GREY’S ANATOMY

«Sono andati a mangiare.»

«A mangiare?»

«Eh, a mangiare.»

«Ma come a mangiare? ma è questo il momento?»

K., l’infermiere di sala, fa una faccia come dire ‘che ci posso fare, che colpa ne ho.’

Io e B., la giovane chirurga indiana, ci guardiamo increduli.

In mezzo a noi, in posizione orizzontale, c’è il corpo di un uomo di età imprecisata. La sua pancia è spalancata grazie a un taglio che va da poco sotto lo sterno a poco sotto l’ombelico; le sue budella sono completamente di fuori, appoggiate tra il fianco e il pube; B. le ha estratte per esplorare meglio la condizione degli altri organi: il suo braccio è dentro di lui fin quasi al gomito, sta palpando il rene.

«Mi serve più luce qui dentro.»

Poiché tre infermieri di sala su quattro sono a quanto pare andati a fare uno spuntino e K. ha le mani impegnate a passare gli strumenti, cerco di rendermi utile facendo quel che mi chiede. Ormai sono esperto nel manovrare la lampada operatoria. Probabilmente, anzi, manovrare la lampada operatoria nei momenti liberi è la cosa più utile che abbia fatto da quando sono qui.

Prima che giudichiate male i tre infermieri fuggitivi, va detto che a causa del Ramadan stanno a digiuno tutto il giorno: e ora, alle sette passate, la fame deve farsi sentire.

Oddio, a dirla tutta… io, anche se fossi a digiuno, non credo avrei fame in questo momento; almeno non finché le budella del tizio restano lì aggrovigliate sotto il mio naso. Ma loro ci sono abituati.

B. dal canto suo non si scompone. A dispetto di tutto, l’intervento si svolge nella massima calma e per qualche minuto ci si può anche arrangiare in tre. Due e mezzo, via: perché io, a parte la lampada e passare il cambio di guanti di lattice, faccio soprattutto arredo.

L’altra sera, alla masticata di qat del giovedì, B. me l’aveva detto: «Quando sono in sala operatoria la mia mente entra in un luogo a parte. Mi sento completamente zen: niente può scompormi. Sono calma come in nessun altro momento della vita.»

Ah, gli indiani! Tutti guru e illuminati!

Meglio così; soprattutto, meglio per questo tizio sdraiato fra noi. Il proiettile è entrato nel petto ed è uscito dalla schiena, dall’alto verso il basso. Poco sotto il capezzolo destro ha un buco grande come una moneta da un centesimo: il foro d’entrata è piccolo e pulito, diresti quasi niente. Ma dietro, all’altezza del lombare, sembra che ci sia uscito Alien: c’è un buco grosso come un medaglione di cioccolato, dai contorni tutti slabbrati, vuoto come se mancasse un etto di carne.

B., che ne capisce, l’aveva detto prima ancora di aprirlo: «Temo per il fegato, il colon e il rene.»

E ci aveva preso in pieno.

«Ecco, vedi il fegato?», mi dice ravanando dentro questo signore. «Questo squarcio è stato fatto dal proiettile; gli darò un paio di punti, ma il fegato è eccezionale, si rigenera da solo. Il rene invece ha solo subito una contusione, perché la pallottola genera una forza d’urto che si ripercuote anche sugli organi non toccati direttamente. Lo vedi il rene? È questa cosa che sto facendo ballonzolare nella mia mano.»

Uhm, certo che lo vedo.

«E il polmone?», azzardo. «O è troppo in alto?»

«Troppo in alto per essere colpito direttamente, ma vedi queste bollicine che si formano nel sangue fra gli organi, come se un bambino ci soffiasse dentro con una cannuccia? Vuol dire che l’onda d’urto ha toccato anche il polmone, c’è una piccola fuga d’aria; ma poiché la saturazione di ossigeno è buona, vuol dire che non è grave. Lasciamo che il polmone si rimetta a posto da solo. La cosa più seria è il colon; devo asportarne un pezzo e poi fargli un buco sul fianco da cui far uscire il tratto di colon aperto, e mettergli un sacchetto che si dovrà portare per qualche mese… è un po’ antipatico in effetti.»

Siccome so che B. è molto paziente di natura e che in sala operatoria poi diventa ancora più zen, non ho più remore a fare domande: «Ma perché non ricucire insieme direttamente i due tratti di colon e risparmiargli il sacchettino raccogli-merda che penzola dal fianco?»

«Mmmhhh, hai ragione», dice. «Vediamo un momento.»

WHAT? MA SIAMO PAZZI? MI PRENDE SUL SERIO?

