THE END OF THE WORLD

20161205_145947

Prima delle cime del Pamir, prima del deserto del Ténéré, prima del cuore dell’Amazzonia, ci fu Upminster, ridente villaggio dell’Essex.

Correva l’anno 1994 e io, a Londra, ogni mattina prendevo la District Line alla fermata di East Putney nel sud-ovest e mi sorbivo le 22 stazioni fino a Mile End nell’East End per andare a lezione. La District Line è la linea più lenta e sfigata della metropolitana londinese: fa un mucchio di fermate per servire ogni angolo del suo tragitto e i vagoni, prima che li rinnovassero in tempi più recenti, sembravano essere gli stessi usati come diligenze nel film di John Ford Ombre Rosse.

Ma io amavo la District Line perché era la mia e anche perché nel 1993, una delle immagini del libretto dell’album Modern Life Is Rubbish dei Blur consisteva in un disegno che ritraeva la band seduta in un vagone di questa linea – inconfondibile a causa dell’orribile motivo della tappezzeria dei sedili. Avevano tutti i Doc Martens e l’aria pallida e annoiata proprio come la meglio gioventù inglese che incrociavo su quella metropolitana, quando la prendevo fuori dall’orario di punta.

Mi ricordo anche le pubblicità affisse nei vagoni. Ce n’era una dell’aria condizionata con una biondazza disegnata nello stile dei fumetti Marvel, con la fronte imperlata di sudore, che accasciandosi sulla scrivania diceva: “Uff… 24 gradi… NESSUNO può lavorare in queste condizioni… con questo caldo è impossibile non addormentarsi!”

24 gradi? Tesoro, vieni a lavorare per i Dottorini senza confini, dove ci sentiamo in colpa a chiedere l’aria condizionata perché in ufficio ce ne sono solo 42, e poi fino ai 45 gradi si può resistere, dai, e sono i soldi dei donatori, e insomma…

Vabbè.

Mi ricordo anche quella ragazza (vera, non una pubblicità) con un hamburger gigantesco in mano, che a metà pasto si prese una piccola pausa: appoggiò l’hamburger sul sedile di fianco senza carta o altra protezione, si ciucciò molto meticolosamente le dita una a una, poi le strofinò ben bene contro lo schienale del sedile di fianco per asciugarle dalla saliva, riprese l’hamburger e ricominciò a mangiare.

Allora la cosa mi colpì come piuttosto anti-igienica, mentre oggi (sarà il tempo trascorso nei centri di cura del colera) non ci vedo particolari rischi per la salute, mentre continua a non entusiasmarmi lo stato in cui lasciò i sedili dopo il suo passaggio.

Un’altra volta, la sera tardi (eravamo rimasti al college a bere una birra, immagino), vidi due ragazzi di colore entrare dal vagone davanti col treno in corsa, attraversare la nostra carrozza in fretta e furia e – sempre mentre il treno correva – aprire la porta in fondo per passare nel vagone didietro. Stavo pensando qualcosa tipo “ma guarda questi teppisti, avranno sicuramente borseggiato qualcuno” quando fui interrotto dallo stesso identico passaggio, questa volta a opera di due bestioni bianchi che avranno fatto cento chili l’uno, con la testa rasata e dei cacciavite in mano. Mi sentii razzista e vigliacco.

Ogni giorno i tre quarti d’ora di metro per attraversare la città mi sembravano tanti ma la cosa che mi aveva sempre affascinato era che arrivati a Mile End non si era neanche a metà del cammino di questa lenta, pachidermica carovana.

Le fermate proseguivano ancora per chissà quanto tempo e chilometri fino al capolinea: Upminster.

Là in mezzo c’erano quartieri con tanti motivi di richiamo più o meno fondamentali per me: la stessa Mile End citata nell’omonimo pezzo dei Pulp, Dagenham da cui viene il Dave della canzone di Morrissey, West Ham/Upton Park con la sua povera squadra di calcio. Hornchurch, che io avevo sempre letto “Hornychurch” e mi chiedevo come facesse una chiesa a essere sessualmente eccitata. Giuro, ci ho messo anni ad accorgermi che non c’era la Y.

Ma era Upminster la mia fissazione. E non perché mi aspettassi qualcosa: il dubbio se fosse bella o brutta non mi passò mai per la testa. Non volevo andarci perché pensavo fosse una zona carina; e neanche perché pensavo che fosse brutta – che sarebbe la stessa identica cosa, concettualmente: bello e brutto sono solo estremi opposti sulla stessa scala estetica. No, dimentichiamo proprio l’estetica.

L’unica ragione per vedere Upminster, per me, era che non c’era nient’altro dopo. Una ragione più che valida, ne converrete.

Upminster non avrebbe potuto deludermi perché la sua unica qualità consisteva nel fatto di essere alla fine della District Line, a occhio e croce quaranta minuti più in là di Barking; e in questo, ne ero ragionevolmente certo, non avrebbe mancato alle attese.

Direte: ma anche San Donato è al capolinea della metropolitana di Milano. Infatti a San Donato ci sono stato, e anche a Sesto Marelli (che allora era un altro capolinea). Ma a San Donato e Sesto Marelli, confesso, ci sono andato per ragioni pratiche, non in viaggio iniziatico.

