in fretta) è quasi un sollievo quando tocca a noi e il buttafuori guarda la Babsie dicendo: «Con le infradito no.»

La Babs è indignata e vorrebbe discutere, perché quelle non sono infradito da spiaggia ma sandali carini fatti così e cosà, col nastrino elegante e voi-che-cazzo-ne-sapete-di-moda, ma lasciamo perdere. Andiamo oltre. Dopo un rapido consulto, incredibilmente decidiamo di non desistere ma provare alla prossima. Che guarda caso è il Niceto Club, cioè quella in cui speravo di andare la prima sera (quando la stanchezza ci aveva vinti).

In quest’ultima entriamo senza fila e senza problemi, anche perché è una discoteca di quelle un po’ scazzate, in cui la pista è una grande superficie di cemento e per terra c’è un acquitrino di birra, avete presente? Ecco insomma siamo dentro in un battibaleno, giusto in tempo per sentire il DJ chiedere alla gente se si diverte, parlando inglese con un forte accento straniero.

«Mi sembra familiare…», dico io.

In quel momento parte un pezzo, accolto da un “yeeeeeahhhhh!!!” generale nel locale.

«Ma è Disko Partizani!», urlo, tutto esaltato. «È Shantel! Il DJ è Shantel!!!»

Vi rendete conto? Ma certo: naturalmente conoscerete bene il divino Shantel… Quindi potete immaginare il mio stato di eccitazione! Qual era la probabilità di trovarlo come DJ in una discoteca a Buenos Aires? Se fossimo venuti in questo locale la prima sera, come avevamo intenzione di fare, o se la Babs non avesse indossato le infradito (cioè gli elegantissimi sandali), adesso non saremmo qui.

I wanna be a disco boy!

Cominciamo bene.

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