DE BELLO SFIGALLICO

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Le gang di Cité Soleil: non si parlava d’altro.

Era il 2012. Vivevo a Port-au-Prince, Haiti: era la mia prima missione umanitaria (mi sembrava di scoprire davvero il mondo per la prima volta!). E non si parlava d’altro che delle gang che facevano il panico in città e avevano le loro ‘basi’ vicino al nostro ospedale, costruito un anno prima dal nulla, tutto in legno e container. Oddio, a dire il vero si parlava anche molto di colera quell’anno. Ma soprattutto di gang.

Forse Haiti la ricordate per il terremoto del 12 gennaio 2010 e per i suoi 250-300 mila morti (bilancio vago e ufficioso, perché i calcoli sono stati fatti in due modi – entrambi abbastanza grossolani, converrete: il primo si basa sulla quantità di corpi che stanno nella benna di una ruspa, sulla quantità di ruspe impiegate per spalare le strade e sul tempo che ci volle; il secondo, sul volume delle fosse comuni. Del resto, ma chi si mette a contare duecento-trecentomila cadaveri? La puzza si fa insopportabile prima di arrivare a diecimila, ve lo garantisco).

Comunque non sono i terremoti il problema più grosso di Haiti.

Quando ci scappò il terremoto, i miei colleghi medicamentosi erano già ad Haiti da un pezzo: perché appunto i problemi erano altri. I dottorini erano già stati in zona una prima volta all’inizio degli anni Novanta e poi ancora dalla metà degli anni Duemila. La ragione (voglio dire a parte la miseria nera) era la violenza urbana. Legata – l’avrete capito – a queste misteriose gang. Che avevano nomi tipo Boston e Chicago (no comment) e mandavano al macello ragazzini in infradito. Non avevano armi pesanti: ma con armi da taglio, pistole e pneumatici se la riuscivano a cavare egregiamente.

Ho davvero detto pneumatici? E che ci facevano coi copertoni, direte voi. In breve, li infilavano intorno a un tizio e poi li accendevano. La gomma brucia più lentamente del legno: un trucco ereditato dalla ditta “Papy & Baby Doc, Dittature a domicilio”.

La città era così fuori controllo che a metà degli anni 2000 l’ONU lanciò la famosa “Operazione Baghdad”. I caschi blu sbarcarono coi loro autoblindi per fermare la guerriglia urbana e stabilizzare il paese sull’orlo del collasso. E già che c’erano, si dedicarono ai classici hobby del mercenario (di qualunque colore sia il casco che indossa): stupro, estorsione e tiro al piccione. O, in mancanza di piccione, tiro alle persone. Quelle persone così morte di fame che a occhio e croce nessuno verrà a lamentarsi perché son sparite.

Ah, ad Haiti non ci sono piccioni.

È in quel contesto che MSF mise piede sull’isola. Il terremoto fu una ciliegina sulla torta. O la mosca sullo stronzo, se volete un’immagine più accurata.

Nel 2012 arrivo io e il sisma ormai è storia vecchia. La mosca è volata via, il letame è quello di sempre.

Port-au-Prince è un vivaio di colera e di gangster in infradito dediti al massacro quotidiano. E Cité Soleil è il centro di tutto: naturalmente il nostro ospedale si trova lì.

Noi siamo al sicuro: a parte il rischio sempre vivo del proiettile vagante, siamo talmente ben visti e rispettati per il nostro lavoro che un guardiano dell’ospedale mi dice a un certo punto: «Se stessero mettendo le barricate per strada e appiccassero il fuoco per fare la guerra civile e vedessero arrivare una delle nostre auto, fermerebbero tutto per lasciarci passare e poi ricomincerebbero».

Era vero.

