HEY HEY, MY MY

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«Vi faccio sentire un po’ di musica!», annuncia il mio fedele assistente A., acchiappando il classico cavo ott… coass… uhm, come si chiama? Insomma il classico cavo audio che collega uno smartphone all’ingresso “AUX” di un’autoradio. E prontamente comincia a smanettare con detto telefono per trovare la cosa migliore da farci ascoltare (quel “-ci” siamo io e l’intrepido autista, che è un nerboruto uomo yemenita ma si chiama come la mia fidanzata siciliana ai tempi dell’università).

«Ecco, ecco!», esulta il mio fedele assistente, premendo PLAY. «Questa è una canzone dei partigiani, dei ribelli del nord!»

Iiiieeeeooouuuaaaaaiiiaaaa…., fa lo stereo.

«Interessante!», dico io. Anche se a me sembra in tutto e per tutto identica alle canzoni su quel CD tarocco che comprai al suk di Marrakech diversi anni fa.

«Ora ve ne faccio sentire una tradizionale tradizionale yemenita, è completamente diversa!»

Iiiieeeeooouuuaaaaaiiiaaaa…., fa lo stereo.

A me sembra di nuovo identica al CD Marocco/tarocco (e quindi alla canzone dei partigiani del nord). Ci sono queste specie di strani mandolini col manico storto (che in Yemen si chiamano oud, ma io per quanto ne capisco potrei scambiarli per George Harrison fatto come una scimmia che suona un sitar indiano), questi accordi un po’ stile mille e una notte, questi canti in arabo che alle nostre orecchie evocano un minestrone indistinto di minareti e datteri che va dal Marocco all’Iraq (a soli 7000 chilometri di distanza l’uno dall’altro e probabilmente diversi fra loro come Finlandia e Salento; del resto, dalle chiacchiere fatte finora ho capito che agli occhi yemeniti, Finlandia e Salento sono culturalmente, gastronomicamente e somaticamente identici).

«Ora vi faccio sentire una canzone saudita: dovremo spegnere la radio quando passiamo un check-point! Ai guerriglieri non piace, eh eh.»

Iiiieeeeooouuuaaaaaiiiaaaa…., fa lo stereo.

Mi sforzo, vi giuro: ma mi sembra ancora la stessa cosa.

«Uhm, bene!», butto lì cercando di suonare incoraggiante.

«E ora sentiamo qualcosa di tuo!», mi fa A. all’improvviso, spiazzandomi.

Urgh. Valutiamo bene le mie opzioni. Non vorrei essere scaraventato fuori dalla macchina in corsa per avergli fatto ascoltare il rock: la musica del diavolo!

Ma in fondo A. non è poi così ortodosso. Anzi, a tratti ha mostrato vedute decisamente larghe.

È vero, sul piano della gestione delle Risorse Umane e dei regolamenti disciplinari ha un modo strano di esprimersi («Deve essere punito!», dice come un califfo dell’Isis, stropicciandosi il baffetto alla Hitler e puntando il dito contro il collega che ha violato una regolina di poca importanza).

Ma A. mi dà anche molti segnali incoraggianti.

Ritarda sempre senza problemi la sua preghiera se siamo impegnati in altro. Dice sempre che non gli piacciono le barbe lunghe perché danno una brutta immagine dell’Islam. Dice che un musulmano e una cristiana (o viceversa) possono tranquillamente sposarsi senza che uno dei due si converta. È quasi un Illuminista!

Una volta ha affermato che su Gerusalemme sarebbe meglio mettersi d’accordo amichevolmente, ma se proprio deve essere esclusivamente di qualcuno, allora spetta agli ebrei che c’erano per primi. E una sera, pieno di qat, mi ha confessato che la vera motivazione per l’invasione della Spagna meridionale da parte dei Mori non ha nulla a che vedere con il proselitismo e la conversione dell’infedele. E nemmeno con le ricchezze materiali. «In Spagna le donne sono molto più belle: era l’unica cosa che ci interessava prendere, ammettiamolo.»

Va bene. Facciamogli ascoltare qualcosa. Ma cosa? Perché c’è un altro ostacolo: quando faccio ascoltare la mia musica agli altri, avverto un disperato bisogno di approvazione. Sono come un bambino che ha appena fatto la sua prima capriola e guarda il padre con gli occhioni spalancati, aspettando un «bravo!» come se la sua vita dipendesse da quello.

