COSA DIREBBE VOLTAIRE

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Non avrei mai creduto di finire a scrivere di burkini, un argomento che francamente mi annoia quasi quanto un’enciclica papale o un festival di Sanremo, ovvero fino a farmi correre a testa bassa con tutte le mie forze verso il muro più vicino, cercando l’impatto più violento e frontale possibile. Eppure, come sanno bene gli artisti dell’insistenza, nessuno resiste a una lenta opera di sfinimento a mezzo stampa e social media. E poi non posso restare indifferente al fatto che la storia si svolga nella mia amata seconda (o terza) patria – quella della liberté, per coloro che prestano attenzione.

Così, col solito tempismo impeccabile (mentre tutto il mondo social è passato ai terremoti e agli immigrati negli hotel) eccomi qui a dire due cose – due minchiate, l’avrete già sospettato.

Premessa tangenziale: io sono l’ultima persona che difenderà mai una religione – l’ultima che difenderà mai la religione.

A livello intellettuale e culturale la trovo molto interessante: non si può negare che ci sia qualcosa di affascinante nel bisogno umano, universale e a-temporale, di trovare una ragion d’essere e un senso alla propria vita – e di cercarlo in qualcosa d’altro, un altrove o un altrui da se stessi. Insomma non si  può liquidare questo bisogno come oppio dei popoli (anche se i governanti furbi hanno saputo utilizzarlo come tale).

E poi nel discorso religioso alcuni grandi pensatori, artisti e uomini di fede hanno trovato ispirazione per sfornare creazioni francamente strepitose, che siano un rosone di una chiesa, un’opera di musica classica, un pensiero complesso o una Divina Commedia. Il fatto che Dio abbia creato gli uomini e, attenzione!, pur potendo farli come voleva (e per esempio quindi programmarli come dei robottini capaci solo di volersi bene e vivere felici e contenti), li abbia resi liberi di scegliere fra il bene e il male ed eventualmente di realizzare un Olocausto, per me è un colpo di genio di chi ha scritto la Bibbia, chiunque esso sia (sicuramente qualcuno con senso del’umorismo e una passione per Il Signore degli Anelli).

Infine, la mia partecipazione al grande colossal teatrale Il Figlio dell’Uomo resta un’esperienza indimenticabile ed esilarante.

Questo è quanto sul piano culturale e intellettuale.

Su quello sociale e personale invece vivo e lascio vivere, ma la religione non fa per me. Non posso proprio capire il concetto di comandamento (o precetto), io che sono refrattario a qualunque autorità, sospettoso perfino nei confronti di quella che viene dai cittadini stessi.

E ancora meno quello di peccato, che mi non mi fa né caldo né freddo. Cosa vuol dire “peccare”? che differenza c’è fra un peccato e un errore?

Ma soprattutto, sono completamente indifferente all’idea del “senso della vita”. Io la mia risposta l’ho trovata tempo fa: la vita non ha alcun senso né scopo. Quanto meno la mia: di questo sono sicuro, perché se avesse un senso o uno scopo lo starei seguendo; invece non perseguo niente.

Che problema c’è ad ammettere che siamo frutto del caso, non più “sensati” di una libellula? Vi sentite meno degni per questo? Io non sono mai stato così felice e non mi sono mai sentito tanto realizzato come da quando ho capito che sono solo un grumo di molecole a base di carbonio, frutto del caso e destinato al nulla.

Niente pressione, niente obiettivi da fallire, niente ansia. Ogni cosa che faccio è motivata unicamente dal  fatto che in quel momento mi garba e in genere non fa male agli altri (tranne quando sbaglio: me ne scuso). Il che non vuol dire vivere in modo superficiale o egoista. In questo periodo per esempio mi garba di aver lasciato il mio bell’appartamento e gli apertivi di Montmartre per vivere in paese poverissimo e in guerra, sperando di poter dare anche solo un granello di aiuto a chi ne ha disperatamente bisogno. Non perché stia seguendo qualche scopo o dando alcun senso alla mia vita. Anche qui in Yemen, per fortuna, non sono altro che un granello di polvere alla deriva nel cosmo.