E poi non è la stessa cosa perché il numero di fermate è inferiore e San Donato e Sesto Marelli non sono in Zona 6 di Londra, che è una città dall’estensione mostruosa… insomma se la Linea 3 dopo San Donato proseguisse fino a San Colombano al Lambro ne potremmo parlare…

Comunque i capolinea della metro di Milano me li sono fatti tutti tranne Gessate, che infatti è il più remoto e anche Gessate devo dire che… un certo friccicorino me lo trasmette. Chissà… stay tuned.

Mannaggia alla mania di arrivare sempre in fondo, di vedere sempre cosa c’è al limite, quando non si può più andare oltre. Non importa se sia l’ultima duna di un deserto, l’ultimo scoglio di una delle isole Egadi o il capolinea di una decrepita linea della metropolitana: bisogna arrivare in fondo.

Io ad Upminster ci volevo andare a tutti i costi.

E allora perché per ventidue anni non ho avuto il coraggio di farlo?

Forse avevo paura che non esistesse per davvero; che il treno si fermasse quattro o cinque fermate prima con l’annuncio: “Eh eh, abbiamo scherzato, non crederete mica che si possa arrivare così lontano eh? E ora torniamo a Tower Hill.”

Oppure (possibilità altrettanto plausibile) temevo che appena prima di arrivare la metropolitana s’infilasse nella tana di un coniglio e mi ritrovassi in uno spazio-tempo parallelo, e chissà se torneremo mai a casa.

Forse perché in fondo speravo che ad Upminster ci fosse ancora il milkman che andava in giro lasciando bottiglie in vetro piene di latte sugli usci delle case.

O forse perché ancora più in fondo, da ogni Isola-che-non-c’è ti aspetti qualcosa di speciale, anche se non sai bene cosa. E in questo senso non ero certo che un ennesimo negozio di Boots potesse fare al caso nostro.

Quindi non ci andai nel 1994. Né quando vissi a Londra fra il ’96 e il ’99, né in una delle numerose volte in cui ci sono tornato successivamente.

Upminster è rimasto un mistero per tutti questi anni.

Fino alla settimana scorsa! Ha!

Succede che (nella mia testa, almeno) stavo lasciando Londra al termine di un piacevole soggiorno, per tornare alla mia Parigi. Arrivo con armi e bagagli alla stazione dell’Eurostar di St. Pancras, ma il mio biglietto viene rifiutato dalla macchina che apre le porte per accedere al binario.

Riprovo: niente.

Rileggo bene il biglietto: treno da LON-DRA a PA-RI-GI, ore DO-DI-CI e VEN-TI-QUAT-TRO, di MAR-TE-D… uhm, martedì? possibile che sia… ehm, domani??? Scusi, faccio a una bigliettaia qualche metro più in là, che giorno è oggi? “Lunedì!”, mi dice.

Velocemente mi scorre davanti agli occhi tutta la vita più alcune canzoni con Monday o Tuesday nel titolo (delle Bangles, dei Boomtown Rats, dei Duran Duran, degli Stones, di David Bowie) ma anche nel testo (“… and then it happened on a Tuesday morning, Tracey Jacks bulldozed down the house that he lived in…”, “I don’t care if Monday’s blue, Tuesday is grey and Wednesday too…” e naturalmente “I met this girl on Monday, took her for a drink on Tuesday…”).

Poi si concretizza l’informazione, nell’angusta zona del mio cervello non occupata dalle biografie dei musicisti: ebbene sì, mi sono sbagliato di giorno, il mio treno parte domani.

Poco male, ci sono abituato. Mi è già successo con gli aerei, ed è stato peggio: un paio di volte sono arrivato in aeroporto un giorno in ritardo (una volta fu tornando dall’India).

Di conseguenza mi ritrovo con una giornata-bonus, un giorno in più nella mia vita, un giorno che non pensavo avrei mai vissuto; perché a Parigi non avevo nulla da fare, quindi non ho perso niente. Qualunque cosa faccia invece con questa giornata in più a Londra, è come se l’avessi vinta alla lotteria! Yippie! Camperò un giorno più a lungo!

E così l’ho fatto.

Ci ho riflettuto ben bene, per prendere la decisione sono andato a comprare un brownie al mercatino del Borough vicino a London Bridge, perché un brownie mi dà sempre coraggio – o forse è una botta di serotonina scatenata dal cioccolato.

Ho deciso di affrontare i miei demoni, esorcizzare le mie paure, arrivare là dove osano i conducenti della metro e i pendolari più disperati.

Sono andato ad Upminster.

Da London Bridge ho preso la Jubilee Line fino a West Ham. Lì ho cambiato per la District, ho stretto il mio santino di Jarvis Cocker nel pugno e mi sono seduto in un vagone semivuoto.

Passato Dagenham ho capito che le cose si facevano serie perché è scomparso l’abitato: ci siamo addentrati nell’Essex, fra foreste di mangrovie e baobab secolari.

Ora vorrete tutti sapere com’è Upminster, naturalmente.

Mi mancano le parole per descriverla, davvero.

Preferisco mostrarvela, con una bella foto.

20161205_152507

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Parigi Paris Francia Giornalismo Babs Mepu Segoni, Viaggi e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a THE END OF THE WORLD

  1. Alessandra Rossi ha detto:

    Bellissimo pezzo, mi piace leggerti, mi piace quel mix tra leggerezza e profondità che si fa cogliere, qui come altrove in quel che scrivi, e quel che ritrovo, qui, di me, di quella che è anche la mia mania, di andare sempre fino in fondo e oltre.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...