GRATTA GRATTA…

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«L’hai presa.»

«L’ho presa?»

«Eh sì.»

«Sei sicura?»

«È matematico.»

«Matematico?»

«Eh già.»

«E quindi?»

«Eh, niente.»

«Cioè… pazienza?»

«Pazienza.»

Ecco, lo sapevo.

C’ho la scabbia.

No, ma tranquilli, è tutto sotto controllo.

Non è come sembra.

Tecnicamente ho la scabbia, ma va tutto bene.

Quando passi tutta la giornata in un campo profughi per coordinare una campagna di disinfezione e trattamento della scabbia (di cui da qualche mese è scoppiata un’epidemia in tutta la regione) è inevitabile che qualche parassita scabbioso e pustoloso ti si incrosti addosso.

Dopotutto, pensiamoci un momento: da stamattina, quanta folla mi si è strusciata mentre entravo e uscivo dalla nostra tenda-ambulatorio assediata da una massa cenciosa? Quanti bambini mi si sono aggrappati addosso? Quanta gente ha voluto darmi la mano? Quanti ragazzi mi hanno messo il braccio intorno alle spalle?

«La scabbia si trasmette col contatto», mi ripete paziente S., l’infermiera francese che mi segue le “attività esterne” (termine con cui indichiamo tutto quanto facciamo a sostegno dei campi profughi e degli ambulatori degli angoli più remoti della regione). «La scabbia è dappertutto in questi accampamenti, cosa vuoi; è per terra, sui vestiti, sulle tende. Se ci passi una giornata intera e stai a contatto con la gente infetta…»

Ecco, vedi? C’ho la scabbia, mannaggia.

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E la scabbia mi dà più noia del colera. Strano? No, a rifletterci. Vi spiego perché.

Mi sono ritrovato svariate volte dentro i tendoni pieni di malati di colera che vomitano e sparano getti di diarrea nei secchi di plastica, ho vissuto per mesi in città e villaggi travolti da un’epidemia di colera, ma sono sempre stato tranquillo. Perché prendere il colera non è mica così facile. Bisogna, a dirla tutta… ehm ehm, insomma bisogna ingoiare le feci di un malato di colera. Non per forza nella maniera più diretta, neh: succede spesso attraverso l’acqua non purificata. O anche per via del cibo: quanti di voi hanno dimenticato almeno una volta di lavare le mani dopo essere stati in bagno? Confessate! E se capita a un cuoco, un fruttivendolo, un macellaio, uno che vi serve o confeziona il cibo…

… ma insomma, passare semplicemente accanto a un malato di colera non ti fa (in genere) nulla. Se hai accesso ad acqua pulita e cibo preparato come si deve, se non condividi i bagni con tutti, sei a posto. Niente colera.

Poi, se proprio lo prendi, guarire è facilissimo: basta idratarsi per un po’ di ore o un paio di giorni. Se è una forma leggera di colera, anche per via orale; altrimenti qualche flebo e passa la paura.

Ora, la scabbia non è neanche lontanamente letale (a differenza del colera), ma in compenso per prenderla basta il contatto. E per liberarsene, c’è da penare: bisogna coprirsi il corpo con una pomata speciale e tenerla ventiquattr’ore prima di lavarsi; intanto si devono immergere tutti i vestiti – e in genere tutti i tessuti – in acqua bollente per almeno mezz’ora, mettere i materassi sotto il sole chiusi dentro un sacco di plastica per tre giorni (non esagero) e sperare che nemmeno un parassita sia sopravvissuto, perché altrimenti quello si riproduce come un coniglio ermafrodita e si ricomincia.

Ecco; in questo momento S. mi sta confermando che senza ombra di dubbio, proprio ora mentre mi parla, il parassita cammina su di me.

«No mai stai tranquillo. Per ora cammina e basta, non succede ancora niente. I guai iniziano quando lui scava un tunnel nella tua pelle; e per quello ci mette anche due settimane. Quindi stasera fai una bella doccia, metti i vestiti subito in lavatrice e andrà tutto bene.»

«E domani non ho niente?»

«Niente. Ma ricordati: i tuoi vestiti infetti non devono venire a contatto con alcun altro tessuto, altrimenti inizia la propagazione e ci infesti tutta la casa.»

«Nemmeno un contatto con un altro tessuto?»

«Zero!»

Ti pare facile: dove viviamo è tutto tappeti, divani e cuscini. Ogni stanza ha la moquette. Cioè una specie di moquette, ma insomma il tessuto è ovunque qui in Yemen. Il tessuto ti osserva, come il Grande Fratello. E in questo caso è altrettanto minaccioso.

Che faccio? Stasera ci penserò. Intanto l’ennesimo bambino col moccio e le pulci mi si avvinghia alla gamba. Bello di papà!