«Ehm, ma no, B., guarda, non volevo…»

«Fammi vedere…»

MI STA DANDO RETTA? AIUTO!

«Ma no, no, non ascoltarmi ti prego…. non so cosa dico!!!»

«Uhm, chi lo sa, se non ci sono segnali evidenti di rischio d’infezione, se il tessuto non rischia di andare in necrosi, si potrebbe fare…»

AAAAAHHH! Infermieri! Caposala! Mi ascolta! Aiuto!!

«Mmm… in effetti guardando bene è meglio non rischiare. C’è un piccolo rischio d’infezione. Meglio la colostomia. Pazienza, si terrà il sacchettino per tre-quattro mesi.»

Phew. Ho provato l’ebbrezza di essere consultato dal chirurgo ma per fortuna non mi ha ascoltato.

Intanto i tre infermieri affamati tornano dal loro spuntino e come niente fosse riprendono i loro posti intorno al tavolo operatorio. Uno di loro si sta passando ancora la lingua fra i denti. L’essere umano è la creatura più adattabile dell’universo.

B. ha aperto un nuovo buco sul fianco, grosso come il quadrante di un Rolex, da cui un tratto aperto di colon farà capolino, versando dentro il sacchettino. Sta suturando l’altro segmento d’intestino quando mi fa, tutta eccitata: «Guarda, la peristalsi, la peristalsi!»

Eh???

«La peristalsi!», dice tutta emozionata, indicando un movimento tipo bruco delle budella del nostro paziente incosciente.

Ah, eh beh, in effetti, sì, la peristalsi; non è meglio sbrigarsi a suturare, prima che la peristalsi, per l’appunto, arrivi al tratto di colon aperto, e, come dire, in poche parole, cioè, ehm, ci faccia fare un bagno di merda?, vorrei dire; ma per oggi sono già stato consultato abbastanza.

Finito col colon, i cui moncherini potranno essere riuniti tra qualche mese se tutto va bene, B. buca l’addome del tizio in altro punto (e fanno due buchi di pallottola, due fatti dal chirurgo più lo squarcio dal petto al ventre) e ci infila una sonda per drenare il sangue che continuerà a versare internamente.

Il foro d’uscita del proiettile non lo chiude invece: dice che è meglio che resti aperto per evitare la compressione causata dall’ematoma. Per non lasciarlo esposto all’aria e ai germi, ci appiccica un altro sacchettino tipo quello raccogli-merda.

Ma attenzione! Colpo di scena!

L’ultima costola è spezzata! Ripulendo il foro di uscita, B. si accorge che un pezzo di costola troncata sta perforando il lato posteriore del fegato!

«Vedi?», mi dice, «Vedi?»

Eh, vedo, vedo. Che si fa?

«Devo ricucire i due lembi di muscolo che sostengono la costola, in modo che i due segmenti ossei si riallineino… questo eviterà almeno che uno spunzone di costola buchi il fegato; poi se tutto va bene, la calcificazione salderà insieme i due segmenti.»

Avete presente le costolette di maiale? Tipo quando resta solo un pochino di carne attaccata… che dici non c’è più niente da rosicchiare… a vederla così, quella carne, quel muscolo attaccato allo spunzone, sembra troppo sottile e sbrindellato per reggere i punti e tenere in posizione la costola… ma B. cuce e il brandello tiene. Resiste.

Detto fra noi: dopo aver visto quanto è complicato trafficare con le costole, non crederò mai per un istante alle leggende metropolitane su D’Annunzio.

Intanto B. sta finendo, rimette le budella dentro, ricuce solo la parte superficiale della pelle e non il muscolo addominale sottostante perché fra due giorni dovrà rioperarlo e vedere come vanno fegato e colon.

Lo so, tutto ciò è raccapricciante.

Perché raccontare questo film dell’orrore?

Prima di tutto non fate tanto gli schizzinosi, lo so che guardate tutti CSI e mille altre serie tv dove squartano cadaveri; almeno qui si salva la gente, non si sezionano morti.

Il fatto è che come tanti, almeno credo, per moltissimo tempo ho creduto che la medicina fosse una scienza. E che la chirurgia ne fosse la massima espressione. Precisione millimetrica, strumenti perfettamente sterilizzati; una logica ferrea che regola le connessioni fra gli organi e il funzionamento del corpo umano, logica perfettamente padroneggiata dal chirurgo.

Ebbene, il corpo umano: quello sì che è scienza perfetta. Un capolavoro mai visto.

Ma ho imparato che quando si rompe, nell’aggiustarlo c’è poco di scientifico.