Ma insomma, rispettati o meno, nel 2012 io e i miei colleghi appollaiati sulla terrazza a bere rum, limone e zucchero di canna seguiamo da lontano, non senza una certa apprensione, questo quotidiano annaffiarsi di pallottole. Le gang di Cité Soleil e le loro guerre territoriali. Lo sgarro di Tizio punito con l’eliminazione di Caio e tutta la sua famiglia. E via dicendo.

E ora fast forward: a circa tre anni dopo, in quel di Port Harcourt, Nigeria.

Premessa: ogni volta che in ufficio a Parigi qualcuno fa una presentazione sulla Nigeria, tipo piano strategico dell’anno prossimo o revisione del budget (embè? mica solo i produttori di cioccolato e bibite fanno i piani e i conti col salvadanaio, neh), si comincia sempre così: «La Nigeria è il paese più popoloso d’Africa: un africano su sei è nigeriano.»

Non solo: la Nigeria è anche un pozzo di petrolio.

Anzi, più precisamente: la città di Port Harcourt è il pozzo di petrolio della Nigeria.

Vediamo un po’. Miliardi di dollari in gioco, un paese povero e violento, uno dei sistemi politici più corrotti del mondo: cosa potrebbe mai andare storto?

Al mio arrivo in città ricevetti una serie d’interminabili briefing: tutti incentrati sulle gang di Port Harcourt.

Gang! Di nuovo! Ma non solo. Perché abbiamo detto che rispetto ad Haiti, che non ha una mazza, qui c’è un’industria del petrolio dal Top Ten mondiale. Quindi non si può lasciare tutto in mano ai ragazzini.

Al piano di sopra, nella gerarchia della violenza, stanno i gruppi paramilitari.

Che da noi sono famosi per l’abitudine di rapire i dipendenti dell’Eni (e in genere rilasciarli in buona salute). I più famosi fra questi gruppi hanno fatto anche le pagine dei nostri giornali. Quantomeno un trafiletto in fondo a destra. Cercate ‘MEND Nigeria’ in Google Immagini. Dai, fatelo. Andate direttamente sulle immagini, sono più chiare.

Fatto?

Allora avrete capito che qui si fa un salto di categoria.

Altro che pistole e pneumatici, a Port Harcourt si combatte con bazooka e mitragliatrici montate sui motoscafi (nel delta del fiume Niger ci sono più vie acquatiche che strade). Si fanno saltare per aria oleodotti, si fanno fuochi d’artificio coi barili di petrolio. Ci si gingilla con i famosi RPG (non i role-playing games, ma le rocket-propelled grenades, i lanciarazzi che si portano a spalla).

Quotidianamente, a Port Harcourt seguiamo le mosse di questi giovani Rambo tutti impegnati a morire molto in fretta per il contrabbando di petrolio e il controllo dei quartieri della città. I nomi delle milizie sono derivati dalla mitologia nordica: Vichinghi e roba del genere – altrettanto involontariamente comici. Non vi dico l’effetto di incontrare un adolescente nero come il carbone, in canottiera, infradito e kalashnikov, che si fa chiamare Vichingo.

Ogni mattina c’è l’aggiornamento sulle ultime mosse: chi ha conquistato quale strada ieri notte; chi ha fatto fuori chi; chi ha fatto sparire cento barili di petrolio al porto industriale; eccetera eccetera.

L’ironia dei nomi di battaglia, e di sapere che il 90% di loro sarà morto molto prima di poter arrivare a qualunque obiettivo abbia in testa, la vedo solo io. Per questi ragazzi è un affare estremamente serio. Far parte dei Vichinghi è una questione d’onore come lo era far parte dei “Boston” a Cité Soleil.

Tutto come prima, ma peggio.

Altro fast forwardi: a oggi.

Oggi, che non sono più gang di quartiere o milizie locali a fare l’oggetto dei miei briefing mattutini. Sono eserciti in piena regola: quelli ribelli che hanno conquistato una grossa fetta di paese, compresa la capitale; quello straniero coi suoi jet, carri armati e via dicendo. Gente che costringe l’Onu a organizzare negoziati di pace e il Segretario di Stato americano John Kerry a venire a Riyadh.

