GRASSO CHE COLA

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Sempre più spesso mi rendo conto che quando parlo di musica con i miei coetanei, la metà delle volte in qualche modo il tempo o l’età s’infilano nella conversazione. Che si parli del diritto di dino-star come Mick Jagger d’insistere a dimenare le chiappe col giubbotto di pelle (ce l’ha, perché Mick è Dio), o di passatismo tipo “com’era meglio la musica ai nostri tempi” (falso, tutte le generazioni lo dicono) o di quanto sia appropriato per ossa vecchie come le nostre d’insistere a pogare nelle prime file dei concerti (lo è finché ti reggono le gambe), in mille modi l’età e il tempo che passa s’infilano strisciando come bisce d’acqua nel discorso.

Per quanto ne so, la mia regola è la seguente: non ci sono limiti d’età al diritto di essere una rockstar o di adorare le rockstar; purché le condizioni fisiche ed estetiche ci sorreggano.

Se possiedi un torso che sopporta bene i confini angusti di una maglietta aderente, vai e salta sul palco (o sotto il palco) come se non ci fosse un domani. Come cantava Enrico Ruggeri, “quella ruga sul tuo viso ancor di più mi legherà”. Se però assomigli più a Pavarotti che al giovane Robert Plant, pensaci due volte: puoi sempre andare ai concerti di Norah Jones.

Con l’eccezione di Robert Smith dei Cure: lui può continuare! anche se sembra Platinette!

Sì, Robert, inondami con tutte le libbre del tuo grasso che si fonde sotto i riflettori! Lascia che colino su di me, impastate col cerone e col rossetto che si sciolgono mentre sudi come un vitello!

Ah, quanto saresti bello Robert, visto da lontano! Purtroppo io ero molto vicino.

Ma quanto ti adoro! Tre metri, ventiquattro anni: la distanza fisica era la stessa della prima volta, quella temporale, dalla prima volta, un po’ più cospicua.

Però Robert, cosa sono quei bicchieri di succo d’arancia in fila sotto la batteria? vuoi bere succo d’arancia durante il concerto? non è molto rock! spero che ci sia almeno dentro la vodka, Robert. Di solito i cantanti mettono in fila le bottiglie di birra sotto la batteria: quello sì che è rock! non il succo d’arancia! magari da arance biologiche! che fai Robert, prendi la bicicletta per non inquinare? magari il bike sharing!

Lias dei Fat White Family l’ho visto scolarsi due bottiglie di rosso durante un concerto: quello è rock! con un tocco dei Miserabili di Victor Hugo (bohémien-avvinazzato-barbone).

Jack White l’ho visto scolare una bottiglia di champagne a canna durante un concerto: quello è rock! con un tocco di Le relazioni pericolose di Laclos (aristocratico-decadente).

Ma il succo d’arancia non è rock, Robert!

Gli altri Cure sono in forma smagliante. Beh, l’altro vero Cure, co-fondatore, membro della prima ora come te, è Simon: nel suo giubbino di jeans senza maniche, col fazzoletto rosso che pende dalla tasca didietro dei pantaloni, le braccia magre e la matita sotto gli occhi, il basso che penzola all’altezza delle ginocchia… Simon “Il Gallo” Gallup è sempre lui, a saltellare da un angolo all’altro del palco, anche se col passare degli anni la trasformazione del suo viso in quello di Piero Pelù è davvero impressionante. Mi aspettavo che gli lasciassi il microfono per una cover di El Diablo, Robert, per me sarebbe stata l’apoteosi anche se il pubblico francese non l’avrebbe capita.

Al tastierista Roger O’Donnell tanto di cappello: quello non invecchia mai! Gli anni passano, ma resta sempre una bellissima signora. Forse è perché economizza sui movimenti, anche se un paio di volte gli ho visto girare la testa e lasciar sfruculiare la chioma liscia e morbida da Sabrina Duncan delle Charlie’s Angels che fa una pubblicità dello shampoo. Robert, impara da lui! O da Antonio Conte! Fai un trapianto, hai troppi pochi peli in testa per tenere il cespuglio del video di Close To Me! Alla distanza a cui mi trovavo, se avessi suonato un paio di canzoni in più sarei riuscito a finire di contarli! Ma tre ore di concerto bastano e avanzano alla vostra età. E poi tu sei bello lo stesso.

Jason Cooper, il batterista, non conta: è un California Dream Man, un figaccione. Sembra che abbia la metà dei vostri anni. Ma ora che ci penso, forse ce l’ha davvero: si è unito alla band a metà anni Novanta nell’ennesimo ribaltone totale della formazione, forse l’avete preso direttamente dal liceo.

Un discorso a parte va fatto per il chitarrista Reeves Gabrels.

Reeves, lo sai che ti amerò sempre perché hai suonato divinamente in Outside di David Bowie, per me resterai sempre quello lì. Ma che c’entri coi Cure? Non lo dico per me, ma si vede che ci stai male. A te piace fare gli assoli stridenti su ritmi jungle e industrial, a te piacciono l’avant-garde e il metal, come fai a strimpellare Friday I’m in Love? Che poi è una canzone che adoro e adoro anche te, ma non c’entrate niente l’uno con l’altra. Comunque quando facevi The Heart’s Filthy Lesson con Bowie eri fantastico, eh!

Ma ora si vede proprio che sei in imbarazzo: ondeggi pacatamente con la testa come se fossi sulla spiaggia a suonare L’amico è di Dario Baldan Bembo, fai capire che non ti ci vuole nessuno sforzo, che non stai neanche usando il plettro buono perché non vale la pena. Ogni tanto c’infili un tentativo di assolo industrial-distorto-stravolto come un cavolo a merenda (per di più andato a male) e tutti ti guardano come se ti fossi abbassato i calzoni e avessi fatto la cacca in scena (giustamente, direi: che c’entrano gli assoli distorti, con Friday I’m in Love?). Con il tuo fisico rotondo e i capelli bianchi e rasati come un vecchio naziskin, nei Cure ci stai come Ligabue in mezzo all’orchestra della Rai. Ma quando suonavi con Bowie eri fortissimo, eh! E se sei contento tu nei Cure, siamo contenti tutti! Ma fai almeno finta di essere contento, dai! Mi aspettavo che il concerto finisse da un momento all’altro con te che facevi una piazzata.

Che altro dire? Il pubblico era perfetto e nei ventimila del palazzetto di Bercy ho contato almeno cinque persone che avevano sicuramente meno di venticinque anni! In fondo se oggi i Beatles si riunissero io andrei a vederli, quindi perché un ventenne non dovrebbe andare a vedere i Cure, se ne capisce di musica? Mica si ascolta solo la musica dei propri vent’anni e poi ALT! Basta, finito, non puoi andare indietro né avanti! Grazie a Dio…

Ecco, a proposito del pubblico, ho deciso un’altra regola: si può pogare a ogni età. L’importante, piuttosto, è di non portare mai niente con sé che non si sia disposti a perdere, perché là sotto è l’inferno. Certo ci sono cose che non si possono lasciare a casa, anche se non si è disposti a perderle: tipo le cornee, le rotule e il telefono (per ogni evenienza, non per fare video del concerto… diamine, guardatelo dal vivo, no? altrimenti tanto vale comprare il dvd, costa molto meno).

E comunque quanto pogano i vecchi! Calmatevi, non è che passa più lentamente il tempo se mi rompete la clavicola!

Ah, che gioia, che godimento, Robert. Col tuo rossetto, coi tuoi quattro peli ritti in testa, resta sempre cosi! show me show me show me how you do that trick…

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