FUORI TUTTI

globo

Cari inglesi, anzi cari britannici,

Vi ho sempre amato, ma tanto, a dispetto della scarsa simpatia (ammettiamolo… del resto probabilmente ricambiata) di cui godete nel resto d’Europa. Però non vi capisco. Neanche lontanamente.

Non ci capisco proprio niente di quanto è successo.

Non parlo del lato pratico, dell’importanza che questo referendum dovrebbe avere, secondo voi e secondo gli altri, sulla politica e l’economia europea e mondiale – e francamente chissenefrega. Di quello non ho comunque mai capito molto e detto sinceramente, è l’ultimo dei miei problemi. Tanto io lavoro per un’organizzazione che grazie all’idiozia umana e all’inclemenza della natura avrà sempre da fare; possiedo una casa e i miei soldi li tengo sotto il materasso. L’economia mondiale non può nulla contro di me.

No, m’interessa molto di più il lato ideale, umano, simbolico, insomma il principio di questa scelta.

E lì, confesso, non ci capisco niente.

Non capisco che cosa possa importare a un popolo di dire “i miei confini, la mia sovranità”.

Forse sono io.

Io che ogni giorno entro in ufficio e trovo il mio team: un congolese, un pakistano, due indiani, un somalo, due francesi, un’australiana e una kenyota.

Vi giuro: MAI, da quando sono qui, nemmeno per un momento, mi è passato per la testa il pensiero che siamo persone diverse. Potete credermi o meno, potete pensare che stia facendo il cosmopolita da quattro soldi, che abbia ascoltato troppe volte Imagine, ma ripeto: vi giuro che mai mi sono soffermato a pensare che loro non sono italiani, che abbiamo valori o principi diversi e magari contrastanti. Mai, lo dico a costo di essere frainteso e giudicato dai miei compatrioti, mi è pesato che non ci sia un italiano qui in Yemen con me, che non si parli la mia lingua, non si discuta secondo i miei riferimenti storici e culturali. Nel “qui-e-ora” della vita, non ci sono semplicemente né spazio né tempo per pensarci.

E questa “non-consapevolezza”, che considero un dono, la devo in grande, grandissima parte a voi, cari inglesi anzi britannici (scusate, “britannici” non si può sentire, suona orribile, ho deciso che dirò “inglesi” con buona pace di Edimburgo, Cardiff e Belfast; che poi Edimburgo e Belfast avevano pure votato per rimanere in Europa).

Lo devo a voi perché la mia educazione sentimentale al “mondo là fuori” è iniziata da voi. Anzi, con voi prima ancora che da voi. Perché anni prima di mettere piede sul suolo britannico, lo stavo già esplorando con i mezzi che avevo a disposizione.

Con la mia prima musica per esempio, che per me non è mai stata solo Duran Duran o Spandau Ballet; non so dirvi perché, una delle prime cose che lessi dei Duran fu che erano di Birmingham e questa cosa mi colpì. Da quel dettaglio iniziò una curiosità che poco a poco mi portò a voler capire perché la musica di Londra e quella di Manchester sono diversissime.

Stavo solo ripetendo testi idioti di canzoni per adolescenti, ma l’amore per la lingua, il cui apprendimento coltivavo religiosamente, era già scoccato. In terza media, non lo dimenticherò mai, una professoressa d’inglese del genere “burocrate piccoloborghese un po’ frustrato di provincia” mi diede cinque perché in un compito in classe usai una costruzione grammaticale che non avevamo ancora studiato a scuola; e quindi, diceva lei, avevo sicuramente copiato.

Copiato? Ma se avessi dovuto aspettare lei, cara prof, se avessi dovuto pazientare perché ce le insegnasse lei, le cose, se avessi dovuto adattarmi sul suo ritmo da lumaca… stiamo freschi! Mi tenni il cinque, era più facile che spiegarle che Simon Le Bon e Tony Hadley m’insegnavano molto più inglese di lei.

Poi venne il trip della poesia romantica, del romanzo inglese ottocentesco, i collegamenti fra Kate Bush ed Emily Brontë, la sudata magistrale per decrittare The Pickwick Papers; arrivò finalmente anche qualche insegnante più simpatico e competente con cui discutere non solo di Percy Shelley e John Keats, ma anche di quanto erano buone le patatine all’aceto e deliziosi i biscotti al burro shortbread .

