SELVAGGI, MUSE E FAMIGLIE GRASSE

AAAA Cigale

Lo spazio (quasi) intimo della Cigale.

Martedì sera: le Savages suonano alla Cigale. Non posso mancare!

Ah, ce ne fossero di posti come la Cigale: ovvero la Cicala, in francese. Infatti di fianco c’è un locale che si chiama La Fourmie. Indovinato? La Formica!

La dote più importante della Cigale, come non mi stanco mai di ripetere, è che sta dietro casa. Anzi no: la sua dote più importante è che il posto è abbastanza piccolo (tiene poco più di mille persone) e il pubblico è veramente insieme alla band. Non siamo proprio all’intimità, ma c’è una bella vicinanza.

Arrivo poco prima dell’apertura delle porte, il mio scopo essendo come sempre quello di passare più tempo possibile sul luogo del concerto prima dell’inizio (per prepararmi mentalmente, assaporare l’atmosfera eccetera).

Ma possibile che le porte aprano solo un’ora prima dello spettacolo? Ma stiamo scherzando? E non è tutto: i francesi non sono tutti lì, a premere per entrare. Anzi non c’è proprio nessuno. Arrivano con calma, alla spicciolata; e perdono pure tempo a bere una birra nel foyer!

Ma dico, l’adrenalina dov’è? Dove sono finiti gli anni in cui mi piazzavo davanti ai cancelli del Forum di Assago alle 11 di mattina con Morena per vedere i Cure? E quelli in cui mi sistemavo alle 4 del mattino davanti ai tornelli di San Siro con il Cobas, un bel 17 ore prima dell’inizio del concerto, per vedere Springsteen? Un concerto non è un film al cinema, scusate! C’è una ritualità da rispettare: la coda, la socializzazione davanti ai cancelli, il chiedersi reciprocamente “quante volte l’hai visto?” (sperando che non siano più delle nostre), il tenersi il posto l’un l’altro mentre si compra il panino alla salamella, l’ansia che monta, l’apertura dei cancelli, le imprecazioni perché il cancello di fianco al nostro apre dieci secondi prima regalando un vantaggio incolmabile a quei bastardi che si piazzeranno in prima fila centrale… tutto questo è morto, dico? O tempora, o mores!

Vabbè, insomma entro alla Cigale soltanto un’ora prima dell’inizio, ma mi consolo riconoscendo le solite facce: soprattutto quelle dei fotografi. Solo loro vengono alla Cigale più spesso di me. Ma loro sono pagati per venirci, io… lasciamo stare.

Volete che vi racconti delle Savages? Semplice: sono quattro ragazze fatte di dinamite. La cantante Jehnny (sic) si muove in modo scimmiesco e secondo la Babs lo fa un po’ apposta, mentre io sospetto che non sappia proprio ballare. La chitarrista Gemma è bowiana: alta, pallida e magrissima, elegante nella camicia bianca, ha i capelli corti e non dice una parola… sembra il Duca Bianco. La sezione ritmica (Ayse al basso, Fay alla batteria) è, semplicemente, la migliore dai tempi degli Smiths. Ovvero, la migliore degli ultimi trent’anni. Vi sembra poco? Girl power, veramente.

AAAA Savages

La grinta di Jehnny (sic), che si getta fra le braccia del suo pubblico.

Le Savages le avevo viste in dicembre alla Maroquinerie, una sala molto più piccola (500 persone, la metà scarsa della Cigale) e anche se stasera sono state splendide (da 9 e mezzo), allora mi erano piaciute ancora di più (da 10 e lode). Non è colpa loro, per carità: loro sono ancora in quella fase pre-“fama da MTV” in cui a ogni concerto si dà il tutto per tutto, senza fare calcoli. L’energia che ci mettono, quindi, è la stessa. Ma nella Cigale quest’energia si disperde un po’ più che nella Maroq’. A proposito di Maroq’…

Mercoledì sera (il giorno dopo): i Fat White Family suonano alla Maroquinerie. Non posso mancare!

I Fat White Family sono ancora un fenomeno di nicchia, ma questa nicchia è agguerrita fino alla morte. Del resto, non c’è nessuno oggi in giro come i Fat White Family. Se come me rimpiangete di non essere abbastanza vecchi da avere visto Iggy Pop dal vivo negli anni di Raw Power (1973 e dintorni), andate a vedere i Fat White Family. Ma affrettatevi! Perché anche loro come le Savages stanno diventando sempre più popolari e con la fama, dovranno abbassare di un tono la loro deficienza.

