THERE WILL BE BLOOD

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«Ma l’appendice non salta subito fuori?»

«Eh no, bisogna cercarla, a volte si rigira e va dietro», risponde paziente B., la donna-chirurgo indiana mentre A., suo collega yemenita, infila ripetutamente le dita nell’incisione addominale della ragazza e tira fuori a ciascun tentativo un nuovo pezzo d’intestino.

Ma com’è che ogni volta che vado a vedere aprire una pancia, capita che ho appena mangiato uova strapazzate con peperone, formaggio e cipolla? Peraltro buonissime, fatte con amore da me per me, con zenzero, pepe e cumino. Fortunatamente non si ripropone niente: le mie budella restano calme, mentre quelle della giovane ragazza yemenita sono sbatacchiate e maneggiate sotto i miei occhi.

«Ma perché non fare un taglio più grosso e aprire bene la pancia come un cofano, invece di infilare dentro le dita e ravanare nel buio?», insisto.

«Mica usi un bazooka per far fuori un ragno», dice paziente B., facendo un otto con la testa. E che c’entra adesso l’otto con la testa? Non sta dicendo né sì né no, perché mi fa l’otto con la testa?

Come ogni bravo indiano, B. fa l’otto con la testa in momenti improvvisi e senza spiegazione; e come ogni bravo chirurgo, B. ama tagliare e manipolare anche in cucina. Ieri sera ci ha fatto un biryani, una specie di risotto indiano un po’ più asciutto e di solito cotto con della carne dentro (c’era anche la versione veggie-friendly).

C’è stata tutta una discussione perché io ho osato parlare del risotto e di come cuocere il riso senza farlo scuocere né attaccare alla pentola, ed è sembrato che per noi italiani sia un’arte difficilissima mentre per gli indiani è un gioco da ragazzi (o più probabilmente, che io sia un cerebroleso), e quando ho osato dire che il risotto va girato, l’altro indiano, l’anziano anestesista M. (questo qui mi darà problemi, lo sento, è il classico vecchio pazzo del villaggio, è già andato in un negozio di kalashnikov a chiedere il prezzo) mi fa “MAI girare il riso, si rompono i chicchi!”, e io vorrei dire “oh ragazzi, guardate che noi abbiamo il Carnaroli che è diverso dal vostro basmati, non fate tanto i furbi”, ma poi mi ricordo di quando anni fa cucinai (non da solo, ma con responsabilità determinante) un risotto per tutta la compagnia di teatro durante un seminario estivo e ancora oggi nei giornali locali si parla di un attacco alle armi chimiche fra le dolci colline della Toscana e insomma… per farla breve, ho lasciato cadere il discorso della guerra dei risi, anche perché devo tenermi buona la cara B. se voglio che mi faccia stare in sala operatoria. Perché è vero che io sono il capo del suo capo, eh eh, ma il chirurgo è l’autorità insindacabile una volta infilati camice e zoccoli di gomma.

Stamattina quindi, dimenticati i discorsi sul riso, mi fa scegliere: innesto di pelle a ustionato o appendicite? È un po’ come scegliere fra Firenze e Venezia, mica facile! D’interventi sugli ustionati me ne son fatti già un po’, mentre l’appendicite è un apprendimento. Scelgo la novità.

L’intervento stavolta non è eseguito dalla coppia indiana di B. e M., ma dall’équipe yemenita; io e B. osserviamo (lei fa l’otto con la testa tutto il tempo).

L’anestesista è un anziano salafita, cioè uno di quelli con la barba lunga che fanno un po’ paura e interpretano certe storie religiose un pochino troppo alla lettera, al punto che perfino i suoi connazionali lo prendono in giro.

«Tagliati quella barba e dai la mano alle donne!», gli grida ridendo il chirurgo yemenita A., che è una vecchia volpe; infatti subito dopo aggiunge: «Anzi no, tieni la barba, le donne le tocco io anche al posto tuo!»

Io mi preparo subito a scappare nel caso che l’anestesista salafita si tolga il camice rivelando sotto un giubbotto esplosivo, ma lui non se la prende, è abituato, sorride alle battute. Oggi, vedendomi in sala, si fa da parte e mi dice «Dai, fai tu l’anestesista oggi! Vieni qui, io ti spiego e tu fai!». Io rispondo: «Se è una tecnica per uccidere il paziente, mi dissocio!», e lui ride. Ma io dicevo sul serio.

Finalmente, A. tira fuori l’appendice, più o meno a forma di mignolo, anche come dimensione. Zac, una volta tagliata la poggiano sul tavolino e se la dimenticano lì. Solo io sembro consapevole di questa strana, morbosa presenza che resta fra noi fino alla fine, durante la ricucitura della pancia della ragazza. E buttatela via, no?

Uscendo dall’ospedale, si va al mercato a fare la spesa per il barbecue, la nostra tradizione del weekend.

In confronto al mercato, la sala operatoria è la casa delle Barbie.

Preferirei rivedere tutto il giorno le budella e l’appendice della ragazza, preferirei tirare fuori le budella attraverso l’incisione con le mie mani, che comprare carne in questo mercato.

Preferirei fare un brodo con le garze sporche della sala operatoria.

«Quattro polli», dice A., responsabile della logistica pakistano.

Il pollivendolo apre una gabbia, tira fuori un pollo starnazzante, acchiappa un coltello, gli taglia la gola e lo mette a testa in giù in un secchio metallico. Per due minuti le zampe del pollo corrono all’impazzata nell’aria, poi si fermano. La cosa viene ripetuta con altri tre polli. Quando tira fuori i polli dal secchio, stacca del tutto le teste, li spenna, taglia le zampe e… voilà, sembra una confezione di pollo Amadori. Quasi. Ora fammi riprendere il prossimo cliente che usiamo le immagini per lo spot pubblicitario.

«Parola di… “uaaack!!!!” …Francesco Ama… “ZAC!” …dori!»

A fianco, pezzi di carne di manzo non dissimili dall’appendice della ragazza sono coperti dalla pelle dell’animale stesso, pelo compreso. Il macellaio la solleva per farceli vedere, sperando che ci venga l’acquolina in bocca, ma da sotto la pelle si libera una nuvola di mosche che viene in massa verso di noi. Mi aspetto da un momento all’altro che appaia Carrie coperta di sangue di maiale, poi mi ricordo che siamo in un paese dove il maiale non si mangia e quindi non si macella, mi domando quale altro animale potrebbero usare per coprire Carrie di sangue ma è già ora di andare a far ammazzare i pesci. Anzi per fortuna i pesci son già morti, non li tirano fuori da un acquario stile ristorante figo milanese. Uhm. Forse sono anche troppo morti. Ma no, sembrano a posto. La pulizia delle viscere è approssimativa, ma ci penseremo noi a casa a finire il lavoro.

Di fianco c’è una drogheria. Compro una confezione di Pringles.

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