Si tratta di ipotizzare, provare, sperare, fare (molto) affidamento sulle risorse naturali dell’uomo, sulla sua straordinaria capacità di restare attaccato alla vita.

Lo vedo osservando B. all’opera, la sua pazienza, la sua serenità nell’ammettere che è inutile suturare completamente il fegato: bisogna contenere il danno, ma se ce la fa, ce la deve fare più o meno da solo. Si può asportare la porzione di colon irrimediabilmente danneggiata, ma quella sana deve cavarsela da sola: «Se il tessuto è abbastanza irrorato di sangue», dice sempre B., «se resiste alle infezioni, si riprenderà.»

Non so perché, ma io tutto ciò lo trovo paradossalmente molto rassicurante. C’è meno pressione, sapendo che l’ultima parola l’avrà sempre la natura, e quella siamo noi. C’è qualcosa che mi rasserena nel vedere il chirurgo più come un artigiano – un artista – anziché una macchina infallibile.

Ecco, per aggiustare il corpo umano non ci vogliono scienziati, ma artisti. E quando guardo B. operare, io vedo un’artista all’opera. È per questo che le ho chiesto il permesso di stare nel suo atelier, ogni tanto. E in cambio manovro la lampada, le passo i guanti, ogni tanto mi chiede anche di fare delle foto per l’archivio medico della missione (tranquilli, non ve le mostro; vi metto due belle bambine nella stanzetta di sterilizzazione degli strumenti in un ambulatorio di un paesino nel deserto al nord, verso l’Arabia Saudita.

ste hs (1)

Meglio?)

C’è questo… e poi c’è il bisogno di sapere perché siamo quaggiù, che cosa facciamo veramente io e miei colleghi, qual è il fine ultimo di questa macchina organizzativa che porta una dozzina di stranieri a vivere per sei mesi in un paese in guerra, mangiando yogurt tenuto in un frigo che la mattina è caldo perché la notte non c’è corrente.

Il paziente comincia a svegliarsi… tutto sembra andare bene…

Un altro colpo di scena!

«Attenzione! Guardate il sacchettino!»

Il sacchettino sulla schiena, quello che dovrebbe proteggere il foro d’uscita del proiettile, si gonfia e si sgonfia con ritmo regolare. Mi ricorda un po’ quando il nostro insegnante di teatro, per insegnarci a respirare col diaframma, diceva: «Immaginate, ispirando, di mandare l’aria nella schiena; pensate di riempire didietro anziché gonfiare la pancia o il petto davanti.»

Ecco, il nostro paziente respira dalla schiena a meraviglia. Solo che non dovrebbe.

Allora B., mentre già lui apre gli occhi, ma è ancora fortemente anestetizzato, piglia il bisturi, fa un altro buco sul fianco, all’altezza del polmone (il quinto), e lo intuba in un nanosecondo.

«Ma non stai bucando il polmone?», chiedo esterrefatto.

«Speriamo di no, eh? Dovrebbe infilarsi nella cavità della pleura», dice lei sorridendo.

Stavolta ha davvero finito.

Il paziente è pronto per il trasferimento in terapia intensiva.

Mi vengono in mente i film in cui sparano a James Bond e lui continua a correre, saltare e sparare a sua volta contro i cattivi e alla fine li fa fuori tutti, aggrappato al cornicione di un palazzo.

Bilancio di un proiettile (uno solo!) nella vita reale: fegato perforato, colon sfracellato, diaframma e rene contusi, una costola spezzata, un polmone che perde aria; un taglio lungo cinquanta centimetri sulla pancia; cinque buchi: uno grosso come un medaglione di cioccolato all’altezza del lombo (foro d’uscita), uno grosso come un quadrante di Rolex sul fianco (per svuotare l’intestino), uno grande come una moneta da un euro sull’addome (drenaggio del sangue), uno della stessa dimensione sotto l’ascella (aria dal polmone), uno piccolo come una moneta da due centesimi sotto il capezzolo (entrata del proiettile). Quattro tubi: uno per l’ossigeno dentro il naso, uno per l’aria che va nel polmone, uno per drenare il sangue nell’addome, uno che esce dal pene (catetere). Due sacchettini penzolanti: uno per gli escrementi che escono dal colon, uno per proteggere il foro d’uscita del proiettile ancora aperto.

Morale della favola: cercate di non farvi mai sparare.

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2 risposte a GREY’S ANATOMY

  1. LUCA ha detto:

    Ti sei superato. Solo tu avresti potuto raccontarci Tarantino con l’arguzia di Wilde e l’ironia di Eco. E non esagero, ti giuro. Sei fantatico

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