CHI NON E’ MAI NATO

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Anche questo è lavorare in una missione umanitaria in Africa.

Per esempio arrivare a Jahun, nel nord della Nigeria. Un villaggio tranquillo, di quelli che dovresti usare coma cartolina contro chi teme l’inevitabilità delle guerre di religione. Jahun è un piccolo cesso di posto nel mezzo del nulla, un paesotto musulmano al cento per cento, dove la gente pensa solo a campare fino all’indomani, il meno difficilmente possibile. Non ne sanno niente qui di scontro di civiltà; e anche se lo sapessero, non potrebbe fregargliene di meno. L’importante è che la capra dia abbastanza latte. Che i figli si sposino e abbiano altri figli. Che i polli facciano tante uova. Se vi ricorda i paeselli dell’Italietta di cent’anni fa (o duecento), è perché è proprio così.

Sono arrivato sabato. Ultima tappa della mia tournée nigeriana.

Qui i dottorini senza confini operano dal 2008, all’interno dell’ospedale generale del ministero della Sanità. Siamo una “fabbrica di bebè”: un reparto maternità in questa regione dell’Africa dove una donna ha mediamente 7,5 figli. Che raramente campano tutti fino a dieci anni. O anche cinque.

Questa fabbrica di bebè m’intriga. Qui a Jahun, nel 2013, assistetti per la prima volta a un parto naturale. Stavo facendo una semplice visita dell’ospedale quando la mia collega ostetrica mi disse: “Oh, vieni a vedere!”. E prima che facessi in tempo a dire “Vedere cosa?”, mi ritrovai a mezzo metro da una vagina che si dilatò improvvisamente a dismisura, lasciando spuntare una testolina grigia, quindi un bebè (un intero bebè!) che strillava e veniva asciugato, mentre una grossa massa grigiastra che poi scoprii essere la placenta cadeva in un secchio con un grosso ‘PLOP!’.

Questa volta ovviamente devo fare un passo oltre.

“Vorresti vedere un cesareo?”, mi fa la nostra chirurga danese, mentre visito la sala operatoria domenica.

Sarà una curiosità morbosa, avete ragione. Ma cosa vi devo dire? E’ la vita. Tutto quanto succede a questo mondo m’interessa. Rispondo “sì” senza esitazioni.

“Allora ti avviso quando capita.”

Poco dopo, quando sto per terminare la visita e mi preparo ad andare via, l’infermiera arriva e annuncia: “Stanno portando una paziente.”

“Wow”, dico alla chirurga. “Posso restare a vedere?”

“Certo, certo”, dice lei.

Bene! Vedrò nascere un bebè! La festa della vita!

Anche questo è lavorare in una missione umanitaria in Africa.

Prendo posto in un angolo, per non disturbare i medici. Mi siedo su uno sgabello, cercando di farmi invisibile. La chirurga danese però mi stupisce: anziché ritirarsi nel suo mondo di piccoli rituali preparatori, viene a sedersi accanto a me; intanto, preparano la paziente sul lettino.

“Devo avvisarti, sarà un po’ truculento”, mi fa.

“Non c’è problema, il sangue non mi fa impressione”, dico.

“Sì ma stavolta è più che brutale. E’ grottesco.”

Ammazzate, e che sarà mai?, penso.

“Dovrò cercare di evitare di tagliare la madre, perché potrebbe complicare le future gravidanze. In altre parole, dovrò cercare di fare uscire il feto per la via bassa.”

E vabbè, penso,  che c’è di strano? ma perché dice “feto”? non è meglio dire “bimbo”?

“Quindi”, continua la chirurga, “per prima cosa devo passare attraverso la vagina per trapanare il cranio del piccolo. Devo fare uscire tutto il liquido possibile in modo da ridurne il diametro. Poi devo tirarlo fuori poco a poco, ma rischio di doverlo fare a pezzi per estrarlo.”

WHAT THE FUCK?

“Scusa”, le dico, “ma di che stai parlando? fare a pezzi? Ma… stai parlando del bebè? Ma è…”

“… è morto”, fa lei. “E’ già morto. Dobbiamo solo cercare di salvare la madre con il minimo di danni.”

Passano alcuni secondi. Anche se quel che voglio fare è totalmente ovvio nella mia testa, mi ci vuole un po’ di tempo per formare la frase.

“Maria, io me ne vado. Scusa, avevo capito che fosse la nascita di un bimbo… non mi interessa per niente assistere allo smembramento di un feto.”

“Sì, penso che tu faccia bene. Ti avviserò quando abbiamo un parto… felice.”

“Meglio, grazie.”

Esco dalla sala operatoria. Mi tolgo guanti, mascherina, cuffia, camice, lascio gli zoccoli di gomma; mi avvio mogio verso l’uscita dell’ospedale, chiedo al guardiano di chiamarmi la macchina.

Passa un giorno.

