ERA MEGLIO MORIRE DA PICCOLI

borno

«Una trincea.»

«Una trincea?»

«Eh, una trincea.»

«Ma proprio come in guerra?»

«Sì, esatto. Il che ha senso, perché… siamo un po’ in guerra.»

«Ah già. Eh beh. Eh sì. E questa trincea…»

«… è tutta intorno a Maiduguri. E impedisce a Boko Haram di prendere la città d’assalto con le sue jeep armate di mitragliatrice. Come successe qualche tempo fa, quando attaccarono e conquistarono Maiduguri e la tennero per un po’, prima di essere ricacciati dall’esercito.»

«Ah. Ecco. In questo caso… avrei una domanda.»

«Dimmi.»

«Se questa trincea è la nostra difesa da Boko Haram…»

«… sì?»

«PERCHE’ DIAMINE LA STIAMO SUPERANDO? EH? EH? No, scusa, voglio dire: l’idea di una trincea è che tu la scavi, e poi te ne stai dalla parte dove non ci sono i cattivi e lasci che lei ti protegga, no? Vogliamo lasciarla fare il suo lavoro, questa trincea, o no? Perché dobbiamo andare dall’altra parte? Perché dobbiamo uscire da Maiduguri, dalla zona protetta? Cosa ci ha fatto di male questa trincea? Vogliamo proprio offrirci a Boko Haram su un piatto d’argento? Prendimi, sono tuo, rapiscimi, tagliami la testa, mettimi su YouTube! Ma questa trincea, Cristo, vogliamo lasciarla lavorare in pace per noi?»

Ebbene sì, sono inquieto.

Cercate di capire: mi hanno appena spiegato che questa famosa trincea è l’unica barriera fra noi, dentro la città, e loro, i diavoli stragisti di Boko Haram, là fuori dappertutto. Me ne stavo tranquillo al di qua della trincea, dentro la città. Il caffè fa schifo, ma almeno sopravvivevo. E ora mi portano dall’altra parte. Dove ci sono i cattivi.

M’inquieto, lo ammetto.

«Il fatto è che i campi profughi più grossi sono fuori dall’abitato, oltre la trincea. Hanno bisogno di spazio. Quindi, se vogliamo lavorarci… non resta altra scelta. Bisogna uscire.»

Questa conversazione, avrei dovuto premetterlo, sta avendo luogo in macchina (tanto per cambiare), sulla strada per Delta 2 e Foxtrot Tango Charlie (i nomi sono in codice), due dei più grossi campi che accolgono i profughi della guerra scatenata da Boko Haram. E in cui, l’avrete capito, lavorano i dottorini senza confini.

La trincea circonda tutta Maiduguri; nei punti in cui strade in entrata e uscita dalla città l’attraversano, l’esercito ha messo dei check point da far paura. Decine di metri di zigzag in mezzo ai blocchi di cemento ti obbligano a rallentare fino a passo d’uomo, mentre sul lato militari con la mitragliatrice si nascondono dietro montagne di sacchi di sabbia.

Siete mai passati di fronte a una fila di mitragliatori carichi puntati ad altezza della vostra faccia? Tu Ross probabilmente sì. Ma gli altri? Ecco, neanche io… fino a oggi. Cribbio. Non è bello.

Finalmente arriviamo al punto in cui un uomo in divisa ci controlla, si fa riempire un registro e ci lascia proseguire.

Siamo fuori.

Oltre la trincea. Oltre le linee del nemico.

Le mie chiappe si rinsaldano ancora di più se possibile; come le acque del Mar Rosso sugli Egizi, dopo il passaggio di Mosè.