Dai pneumatici in fiamme di Port-au-Prince ai motoscafi-mitragliatori di Port Harcourt; e da questi alle bombe a grappolo dei sauditi: una bella progressione, non c’è che dire.

Ma io, al di là del fatto che come diceva Godzilla «le dimensioni contano», ho l’impressione di rivivere sempre lo stesso scenario.

Li vedo, i pedoni di questa guerra.

Li vedo sfrecciare ogni giorno per strada, nelle camionette che li portano al macello. Su queste camionette c’è la solita gente stipata a forza, con canottiere sporche, infradito rotte, denti che mancano, ferite mal cicatrizzate.

Potete stare certi che a casa loro non c’è acqua corrente, ma sono fieri del loro fucile.

Insomma. Cosa voglio dire.

Dico che in fondo a ogni guerra nel terzo mondo, che sia di quartiere o fra cosidette “potenze regionali”, ho l’impressione di trovare sempre “loro”.

“Loro” sono i poveracci e i disperati. Intortati troppo facilmente, con la promessa di un fucile più bello, una macchina più grossa coi vetri più oscurati. O magari di una gloria più eterna. Manipolati come burattini, certo. Da gente molto ricca e in genere abbastanza in disparte. Cervelli lavati perché vadano fieramente a farsi ammazzare mentre in casa si crepa di fame e di parto come mosche perché non c’è da mangiare, né un ospedale funzionante. Battersi per i miei colori, la mia tribù o il mio Dio mentre mia figlia ha la malaria e sull’uscio di casa l’immondizia si accumula appestando l’aria e portando malattie evitabilissime.

Di guerre fra poveri – e di poveri usati nelle guerre – si è scritto e parlato tanto, non c’è niente di originale da dire – di certo non da parte mia.

Lasciamo perdere le analisi brillanti; ché poi a me di grandi interessi strategici, di geopolitica e di quel discorso “macro” (che mettendo insieme Putin, la CIA, l’FBI, il prezzo del greggio e la speculazione immobiliare certamente spiega tutto) non me ne frega niente. No, non è il potere manipolatore a interessarmi. Quello è scontato.

Psicologicamente, e sociologicamente, mi affascina il micro, il fenomenico.

Mi intrigano gli scalzacani che non sanno di essere burattini. Sono tristemente incuriosito da questi qui per cui “se faccio fuori il Vichingo o il Boston o il ragazzino del quartiere accanto, la mia vita svolterà”. Se sparo più veloce, i miei problemi saranno risolti. Se uccido il mio vicino, mio fratello non morirà di appendicite; o magari morirà lo stesso, ma io sarò più figo e rispettato; o al limite non sarò molto più figo di ora, ma non mi toccherà più sentire i versetti sacri recitati nell’ordine sbagliato.

Dice il saggio: logico, sei disperato, non hai nulla da perdere e quindi combatti.

Non ci vuole Einstein.

Ma questa logica essenziale non toglie nulla al tragico fascino di quel lasciarsi manipolare.

Mi sbalordisce constatare ogni volta che una persona sia tanto più votata a un sacrificio personale e ultimo quanto più infima e micragnosa è in realtà la posta in palio. Quel tizio con le ciabatte rotte e i denti mancanti sulla camionetta, se si fermasse a pensare, saprebbe benissimo che anche stravincendo la guerra non risolverà nessuno dei suoi problemi. Quel gangster a Cité Soleil non è scemo, sa benissimo che facendo fuori il nemico avrà l’onore di regnare su un cumulo d’immondizia e merda a cielo aperto in tutto e per tutto fetente come quello su cui sta già regnando.

E ora vi confesso una cosa bizzarra e un po’ orribile. Non me ne vogliate. Poi ve la spiego.