Lunedì, subito dopo pranzo. Sto ancora bevendo il caffè. Vedo D., l’anestesista ivoriano che mi fece da cicerone nella sala operatoria di Port Harcourt l’anno scorso (e che ho ritrovato a Jahun per caso) passare di fretta.

“D., dove vai?”

“Urgenza, cesareo.”

“Cesareo? Posso venire?”

“Certo, andiamo!”

Finalmente! Un cesareo! Una nascita! Il trionfo della vita! I miei medici che partecipano al miracolo della natura!

Salto in macchina con D., arriviamo in ospedale. Stavolta la chirurga è la coreana Sun.

“Sun, ti spiace…?”

“Plego, limanéle, lestàle, io no plobrèma!”

Fantastico! Mi rifarò dalla tristezza di ieri.

Cerco sempre il mio angolino per non disturbare; ci metto un po’ a scegliere, perché onestamente devo pensare bene alla prospettiva che voglio avere: voglio proprio vedere il bisturi che apre la pancia? o è meglio una prospettiva laterale, che mi nasconde i dettagli più sanguinolenti?

Finalmente mi metto in posizione tale da poter vedere direttamente il taglio e l’uscita del bebè: al limite, se all’ultimo momento non ce la faccio, guarderò la faccia del chirurgo invece del bisturi che penetra nella pancia.

Ma al momento del taglio, la paura è sparita, tutto mi sembra così naturale. Sun è calmissima, e mi trasmette la sua calma. Nonostante la procedura sia molto (molto) più brutale di quando immaginassi.

Donne che pensate di fare il cesareo, saltate i prossimi paragrafi, è meglio.

Una volta tagliati epidermide e derma e poi lo strato muscolare, Sun mette giù il bisturi e infila le mani nella ferita da un lato; il suo aiutante le infila dall’altro lato… e tirano. Tirano con le mani, tirano forte, come fosse tiro alla fune; lo strappo si allarga poco a poco. La carne si lacera.

Vi ho detto che è brutale.

Ora lo strappo è abbastanza grande da permettere a Sun d’infilare la mano nella pancia ed estrarre l’utero dal ventre, finché non sporge come un sacco; quindi taglia anche questo, ci infila di nuovo la mano fino al gomito e tira fuori un bebè, trainandolo per la testa.

Un maschietto.

Taglio del cordone.

Il bebè è grigio. Non piange. Non muove un dito. Non fa niente.

PLOP!, fa la placenta.

Il bebè viene messo sul tavolo di rianimazione. Continua a non muovere un’unghia.

Sun e la sua équipe cominciano a pulire la ferita della donna, infilano uno straccio bianco dentro la pancia della donna come si pulisce un cassetto, poi si mettono a ricucire.

Un gruppo d’infermieri sta cercando di rianimare il bebè dandogli ossigeno, facendogli il massaggio cardiaco con sole due dita, sul suo petto minuscolo e inerte.

La madre è sveglia. Ha ricevuto solo l’epidurale. E’ stata sveglia tutto questo tempo, mentre le allargavano la ferita tirando con le mani, mentre estraevano il suo bebè che non ha fatto un gemito, mentre gli infermieri si affrettano intorno al suo corpicino.

La donna, perfettamente cosciente, guarda fisso verso il suo bimbo. Non un battito di ciglia. Non una parola. Lo sguardo fisso. Senza espressione.

Gli infermieri rianimano, la chirurga la ricuce. Quanto sarà passato? Leggo un cartello appeso sopra il tavolo dove gli infermieri, a cui si è aggiunto un medico rianimatore, stanno cercando inutilmente di combattere l’evidenza. Dice:

“INSISTERE CON LE MANOVRE DI RIANIMAZIONE PER ALMENO VENTI MINUTI. INTERROMPERE AI TRENTA MINUTI.”

Guardo l’orologio. Guardo la madre. Mi manca il fiato.

Esco dalla sala operatoria.

Butto di nuovo guanti, mascherina, cuffia.

Torno negli spogliatoi. Mi cambio, vado di nuovo verso l’uscita dell’ospedale.

Poco dopo arriva Sun, la chirurga.

“Il bambino…”

“Quando devo scegliere, tra la madre e il bambino salvo sempre la madre”, dice Sun.

Mi riviene in mente lo sguardo di quella donna; mentre le stanno ricucendo la pancia aperta, lei, sveglia, che guarda fisso verso il suo bebè che non è mai stato, senza dire niente.

Passa anche D., l’anestesista.

“Come va?”, fa.

“E che ne so”, gli dico. “Quel bebè… non mi aspettavo…”

Mi aspetto che D. mi chieda scusa, che si renda conto di avermi fatto del male invitandomi a quell’intervento. Invece mi dice:

“Eh lo so, pensa che noi lo viviamo ogni giorno. Non è facile!”

Anche questo è lavorare in una missione umanitaria in Africa.

Cosa vi devo dire. Due giorni nella fabbrica di bebè sono peggio di una settimana nelle fauci di Boko Haram.

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