Ma torniamo a noi. Dove eravamo? Ah, il burkini. Ne parlerò ma volevo fare questa premessa, che ora ho fatto: non sono il tipo che prende le difese della religione, anche se non ho niente contro chi vive religiosamente.

E del burkini penso due cose.

La prima è che non mi piace per niente.

Non mi piace per l’idea sottostante: che ci sia qualcosa di vergognoso, sudicio o peccaminoso nel corpo (femminile). Perfino nei capelli, nelle spalle, nei polpacci, nei gomiti. Una mia ex fidanzata trovava che i gomiti, con tutte le loro pieghe grinzose, siano disgustosi: anche quella visione di un “corpo repellente” mi sembra eccessiva. Io vivo bene col corpo umano, non c’è niente che mi disgusti (né i peli, né le grinze) perché io sono il mio corpo (io sono anche le unghie deformate dei mignoli dei miei piedi) e scusate tanto ma non mi faccio schifo. È la mia natura, come potrei prendermela per come mi ha fatto? Non intendo dire moro, di carnagione olivastra e alto 180 centimetri, intendo essere umano, tale e quale a tutti voi.

Né, d’altro canto, riesco a vedere qualcosa di sudicio o peccaminoso nella bellezza del corpo umano, nemmeno nelle famose zone erogene. Per credere che ci sia qualcosa di sudicio o di imbarazzante nella sensualità (e nella sessualità) bisogna veramente volere male alla vita.

Se vi fa tanto imbarazzo il sesso, provate a smettere tutti di farlo per sempre. Vediamo quanto duriamo come specie.

Ma se proprio dobbiamo avere paura del corpo, perché solo di quello femminile? Perché gli uomini non portano il burkini (o il niqab)? I casi sono due. O c’è una motivazione biecamente sessista, o c’è una spiegazione mistico-religiosa, che quindi fa dell’Islam un culto biecamente sessista (per non discriminare, diciamo subito che lo sono un po’ tutte le grandi religioni monoteiste: lasciamo perdere la vita di una donna nel quartiere ebreo ortodosso di Gerusalemme; e non dimentichiamo che secondo i cristiani il mondo esiste nella forma in cui lo conosciamo perché Eva naturalmente era una puttana).

Ma soprattutto, del burkini e i suoi fratelli non mi piace il fatto che molte donne non siano libere di scegliere, eventualmente, di non portarli. Forse questo non è tanto un problema del burkini, quanto di coloro (uomini, of course) che decidono come e dove si porta. Ho tante amiche musulmane che non portano il velo perché non lo desiderano e possono permettersi di scegliere, vivendo in contesti culturamente più liberali e accanto a padri/mariti/fratelli che hanno imparato a usare il pollice opponibile; e questa libertà non capita solo in Europa: anche in diversi paesi musulmani che ho conosciuto di prima persona. Ho una collega siriana qui in Yemen a cui ho dovuto ricordare io di coprirsi la testa perché dobbiamo adattarci alla cultura locale e soprattutto non voglio che le tirino una pietra per strada; lei è musulmana e del velo se ne frega. Ho una collega giordana e musulmana a Parigi che ama il vino rosso e quando sua figlia undicenne ha detto “Mamma, voglio portare il velo”, le ha risposto: “Aspetta di essere più grande e di capire il significato del velo… allora deciderai se portarlo o meno e sarà una scelta consapevole”. Questa mia collega giordana non velata e amante del Bordeaux non è meno musulmana delle donne velate. È solo A) libera di scegliere e B) meno conservatrice. Come un cattolico che non si astiene dal sesso prima del matrimonio: non è un miscredente, è solo un non-pirla.

Insomma: chi sceglie liberamente il burkini (o il velo), buon per lei. Vivi e lascia vivere.