Ogni volta che ho a che fare con queste persone, mi parte un riflesso cinico e crudele. Penso a me a spasso per Montmartre con la Babsie, un sabato mattina d’autunno, quando c’è la festa di quartiere e si fa colazione per strada con ostriche e vino bianco.

Avete mai provato a fare colazione con ostriche e vino bianco alle dieci di mattina? No?? Ma cribbio, è uno dei grandi piaceri della vita! Mi raccomando, non bisogna mangiare niente prima: se proprio non resistete, vada al massimo per un caffè appena svegli; ma sarebbe meglio evitare anche quello. Così il gusto pungente e marittimo dell’ostrica risveglia i tuoi sensi ancora vergini di sapori e di odori, mentre la morbidezza del pane di segale imburrato ne attenua l’impatto e la rotondità dell’alcol finisce il tutto, lasciandoti piacevolmente in pace con te stesso almeno fino all’ora di pranzo.

Ecco, io vedo queste due immagini come se avessi due schermi uno a fianco dell’altro: io a spasso a Montmartre, loro a sparare e farsi sparare con le canottiere bucate e le ciabatte rotte.

In Yemen, in Nigeria, ad Haiti.

Ma non è mica senso di colpa eh. Ferma tutto, chiariamo.

Prima che pensiate “oddio, è diventato un fricchettone dedito ad auto-flagellazione, ora tirerà fuori il discorso dei confini coloniali degli Stati africani!”, vi tranquillizzo. I confini degli Stati africani non li ha disegnati mio nonno. E io (nel dubbio meglio precisare) non ho mai conquistato nessun paese africano, colonizzato nessun porto arabo, i miei soldi non li guadagno da una miniera di diamanti o addestrando bambini-soldato. E quindi non mi sento né responsabile né in colpa quando spremo il limone sulle ostriche a Montmartre.

È solo un’immagine sdoppiata che esemplifica un banale dato di fatto. E pone un interrogativo, non fosse altro che sul piano della pura curiosità intellettuale.

Non so nulla di storia, di sociologia e di geopolitica: fra il benessere economico e il fatto di tenere alla propria pelle, non so quale sia l’uovo e quale la gallina.

Forse bisogna stare bene e avere la pancia piena per decidere che non val la pena di combattere, è più divertente una coppa di champagne.

O forse è quando si smette di combattere che si creano le condizioni per guardare oltre il giorno dopo e combinare qualcosa con la propria vita.

Qui ci vorrebbe non tanto un persuasore di massa, tipo Gandhi o Mandela, ma un abile regista, capace di usare l’immagine come si deve.

Questo regista dovrebbe riunire questi disperati con il mitra in mano e mostrare loro quanto è più gradevole andare a spasso con la famiglia per i giardini di Lussemburgo a Parigi e bere un aperitivo (opzione analcolica disponibile) con gli amici nelle strade in saliscendi del Quartiere Latino, piuttosto che farsi carbonizzare al confine con l’Arabia Saudita o in una bidonville di Port-au-Prince.

Cominciamo con i giardini di Lussemburgo, sì. Per le ostriche a colazione ci pensiamo in un secondo momento perché l’ostrica al mattino è un sapore a cui bisogna abituarsi, ma un domani perché no.

È un’idea provocatoria e violenta, lo so. Forse un po’ razzista, di sicuro profondamente ingiusta. Perché anche nel migliore dei mondi, chissà quante generazioni ci vorrebbero prima che in questi posti possa nascere un qualcosa di vagamente simile al concetto dei giardini di Lussemburgo.

Però anche lasciando stare i giardini col laghetto… voglio dire, la qualità della loro vita… no anzi non lo dico.

Ma questa domanda mi assilla.

Non è altro che curiosità intellettuale, eh. Oziosa e inutile come in genere tutte le cose che iniziano per “intellett-“.

Comunque la domanda fa cosi:

Loro lo sanno?

Loro lo sanno che esiste un altro modo di vivere?

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