I TUCANI INNAMORATI

tucani

Domenica 14 febbraio, l’alba: il mondo si riposa. O dovrebbe. Questi specie di mini-tucani dal becco nucleare mi stanno picchiando a tutta forza contro la finestra da un pezzo. Guardo l’orologio: le cinque e venti. Vi odio. Spero che il cambiamento climatico vi faccia estinguere entro mezzogiorno.

Vanno avanti: BAM-BAM-BAM-BAM-BAM-BAM!!!

E va bene, mi alzo a guardarli. Sono due. Un maschio e una femmina. Girano in coppia, in questa domenica di San Valentino a Maiduguri, pensa un po’. Resto un po’ a osservarli. Sono belli, non c’è che dire.

Il problema, pare, è che il vetro della finestra rimanda il loro riflesso e questi pensano di essere incappati in un’altra coppia di mini-tucani… che per qualche ragione considerano ostile. E quindi dagli contro il vetro! Ogni beccata, ovviamente, si scontra con una beccata identica e contraria: il vetro restituisce colpo su colpo. E il parapiglia continua.

Faccio movimento, apro la finestra, muovo le tende. Scappano: per cinque secondi. Poi tornano.

BAM-BAM-BAM-BAM-BAM!!!

Ripeto l’esercizio dieci volte, loro ripetono la fuga di cinque secondi ogni volta. E tornano.

Non c’è niente da fare.

Cacciatori, dove siete quando servite?

Piano piano mi abituo. A un certo punto, in un modo o nell’altro, riesco a dormire di nuovo.

Mi risveglio. I mini-tucani non si sentono più ma anche il sonno se n’è andato. Vediamo l’orologio: sono solo le otto e qualcosa. Il fatto è che sono andato a letto troppo presto per le mie abitudini. Ma non posso farci molto, qui viviamo barricati in casa: una volta che hai cenato, guardato un film di Schwarzenegger…

Parentesi: i miei colleghi africani giudicano il valore di un film in base al numero di esplosioni, inseguimenti e sparatorie; hanno fatto installare un sistema surround con un subwoofer grosso come un giovane brontosauro, ogni esplosione in TV fa tremare il minareto della moschea a cento metri da qui.

Dicevo: una volta che hai cenato, guardato un film pieno di esplosioni e inseguimenti, letto qualche pagina, ascoltato un po’ di musica… non resta che andare a letto.

Si esce solo di giorno, per lavorare: in quel caso puoi pure superare la trincea e andare a casa di Boko Haram (che nel 2015 ha fatto più vittime di Daesh, come ricordava ieri Kofi Annan in televisione). Ma per qualsiasi altro motivo no: non puoi neanche attraversare la strada per comprare una frìttola dalla vecchia di fronte.

Bloccati, come i profughi nei campi (ma noi abbiamo gabinetti e Dolby surround).

Quindi a letto presto, anche sabato sera. E la domenica mattina alle otto, sei sveglio come un coniglio a una corsa di levrieri.

Mi lavo rapidamente e vado verso la sala comune, dove come al solito non troverò niente di decente con cui fare colazione. Prendo un barattolo di avena triturata e l’Ovomaltina, preparandomi un rancio tremendo. Dopo un cucchiaio, mi pento amaramente di essermi riempito la tazza.

«Puah, io odio quella roba, sembra cibo per bebè», dice K., l’anziana brasiliana (paulista) che organizza la formazione per le levatrici nel reparto maternità.

Ha ragione K., fa schifo. In quel momento entra il chirurgo polacco A.: a sorpresa, si è fatto le uova strapazzate. Dove ha trovato le uova?

«Belle!», dico.

«Con zenzero, cipolla e foglie da limone… ehm, come tu dire… foglie spezzate.»

«Sbriciolate?»

«Sì, stritolate.»

«Foglie di limone?»

«Sì, essere tanto albero di limone in giardino. Io prendere foglie, lavare, stritolare in uovo. Buonissimo!»

Purtroppo, dopo pochi minuti nella sala comune, comincio a rimpiangere il becco dei tucani.

