SONO SOLO CANZONETTE

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E pensare che un tempo, se aveste osato dire che il romanzo è letteratura, vi avrebbero cacciato dal salotto. Il romanzo? Letteratura?!? Ma fammi il piacere. Non vorrai mica raccontarmi che Jonathan Swift e Alessandro Manzoni sono uomini di lettere!

Anzi: prima ancora, se aveste osato sostenere che un’opera non scritta in latino potesse avere una qualche dignità letteraria, i soliti noti avrebbero alzato il sopracciglio, forse bisbigliato un “puah!”. O meglio: avrebbero sospirato un “Esticazzibus! La Divina Commedia non me la spaccerai mica per un’opera di qualche valore!”

Ma siccome non impariamo mai dalle nostre minchiate, ecco che siamo alle solite.

I Custodi della Cultura, i Soloni, i Grandi Pensatori – i Letterati!, che tutto sanno e tutto giudicano, si scandalizzano perché uno degli scrittori più grandi della seconda metà del Novecento ha vinto il premio Nobel per la letteratura. La sua colpa è che oltre a scrivere benissimo, ha saputo anche mettere le sue parole in musica; cosa che queste cariatidi, queste Donatelle Versace della scrittura non hanno mai saputo fare – da cui l’invidia.

(Mannaggia, ci sono cascato: ne parlo pure io! Di Dylan! E sono pure in ritardo, perché i tempi dei social media oggi non perdonano, la notizia già puzza di cadavere. Ma non importa: io ne parlo. Anche perché c’è solo una cosa più stupida del fare qualcosa solo perché lo fanno tutti: ed è non fare qualcosa solo perché lo fanno tutti).

Torniamo a Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan.

Dicevo: non è che se le sai anche accompagnare con le note, le tue parole valgono meno.

O sono belle o non lo sono. Ma vai a farlo capire. Un concetto troppo difficile, per chi ha tracciato i confini della letteratura con il righello.

Naturalmente, più sono mediocri essi stessi, questi custodi della cultura, più s’infervorano. Per esempio, uno fra i primi a lanciare il proprio j’accuse è stato Baricco: che è il vuoto intellettuale, uno che sa giocare con le parole ma quanto a concetti sta a metà fra le istruzioni per l’uso del Labello e le interviste di Ringhio Gattuso.

E mi dica, Baricco, mi dica: un racconto è letteratura o no? Carver è letteratura? O deve esserci una lunghezza minima? E una poesia di Trilussa o di Carlo Porta è letteratura? O è indispensabile l’utilizzo di un registro aulico? No, perché se un’opera breve e scritta con il linguaggio della strada può essere letteratura, allora non vedo in che modo l’aggiungerci due note e un po’ di ritmo le tolga questo privilegio.

Che poi non è mica solo perché è Dylan. Voglio dire, a me manco mi piace più di tanto. È una questione di principio.

E poi che noia la coazione a banalizzare dei media, i quali han prontamente tirato fuori le vecchie storie di Dylan menestrello, di Blowin’ in the Wind e Times They Are A-Changin’, come se dopo non avesse poi fatto molto di più (e francamente di meglio).

Primo: lo so che usate quella parola per colorire il discorso, ma Dylan non è un menestrello, porca miseria. È un artista e un intelletto coi controcoglioni. Ho detto intelletto, non intellettuale: non cominciate un’altra polemica per l’amor d’Iddio.

E poi – attenzione! alert! svegliatevi! sto per svelare il vero oggetto di questo noiosissimo post! – e poi, dicevo non è che il premio debba essere legittimo solo perché Dylan è stato, per un breve periodo all’inizio della carriera, un musicista impegnato. Un romanzo, un sonetto, un carme o una drammaturgia non hanno bisogno di essere socialmente o politicamente impegnati, per avere dignità letteraria. O no?

Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando ci battemmo per i diritti degli operai e l’articolo 18… uhm, no.

Proviamo con Lord Byron:

So we’ll go no more a-roving, so late into the night; though the heart be still as loving, and the capitalists are still exploiting the proletariat… no, non mi pare che faccia così.

Direi che in linea di massima, quel che conta è che le opere siano belle e ben scritte.

Perché per le parole in musica dovrebbe essere diverso?

A chi pensa che ci sia più dignità nello scrivere una canzone impegnata piuttosto che una canzone (per esempio) d’amore, faccio una domanda.