Questa sera alla Maroq’ non mi metto in prima fila, perché conoscendo il gruppo, non so quali liquidi, anche corporei, rischierei di prendermi in testa. Ma il locale è così piccolo che, ovunque ti trovi, il cantante anglo-algerino Lias Saoudi potrebbe colpirti con un getto di piscio.

In realtà, come dicevo, la fama crescente li sta facendo ammorbidire: questa volta Lias non si denuda come al festival di Glastonbury l’anno scorso (e devo ammettere che restiamo un pochino delusi). Gli riconosciamo un bonus alcolico però: durante l’ora e mezzo di concerto si scola una bottiglia di vino rosso, due pinte di birra e mezza bottiglia di Jägermeister. E il tastierista a un certo punto si mette di spalle al pubblico per orinare in un angolo del palco. Ah, e alla fine del concerto, quando già la band sta lasciando la scena, il secondo chitarrista (probabilmente sentendosi in dovere di dare il proprio contributo punk alla serata) lancia il suo strumento sul pubblico e spacca una bottiglia di vetro su palco: due gesti discretamente irresponsabili, ma indubbiamente molto ribelli.

AAAA FWF

L’intimità della Maroquinerie prima dell’entrata in scena dei Fat White Family… attenti a quando Lias si cala le braghe.

Ma non c’è solo teppismo: la musica dei Fat White Family è stupenda! Almeno quella del primo album. Il secondo non posso ancora giudicarlo: l’ho comprato subito dopo il concerto, al baracchino della band, nell’euforia del momento (è stata la bottiglia rotta a convincermi), ma non l’ho ancora ascoltato. E anche se in scaletta c’erano un bel po’ di canzoni nuove, con quel volume e quella distorsione non avrei distinto Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte da Strangers in the Night. Comunque la qualità del suono era ottima neh.

Giovedì sera (il giorno dopo): i Muse suonano al palazzetto di Bercy. Non posso mancare!

Agli intenditori di musica, va detto, i Muse fanno un po’ schifo. I capi d’accusa sono i seguenti:

  • Sono musicalmente pomposi, barocchi, pesanti, ridondanti, esagerati.
  • Sono musicalmente pomposi, barocchi, pesanti, ridondanti, esagerati (ancora di più).
  • Le schitarrate di Matt Bellamy (gli assoli e i “riff”) comportano alternativamente (a) di suonare tredici note al secondo o (b) di fare il rumore di un Concorde che decolla e si schianta; spesso le due cose insieme.
  • Le strutture di accordi che usano sono abbastanza ricorrenti e tendono a creare una certa omogeneità… insomma molte canzoni si assomigliano parecchio fra di loro.
  • E last but certainly not least, Bellamy è fisicamente incapace di resistere oltre dieci secondi in una canzone senza mettersi a urlare a squarciagola che l’apocalisse è alle porte e la galassia finirà con esplosioni cosmiche di potenza infinita.

I critici hanno ragione: i Muse sono esattamente così. Ed è la ragione per cui io li adoro sconfinatamente.

Perché nei Muse tutto è esagerato. Perché vedono tutto “grande” (come m’invitavano a fare i miei insegnanti di teatro, criticandoci ogni volta che la nostra immaginazione era troppo “piccola”). Perché i Muse hanno una concezione eroica della musica rock che ormai è roba d’altri tempi. Per esempio, quali altri artisti hanno l’incoscienza di cantare frasi come:

“Nessuno mi prenderà vivo, io e te dobbiamo combattere per i nostri diritti!”

“Adesso ho finalmente visto la luce”

“Le tue chiappe appartengono a me ora!”

Vi immaginate Ligabue che canta queste cose? Solo i Muse possono permettersi d’infilare un almanacco di minchiate del genere e uscirne ancora più fighi, perché hanno capito che bisogna andare fino in fondo: sparare una minchiata ogni tanto è imbarazzante, ma sparare minchiate ogni volta che parli è una forma di stile.

Sì, Matt, esagera! Strabiliami! Riversa su di me seicento note distorte al massimo del volume!

Il problema però è Bercy.

Il palazzetto di Bercy è tipo il Forum di Assago: un mostro di cemento e metallo, freddo e dispersivo. La band è lontana, l’ambiente è un grigio, lugubre susseguirsi di gradini da stadio, ringhiere e tubature… un concerto a Bercy è caloroso come un merluzzo surgelato sotto il cuscino. Provate a infilarci le mani, andando a letto. Brrrrr!

E non hai nemmeno il vantaggio dell’esperienza mistica che può a volte essere il concerto allo stadio, perché non hai ottantamila persone intorno e il cielo stellato sulla testa.