Il colpo di grazia me lo diede il Prof. Barbieri, all’università: un inglese nel corpo di un italiano, praticamente un transgender della nazionalità. Alto e sgraziato, con il cappotto buttato addosso come un sacco, la pelata circondata da ciuffi ribelli di capelli bianchi tipo scienziato pazzo, il naso sempre rosso da beone e quel suo trasudare Ye Olde English da ogni poro, espressione di quella Britannia probabilmente mai esistita fino in fondo (infatti Ye Olde è un’espressione apocrifa) ma che voi, cari inglesi, rievocate regolarmente e con struggente nostalgia, un po’ come i milanesi che di notte sognano la “borghesia lombarda di una volta, onesta, seria e lavoratrice”: la Britannia delle tradizioni semplici e della sobrietà, dei professori universitari con il buco nel maglione e il gomito della giacca tutto liso, quella che non aveva ancora scoperto un piatto migliore dei baked beans della Heinz su una fetta di pane tostato. Quella pallida e malvestita, con seri problemi di igiene orale, che affrontava una trasferta col traghetto oltremanica come fosse una spedizione su Marte.

Quell’Arcadia che inutilmente i sostenitori della Brexit sperano di resuscitare (immagino).

Ma torniamo a noi, e a Barbieri. Quando mi diede trenta all’esame, discussi per un’ora con lui perché volevo rifiutare il voto. Trenta? Per me è un insulto, Professore. Lode o niente, gli dissi. E lui: “Stiff upper lip Segoni, stiff upper lip!” Mi aveva insegnato un’altra cosa molto British.

Nell’aprile del ‘96 partii per Londra col mio biglietto di sola andata e mentre passavo il controllo all’aeroporto mi sentivo come se stessi facendo il giro d’onore sulla pista olimpica dopo aver vinto la finale dei cento metri dando tre metri di distacco a Bolt.

Avrei dovuto cercare un lavoro ma passavo le giornate facendo a piedi i quindici chilometri fra Hampstead e Putney, con la macchina fotografica, andando in estasi quando trovavo una bottiglia del latte vicino a una porta o un negozio di fish ‘n’ chips.

Che poi vivere lì possa in qualche modo portarti a cambiare (direi arricchire) la prospettiva è ovvio. Forse i racconti di “caccia all’italiano il venerdì sera” a Edimburgo nel ’90 erano esagerati, ma certamente anche nella Londra di dieci anni dopo non era raro incontrare diffidenza, paura e sconcerto nei confronti del mondo là fuori. Continental Europeans: questo eravamo noi.

In tempi molto più recenti, mentre viaggiavo in Irlanda, ricordo che mi misi a chiacchierare con un anziano signore a un pub. Credo fossimo a Sligo. Insomma quest’anziano signore fu molto simpatico finché non si mise a parlare d’immigrazione e di africani, discorso che concluse quasi con un ruggito: “Stanno depredando il nostro paese, I hate the bastards.”

Ecco, questo sentimento, che nel XXI secolo riserviamo agli africani e agli arabi e alle pelli di colore diverso, trent’anni fa era molto più comunemente associato ai nostri vicini di casa, ai terroni nel nord Italia e ai “terroni del sud Europa” ospiti in Gran Bretagna (e in Germania e altri posti, a dire il vero). Io arrivai per mia fortuna un filo in ritardo rispetto all’epoca in cui i terroni, the bastards, prima che lo diventassero siriani, afghani e nigeriani, eravamo noi.

A dire il vero c’era ancora qualche lontana eco nell’aria (ce n’è ancora oggi, evidentemente). Ma la cosa, per qualche ragione, non ebbe la minima influenza su di me. Era come andare a Jurassic Park e osservare i dinosauri: magari vogliono divorarti, ma non per questo li trovi meno belli, meno affascinanti. E piuttosto che fuggire i dinosauri, speravo che piano piano si addomesticassero. Non è successo in fondo un po’ anche coi francesi?

Vediamo: quanti fra voi amici italiani, da quando vivo a Parigi, mi hanno chiesto della proverbiale antipatia dei francesi, del loro snobismo e senso di superiorità, del loro strisciante razzismo – non nei confronti dei nigeriani o degli afghani, ma nei nostri confronti, di noi italiani?

Ed era proprio così… una volta. Quando i nostri nonni partivano per le miniere della Lorena, noi italiani eravamo nettamente più poveri dei francesi e gli stereotipi sull’italiano, in Francia, erano più numerosi delle varietà di formaggio.

