LOST IN TRANSLATION

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Ieri sera la qat session del venerdì yemenita mi ha visto finire per caso seduto di fianco a H*, il più giovane e vagamente dandy dei nostri traduttori.

H* è fantastico.

Ed è un marziano: non c’entra niente con il resto del mondo; almeno di questo mondo qui. H* è un ragazzo alto e dinoccolato, occhi e riccioli neri tipo rubacuori di un’altra epoca, tanto elegante quanto audace nei suoi completi anni ’70 viola o marrone terra di Siena. Lo vedo molto più facilmente in una balera di Forte dei Marmi alla fine degli anni ’60 che in un paese dello Yemen settentrionale durante la guerra.

Ha vissuto per anni in Malesia, e anche questo contribuisce al suo senso di estraniamento rispetto alla terra in cui in fin dei conti è nato. Non lo racconta apertamente, per esempio, ma tutti sanno che in Malesia… ha bevuto alcol!

Ma soprattutto in Malesia H* studiava ingegneria, approfittando di una specie di programma Erasmus islamico che copre un intero corso di studi. Questo programma permette(va) agli studenti yemeniti di frequentare le università di altri paesi musulmani e poi vedersi il titolo riconosciuto in patria. H* aveva quasi finito gli studi quando è scoppiata la guerra in Yemen (l’ultima di una lunga serie). Il governo ufficiale dello Yemen è fuggito in una sorta di esilio, le istituzioni si sono sfasciate… il programma Erasmus versione halal a cui partecipava H* è scomparso; sparito, gliel’hanno sfilato come un tappeto da sotto i piedi.

E dopo anni di studi e tanti soldi investiti (non solo in birre) a Kuala Lumpur, dopo essere arrivato a un soffio dal suo titolo d’ingegnere, il giovane H* può dire, con Francesco Guccini, “e un cazzo in culo è quello che mi resta”. Scusate la franchezza, ma mettetevi nei suoi panni.

E quindi, da mancato ingegnere, H* si ritrova a fare il traduttore – guadagnando circa un quinto di quel che avrebbe potuto prendere.

Non è solo per la sua simpatia che adoro H*. È anche perché questo Tony Manero delle montagne yemenite è un ragazzo di un’intelligenza particolare. Cioè non solo acuta, ma vagamente “fuori dal tempo” (per citare un altro cantautore italiano). Con lui si può intavolare una conversazione sulla cultura islamica, gli extraterrestri e i principi di base della fisica – tutti insieme nella stessa frase.

L’ultima volta che abbiamo masticato qat insieme mi ha fatto un’analisi comparativa fra l’inventore del transistor e Albert Einstein. Ovviamente sostenendo che il primo meriterebbe una fama molto più grande del secondo, perché il transistor ha avuto un impatto enorme sull’umanità, mentre la teoria della relatività “ancora ci confonde” (parole di H*).

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Ieri sera, masticando qat, parlavamo di donne (un altro dei suoi argomenti preferiti).

Nel pomeriggio avevamo accompagnato tre colleghe straniere (fra cui mia moglie, per la cronaca) in un negozio di abbigliamento. Volevano fare shopping di abaya, quella palandrana nera che copre tutto il corpo testa compresa e che qui la metà migliore dell’universo è obbligata a portare (spiace). Nel negozio abbiamo scoperto una vera miniera di vestiti da donna coloratissimi, con pizzi e traforati, un po’ kitch a dire il vero (un po’ tanto) ma certamente una boccata d’aria fresca rispetto al nero funebre.

«Sono i vestiti dei matrimoni», dice H*.

«Ma allora nei matrimoni le donne possono vestirsi colorate e perfino fare vedere pezzi di sé!», dico.

«Certo. Tanto gli uomini non ci sono.»

«Come non ci sono! Che vuoi dire? E con chi si sposano?»

«Voglio dire che la festa, che dura tre giorni, in realtà è fatta di due feste separate: festa uomini e festa donne.»

«Separati?»

«Eh.»

«Come le file per la tenda-ambulatorio della scabbia?»

«Ancora più separati: sono proprio in zone diverse della città, manco s’incrociano.»

«Ma il giorno del matrimonio? Lì sono obbligati a vedersi.»

«Non necessariamente.»