AAAA Muse 1

Intimità con la band, a Bercy? Bisogna prima capire qual è il cantante…

L’unico vantaggio di Bercy è che dovendo assorbire l’affluenza di ventimila persone (18.500 per la precisione), l’organizzazione è costretta ad aprire le porte qualche ora prima – e non all’ultimo come la Cigale e la Maroquinerie. Posso finalmente godermi la fase di acclimatazione e raccoglimento pre-concerto.

A proposito, vi devo proprio dire com’è stato il concerto?

In una parola: cosmico.

Ho capito che sarebbe stato meraviglioso nel momento in cui la band è entrata in scena: il basso di Chris aveva i led illuminati nel manico.

Come, vi pare poco? Ma questi dettagli stilistici sono fondamentali! Pensate che se i Beatles non avessero avuto i capelli lunghi (per l’epoca) e la zazzera forse non li avremmo mai sentiti nominare. Perché parliamoci chiaro, di canzoni belle come Love Me Do ce n’erano tante e senza il delirio delle ragazzine non so mica se la EMI li avrebbe fatti durare fino a A Hard Day’s Night. E le ragazzine che li hanno portati in trionfo nei primi anni impazzivano per la zazzera, mica per le rivoluzionarie soluzioni armoniche di Lennon-McCartney.

This is rock and roll, ed è molto più che la semplice musica: è una questione culturale. Che se fosse soltanto questione della qualità intrinseca della musica, non avrei argomenti per rispondere alla mia amica M* quando dice: “Perché ascoltare musica leggera quando posso ascoltare Bach?”

Torniamo ai Muse, che non sono Bach ma intanto hanno saputo trasformare l’inferno di cemento di Bercy in paradiso, e questo proprio grazie alla loro esagerazione: nessun altro posto avrebbe potuto contenere la loro scenografia monstre e i loro droni volanti, nessun altro spazio avrebbe valorizzato in quel modo i loro giochi di luce.

AAAA Muse 2

Beh, questo nella Maroquinerie non sarebbe stato facile farcelo stare…

Venerdì sera (il giorno dopo): i Muse ri-suonano al palazzetto di Bercy. Non posso… beh, oddio, potrei anche mancare a essere del tutto onesti. Però… ci vado di nuovo!

Ma stasera c’è una ragione diversa: sto salvando il mondo.

Dovete sapere che come se non avessero abbastanza pregi, i Muse sono sostenitori di Medici senza frontiere e quest’anno siamo partner nella loro tournée: ne consegue, tecnicamente, che il sottoscritto è partner dei Muse. Lo ridico: io e Matt Bellamy siamo partner! Anche se fama, gloria e soldi nella nostra partnership non sono distribuiti equamente. Neanche il talento del resto.

Vabbè insomma: chi andrà a vedere Muse troverà sul posto un banchetto MSF e un gruppuscolo di miei colleghi che va in giro a dire cose belle su di noi e incollare adesivi “I love MSF” sugli incauti avventori. E io ho accettato, con grande generosità, di fare da volontario per una delle date parigine; in cambio… ehm, facendo a turno coi colleghi per stare al banchetto, potrò… ehm ehm… fare una capatina dentro la sala e godermi un po’ di concerto.

Meraviglia! Delizia! Giulebbo! Sprazzi di Muse, un’altra volta! E gratis! Sì, Matt, rovinami i timpani con un diluvio di chitarra!

Naturalmente la mia motivazione umanitaria è indiscussa, ma in quel momento mi divora un dubbio: suoneranno Plug In Baby? La sera prima me l’hanno negata, screanzati. La speranza però è l’ultima a morire perché la scaletta cambia ogni sera.

All’ora prestabilita del venerdì pomeriggio ci si trova dunque con i colleghi all’entrata dell’ufficio e si parte insieme, tipo scampagnata. Aspettando la metro cominciamo a parlare di Muse.

“Io non li avevo mai sentiti nominare prima della settimana scorsa”, dice uno.

“Io credo di avere sentito un paio di pezzi… quelli famosi”, dice un’altra.

“Per me la musica si ferma a Brassens e Edith Piaf”, dice un altro ancora (giuro).

MA IO VI AMMAZZO!

E io devo fare i turni con dei miscredenti come voi per stare al banchetto? Io che ho tutti gli album e muoio al pensiero che suonino Plug In Baby mentre non ci sono? Fare i turni con voi che non li avete mai sentiti nominare? Voi che al massimo conoscete La Susanna la va in campagna?

