PASSO FALSO

20160708_132831

Ma dimentichiamo la scabbia: arriva il gran giorno! Buon Natale!

Vabbè, quasi. In realtà non è Natale (e come potrebbe esserlo?), è Eid.

Cos’è l’Eid? Insomma non sto a spiegarvi ma l’Eid arriva alla fine del Ramadan ed è una specie di Natale musulmano. E come ogni buon Natale musulmano che si rispetti, va festeggiato con un bel banchetto. Soprattutto perché la gente qui ha digiunato per un mese!

E io, colto da raptus luculliano, ho invitato una cinquantina di nostri dipendenti a pranzo. Non bado a spese!

Ma come, vi chiedete, e dove lo trova un tavolo da cinquanta persone?

Tranquilli! Non serve il tavolo!

Né tavolo, né piatti! E le posate? Niente! Manco quelle!

Qui in Yemen siamo molto più avanti. Qui si mangia seduti per terra. Rigorosamente con le mani. E direttamente dai vassoi, dalle zuppiere e dai piatti da portata. Anche il riso, per dire. Per le cose liquide, s’intinge direttamente il pane.

È tutto così conviviale! Io e i miei convitati siamo praticamente una cosa sola. Siamo l’unità cosmica. Siamo il Nirvana. Ah! Buddisti, crepate d’invidia!

No, sul serio: sto imparando il galateo della tavola yemenita perché in nessuna missione umanitaria, né peraltro in alcun viaggio di altro genere, sono mai stato invitato a pranzo e cena come qui in Yemen. La gente ci tiene, e ti tratta come un re. Sono incredibilmente generosi. Per dire: nei campi profughi, se passo di fronte a una tenda dove la gente sta mangiando, si sbracciano per invitarmi a mangiare con loro! Voglio dire, gli spiccioli che ho in tasca valgono più del loro budget mensile per sopravvivere in dodici, e loro m’invitano alla loro “tavola”!

Gli inviti dei miei colleghi locali sono più facili da accettare perché anche se lo Yemen resta un paese povero e il divario economico enorme, i dipendenti di un’organizzazione internazionale hanno un tenore di vita più che dignitoso, e sai che se lo possono tranquillamente permettere. E gli fa così piacere!

Dicevo, il galateo: la prima regola è che mentre da noi si porta sempre qualcosa quando si è invitati a cena, da loro non si porta niente: sarebbe come dire che non riescono a provvedere alla cena da soli, che non sono in grado di sfamarti. Quasi un insulto!

Al massimo si portano dolci per i bambini di casa, altrimenti meglio andare con le proverbiali mani vuote. Ovviamente più di ogni altra cosa, NON PORTATE UNA BOTTIGLIA DI VINO! Eh eh battuta idiota.

Seconda regola, più che altro un’abitudine… se le loro cene fossero uno sport, sarebbero i cento metri. Veloci, cribbio, e non si guarda in faccia a nessuno! Chi si ferma (o rallenta) è perduto!

Non è per fame: come dicevo, i miei colleghi sono la media borghesia locale e il cibo è sempre abbondante in tavola; è così, e basta. Si entra in casa dell’ospite, si mormora un frettoloso “salam aleykum”, si passa oltre con il fare deciso del mastino che ha fiutato la preda e ci si siede a gambe incrociate, nella posizione dello yoga. E ci si dà dentro di brutto, convivialmente. Un collega gentile prende con le mani un pezzo di pesce e te lo porge. Un altro strappa un pezzo di pane e l’offre al vicino. Si intinge il cucchiaio nella stessa minestra, tutti insieme. E così via.

Non so dirvi come, ma una volta che ti abitui a questa promiscuità, è fantastico.

Appena l’ultimo boccone è ingollato, scatta il fuggi fuggi: non si perde un attimo di tempo, la gente mormora un “arrivederci” (vabbè, lo dice in arabo) e si fa il vuoto. E tu rimani come un carciofo con il bicchiere di tè in mano.

Ultima regola (che, anche volendo, non puoi non rispettare): non si finisce mai tutto. Non hai scelta, perché mettono così tanta roba in tavola che anche se facessimo La Grande Abbuffata, non arriveremmo alla fine. Al termine della cena resta sempre cibo abbondante: sparpagliato nei vassoi, e in gran parte per terra – non avendo piatti né posate, potete immaginare la quantità di briciole, pezzi di polpetta, grumi di salsa e noccioli che costellano il pavimento quando abbiamo finito. Per questo si stende sempre una specie di tela cerata monouso sul tappeto. Una volta mangiato, la avvolgi e la butti via!

Ma oggi è Natale, mi dico; insomma, è l’Eid. Siamo in clima di festa, la gente vorrà fare con più calma, godersi un po’ l’occasione, no?

Si è fatta l’ora. Poco dopo mezzogiorno e mezzo, la preghiera è finita, la gente sciama dalle moschee verso le case. Nel caso dei cinquanta invitati, si sciama verso il nostro ufficio.

Ho allestito il tutto all’aperto per gli uomini, al chiuso per le donne. La storia è lunga, ma le donne non possono mangiare con noi, né essere troppo visibili in pubblico… si usa così. Per fortuna le colleghe sono poche e almeno possono approfittare del salotto e stare molto più comode.

Per noi maschietti, ho fatto spostare le Landcruiser dalla zona dove sono solitamente parcheggiate. Per terra, per non stare proprio sulle macchie d’olio motore, abbiamo steso il plastic sheeting, che è un telo di cerata grigia che si usa per le tende in cui si curano i malati di colera. Speriamo che l’abbiano lavato bene.

