SCAMPAGNATA A POMPEI

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(il jet privato! perché non ci ho pensato prima? è così comodo, così pratico! La macchina ti porta fino alla scaletta, niente code, niente check in, niente cazzeggio al duty free, niente attesa al gate, niente coda dell’imbarco, niente bagaglio perso, niente vicino scomodo! ti siedi dove vuoi! perché non ci ho pensato prima? d’ora in poi, solo jet privato)

Di nuovo in macchina! Tanto, l’avete capito, le cose più interessanti in una missione MSF, a parte essere bombardati mentre lavori in ospedale, succedono in macchina.

Stavolta siamo in rotta verso l’ambulatorio di B*, uno dei quartieri più poveri di Maiduguri.

Per amore di cronaca chiarisco che quest’ultima puntata da Maiduguri, Borno, ve la mando un po’ in differita… ormai non ci sono più! Dove sono? Segreto! Ancora in Nigeria, comunque. E va bene ve lo dico: a Port Harcourt! Nella stessa camera dove mi trovavo un anno fa… ma stavolta per solamente due notti. Comunque, non avanziamo troppo rapidi.

Torniamo a Maiduguri, almeno col pensiero! A me, in macchina, con una manciata di colleghi africani (teoricamente senza frontiere pure loro, ma con molte più difficoltà di me quando devono venire in area Schengen per fare rapporto dopo la missione!).

Per ingannare il tempo stiamo parlando del bimbo abbandonato dalla madre in ospedale l’altro giorno. Pare che ci sia una famiglia già pronta per adottarlo: lo dice la Polizia che è in contatto con l’orfanatrofio. Un bimbo nato in buona salute presso un ospedale gestito come si deve non ha problemi a trovare genitori. Un paio di giorni ed è fatta. Pensavo che l’adozione non fosse comune in Nigeria – e in effetti non lo è, per gli standard europei; ma succede meno raramente di quanto credessi.

La macchina rallenta, il capo progetto S., che siede davanti, si gira verso di noi.

«Qui, ai tempi dell’occupazione», dice S. «il gruppo aveva il quartier generale; da qui controllava la città».

Il gruppo è Boko Haram. Li chiamiamo così quando siamo fuori dall’ufficio. Non sai mai chi ti sta ascoltando e anche se la gente semplice non parla inglese (sebbene sia una delle lingue ufficiali in Nigeria), quel nome non si può confondere.

«Quando l’esercito ha deciso di riprendersi la città, ha circondato questo quartiere, ha sparato per due giorni da tutti i lati e alla fine l’ha raso al suolo, bruciato tutto», dice S.

Davanti a me si stendono chilometri quadrati di detriti: una volta erano case e ora sono macerie che non superano il polpaccio in altezza. Sembra Pompei, ma curata ancora meno.

Dentro la clinica però la vita scorre tranquilla: come in ogni ambulatorio di foresta o di quartiere popolare di una città africana, decine di mamy hanno steso i loro tappeti per terra e sembrano bivaccare indolenti; in realtà aspettano il loro turno per la visita, molte con dei piccoli fagottini colorati da cui spunta una testolina nera nera piena di mosche. L’apparente indolenza è in realtà infinita pazienza: conoscono i tempi d’attesa, sanno che tre medici devono vedere trecento pazienti. Se ogni volta che prendete un treno vi dicessero «mettiti lì e aspetta, prima o poi forse passa, magari fra un minuto, magari fra sei ore», anche voi sviluppereste questa capacità di pazienza sovraumana. E un passante distratto penserebbe che siete indolenti e state solo bivaccando alla stazione.

A un certo punto il capo progetto ci porta dietro l’ospedale, su un angolo di terra di nessuno in cui non c’è altro che… terra, appunto. A dire il vero, c’è una cosa che mi colpisce: il suolo è diseguale, tutto montagnette e fosse: non c’entra niente con la terra piatta che si trova tutto intorno.

«Vedete quest’angolo di terra che ha l’aria abbandonata?»

«Sì», diciamo in coro.

«Questa era una fossa comune.»

«WHAT? Vuoi dire una fossa biologica? Una fossa per le ceneri dei rifiuti bruciati? Una fossa meccanica per aggiustare le automobili?»

«No, una fossa di cadaveri buttati dentro in massa. Questo era il quartiere di Boko Haram, vi ho detto. E quando c’era un’esecuzione, il corpo lo buttavano qui.»

«Ma proprio…»

«Qui dove state in piedi in questo momento.»

Ci spostiamo tutti di qualche passo, senza sapere se ci stiamo levando dalla fossa comune o se ci stiamo andando ancora più dentro.

«Quando l’esercito ha raso al suolo il quartiere, hanno raccolto i corpi con le ruspe e hanno buttato dentro anche loro. E poi hanno ricoperto di terra.»

Miei cari lettori, non sto inventando niente. Parola d’onore.

«Toh, guarda la mia squadra di sorveglianza epidemiologica», dice K. l’etiope, riuscendo miracolosamente a cambiare argomento e dandoci una ragione per tornare a respirare.

Vi posso assicurare che se li incontraste per strada, non li scambiereste mai per una squadra di sorveglianza epidemiologica: di fronte a noi stanno tre straccioni in canottiera lisa e ciabatte rotte, uno ha un cappellino rosso che è diventato nero tra polvere e fuliggine, la pelle segnata dalle mille intemperie di chi ha trascurato una mezza decina di malattie.

Ma in certi paesi funziona così. Prendi gente del quartiere, le descrivi i sintomi del colera o della varicella e li mandi in giro a osservare. Se sanno leggere e scrivere raccolgono perfino dei dati.

«Ah, ecco», dico. «E lavorano bene?»

«Sì, sì; il problema è un altro.»

«E qual è?»

«È che ‘sti bastardi hanno tutti due o tre lavori. Una volta ho scoperto che la mia squadra di sorveglianza epidemiologica era la stessa della Croce Rossa. Doppio datore di lavoro, stessi orari, doppio stipendio.»

«Hai capito ‘sti figli di… vabbè, in ogni caso il lavoro lo fanno.»

«Sì, ma una volta li ho visti sul cassone di un furgone.»

«E che facevano?»

«Ho fermato il furgone, sono andato dal conducente, gli ho chiesto dove stesse portando la mia squadra di sorveglianza epidemiologica.»

«E lui?»

«E lui: ‘ma quale epidemia? Questi sono i miei manovali, stiamo andando in cantiere!’. E loro, la mia squadra di sorveglianza epidemiologica, mi saluta come se tutto fosse normale.»

Ah, le missioni umanitarie!

Fatto curioso: i lavoratori umanitari uccisi dalle bombe e dai missili piovuti da aerei russi, occidentali e sauditi sono molto più numerosi di quelli ammazzati dal terrorismo, dalla guerriglia e dalla criminalità all’altezza del suolo.

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