Arriviamo a Bercy e incontriamo Steve, la nostra guida: un tizio altissimo e gentilissimo che ci spiega come funziona la serata, ci mostra il materiale da distribuire e fa appena in tempo a darci un paio di dritte su come carpire le coordinate bancarie del prossimo prima che le porte si aprano e il fiume umano cominci a scorrere. Io prendo il mio rullo di adesivi MSF e mi piazzo subito dopo i gorilla che fanno la perquisizione, puntando sul contrasto vincente fra la brutalità dei perquisitori e la mia irresistibile simpatia.

“Salve! Lo volete un bell’adesivo di MSF?” (non funziona tanto).

“Vi regalo un bell’adesivo di MSF, che ne dite?” (non va molto meglio).

“Ma come, non avete l’adesivo di MSF? Siamo matti? Ecco, rimediamo subito! Phew! Avete rischiato eh…” (funziona! strappa perfino un sorriso).

“Ciao! Hai l’aria simpatica, ti regalo un pass per il backstage… ops, mannaggia, li ho finiti… vabbè, dai, ti darò un adesivo di MSF” (mi sembra una battuta fantastica ma non ride nessuno).

La cosa peggiore è quando rispondono “mi spiace, non ho moneta”. Vi è mai capitato di sentirvi dire “mi spiace, non ho moneta”? È una sensazione orribile. Umiliazione totale. Ho deciso che d’ora in poi userò un’altra frase quando incontro i mendicanti.

Si fanno quasi le nove e il concerto sta per iniziare. È il momento di stabilire i turni. Facciamo il gioco della pagliuzza più corta? Sasso carta e forbice? Come si sceglie? Con un incredibile colpo di fortuna, senza dover (troppo) insistere, mi ritrovo nel gruppo che vedrà l’inizio del concerto. Ho letto che quando suonano Plug In Baby, di solito la infilano fra i primi tre-quattro pezzi in scaletta quindi se la suonano stasera… bingo!

Ma sulla porta d’accesso alla sala un gorilla in cravatta rosa ci fa: “Mi spiace, gli ordini sono cambiati, non potete assistere”.

MA IO TI AMMAZZO!

Sono venuto fino qui per… voglio dire, la mia motivazione umanitaria non si discute, io sono qui per aiutare MSF a salvare il mondo, ma… mi sento mancare.

Anche se i miei colleghi non conoscono i Muse, l’idea di vedersi la porta sbarrata li rende sgomenti. Come bambini a cui hanno rubato le caramelle, corriamo tutti da Steve. Letteralmente. Corriamo proprio. A perdifiato.

“Steeeeeeve! Non ci lasciano entrare … buaaahhhhh!!! Steeeeeve, digli qualcosa… buaaahhhh!!!”

Le nove meno due. Sento da dentro le urla del pubblico, vuol dire che hanno spento le luci.

AAHHHHH MUOIOOOOO!!! Steeeeeeve!!!

Steve scambia due parole con un altro gorilla in cravatta rosa, che ha l’aria di essere il capo di tutti i gorilla. Gli spiega che se non assistiamo al concerto, in Ciad e in Cambogia molti bambini moriranno di colera e tubercolosi.

“OK, solo per stasera”, dice il capo-gorilla.

Poiché stasera è l’ultima data di Parigi, ci va benissimo.

Tutti dentro!

“Mi raccomando, fatemi sapere se in Ciad se la saranno cavata!”, dice il capo-gorilla, ma noi siamo già dentro.

AAAA Muse 3

Di nuovo i Muse!

E la seconda canzone… dico la seconda… è Plug In Baby! Ahhhh, muoio! Ma di gioia.

Mezz’ora dopo, quando è il momento di tornare al mio turno al banchetto, Aurélie, collega delle Risorse Umane, mi fa: “No, dai, resta qui… so che tu li adori, vado io al posto tuo”.

Più tardi è di nuovo il mio turno. Ma Fleury, collega della Raccolta Fondi, mi fa: “No, no, tu sei l’unico vero fan del gruppo… resta, vado io”.

Io li adoro i miei colleghi! Mi sono visto tutto il concerto, da cima a fondo, per la seconda sera di fila. Alla fine ero così contento che mi son messo a smontare il banchetto di MSF cantando come Biancaneve che coglie i fiori nel bosco.

“Grazie a tutti”, si congeda Steve. Che sarà con la band per tutta la tournée. Alle due del mattino il bus parte per Colonia, dove suonano sabato sera. Poi saranno ad Amsterdam, poi un giorno di pausa.

Matt, portami con te!

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