Pare che i documenti d’immigrazione degli italiani in Francia e in Belgio, nel Dopoguerra, portassero l’indicazione “R-Ital” (Residente italiano o Rifugiato italiano, non è chiaro ma poco importa). Nel linguaggio comune il termine “Rital” divenne un appellativo non proprio simpatico per questi immigrati poveri e un po’ cialtroni che eravamo. Su quanto fosse offensivo non c’è pieno accordo, almeno stando ai miei amici francesi oggi; c’è chi lo considera duro come “terrone”, chi più leggero, come “crucco”. Di certo non è carino.

L’Italia nei decenni è cresciuta, ma i Rital, anzi i Ritaux (plurale) sono rimasti: siamo sempre noi. È cambiata però la maniera di dirlo. Io e mia moglie e il nostro vicino-amico Maurizio ce lo diciamo da soli, “Rital”, quando scherziamo coi nostri vicini-amici francesi (che ci adorano).

È una trasformazione che ricalca un po’ il confronto fra la Francia che trovai nelle mie prime vacanze, quasi trent’anni fa, e quella in cui vivo. Il mio ricordo degli anni Ottanta è per forza di cose meno nitido del mio quotidiano attuale. Ma a costo di banalizzare un po’, posso dire questo: che sulla Francia di allora, devo dare ragione alle inquietudini dei miei amici italiani; ma quella di oggi ci adora. Se avessi un euro per ogni francese che mi ha detto quanto ama l’Italia, mi comprerei le isole Egadi. Vorrei poter dire che il sentimento è ricambiato, ma noi siamo forse rimasti un po’ bruciati da quel razzismo, e continuiamo a diffidare. In compenso i francesi ci adorano incondizionatamente – le bellezze, la lingua e ovviamente il cibo.

Il mondo quindi evolve: perché non potevano evolvere gli inglesi?

Ma non troppo: perché se avessero abbracciato con troppo amore il resto del mondo avrebbero perso quel “diverso” che amavo. A me in fondo non dispiaceva affatto quella loro insularità, quell’alterità. Quel loro “Ho viaggiato, sì, ho visto il resto del mondo: niente per cui valga la pena di prendere la Piccadilly Line fino a Heathrow”, quella piccola spocchia provinciale, non mi dava per nulla fastidio. La trovavo… Per dirla con un loro termine, quaint.

Negli anni del Britpop e dell’ascesa del New Labour, il Regno Unito sembrava (era) l’avanguardia del Sistema Solare. Presente pieno di speranza, futuro radioso. Mondo che cambia. E pazienza se vent’anni dopo Tony Blair è un innominabile, praticamente un criminale di guerra. Sfido chiunque a dire che allora non sembrava nuovo e figo e travolgente come Barack Obama nel 2008.

E nel mio quotidiano, i miei inglesi erano i colleghi con cui andavo al pub, a giocare a calcetto e così via. Le battute reciproche, anche taglienti, non mancavano: facevano parte del gioco, e per fortuna. Forse io non ho abbastanza fierezza, cosa vi devo dire. Ma non l’ho mai presa sul personale.

Quando in ufficio mi dicevano che nei carri armati italiani la marcia indietro funziona meglio di quella in avanti, alludendo al nostro voltafaccia durante la Seconda Guerra Mondiale, non mi dava fastidio: li capivo. Certo, avrei potuto spiegare che era caduto Mussolini e che finita una dittatura, il paese libero non era giustamente più obbligato a perseverare con le nefaste alleanze scelte dal tiranno, ma non era quello il punto. Capivo la loro logica del “si va fino in fondo, no matter what”; e in quella logica ostinata e un po’ testarda, li capivo.

Ancora oggi, vent’anni dopo, battute a parte, ci si vede e ci si sente, ci s’invita ai matrimoni in capo al mondo. Nessuno di loro vive più nel Regno Unito.

Vabbè, insomma.

Ieri sera a mezzanotte, mentre in Gran Bretagna si spogliavano le schede, qui in Yemen tiravamo tardi nel salottino: io, il pakistano, le due francesi, i due indiani, il somalo, il congolese, la kenyota (l’australiana è in ferie).

Si tornava dalla masticata di qat con il personale yemenita, c’era da scegliere un film da vedere. Il pakistano è arrivato con una ventina di dvd pirata in braccio, l’abbiamo preso doverosamente per il culo (“ma un hard disk no?”) e ci siamo messi a scegliere. Avremmo potuto essere la compagnia dei tempi del liceo a Pavia, era la stessa cosa: film dell’orrore o d’azione? Questo l’hai già visto? Quest’altro non sarà un po’ lento? Ti piace Kevin Costner?