Ma la vita, per l’appunto, mi ha impartito più di una dura lezione. Ad Haiti ho rinunciato dopo molti tentativi inutili e dolorosi a convincere i francesi a ballare coi Kula Shaker, Public Image Ltd e The Cult, e ho capito che preferiscono Mambo Number 5 e Sarà perché ti amo (la più famosa canzone italiana in Francia). Alle feste danzanti e alcoliche di Montmartre faccio resistenza passiva e mi piazzo casualmente di traverso davanti al computer quando, passate le due, gli italiani vogliono mettere Raffaella Carrà, mentre io vorrei andare verso l’alba pogando con Primary dei Cure. Una volta ce l’ho fatta: quando ho conosciuto Xavier e Laurence; con loro, Cure d’annata e pogo semi-violento a manetta fino al mattino! Anche se a pogare in tre, dopo un po’ diventa quasi una questione personale. Ma insomma in genere non funziona. Di solito sono trascinato via di peso da due o tre persone, e parte la Carrà.

Ma torniamo a noi (è questa la frase che dico più spesso?)

Cosa devo scegliere per A., fedele assistente? Voglio qualcosa che gli piaccia. Quindi qualcosa di non troppo rumoroso. Più è melodico, meglio è. Ritmato sì, perché gli piacciono tamburi e percussioni, ma non incasinato. Niente suoni stridenti, niente distorsioni. Niente vocalizzi strani, urla o stonature (si sa che il rock può essere parecchio stonato, in tutti i sensi).

Alla fine mi viene in mente che nel telefono ho la cosa perfetta: il primo album degli Alt-J, An Awesome Wave; sono gli art-rocker fighetti! Ritmi brillanti ma morbidi ed elettronici, canto melodioso, armonizzazioni con seconde e terze voci, niente assoli di chitarra. Mettiamo gli Alt-J e che il Dio del Rock (in questo periodo assomiglia a Mick Jagger) me la mandi buona.

Appena inizia il primo brano, mi rendo conto che c’è qualcosa di sbagliato. Dallo stereo escono forse la metà delle tracce della canzone: manca la voce, non c’è batteria. Denuncio il fatto indignandomi, dico «questa non è la mia musica!», gli faccio sentire il brano direttamente dall’altoparlante del telefono per provargli che c’è una bella differenza. Decidiamo che il cavo da quattro soldi va cambiato.

«Vedrai», mi fa A., «con l’equivalente di un dollaro o due compriamo un cavo nuovo e perfettamente funzionante! In Yemen si trova tutto, ottima qualità e non costa niente!»

Ci fermiamo di fronte a un negozio di elettronica in versione locale (vecchie apparecchiature in esposizione sul marciapiede coperte di sabbia). A. scompare all’interno del negozio per riapparire un istante dopo con una confezione in mano.

«Manco due dollari! Non costa niente! Ed è perfetto, vedrai! Ah, cosa non abbiamo in Yemen!»

Non ho mai visto un tale nazionalismo quando i parigini comprano una prolunga da Darty, ma va bene così. Ricollego il mio telefono; premo PLAY. Inizia il brano: in effetti, tutta un’altra cosa. C’è la voce, c’è la batteria elettronica, ci sono i bassi.

«Evviva! Ora sì!», esulta A., e io non so se gli piaccia di più la musica o il cavo da un dollaro e ottanta.

Un istante dopo, con mio grande sgomento, il suono va a puttane.

«È il tuo telefono! È il tuo telefono! Il mio cavo è perfetto!», grida A.

E chi osa contraddirlo?

Segue conciliabolo a tre: io, A. e l’autista. Finalmente, a malincuore, si concorda sul fatto che forse in effetti il cavo non è perfetto, ma la soluzione è abbastanza semplice: basta che io faccia tutto il viaggio tenendo il braccio alzato e un po’ in diagonale, col telefono in pugno, in modo che il cavo stia in una certa posizione e non si muova di un centimetro. Mancano solo due ore all’arrivo. Ce la posso fare. PLAY, di nuovo. E gli Alt-J ricominciano a gorgheggiare.

«Allora?», dico a un certo punto, il braccio indolenzito. «Magari vuoi tornare a qualcosa di tuo?»

Ci spero quasi, almeno metto giù il braccio.

«L’adoro!», mi dice A. «Questa è musica che si può assaporare, deliziosa!»

Ha! Vittoria!

Mi verrà la tendinite.

Ma la mia crociata musicale è iniziata.

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