YEAH, MAN

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«Andiamo a farci di qat come delle scimmie!»

«Sì, dai!»

«Andiamo!»

«Evviva!»

«Qaaaat!!!»

C’è solo un problema: il qat fa schifo.

Lo sappiamo tutti ma facciamo finta di non saperlo.

Va bene, andiamo per ordine: cos’è il qat?

Ebbene, il qat (anche scritto khat e pronunciato “cat”, non come “gatto” in inglese, ma con la A italiana… però con una C un po’ gutturale… oh insomma avete capito) non è altro che la famosa Catha edulis: ovvero una pianticina tipica della penisola arabica e dell’Africa orientale, tipo alberello basso e sottile. A renderlo popolare è il fatto che nella sua linfa sguazza una robina stimolante vagamente imparentata all’anfetamina (ma molto più leggera, non so se per natura intrinseca o per il grado di concentrazione).

In Yemen masticare le foglie di qat per cavarne tutto il succo è un passatempo nazionale; e se non nel resto del paese, qui al nord, in questa fetta di paese particolarmente attaccata alle tradizioni e non proprio ricca di passatempi, il qat è una religione. Quassù fra le montagne si vedono piantagioni di qat a perdita d’occhio, come le vigne in Chianti.

Secondo lo scrittore inglese Tim Mackintosh-Smith, il qat ti permette di raggiungere lo stato di kayf, una specie di nirvana in cui tutto ti è più chiaro, il tempo scorre lento, la tua capacità di attenzione e di vivere nel presente aumenta esponenzialmente: sei perfino consapevole del lento spostarsi del sole in cielo (ma fai sempre meglio a non guardarlo, dico io).

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è un tipo di droga classificabile a un livello leggermente inferiore al tabacco e all’alcol (e quindi non fate tanto gli indignati: se avete bevuto una media chiara alla spina, vi siete drogati più dei masticatori di qat).

Peraltro è abbastanza difficile padroneggiare l’arte della masticazione del qat: bisogna evitare di ingoiare le foglie, triturandole appena perché formino una grossa palla smollacciata che va tenuta per ore nella guancia. Mano a mano che il succo scorre, le foglie in bocca si asciugano e se ne devono aggiungere di nuove, sempre di più, fino a dare l’impressione di soffrire di un gravissimo ascesso.

Per un neofita, passare svariate ore con questa palla in bocca senza ingoiare nemmeno un pezzo di foglia è una sfida molto più ardua che resistere a una Fruit Joy senza masticarla.

Ma lo status del qat nella cultura yemenita va ben oltre quello di sostanza ricreativa: è un collante sociale, una tradizione intoccabile che resisterà anche al giudizio universale. Quando la Terra sarà dominata da topi e scarafaggi, quelli yemeniti impareranno a coltivarlo.

Il qat è soprattutto un rito: non lo si mastica così a caso, in ogni luogo e in ogni momento, magari soli a casa o per strada (tanti in realtà lo fanno, ma sono un po’ l’equivalente dei nostri alcolizzati).

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La gente perbene mastica il qat in compagnia, di solito a fine giornata, immancabilmente seduta con le gambe incrociate nel mafraj, quel meraviglioso salone senz’altro arrendamento che un enorme tappeto (a coprire tutto il pavimento) e una corona di divani-cuscini disposta lungo tutte le pareti. I miei colleghi si lamentano che quando vanno a Sana’a, nella capitale, fra routine del lavoro d’ufficio e la mentalità da grande città, si fatica a trovare gente con cui passare la serata in relax, masticando qat: è tutto un tran tran. Qui invece per essere felici basta un sacchetto di questa piantina miracolosa, qualche bottiglia d’acqua (Seven Up e Coca Cola per i più viziosi) e una buona compagnia…

… che naturalmente è rigorosamente maschile. Non c’è bisogno che vi dica che una donna non è ammessa a masticare qat con gli uomini; lei sarebbe una mezza baldracca e loro sarebbero offesi dalla sua presenza. Ops!

La donna potrà sempre masticarlo in privato con altre donne: è quel che fanno in ogni caso le mie colleghe locali. Quelle straniere invece godono di una particolare immunità: in quanto non yemenite o forse non musulmane o semplicemente ignare (non mi è ancora chiaro quale sia la discriminante) a loro sono concessi enormi strappi alla regola, come masticare qat in compagnia degli uomini e tenere il velo semplicemente avvolto intorno al viso (anziché in stile Ninja – con solo gli occhi visibili – come si usa qui nel nord).

Ora, capite che gli stranieri come noi (per di più infedeli!) hanno l’imperativo categorico di farsi accettare in questa società. Il che non è un problema perché qui ci adorano e la gente è di una gentilezza che noi abbiamo dimenticato, ma la cosa è (giustamente) legata anche alla nostra capacità di capire la cultura locale e viverci quanto più armoniosamente possibile. Leggi: farci di qat come delle scimmie.

Eh sì! Andare a masticare qat con i colleghi locali e i notabili del posto è fondamentale.

Anche se fa schifo.