Entrando finalmente in Delta 2, non è che io mi senta tanto più sicuro. Sì, ci sono dei militari all’ingresso. Ma non mi rassicurano per niente. Il loro scopo è soprattutto controllare la popolazione: chi entra nei campi profughi non ne esce più. È scappato al fuoco e alle bombe di Boko Haram per diventare prigioniero del governo. Finché un politico non decide che il campo deve sloggiare, questa gente resta lì. In teoria sono “accolti”; in pratica, se un rifugiato dice, per esempio: «Esco un attimo a prendere le sigarette!», gli spianano il mitra sotto il naso e gli dicono: «I don’t think so.»

Tra l’altro il profugo le sigarette può benissimo comprarle all’interno: questi campi mancano di acqua potabile e latrine, il puzzo di escrementi è ubiquo, ma per il resto c’è tutto. Alcuni sono grandi come città: ci sono il mercato, il tabaccaio, lo spacciatore, le mignotte, solo che tutto è in tenda e sulla sabbia. Il più grosso campo della zona ospita cinquanta mila persone, ma in Sudan del Sud ce ne sono alcuni che fanno quattro volte tanto (e ripeto: non esistono fogne).

In mezzo al campo c’è perfino un mega-tendone con la scritta: SPAZIO SICURO PER DONNE E RAGAZZE. Come a dire: qualunque altro posto in questo campo NON è sicuro per donne e ragazze. In effetti pare che una delle attività ricreative più comuni nei campi profughi sia lo stupro.

«La gente qui ha troppo tempo senza niente da fare», sospira il mio collega etiope K.. «Succede un sacco di brutta roba qui dentro.»

Già, a proposito; dicevo dei militari che controllano l’accesso al campo. Con tutti i loro controlli, non riescono a evitare che di tanto in tanto un attentatore suicida entri e si faccia esplodere in uno di questi posti. Non chiedetemi che interesse ci sia a farsi esplodere fra i rifugiati: non capisco niente di strategie del terrore. So solo che mercoledì, ero al nostro ospedale in città mentre accoglievamo una cinquantina di feriti provenienti da un attentato dentro un campo profughi. E sabato, sono dentro un campo profughi. Qualcosa non torna.

Ma il puzzo di merda (scusate la volgarità, non si può descrivere altrimenti) è talmente forte che presto non riesci neanche più a concentrarti sul terrorismo islamico.

«Eh sì, le latrine sono piene», dice sempre l’etiope.«Un mese fa sono straboccate, il liquame ha cominciato a colare lungo questo pendio, verso le tende. Le abbiamo svuotate noi, non so quanti camion ci sono voluti. La gente non ci voleva più andare… alcuni continuano a farla fuori ancora adesso tra l’altro.»

In quel momento mi rendo conto che, cammina cammina, siamo circondati da stronzi. Nel senso letterale del termine. Meglio allontanarsi.

campo2

(sulla sinistra le famose latrine; vediamo chi aguzza l’occhio e nota altri particolari. Indizio: chi pratica lo zoppo, arriva al gabinetto.)

«Non fare altre foto», mi avvisa il Capo Progetto. «Qui dentro c’è gente dei servizi segreti, sono paranoici con tutti questi attentati.»

Peccato; ne avevo fatte un paio bruttine, di straforo, e ora che una ventina di bambini fra i due e i sei anni mi si affolla intorno, cantando, ridendo, seguendomi ovunque vado perché sono l’unico bianco (probabilmente) che hanno visto, non posso prenderli in foto.

«Eh già, sono proprio pallido eh?» dico in inglese, sapendo che non capiscono. Ma K., il collega etiope che mi sta a fianco, lui sì che ride. Lui che in macchina ci ha intrattenuto raccontandoci la cultura rastafariana in Etiopia e come tutti si ammazzano di canne dalla mattina alla sera.

Se mi avessero detto che facendo la Bocconi sarei finito così, in mezzo alla cacca e agli assassini, avrei studiato Lingue. Oggi insegnerei inglese in una scuola superiore del Pavese, invece di venire a farmi ammazzare da Boko Haram con quaranta gradi all’ombra e merda dappertutto.

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