«E come fanno? Con chi ti sposi, da solo?»

«No; la sposa è rappresentata dal padre.»

«Minchia! E io mi devo sposare con mio suocero? Ma me lo fanno pure baciare alla fine?»

«No. Niente bacio. Però invece della futura moglie, c’è tuo suocero a sposarsi con te.»

«E la sposa, l’avrò mai vista in volto?»

«Di solito no. Non la vedi.»

E qui apro una parentesi, per citare un altro grande pensatore yemenita, l’assistente amministrativo A*; il quale l’altro giorno aveva una conversazione simile con la sua capa, che sarebbe mia moglie, la Babs.

«Come fai quando ti sposi, se non hai mai visto tua moglie in viso?», chiede la Babs legittimamente.

«Eh, è una sorpresa! A volte può essere una bella sorpresa, a volte brutta!»

«E la tua com’è stata?», insiste la Babs, inguaribile romantica.

«Eh, insomma, diciamo né troppo bella, né troppo brutta.»

That’s amore, cantava Dean Martin!

Chiusa la parentesi, torniamo a H*.

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Torniamo a H*, dicevo: traduttore, filosofo, animale da discoteca (virtuale) e mancato ingegnere.

«Quindi, ti sposi tramite il suocero e non vedi tua moglie», dico io.

«In teoria no. Anche se al giorno d’oggi…», fa lui.

«… la cultura è più moderna?»

«No. Ma c’è Whatsapp», dice H* facendomi l’occhiolino.

«Hai capito!», dico io. «I social media sono la forza del cambiamento!»

«Eh già. Una volta dovevi prendere a scatola chiusa. Al massimo, accontentarti della descrizione che la madre della sposa avrebbe fatto ai tuoi. Ma ogni scarrafone, si sa, è bello a mamma sua.»

«Verissimo! Chissà che sorprese…»

«Eh sì. E a quel punto potevi anche lamentarti dell’aspetto della sposa, ma la suocera ti avrebbe detto: stai prendendo una moglie, non una macchina.»

«Grande!»

«E io avrei risposto: e allora perché le hai abbassato i chilometri?»

«Grandissimo!»

«Ma in fin dei conti, il rischio di sorprese con la moglie è limitato.»

«Perché?»

«Perché qui da noi la variabilità è limitata: in genere abbiamo solo macchine piccole e tozze, che dopo qualche giorno sulla strada sembrano già dieci anni più vecchie.»

Urgh! Prima che pensiate male, va detto che H* non apprezza la bellezza locale perché ha un debole per le donne malesi; non vuole proprio dimenticarle, gli sono rimaste nel cuore. Una volta, durante una discussione in ufficio, il mio fedele assistente A. (un altro A., non quello della Babs) gli ha detto:

«Le donne in Malesia sono fatte come le bombole del gas!»

E H*, che non si sentiva in grado di controbattere ma non voleva mollare la posizione, ha risposto: «A me piacciono le bombole del gas.»

Ma torniamo a ieri sera. Perché H* ha ancora qualcosa da dire, su donne e motori; qualcosa che tutto sommato sembra preso direttamente da quegli anni ’60 a cui esteticamente lui appartiene.

«Comunque», fa H*, «qui dicono che se non sai guidare una macchina, non sai guidare nemmeno una donna.»

«H*!», gli gridano dal lato opposto del salotto, «proprio tu lo dici che non hai la patente!»

«AHAHAHAHAH», ridono tutti sguaiatamente.

H* ha questa capacità innata di mettersi in imbarazzo (o nella merda) da solo, con le sue parole. Le bombole del gas e questa frase che ha appena detto non sono che gli ultimi esempi di una lunga serie di affermazioni-suicide che gli scappano dalla bocca prima che se ne renda conto.

«Non ho la patente, ma in passato ho provato a imparare a guidare.»

«Con un amico? Una scuola guida?»

«No. Su YouTube.»

«Su YouTube?? E ci credo che non è andata bene!», gli dico.

«No no, sarebbe andata bene. Il problema è che ho cominciato a seguire i suggerimenti per i video correlati, le finestre pop-up e…»

«E…?»

«E sono uscito dalle lezioni di guida per automobili e mi sono messo a imparare a guidare un elicottero.»

SIPARIO.

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