Secondo voi, fra un romanzo spessissimo sulla Grande Guerra e un racconto su una storia d’amore fra ventenni, quale rappresenta meglio la (vostra) condizione umana?

Quanti di voi sono stati in trincea e riescono a immedesimarsi nelle paturnie dei poveri soldati di Céline, nel Viaggio al termine della notte? Libro meraviglioso, peraltro. Su, alzate la mano. Dai, non siate timidi. Mmhh, immaginavo.

Adesso invece alzino la mano quelli che una volta, da giovani, hanno sofferto per amore.

Va bene, basta così.

Il che non vuol dire che nella condizione di chi sta come d’autunno sugli alberi le foglie non ci siano riferimenti universali che possono parlare anche a dei borghesi piccoli piccoli come noi. Ma insomma, come dico sempre: “Dai, avete capito cosa voglio dire.”

(Consiglio l’uso di questa frase a tutti quelli che come me hanno tendenza a ingarbugliarsi nel discorso fino a mettersi da soli contro un angolo e darsi uppercut alla mascella).

Per dirne una:

Well papa go to bed now, it’s gettin’ late; nothing we can say is gonna change anything now

A mio modesto avviso, questa è una poesia meravigliosa: è un incipit che ha già detto tutto, ha creato una situazione, un mondo, due personaggi, un contesto. Mi sembra di vederli, questo padre e questo figlio che hanno discusso e litigato fino ad avere la voce rauca, versato lacrime di rabbia, sbattuto la testa contro il muro dell’incomprensione, dell’incomunicabilità fra generazioni lontane e con idee incompatibili, ma che sono padre e figlio e che si amano, e fra rabbia e amore non riescono più a capirci niente, e vedo anche la scena: un paesino di provincia, una cucina dove resta accesa solo una lampada debole, un uomo dai capelli grigi e un ragazzo dai capelli lunghi seduti con lo sguardo basso su due sedie di legno uno di fronte all’altro, la madre e gli altri figli sono già andati a letto ma dalle camere li hanno sentiti discutere a voce alta… minchia potrebbe averla scritta John Steinbeck!

Invece è l’inizio di Independence Day, di Springsteen. Insomma non c’è bisogno di esprimersi in pentametro giambico per scrivere bene.

Mi viene in mente una storia che naturalmente non c’entra niente, ma che mi sforzerò d’infilare nel discorso con l’insistenza di quando si usa il calzascarpe.

Me la raccontò anni fa una persona simpatica. I miei compagni del master di giornalismo se la ricorderanno.

Un giornalista televisivo intervistò uno scalatore italiano che aveva appena conquistato la vetta del Monte Rosa.

Rispondendo a una domanda su come si fosse sentito arrivando in vetta, il povero alpinista sproloquiò sul fatto di toccare il cielo e sentirsi vicini a Dio.

Ora: il Monte Rosa è alto, non c’è che dire.

Però insomma, non è proprio l’Everest. Anzi è circa la metà dell’Everest. E posso capire che per uno scalatore normale arrivare in cima al Monte Rosa sia un’impresa (io non ne sarei mai capace, ovviamente), ma con quel delirio visionario, il povero alpinista in questione non fece altro che sottolineare la propria ordinarietà.

In un altro momento e in un altro luogo, un altro giornalista di un’altra televisione intervistò Reinhold Messner, che io non me ne intendo ma credo sia il più grande scalatore di sempre, o giù di lì; uno che si è fatto tutte le cime dell’Himalaya più volte come fossero popcorn.

Rispondendo a un’analoga domanda del giornalista (“Come ci si sente nell’arrivare in vetta all’Everest?”), Messner rispose: “Ero stanco. Avevo voglia di tornare a casa.”

Capito?

Quanto più sei grande, tanto meno hai bisogno di paroloni per dimostrarlo.

Allora, una frase di una canzone pop può essere letteratura, sì o no?

Well papa go to bed now, it’s gettin’ late; nothing we can say is gonna change anything now. I’ll be leaving in the morning from St. Mary’s Gate; we wouldn’t change this thing even if we could somehow”.

Io Baricco l’ho letto, anzi ne ho letti svariati romanzi, mio malgrado, perché comunque certi fenomeni m’incuriosiscono; magari mi avesse mai regalato una frase così bella.

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