L’OMBELICO DEL MONDO

Gibuti

«Ma la gente di Gibuti… Chi è la gente di Gibuti?»

«Gibutini?»

«Gibutesi?»

«Ma no, non intendo come si chiamano», spiega pazientemente L., tecnico di laboratorio etiope. «Intendo chi sono… cioè, insomma… chi sono veramente!»

«Ah… boh. Se non lo sai tu…», gli diciamo in coro io e l’anziana infermiera sudafricana A., mentre ci riempiamo la bocca di quel piatto etiope fatto di roba tutta sugosa e piccante buttata sul pane etiope tutto molle che si mangia con le mani, imbrattandoci come due imbianchini.

Se non lo sa L., infatti, chi può sapere qualcosa della gente di Gibuti? Geograficamente, Gibuti è come un neo sulla chiappa dell’Etiopia.

«Forse i Gibutini sono come i lussemburghesi», azzardo. «Chi può dire chi sono veramente i lussemburghesi?»

Nessuno risponde.

Quel che finora abbiamo scoperto insieme, uscendo una sera a cena a Gibuti è:

  1. Che è uno staterello piccolissimo ma cruciale nello scacchiere geopolitico internazionale.
  2. Che a Gibuti si parlano due delle 83 (ottantatré!) lingue parlate in Etiopia.
  3. Che è pieno di ristorantini etiopi.
  4. Che è musulmano e quindi quasi nessuno di questi ristorantini serve alcol, e non si sa chi, fra L., A. e me ci è rimasto peggio. Probabilmente L., perché la prende sul personale facendo notare che l’Etiopia è cristiana e quindi dateci ‘sta cazzo di birra.
  5. Al che io, per farmi bello, aggiungo l’unica cosa che sapevo di Gibuti, perché mi arrivano in continuazione le offerte dalle newsletter delle agenzie di vacanze subacquee: a Gibuti si vengono a vedere gli squali balena. Quest’ultima notizia sembra passare un po’ nell’indifferenza generale.

«Comunque, ci sono quasi più stranieri che Gibutani», dico per spezzare il ghiaccio che ho creato.

«Quante basi militari ci sono?», chiede A.

«Ci sono gli americani, i francesi, i russi, i giapponesi. E ora stanno costruendo una base militare anche i cinesi», fa L.

«I cinesi?»

«Sì. Pensa, è la loro prima base militare fuori dal territorio cinese.»

«Minchia!»

«Già.»

«E hanno scelto…»

«Gibuti.»

«Hai capito!»

«Eh… è importante, Gibuti. È molto strategica», continua L.

Su questo, difficile dargli torto: Gibuti è sullo stretto che divide il Mar Rosso dall’Oceano Indiano, confina con un crogiuolo di guerra e fondamentalismo (la Somalia) e una dittatura militare più feroce e impenetrabile della Corea del Nord (l’Eritrea), è la base da cui militari, Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie possono raggiungere altri due paesi in guerra (lo Yemen, separato da 22 chilometri di mare, e il Sud Sudan); e pure l’Etiopia, il suo vicino gigante, ogni tanto ha i suoi cinque minuti.

Da piccola rappresentanza ufficiosa dell’Onu quale siamo, ci lasciamo prendere dal discorso geopolitico pure noi.

«Come va l’Etiopia adesso?», chiedo a L.

«Bene. Abbiamo problemi interni, ma non si combatte.»

«Tensioni, insomma.»

«Eh, sì, tensioni. Ma per ora il nostro presidente si fa ascoltare.»

«In che modo?»

«E’ un dittatore.»

«Ah! Beh, almeno funziona.»

«Ogni tanto rifà una strada, un ponte, i lampioni di una via, e dice: guardate il progresso! E poi dice: guardate qui accanto in Somalia, se le sognano queste cose!»

«Fare il confronto con la Somalia, beh… gli piace vincere facile.»

«Già.»

«A proposito di vicini… Come vanno le relazioni con gli altri paesi?»

«Pessime.»

«Ah, mannaggia…»

«I somali ci odiano.»

«Odiano, addirittura?»

«Ci chiamano diavoli.»

«Diavoli!»

«Sì, Diavoli»

«Ma perché?»

«Perché siamo cristiani.»

«Ma pensa te…»

«E anche un po’ perché cerchiamo sempre di fotterli.»

«Ah ecco! Ma cosa gli fate, esattamente?»

«Non vogliamo che la Somalia esca dai suoi casini e si riprenda perché abbiamo paura che poi diventi aggressiva.»

«E così…»

«Noi e il Kenya diamo il nostro piccolo contributo perché rimangano un po’ nella merda.»

«E te ne vanti?»

«No, dico per dire.»

«Vabbè ma qui la birra?»

«Dobbiamo andare da un’altra parte, appena abbiamo finito di lavarci con questo sugo.»

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