Il mio collega sudanese della logistica ha preso il controllo del televisore e ci tortura crudelmente di prima mattina (domenica, ricordo) con la rotazione speciale per San Valentino di MTV Nigeria : dal Dolby surround sgorga una straziante sbobba nigeriana di soft hip hop / R&B, tipo Rhianna incrociata con Julio Iglesias. Non ho scampo.

L’unico che sembra rendersi conto che i bassi sono troppo forti e il subwoofer sta per esplodere è K., il collega etiope.

«I think the bass is too strong», dice K.

«Really? You have a problem my friend», risponde P., collega del Niger, chiaramente eliminando la possibilità stessa che i bassi possano essere troppo forti, così, in generale nella vita.

Gli altri restano impassibili, vibrando col pavimento a ritmo di musica mentre le lucertole scappano, convinte che sia la fine del mondo. In questo momento se mi dessero anche solo Miley Cyrus o Taylor Swift farei un fioretto per la Vergine di Guadalupe.

Sarà una lunga domenica.

A un certo punto arriva Ah., il giovane kenyota a capo del team dei medici.

«Ecco Ah.! Ah., devi pagare il pegno del gioco!», dice qualcuno.

Passo indietro, a due giorni prima: venerdì.

Venerdì, nello stato nigeriano di Borno, è giorno di preghiera e di attentati: il coprifuoco è alle due di pomeriggio. Qualunque cosa si stia facendo, bisogna interrompere: lasciare ospedali, cliniche, campi profughi o l’ufficio e rientrare alla base. Essere dentro per le due. Chi non lo fa, rischia, nell’ordine:

  • di saltare per aria;
  • di essere portato in caserma dalla polizia che ha chiuso le strade e vuole interrogare quest’individuo sospetto che va in giro durante il coprifuoco;
  • di pagare la penalità del gioco.

Il gioco?

Sì, abbiamo dovuto inventare un gioco con una penalità. Perché?, mi chiederete. Ve lo spiego subito perché.

Cominciamo da una domanda: secondo voi, con tutti i rischi di cui sopra, c’è qualcuno fra i miei colleghi che non rispetta il coprifuoco?

Certo, tutti.

Perché questi colleghi, dovete sapere, sono un po’ stakanovisti e un po’ in ritardo cronico: hanno sempre bisogno di «ancora cinque minuti». Chi per suturare un’ultima ferita, chi per pagare un’ultima fattura, chi per aggiustare un’ultima maniglia al magazzino. Ancora cinque minuti, ancora due minuti, un minuto… e sforano il coprifuoco.

Per costringerli a sbrigarsi, quindi, abbiamo dovuto inventarci qualcosa di più spaventoso di Boko Haram e delle stazioni di polizia nigeriane. Abbiamo inventato il gioco. Il gioco funziona così: chi varca il cancello della base anche solo un minuto dopo l’entrata in vigore del coprifuoco deve cantare e ballare di fronte a tutti. Un’umiliazione. Venerdì scorso è stato il giovane Ah. a perdere. Ed essendo giovane e pieno d’inventiva, Ah., ha tentato di salvarsi proponendo una variante:

«Invece di cantare io, vi faccio sentire qualcosa di mio che ho nel telefonino.»

Abbiamo soppesato la proposta; abbiamo tutti immaginato canti e balli Masai alle falde del Kilimanjaro.

«OK, ci stiamo.»

Ah. ha cercato un po’ nella playlist e finalmente ha premuto play.

Ho immediatamente riconosciuto l’attacco di Holiday di Madonna.

«Ma è Holiday!», dico.

«Embè?», fa Ah.

«Hai detto qualcosa di tuo!»

«Questa è la mia musica… a me piace molto!»

«Cos’avete detto che è?» fa intanto A., la coordinatrice amministrativa francese.

«Holiday! Madonna», dico.

«Mah, non la riconosco».

«Ma come no, è Holiday! Gli anni 80! Madonna!», ripeto.

«Siamo proprio di generazioni diverse», mi fa.

Ma io la licenzio subito questa strega.

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