Il problema sono le donne che non hanno scelta. Esistono, lo so per certo: perché le conosco. Non voglio entrare in dettagli sulle conversazioni che ho avuto, in Yemen o altrove, con le colleghe musulmane con cui ho più confidenza. Ma fidatevi. E non riuscirete mai a convincermi che un indumento è giusto per me se non sono libero di dire ogni mattina: “Sai che c’è? Oggi mi va di lasciarlo a casa e uscire in shorts.”

Poi magari non voglio farlo perché credo in qualcosa che me lo fa portare. Ma deve venire solo da me.

Abbiamo divagato parecchio. Allora, torniamo a noi, al burkini. Anche perché la musulmana di Francia che porta il burkini sulla spiaggia di Saint Tropez non c’entra molto con la collega del villaggio yemenita che piange in segreto perché deve nascondersi al mondo come se fosse una creatura repellente.

Avevo detto che penso due cose del burkini. La prima è che non mi piace e ho spiegato perché, anche andando fuori tema e mischiando cose che non c’entrano niente, ma tanto queste sono chiacchiere da bar, anzi da blog.

La seconda è questa: che vietarlo per legge è una solenne cazzata.

Lo dico da amante (come pochi, vi assicuro) della cultura europea, da appassionato con gli occhi lucidi del nostro meraviglioso mondo in cui la Libertà e la Tolleranza regnano sovrane (o dovrebbero regnare sovrane) su ogni altro valore, in cui il Pensiero Critico e il Dissenso non fanno semplicemente parte dei nostri rapporti, ma sono un pilastro del nostro modo di essere. Ah, come adoro quando la gente s’incazza e manifesta per strada, quando c’è chi, come Vasco Rossi, dice no! E lo adoro senza neanche sapere per cosa si manifesta e a cosa esattamente Vasco Rossi “dice no” (voi l’avete mai capito?). Lo adoro perché sono segnali vitali. Non potrete mai apprezzare quanto sia rassicurante vedere i politici in tv che s’insultano finché non siete stati un un paese in cui tutti i politici in tv dicono la stessa cosa.

Ma cosa c’entra la legge, in un mondo laico e liberale, con gli usi e i costumi personali che non arrecano danno agli altri?

Credo allo Stato che garantisce le libertà individuali e collettive, che regola quel minimo necessario perché l’uno non faccia del male all’altro. E che redistribuisce la ricchezza perché ci sia solidarietà fra esseri umani e perché il più delle volte nella vita è questione di culo, ammettiamolo.

Non credo allo Stato che detta la morale del vivere. Non credo nello Stato Etico, Hegel mi faceva schifo a scuola, figuriamoci nella vita. Soprattutto perché Hegel fu all’origine di un clamoroso equivoco con una ragazza di cui ero innamorato in quarta liceo e fu con quell’equivoco che iniziò la mia inesorabile discesa nella sua stima. Mi disse: “Lo sai vero, qual è il mio filosofo preferito?” E io, colto alla sprovvista, con l’equivalente mentale dello sguardo del coniglio nei fanali dell’auto che lo sta per investire: “Eh… Hegel?”

E lei, guardandomi come se avessi appena ingoiato una tartina alla merda: “Marx.”

Era comunista di ferro.

Avrei dovuto capirlo perché avevamo chiacchierato per un buon paio d’ore. E anche se non avevamo parlato di politica, lo senti subito quando stai parlando con un comunista. E io come un pirla: “Hegel.” Avrei potuto dire “Nonna Papera”, l’avrei offesa meno. Quando le chiesi di uscire, mi rispose citando Prince: “Forse sono come mia madre, che non si accontenta” (When Doves Cry).

Urgh. Male.

Vabbè: basta divagazioni.