Quando sei invitato a una masticata, rifiutare è uno sgarbo. Qui intorno al qat si stringono amicizie e alleanze, spesso si risolvono i problemi. In Italia si dice “andiamo a prendere un caffè”, a Londra “let’s go for a beer” e a Parigi “on prend un verre”: in Yemen, si socializza masticando come dei castori.

E quindi andiamo, l’allegra equipe internazionale, a incontrare questo drappello della comunità locale in un mafraj qui vicino, per stritolare chilometri di alberi fra i denti.

«Andiamo a farci di qat!»

Vi dicevo del complesso codice sociale. Il mio preziosissimo assistente Abdullah mi aiuta a navigare queste acque apparentemente calme che celano invece perigliosi scogli sotto la superficie. Anche nella mia prima “sessione di qat”, si dimostra una guida impagabile.

Appena entrato nel salone, lo noto nell’angolo in fondo: mi sta osservando per vedere se commetto degli errori fatali di galateo che possano condurre alla mia eliminazione o peggio, alla perdita totale di reputazione per la mia organizzazione.

Per fortuna mi sono già preparato: comincio a salutare tutti, uno per uno, assicurandomi di far durare ogni stretta di mano almeno dieci secondi e andare oltre il classico “piacere di conoscerti”, facendo semplici e inutili domande tipo “come va?” oppure “che si dice di bello?” Insomma, devi dare a ognuno la giusta attenzione.

Quando arrivo finalmente all’angolo dove si trova Abdullah, lui mi presenta il più grosso dei notabili, con cui m’intrattengo un minuto. Esauriti i convenevoli con il potentato di turno, sto già per riprendere il giro quando Abdullah mi fa: “Adesso devi proseguire e salutare anche tutti gli altri, altrimenti ogni persona che non saluti è come se la insultassi.”

Io lo guardo un po’ stizzito come per dire “Grazie, ma lo so già!”

Lui, impassibile, aggiunge: “E la prossima volta devi fare il giro nell’altro senso, da destra verso sinistra.”

AAAHHHH!

Dieci minuti e ho finalmente salutato tutti, completando il giro di tutto il salone. Non vedo l’ora di imparare la formula in arabo per dire “Buonasera a tutti, grazie ma non c’è bisogno che vi scomodiate per stringermi la mano.”

Finalmente mi siedo.

Prontamente mi porgono vari mazzetti di qat.

Un signore che spero si sia lavato le mani afferra i miei mazzetti e con estrema cortesia mi sceglie le foglie da mettere in bocca, palpandole bene, sbattendole contro i suoi pantaloni, annusandole… poi me le passa e tutti mi guardano ansiosi.

Mi rendo conto in quel momento che c’è un televisore acceso. Stanno dando (giuro su quel che ho di più caro) Cenerentola con i sottotitoli in arabo.
Nella stanza ci sono solo uomini,una ventina a occhio e croce. Tutti sopra i 25 anni. Arabi fieri che indossano il pugnale tradizionale dello Yemen.

Cenerentola.

Forse questo qat è davvero una bomba.

Uhm, OK. Conto rapidamente fino a tre e metto in bocca.

Munch, munch, munch…

Charly, il collega ivoriano che sono venuto a sostituire e che si appresta a lasciare la missione, mi fa in francese: “Un modo per imbrogliare è non masticare quasi per niente le foglie, in modo che non coli troppo succo; e poi tienile da parte ingoiando solo saliva normale.”

Essendo la mia prima esperienza di qat, non vorrei subito volare sul nido del cuculo: trovo quindi il consiglio molto pertinente e lo seguo con attenzione.

Poco a poco, però, mi rendo conto che forse è una precauzione inutile: sto solo masticando foglie amarissime. Niente stati di ebbrezza. Niente Lucy in cielo coi diamanti.

Hatem, un giovane traduttore, sta spiegando che tifa Real Madrid ma ammette di non saper nominare neanche un giocatore. Provo a chiedergli se ha sentito parlare di Cristiano Ronaldo, niente. Zidane, Roberto Carlos, Hugo Sanchez, niente. Arrivo a Di Stefano, niente. Non ne conosco più nemmeno io.

Circa cinque ore e svariati chili di foglie dopo, quando ormai ho deciso che si può anche ingoiare tutto il succo senza problemi, mi giro verso Charly e sentenzio: ma non mi fa niente!

E lui ridacchia.

Intorno a noi, la conversazione vivace dell’inizio è morta. Tutti (dico: tutti) sono immersi nei loro smartphone, a chattare o leggere Facebook.

Charly ci vede un segno del fatto che il qat ha fatto effetto e la gente è in trip. Io gli rispondo che da noi succede la stessa identica cosa ai tavolini dei caffè e non c’entrano gli stupefacenti.

Insomma per adesso il qat mi pare esattamente come la pianticina che avete di fronte a casa vostra. Volete provare una vera esperienza yemenita?

Prendete un mazzo di foglie del primo albero che vi capita sottomano e masticate per ore, ingollando il succo; bevete acqua ogni tanto, parlate del senso della vita o di calcio con gli amici. Se riuscite a tenere le gambe incrociate tutto questo tempo, siete pronti per raggiungere me, John Lennon, Lucy e tutti i diamanti.

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