Alla fine abbiamo visto Il Dottor Stranamore di Kubrick e poi un film d’azione con Clint Eastwood e Rene Russo, ci siamo accorti che erano le quattro e mezza del mattino e siamo andati a nanna (tranquilli, il venerdì è festivo qui).

Che voi, cari inglesi, possiate sentire tanta distanza dall’Europa da volerne uscire, boh, non lo capisco. Io non vedo abbastanza differenze per prendere le distanze dal mio pakistano, responsabile della logistica. Quando abbiamo saputo che la chirurga e l’anestesista in arrivo erano indiani gli abbiamo detto “svelto, occupa il divano del salotto, sarà il tuo Kashmir!”, così tanto per prenderlo ancora un po’ per i fondelli. Ma ieri sera in cucina lui si è messo a parlare urdu con la chirurga indiana e quando qualcuno si è sorpreso che avessero una lingua comune, hanno risposto all’unisono: “Veniamo dallo stesso paese”. Stesso paese! Stiamo parlando di India e Pakistan, non so se rendo l’idea.

Massì, cari ex europei, dividiamoci pure, perché no.

Fuori la Gran Bretagna e poi fuori la Scozia dalla Gran Bretagna. Fuori la Catalogna, perché è evidente che la vita a Barcellona deve essere un inferno finché fanno parte della Spagna; fuori la Padania e l’Alto Adige, i Paesi Baschi e l’Irlanda del Nord, fuori la Baviera, la Bretagna e la Corsica, fuori l’enclave serba del Kosovo e fuori la Republika Sprska di Bosnia, e poi fuori la provincia di Pavia dalla Padania e fuori Travacò Siccomario dalla provincia di Pavia, fuori la frazione Mezzano dal comune di Travacò e fuori quell’ultima casa sull’argine dalla frazione di Mezzano, perché una volta proclamata la Repubblica Indipendente del Signor Rossi, di certo il cane del vicino non romperà più i coglioni.

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2 risposte a FUORI TUTTI

  1. Mauro ha detto:

    Ciao Francesco , grazie per quanto hai scritto. Un bel momento di riflessione. Non sono in grado di dire quale sia la verità e le Decisioni o cose giuste da fare ma sono convinto che ogni essere umano sia simile al vicino , le uniche differenze sono i contesti in cui nasci,cresci e vivi. In giovane età (17anni ) ho trascorso anch’io 5 mesi in UK per la precisione a Wolverhampton sobborgo industriale di Birmingham. Bellissima esperienza di vita nelle acciaierie della Wilkinson , gli Inglesi ci guardavano dall’alto verso il basso e miei migliori amici erano i ballerini di colore del teatro di Birmingham . Da loro ho ricevuto aiuto , amicizia e una lezione di vita ,l’uomo è uguale cambiano solo i contesti in cui vivi. Non sono nato manager e non mi sono mai sentito manager ma ho sempre creduto nelle persone e nell’amicizia senza malizie e con trasparenza ho lavorato (Italiani,Turchi,Inglesi,Francesi,Spagnoli,Greci,Maltesi) e sono assolutamente d’accordo con te che anche se la Serenissima si stacca dal resto d’Italia nulla cambia sono solo le persone che possono cambiare le cose in positivo o negativo. My God sto diventando filosofo e questo non mi appartiene Barbara ne è testimone, ma devo confessarti un mio sogno fin da bambino ho sempre pensato alla possibilità di ” creare in Africa un villaggio per aiutare le persone a risolvere i problemi della vita ” non credo che ci riuscirò ma Voglio continuare a sognare. Credo che la cosa più bella della vita sia poter aiutare il prossimo. Un po’ invidio te e Barbara per aver avuto il coraggio dI cambiare vita !!! Vi auguro ogni bene ,siete due persone fantastiche !!!
    Mauro

    • alidimepu ha detto:

      Ciao Mauro,
      grazie per il tuo commento! Ho solo buttato lì qualche pensiero in libertà, quel che mi veniva in mente. Non so neanche io quali siano le decisioni giuste né mi illudo di arrivare a capirlo… ma una cosa la credo fermamente, ed è – come dici tu – che la determinante sia il contesto… spero che tu continui a sognare, quel che sarà del villaggio in Africa si vedrà!
      grazie ancora delle tue parole, ti abbraccio
      Francesco

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