Dicevo, cosa c’entra la legge col burkini? Quali sono le basi giuridiche per il divieto? Non è una questione di sicurezza. La sicurezza potrebbe giustificare al limite il divieto del viso coperto. Discutibile anche quello perché allora dobbiamo vietare tutte le feste di Halloween e di Carnevale. Sai quanti terroristi con la maschera di Frankenstein possono agire indisturbati il 31 ottobre. Sai quanti bambini-soldato con la maschera da Dracula che nasconde i classici tratti da barbuto islamista andanno a fare “dolcetto o scherzetto” e lo scherzetto è farsi saltare in aria sull’uscio dell’infedele.

Ma nel caso del burkini non stiamo parlando di sicurezza, quindi chiudiamo questo discorso.

Non si legifera il buon gusto. Non si legifera la cultura di un paese.

Si devono ben rimuovere per legge gli ostacoli all’emancipazione; ma lo si fa aumentando, non diminuendo la libertà delle persone che si vuole aiutare a emanciparsi. Si mettono le donne in condizioni di poter lavorare e avere figli, non si va a prenderle a casa di forza con la polizia per portarle in fabbrica o in ufficio, se preferiscono cucinare una torta.

Si legifera, e ci mancherebbe, sui diritti umani. E anche questo è un territorio complicato perché la definizione dei diritti umani dipende, per forza di cose, dalla cultura. Chiedete a un giovane ricercatore norvegese e a un anziano pastore saudita quali siano le loro definizioni dei diritti umani e vedete se coincidono. O chiedetelo a un italiano del 2016 e un italiano del 1816. Chiedetelo a un americano nero Presidente degli Stati Uniti e a un americano nero che pochi decenni prima si faceva impiccare in Alabama.

E quindi i diritti umani presunti “universali” in cui noi (italiani, francesi e occidentali) crediamo, di fatto evolvono e sono dipendenti dalla nostra cultura. Amen. Sono quelli e con quelli dobbiamo lavorare.

Detto questo, il burkini lede i diritti umani? Certamente non quelli delle donne che liberamente scelgono di portarlo: in quel caso è proprio il divieto a ledere un loro diritto umano (il più sacro di tutti: la libertà personale). Forse il burkini lede il diritto umano di una donna costretta a portarlo dal marito birbante, ma allora che dire di quei mariti italiani e francesi che proibiscono alla moglie di mettere una camicetta troppo scollata o una gonna troppo corta? Ne conosco, cosa credete. E conosco anche delle mogli che purtroppo si sottomettono alla probizione invece di mandare i maritini affanculo. Quei mariti di Cro Magnon stanno ledendo un diritto umano della moglie? Allora cosa facciamo per loro? E se i mariti medievali musulmani si fanno furbi e capiscono che invece del burkini, basta obbligare la moglie ad andare in spiagga vestita da Uomo Ragno? C’è una legge contro gli Uomini Ragno in spiaggia?

Magari voi direte che un conto è imporre alla moglie una gonna più lunga, un conto è imporle il burkini. Due gesti odiosi ma di ben diversa portata. Ma che ne sanno i legislatori del limite oltre il quale il gesto antipatico diventa oppressione che addirittura lede un diritto umano? Quanti centimetri di gonna possiamo accettare che vengano imposti alla moglie, prima di scrivere una lettera all’ONU? E se una donna (magari single, non costretta da nessun Homo Erectus) vuole mettere la gonna castigata per i cazzacci suoi? Oppure la retina nera sul viso come mia nonna nelle foto degli anni Cinquanta? O il burkini?

Ammettiamo che una donna sia stata educata in modo bigotto e iper-conservatore; mi spiace per lei che sarà probabilmente infelice, ma in che modo sono fatti nostri? Su che base ci dobbiamo legiferare sopra? In che modo è una questione di ordine pubblico o di convivenza civile?

Decretare che i francesi in spiaggia debbano stare solo in costume non è solo idiota come quando i leghisti vorrebbero obbligare tutti ad amare la bresaola per decreto legge. È il modo migliore e più rapido per uccidere quella cultura libertaria francese (o europea, occidentale eccetera) che si millanta di amare, ma si è lontani dal capire.

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