Sopra il plastic sheeting ci dovremo sedere noi. E appoggiarci direttamente il cibo. Ora, per il cibo che sta in un vassoio o una zuppiera, va bene. Il problema è il pane.

Il pane qui è buonissimo, ma è anche enorme: sono dei dischi dal diametro di un trullo di Alberobello. E nessun piatto o vassoio può contenere questi dischi.

Quindi il pane si mette per terra.

Cioè a contatto con il plastic sheeting.

Quello stesso telo su cui, per apparecchiare, alcuni volenterosi hanno camminato in lungo e in largo. Naturalmente si sono tolti le scarpe, eh.

Ma insomma, una decina di persone ci passeggiano su e giù, e ora tocca appoggiarci il pane.

Non fa niente! È buonissimo lo stesso.

Finalmente le pietanze sono pronte: tre lunghe file di bendiddio su cui ci potremo avventare. Ma prima, immagino, dovrò fare un piccolo discorso.

E va bene.

Anche se io odio i discorsi.

Cosa posso dire?

Decido di tenerla breve: ringrazierò la gente per essere venuta, per essere presente anche in questi giorni di festa (in cui uno forse preferisce stare con la famiglia che in ufficio con i colleghi). E poi farò un breve augurio per l’Eid, come si deve, una frasettina o due in arabo che ho imparato.

Eccoci dunque, i vassoi sono sistemati, il pane è per terra, tutto è pronto per il mio discorso.

Ehm ehm!

«Bene, signori», comincio. «Il cibo è arrivato, quindi…»

VROOOOM!!!!

Tutti sono seduti e mangiano a quattro palmenti.

«Ehm… volevo…»

Nessuno mi caga. Il brusio è troppo forte. Le mascelle fanno più rumore di un Concorde.

«Ehm, graz… cioè, Eid Mubar…»

GNAM GNAM GNAM !!!

Vabbè, sai che c’è? magno pure io.

Mi siedo, tutto intento a recuperare il tempo perduto. Osservo le pile di pane, cerco di ricordarmi dove hanno camminato tutti, ma è impossibile. Allora cerco di prendere il pezzo di pane che sta più in alto, ma neanche questo è possibile perché due colleghi gentilissimi me ne stanno già porgendo altrettanti pezzi, strappati con le loro manine da chissà quale pila.

Ma che ce frega, ma che c’importaaaaa!

Tutto è buonissimo.

D’improvviso si alza un vento pazzesco. Una tempesta.

Una ventata di sabbia ci travolge direttamente dalla strada (piena di cani randagi); il vento sabbioso ci trasforma nei corpi pietrificati di Pompei.

Osservo preoccupato, diversi metri più in alto del cancello, decine di sacchi d’immondizia che volano come aquiloni senza corda. Penso che c’è una discarica a cielo aperto proprio oltre il muro. Scabbia, gastroenterite, colera. Guardo i sacchetti volare.

«Veniamo dal fango, torneremo nel fango. Non può succederci niente se mangiamo un po’ di fango», osserva filosoficamente il mio fedele assistente A.

«Si ma questo fango…», inizio a dire io…

«… è a ben vedere merda di cane!», scoppia a ridere Y., il gigante congolese responsabile del nostro ospedale qui in città.

Non fa male. Non fa male. Non fa male.

Continuiamo a intingere il pane “camminato” nella saltah, che neanche la sabbia e le molecole d’immondizia hanno potuto rendere meno buona.

A un certo punto sono stanco della posizione a gambe incrociate e decido di mettermi sulle ginocchia col didietro appoggiato sui talloni; ma anziché posare il dorso del piede a terra, ripiego le dita dei piedi per avere i polpastrelli sul suolo, come un centometrista pronto al via.

Cosa mai potrà andare storto?

Ecco, succede che ovviamente non guardo dietro di me, mentre allungo i piedi, perché sono sempre intento a fare equilibrismi col pane e… e nel parapiglia generale… insomma l’alluce mi comunica una netta sensazione di umido, anzi di bagnato. Mi giro lentamente e con un moto d’orrore supremo vedo che il mio piede puccia per bene dentro il piatto di fagioli della fila dietro di me.

Quanto è vero Iddio, le mie dita sono tutte e cinque dentro il piatto, mezze immerse nel sugo.

Nessuno mi sta guardando, o almeno credo.

Ritraggo il piede di scatto come se l’avessi infilato fra i denti di Satana.

Sono attanagliato dal dubbio: mi avranno visto? Devo avvertire? Cosa è meglio fare? Occhio non vede cuore non duole? Coscienza, cervello, aiutatemi! Ma il mio cervello è in preda a un crampo.

La provvidenza mi viene in aiuto. In quel momento infatti le cinquanta persone intorno a me devono avere deciso, con silente unanimità, che il pranzo è finito.

Si alzano tutti mentre io ancora sbocconcello il mio pane, e partono tutti insieme, maestosi e decisi come un branco di gnu in migrazione nella riserva del Serengeti.

«Grazie ancor… ehm, arriveder…»

VROOOM!

Mi asciugo il piede. Rimane comunque rossastro, è la salsa di fagioli.

Vabbè. Direi che è andato tutto bene.

Eid Mubarak!

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Umanitario, Yemen e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a PASSO FALSO

  1. Emanuela ha detto:

    Sei meraviglioso Fra!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...