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Fuori dalla nostra tenda-ambulatorio, una fila lunghissima (anzi due: fila-uomini e fila-donne): ognuno aspetta il proprio turno per entrare e vedere un paramedico che distribuisce la pomata magica, spiegando bene come usarla. Si applica su tutto il corpo tranne viso e genitali, si aspettano 24 ore e poi si fa la doccia. Abbiamo discusso per due ore su come dire “genitali” perché da queste parti mica se ne può parlare così, come niente fosse. Alla fine ci siamo accordati per un’espressione che suona come “nelle zone che… ci siamo capiti.” Speriamo si siano capiti davvero, altrimenti l’effetto dello spalmarla là sotto è più o meno come fare il bidet col peperoncino.

Quanto al lavarsi dopo ventiquattr’ore: più facile a dirsi che a farsi, in un campo profughi dove non esistono docce. Non hanno neanche l’acqua per bere, figuriamoci. Ma qui sanno arrangiarsi, il modo lo troveranno.

«Aiuto! Francesco! Dobbiamo portare un bimbo all’ospedale!»

Questo bimbo di due anni se l’è bevuta, la pomata. Oh merda. Lo portiamo subito all’ospedale della città vicina (collaboriamo anche con quello).

In un’altra zona del campo, l’acqua bolle in cinque cisterne metalliche da mille litri l’una. Perché il parassita bastardo sta pure nei vestiti. E quindi vanno presi, i vestiti, e bolliti per mezz’ora. Anche qui c’è una fila sterminata di gente che pazientemente ha portato i quattro stracci che possiede. Guardano le cisterne, immaginano i loro cenci a bollire nell’acqua che diventa subito nera.

«Mmmmh…. buona la zuppa!», dice A., responsabile della logistica pakistano mentre gira un remo a mo’ di mestolo.

In realtà alla scabbia ci si abitua – come a tutto. Anche alle armi, per dire. Qui per strada tutti gli uomini dai quattordici anni in su hanno un kalashnikov in spalla. Sparano in continuazione per festeggiare; quando c’è un matrimonio vanno avanti dalla mattina alla sera. Un dieci percento degli invitati alla cerimonia finirà la giornata nel nostro pronto soccorso o in sala operatoria. Anche a questo ci siamo abituati: a sentire le raffiche di AK47 mentre beviamo il tè.

Mi ricordo che ad Haiti gli spari li sentivamo dalla terrazza, che ovviamente era ben esposta sulla strada – e quindi il rischio del classico proiettile vagante lo correvamo anche noi. Le prime volte, al primo colpo rientravamo tutti in casa. Ma come dicevo, ci si abitua. Una sera, durante una festa in terrazza, hanno cominciato a sparare. Non si capiva bene da dove venissero i colpi e quanto fossero lontani, era buio. Noi, là fuori con il rum e la musica, sentivamo bene… ma abbiamo continuato a bere e ballare. Il capomissione è sceso in mutande (dormiva, forse per quello era di cattivo umore) e ci ha centrifugato: «Ma siete tutti rincoglioniti? Se foste a Parigi o Londra o Madrid e sparassero per strada continuereste a bere la vostra birra? Devo farvi vedere le foto degli invalidi e degli amputati per un proiettile vagante? Rientrate, CAZZO!»

Sembrava il comandante che ha urlato a Schettino, quello della Costa. E aveva ragione. Nessuno di noi voleva scherzare (letteralmente) col fuoco. Nessuno voleva prendere una pallottola.

Neanche i bambini che giocano a pallone in Siria e Yemen sotto le bombe vogliono esplodere o essere ridotti a un colabrodo dallo shrapnel. Ma l’uomo si abitua. A tutto.

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Qui, più modestamente, ci siamo abituati alla scabbia. Gradualmente, però.

La prima sera eravamo in piena psicosi: in barba alla segregazione dei sessi e alla copertura totale del corpo che vige da queste parti, noi espatriati appena messo il piede in casa ci siamo spogliati, ci siamo messi come mamma ci ha fatto, messo tutti i vestiti potenzialmente infetti dentro un sacco nero che abbiamo portato nella stanza della lavanderia che sta sul tetto e vai, a novanta gradi con centrifuga. Poi tutti in doccia (ognuno nella sua). Le scarpe, lasciate fuori, perché non le puoi lavare ogni giorno.

La seconda sera eravamo già meno paranoici: siamo saliti vestiti fino alla stanza della lavanderia, ci siamo spogliati lì a turno.

La terza sera già eravamo a bere una birra o fumare una sigaretta in casa, ancora nei vestiti che avevamo portato nel campo profughi.

E se all’inizio facevamo attenzione a tutto quel che toccavamo, ora facciamo il giro delle tende, aiutiamo i profughi a preparare i malloppi di vestiti arrotolati per portarli alle cisterne da mille litri dove facciamo bollire l’acqua, ci sediamo nelle loro dimore pidocchiose a chiacchierare. Ce ne sono alcuni veramente simpatici. Pure se c’hanno la scabbia. Sono così in imbarazzo per le condizioni igieniche in cui vivono… anche se dovremmo sentirci molto più in imbarazzo noi.

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